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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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\\ Home Page : Storico : Attualità (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Oggi l'agenzia ANSA ha "deskato" questa notizia:
"TERRORISMO: MARONI, PERICOLO DA GRUPPO CHE SI RIFÀ A BR"
«Ci preoccupano i segnali che abbiamo ricevuto dell'attività di un gruppo che si rifà alle Brigate Rosse»: lo ha detto il ministro dell'interno Roberto Maroni parlando con i giornalisti a margine dell'inaugurazione di una scuola materna a Tradate, nel varesotto. «Questo gruppo, che ha inviato un volantino alla redazione dell'Unità nei giorni scorsi, propone di territorializzare le attività ed è composto da cinque cellule radicate a Milano, Como, Torino, Lecco e Bergamo». Secondo Maroni «sale l'attenzione per questi segnali nuovi e preoccupanti che il governo sta valutando». «Questi episodi - ha aggiunto Maroni - si aggiungono al pericolo del terrorismo islamico che c'è e risulta evidente dagli ultimi fatti. Stiamo decidendo - ha concluso - le misure da prendere».

Maroni si dice preoccupato di questa sottospecie di aspiranti brigatisti che riescono a malapena a ricopiare alcune frasi del lessico degli anni '70. Io, invece, sono seriamente preoccupato dalla mancanza del senso delle proporzioni del nostro Ministro.

Ad evocare oggi il pericolo brigatista come se si fosse all'inizio degli anni '70 quando il contesto sociale ed internazionale era ben diverso, è come estasiarsi per una bella quanto impossibile volee di Nadal facendo finta di non ricordare che tanti anni fa un tale di nome McEnroe ne faceva di migliori due volte al game...
Insomma, occorrerebbe tornare ad essere più equilibrati nei giudizi. Il senso delle proporzioni è una cosa che chi non c'era non può valutare. E non sarebbe difficile convincere un diciottenne fan di Nadal che il proprio idolo è stato il più forte di sempre nel gioco a rete...

E mi chiedo dove sia il senso delle proporzioni nelle dichiarazioni di Maroni.
Il seme della violenza "politica" non può essere debellato completamente da una società. Ci saranno sempre dei singoli che penseranno di fare politica ammazzando un "simbolo" del potere. Il problema non è nè il numero di questi individui nè i simboli a cui si ispirano. E' il contesto all'interno del quale si muovono.

Gli anni '70 sono stati preceduti dagli anni '60, attraversati da lotte epocali, da intere generazioni che sono scese in piazza per reclamare dei diritti, per cambiare la società non semplicemente cambiarne le regole. Credevano che un altro tipo di società fosse possibile.
Poi sono arrivate le mancate risposte di chi avrebbe dovuto raccogliere istituzionalmente queste istanze, è nata la sinistra extraparlamentare e sono iniziati gli anni del conflitto sociale. Questo conflitto, acuito da quelle che sono state interpretate come risposte violente delle istituzioni (vedi bombe e morti di piazza), è sfociato in un'area di persone, che non erano isolate dal resto della società, che pensarono che solo una strategia di lotta armata avrebbe potuto far conseguire l'obiettivo finale: la conquista del potere.

Oggi non vedo conflitti sociali, vedo fasce deboli come i precari, gli insegnanti, gli operai, i pensionati, i piccoli imprenditori. Ma non vedo istanze di massa, non vedo che una manifestazione all'anno sotto il Parlamento e poi basta. Ciascuno pensa a tornare al suo orticello e a risolvere il proprio problema individualmente.

E le parole che lo stesso Maroni deve aver letto, scritte nell'ultima relazione dei Servizi, non sembrano dipingere per l'Italia un simile quadro.

Le minacce contro Berlusconi, Fini e Bossi contenute nella lettera inviata al ‘Riformista‘ firmata «Brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente» e la scritta contro un delegato Fiom, sarebbero «interventi in genere di modesto spessore [...] non sembrano, nella maggior parte dei casi, riconducibili ad una strategia univoca nè a realtà eversive organizzate, quanto piuttosto a isolate individualità, spesso gravitanti nell’area dell’estremismo politico [...] il ricorso al lessico brigatista, facilmente reperibile in Internet, riflette sovente il proposito di conferire visibilità e ‘valore aggiunto', in termini di spessore intimidatorio, alle minacce formulate».

Quindi l'obiettivo principale di questi singoli è la visibilità. Ma va? nell società dell'immagine e della comunicazione era il miimo che si potesse pensare.
Ma un momento. La visibilità la si ottiene se c'è qualcuno che te la offre. Ecco che tornano comodi quegli anni di piombo: non avendoli chiusi ognuno se li può strumentalizzare come meglio crede.

Mi viene in mente un brano di Giorgio Gaber, degli anni '70, intitolato "La cacca dei contadini" che, non mi fulmini il grande G, faceva più o meno così:
"Durante la rivoluzione i contadini entravano nei palazzi dello Zar e defecavano nei suoi lussuosi vasi. Un gesto forte, importante. Già. Ma perchè forte? Perchè un gesto è forte se c'è qualcuno che lo raccoglie. E allora c'era un Lenin che la raccoglieva..."

Non so se è una mia impressione ma di Lenin mediatici ne intravedo molti nella nostra società.
 
Il 31 ottobre scorso si è suicidata in carcere la brigatista Diana Blefari Melazzi condannata all’ergastolo per l’omicidio del Prof. Marco Biagi. Una triste storia amplificata anche dalla tragedia di Stefano Cucchi, anch’esso morto in carcere in circostanze ancora da accertare.

I giornali hanno dato molto risalto alla questione e l’opinione pubblica è sembrata stupirsi molto, come se questi drammi fossero un qualcosa di improvviso, una cosa che in questa nostra società così evoluta e democratica deve essere per forza accaduta per sbaglio.

Fermo restando che chi sbaglia deve pagare e che se Diana Blefari era stata condannata all’ergastolo con sentenza passata in giudicato, quella pena avrebbe dovuto scontare, vorrei che passasse al tornasole della gogna mediatica di questi giorni, un concetto che, non so quanto in forma inconsapevole, sembra essere sfuggito ai più.

Una cosa è la pena, una cosa è il rispetto della identità e della dignità dell’individuo che in un carcere può entrare come criminale e può uscirne in tanti altri modi ma sicuramente deve uscirne vivo.

Nei giorni precedenti Diana Blefri aveva avuto dei colloqui con la Polizia: sembra che fosse sua intenzione dissociarsi ufficialmente per avviare una forma di collaborazione coi magistrati. Sulle sue spalle pesava la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi, ragion per cui la brigatista aveva deciso, speranzosa, di attendere la decisione della Cassazione. Il verdetto era giunto sempre nella giornata di sabato: a quel punto, forse sentitasi sperduta, la Blefari ha ceduto e si è impiccata con un lenzuolo tagliato a strisce.

Due cose ci devono far riflette: il comportamento in carcere che viene riservato a ciascun detenuto e l’inevitabilità del suicidio.

La gente normale si meraviglia di come un “efferato delinquente” possa suicidarsi in carcere.
Secondo il legislatore la pena dovrebbe puntare alla rieducazione del soggetto, ma per la procedura carceraria il punto di vista è totalmente differente. Il carcere deve reprimere, deve azzerare, deve dimostrare chi è il più forte. E per questo utilizza un solo strumento: la cancellazione dell’identità personale.
Prima di meravigliarsi sarebbe meglio leggere ed informarsi di più, senza aspettare di diventare esperti leggendo due articoli di una stampa di parte o 10 interviste in rotocalchi del “pomeriggio in diretta”.

Il fenomeno Saviano non ci ha insegnato nulla? Le cose che, coraggiosamente, Roberto Saviano ha scritto in Gomorra sono ampiamente raccontate dalle cronache locali. Nessuna novità. Ma proprio nessuna. Salvo che, chissà perché, stavolta la macchina mediatica si è attivata con pronta efficienza. Ad essere maligni verrebbe da pensare che l’interesse di qualcuno poteva essere spostare l’attenzione da altre vicende ben più delicate…

Avete letto libri come “Patrie Galere”, “Dall’altra parte”? Conoscete la storia di Giuliano Naria, innocente dopo 8 anni di "carcerazione preventiva" nelle carceri speciali, che in questo "soggiorno obbligato" si è ammalato di anoressia? O la storia di Fabrizio Pelli, brigatista del gruppo reggiano che ammalatosi di leucemia è stato fatto morire in carcere? Avete mai parlato con un ex detenuto che, anche solo accidentalmente, è passato attraverso il circuito di quel Grand Hotel Excelsior che erano gli “speciali”? Lo sapete che la gente che è uscita da poco dal carcere spesso non ci è stata così tanto tempo per la gravità dei reati commessi quanto per il non aver accettato di cancellare la propria identità?
Eccolo il punto. La debolezza. Il carcere affonda il coltello nel tuo tallone d’Achille. Colpisce per punire in un rapporto di impari forza laddove la società non è stata in grado di prevenire.

Sempre prima di meravigliarsi, sarebbe bene conoscere le cronache. Ad esempio a quanti di voi è sfuggita anche questa notizia? >" Un detenuto non si picchia in sezione"<


Sul secondo punto, ovvero l’evitabilità del gesto estremo, la questione appare chiara. Dall’inizio del 2009 il suo stato di salute mentale e fisico, come testimoniano le parole scritte dal fidanzato Papini dopo i loro colloqui.

«Annientata. L’unica cosa che mi viene in mente in questo momento dopo aver­la vista... Si perseguita da sola... Vuole solo morire. Mi ha chiesto di portarle qualche cosa per morire velocemente: me lo ha chiesto più volte!». Per avere un’idea di quanto la de­tenzione (per un periodo anche al regi­me di «carcere duro» riservato a ma­fiosi e terroristi) abbia inciso sulle condizioni di Diana Blefari basta legge­re le lettere che — con tutt’altro tono, stavolta orgoglioso e a tratti sprezzan­te — scriveva quattro anni prima, nel­l’agosto 2005, all’indomani della pri­ma condanna all’ergastolo: «Per l’azio­ne Biagi ho piene responsabilità perso­nali, di cui vado fiera, e che mi rivendi­co pienamente... La rivendicazione della mia responsabilità personale va­le anche per gli espropri (cioè le rapi­ne, ndr) attività primaria e necessaria nella costruzione di un’organizzazio­ne comunista combattente...». E av­vertiva Papini che, un po’ a sorpresa, oggi si ritrova accusato di aver fatto parte anch’egli delle nuove Br: «Ti di­co questo perché tu sappia con chi ti stai rapportando, visto che ora la mia identità politica clandestina ha l’op­portunità di diventare pubblica, causa forza maggiore».

Una sofferenza psichica ignorata che viene oggi elevata alla schizzofrenia. Un precedente in famiglia: la mamma si era suicidata lanciandosi dal balcone. Tutto questo però non è valso a Diana l’essere dichiarata incompatibile con il carcere duro.
Vorrei ricordare come lo stesso tipo di atteggiamento non sia stato tenuto dai consulenti che, per contro, sono stati molto comprensivi nei confronti di un altro detenuto, tal Licio Gelli di Arezzo. All’ultranovantenne condannato a 12 anni per depistaggio nella strage di Bologna (85 morti, è bene ricordarlo) fu risparmiato il carcere grazie ad una perizia che lo definiva quasi moribondo.

Ed ecco come erano riusciti a cancellare l’identità di Diana Blefari. Il 29 maggio aveva scritto:
«Devi dire a tutti che io mi sono pentita, che tutto quello che vogliono io lo faccio, che se vogliono che mi cucio la bocca me la cucio, se vogliono che parlo dico tutto quello che mi dicono di dire, ma io non ne posso più di stare così. Io non so proprio cosa fare, chiedo per­dono a tutti ma basta, per pietà».
Dopo averti cancellato, ovviamente diventi un impotente strumento nelle mani di chi hai pensato di combattere.
Cosa vuol dire “tutto quello che vogliono io lo faccio”? Vuol dire che esiste una “quota conto terzi” che serve a mettere a posto pezzetti di verità che possono far comodo ai singoli?

Forse Diana Blefari, oltre alla sofferenza, prima di suicidarsi ha fatto appello a quell’ultimo brandello di dignità che, nel profondo, le era sinceramente rimasto.
 
Stranamente nessuno, al di fuori delle cronache locali e di un trafiletto su Repubblica del 3 ottobre, ha parlato di questo episodio.

Un professore di Agrigento, una delle tante "vittime" dei tagli  di cui è stato oggetto il sistema scuola, ha pensato bene di chiedere aiuto. Ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica? Al Papa? Al presidente della Unione Europea?
Macchè. Ha chiesto direttamente l'intervento di chi deve aver reputato maggiormente disposto a raccogliere la sua richiesta: le Brigate Rosse

E così ha scritto un bel cartello, con tanto di stella a cinque punte, intitolato "Appello di tutti i precari alle Brigate Rosse" e lo ha esposto sul parabrezza della propria auto.

Quali fossero le intenzioni dell'ex prof. sembrano abbastanza chiare: far intervenire i "robin hood" brigatisti laddove, evidentemente, sindacati, politici e, soprattutto, il movimento degli stessi precari non sono riusciti a ottenere un dietro-front legislativo annullando i tagli previsti per il corrente anno scolastico.

A differenza del gruppo su Facebook che inneggiava alla morte di Berlusconi (mediante omicidio) e della lettera pervenuta al "Riformista" con minacce allo stesso Berlusconi ed estese anche a Fini e Bossi, episodi che sono finiti addirittura nei TG nazionali sebbene l'evidenza di iniziative goliardiche (la prima) o di un folle, di questo gesto "estremo" compiuto da un cittadino con tanto di nome e cognome, portavoce di una protesta concreta portata avanti da mesi, non ne ha parlato nessuno.

Si potrebbe pensare che a differenza degli altri due episodi questa è la protesta di un uomo isolato e disperato che non fa paura. Ma ci si sbaglia.
Non ne ha parlato nessuno perchè questo gesto non è strumentalizzabile, parte dal basso, ricorda quello che accadeva nelle fabbriche all'inizio degli anni '70 quando operai vicini alle nascenti organizzazioni armate indicavano ai compagni "che guevara" il capetto che in stabilimento opprimeva gli operai o che era il responsabile di punizioni contro dei singoli. E la fuori veniva subito eretto a simbolo dell'oppressione operata dal padrone contro la classe operaia e punito in maniera "proporzionale" alle sue "colpe" con semplici gesti dimostrativi o con veri e propri sequestri lampo con tanto di interrogatorio.
Esprime un malessere dal basso che non interessa nessuno ma preoccupa tutti. Perchè sia a destra che a sinistra hanno la "coscienza sporca", nessuno ha voluto raccogliere le istanze e dare risposte concrete a livello istituzionale a quella massa di precari della scuola e, più in generale, alla moltitudine di quei giovani ormai "professionisti della precarietà". E allora si preferisce non parlarne e dar voce solo a ciò che conviene maggiormente perchè più di moda (come Facebook) o mediatico come la lettera ad un quotidiano.

Un far finta di niente che ricorda un passato recente quando le Brigate Rosse erano ancora "sedicenti", fascisti mascherati o delinquenti comuni. Perchè a nessuno, al di fuori dell'arco parlamentare (ancora meno se posto a sinistra del PCI) era concesso di interferire, nessuno era legittimato a dar voce alle istanze degli strati sociali in lotta per condizioni più umane sul lavoro o per maggiori diritti sociali.

Salvo poi svegliarsi una mattina per scoprire che il peggio era stato compiuto...
 
Sentir tornare agli "onori" della cronaca l'indirizzo via Gradoli 96 (a Roma nella zona della Cassia) fa un certo effetto. Ancor di più se il motivo per cui tale indirizzo ritorna sulle pagine di cronaca dei quotidiani è legato ad una vicenda che ha forti risvolti politici. >leggi articolo ANSA<

Come molti lettori sapranno, nei giorni scorsi è venuta alla luce una vicenda privata che ha per protagonista il giornalista Piero Marrazzo (presidente della Regione Lazio) che era stata utilizzata da quattro carabinieri come strumento di ricatto nei confronti dello stesso Marrazzo. I quattro militari sono stati arrestati e Marrazzo, dopo che è stato reso disponibile il video che lo ritraeva in un incontro intimo con un transessuale proprio al primo piano dello stabile che nel '78 ospitava un importante covo delle BR, si è dimesso.

Tralascio le considerazioni di carattere personale legate a questa "strana" vicenda. Mi piace però osservare che il palazzo in questione viene definito "l'alveare" dai suoi abitanti in quanto ospita molti appartamenti di trans quasi tutte brasiliane. Due di loro (Daniela e Sonia) hanno raccontato ai cronisti che di "politici e attori ne abbiamo visti e conosciuti tanti. Di vip qui ne vediamo tanti: professionisti, attori e politici sia di destra che di sinistra".


Via Gradoli 96 - L'appartamento al secondo piano con le luci illuminate
ospitava il covo brigatista scoperto il 18 aprile 1978, in pieno sequestro Moro

Quella strada e quelle palazzine, che furono oggetto di un'approfondita inchiesta del giornalista Gianpaolo Pelizzaro che scoprì il legame tra molti appartamenti e società di copertura del SISDE, sembrano oggi essere ancora una sorta di "zona franca" nella quale politici e vip si rifugiano (probabilmente al riparo, grazie a delle coperture, da occhi indiscreti) per i loro momenti privati.

Beh, sarebbe interessante se chi ha gli strumenti riuscisse a verificare i vari passaggi di proprietà dei singoli appartamenti e del quando e perchè quello stabile è diventato un piccolo "centro benessere" per personaggi facoltosi. Per essere destinato a certi ambienti, non si capirebbe come mai si siano scelti appartamenti di circa 40 mq nei quali arrivavano a vivere anche 10 trans. Credo che non sarebbe stato difficile trovare disponibilità in zone in grado di garantire tutt'altra accoglienza.

Ai tempi del sequestro Moro, molti testimoni raccontarono di persone sospette che entravano e uscivano in continuazione dallo stabile, altri che sembravano prestare servizio di guardia. Alcuni testimoni riconobbero addirittura dei brigatisti (>vedi articolo sul Blog<)

A qualcuno tra i residenti di più vecchia data andrebbe di raccontare qualcosa?
 
Ho letto con molta attenzione il racconto che Francesco Fonti ha fatto al giornalista Riccardo Bocca. Nelle parole di Fonti riemergono molti nomi di un passato DC ancora vicino. Forse, però, all’ascolto di uno di quei nomi la maggior parte dei lettori si sarà detto “Cazora chi?”.
Penso sia opportuno raccontare il seguito, ciò che Fonti non poteva neanche immaginare.

Dunque. Questa volta a parlare è un pentito della 'ndrangheta, che non sarà probabilmente persona degna di stima ma sicuramente custode di segreti a noi del tutto sconosciuti fino a poco tempo fa. Sia nel caso delle navi, sia nel caso Moro sembra parlare con grande conoscenza e cognizione di causa. Io non posso essere certo sulla sua attendibilità ma visto che lo è stato, e con grande dovizia di particolari che poi hanno trovato riscontro, per quanto raccontato riguardo le navi dei veleni non posso negare che una certa tendenza a prenderlo sul serio forse non sia del tutto sconsiderata.

Attraverso i suoi racconti – a pochi forse interesserà, ma dal punto di vista politico ha grande rilevanza – Fonti riesce perfino a riabilitare la figura di Benigno Zaccagnini che dopo la morte di Aldo Moro si immolò a caprio espiatorio per tutta la D.C., visto che in qualità di Segretario del partito fu considerato il massimo responsabile per le sue mancanze e per la sua debolezza. Zaccagnini rimane comunque il primo e l'ultimo ad essere morto a seguito del rimorso che si portava dentro e che lo ha accompagnato gli ultimi anni della sua vita. Altri più longevi di lui, ancora vivi e vegeti; complice una stampa cialtrona, si lasciano andare quotidianamente ad interviste o dichiarazioni senza provare la benchè minima vergogna.

Per l'ennesima volta sento raccontare di mio padre, questa volta in modo quasi mirabolante, come chi voleva davvero salvare la vita di Moro era Benito Cazora. Peccato solo che a dirlo sia un pentito e non degli atti giudiziari…

Già, perchè come gli appassionati sanno, mio padre Benito non solo raccontava durante il rapimento Moro quanto facesse minuto per minuto, ma pur essendo stato ascoltato nel corso degli anni successivi da diversi magistrati essi hanno sempre ritenuto che non andasse preso in grande considerazione tanto da non essere mai citato come testimone in nessuno dei processi Moro. In seguito ci sono state diverse Commissioni Parlamentari, ma anche lì nulla. In fin dei conti perchè andare a svegliare il can che dorme? E' stato più semplice attendere la sua morte avvenuta nel 1999 a 65 anni.

É giunta l'ora però di raccontare una volta per tutte cosa è accaduto da quel lontano 1978 sino alla sua morte.

Benito Cazora era un politico in grande ascesa ma dopo essersi indebitamente occupato della salvezza di Aldo Moro ha dapprima ricevuto minacce di morte, seguite da continui pedinamenti ed appostamenti da parte delle Brigate Rosse. Ma a tutto non diede particolare peso in quanto “aveva fatto il callo” quando, in qualità di assessore al Comune di Roma, gli fu rubata l'auto e poi fatta rinvenire incendiata. E per ribadire la minaccia, nell’auto fu fatta rinvenire una lettera anonima che recitava “la prossima volta con te dentro”.

Cosa accomuna due fatti così diversi e lontani nel tempo? Che in entrambe le occasioni fu costretto a girare armato poiché nessuno pensò bene di fornirgli una scorta e naturalmente mio padre mai la chiese.

Torniamo alla politica e a quell'uomo in forte ascesa che nel 1979 è convinto di essere riconfermato alla Camera con molti più voti della volta precedente: ed invece si ritrova primo dei non eletti (al termine dei conteggi post-elettorali). Ma al momento della ratifica in Parlamento finisce addirittura al secondo posto (sempre tra i non eletti).
Fino a qui tutto apparentemente normale, si può sbagliare valutazione, l'elettorato può giocare brutti scherzi soprattutto quando ci sono da assegnare le preferenze. Ma per me che sono maligno qualcosa non quadra, il numero di lista di mio padre era il 17 e nei seggi succede di tutto: ci si accorda, questo a te l'altro a me. Se quel 17 lo leggiamo al momento dello spoglio come il numero 1 e il numero 7 tutto sarà diverso ed i voti di Cazora andranno rispettivamente ad Andreotti ed al suo braccio destro Evangelisti.

“Ce lo siamo tolto dalle scatole” avranno pensato coloro i quali non avevano di certo gradito quell'invasione di campo nel caso Moro, ma così non fu perchè Benito Cazora era testardo, tenace, appassionato.
Nel 1981 ricomincia da capo e si ripresenta al Comune e, puntualmente, verrà rieletto. Ma lì Cazora può anche restare, non da fastidio a nessuno. Quello che però torna da infastidire fu la sua rielezione nel 1983 alla Camera, del tutto inattesa per la classe politica.
Ricordiamo che dal dopoguerra in poi in ogni legislatura i ricorsi per le verifiche dei voti di preferenza sono stati una consuetudine, mai presa seriamente in considerazione dalla Giunta delle Elezioni che è l'organo preposto per le verifiche. Perchè ciò avveniva? Per accordi trasversali che volevano lasciar così le cose e non creare malumori di nessun tipo.

Nel 1983 accadde qualcosa di nuovo, di inedito, che in pochissimi ricorderanno.
Sulla base di ricorsi di alcuni esclusi, si comincia il riconteggio delle schede per il collegio del Lazio. Senza entrare in particolari di carattere tecnico la Giunta decide per la decadenza di Cazora dopo 2 anni dal suo insediamento, durante il quale era stato anche relatore di più leggi votate dal Parlamento. Da allora ad oggi non si è più verificato nulla di simile e così Cazora resterà nella storia d’Italia come l'unico parlamentare rimosso dalla sua carica.
Con tre piccole postille di cui valutare l'importanza e che sanno tanto di “accanimento”:
1. non era stato ritenuto ineleggibile come altri (rimasti) dalla magistratura,
2. il riconteggio delle schede fu solo parziale per cui non sapremo mai se i suoi voti fossero veramente minori rispetto ai ricorrenti
3. la Giunta ha agito andando oltre i tempi previsti dalla legge.

Nel corso del suo mandato parlamentare Benito Cazora fu relatore di un provvedimento che prevedeva il risanamento dei conti RAI allora in deficit per oltre 100 miliardi di lire, ma la sua spontaneità lo portò a commettere un imperdonabile errore: di fronte al consiglio di amministrazione RAI si “permise” di far presente che lo Stato non può ogni anno risanare i loro conti con cifre così alte e si spinse a suggerisce una più oculata gestione del bilancio. Questo mandò su tutte le furie Biagio Agnes, allora direttore generale che minacciò di fargliela pagare dicendo tutto a De Mita. Promessa che Agnes puntualmente mantenne.
 


Ciricaco De Mita e Biagio Agnes

Terminata suo malgrado l'esperienza parlamentare tornò al suo lavoro di dirigente d'azienda ma anche lì qualcosa non funzionò e dopo qualche tempo Agnes lasciòa la RAI per diventare Presidente dell' azienda presso cui mio padre lavorava…
Subito dopo, all'improvviso, sempre mio padre venne recluso nella sua stanza si vide revocato ogni incarico arrivando al paradosso di essere pagato per non far nulla! Dopo alcuni mesi di tortura psicologica fu costretto ad accettare il prepensionamento.

Da allora non narro quante volte mi sia imbattuto in singolari situazioni che tuttora proseguono. A 47 anni mi ritrovo senza lavoro e senza un soldo poiché forse mio padre è stato l'unico politico “ingenuo” che non ha lasciato nulla alla famiglia, neanche una sistemazione per i figli. Sfido chiunque a trovare figli di parlamentari nelle stesse condizioni. Una volta un lavoro l'avevo ma il cognome non era quello giusto e così fui licenziato, vinsi la causa ma non servì a nulla perché non fui riassunto.

Questo lungo racconto ha lo scopo di portare ad una riflessione. Tutto questo strano accanimento che dal 1978 in poi ha scientificamente portato alla morte politica di Cazora ed è poi passato senza ritegno anche alla mia persona, può avere un nesso con quanto fatto per il caso Moro?

Non è singolare che un pentito dell' 'ndrangheta (la mafia più vicina ai Servizi) racconti che Cazora fu l'unico a volere la salvezza di Moro? Altri come Signorile hanno tentato qualche iniziativa con fonti più dirette (vedi Pace e Piperno), ma solo Cazora ha dovuto lottare da solo contro tutti fino all'ultimo contro decisioni già prese sfidando “i potenti”. Due giorni prima della morte di Moro ne preannunciò l’uccisione se non si interverrà. Ed aveva ragione.

Francesco Cossiga

Ma il saggio e maggior conoscitore italiano dello stato, Francesco Cossiga, lo invitò a non far nulla perchè egli aveva notizie opposte “fra 2 giorni Moro sarà liberato”. Chi mai toglierà il dubbio che quanto avvenuto e continua ad avvenire non sia un gesto di ritorsione? L'uccisione politica costa meno di quella fisica e non se accorge nessuno. Perchè ad oltre 30 anni da quel fatto ancora si continua con il figlio? A che punto arrivò mio padre per provocare tale reazione?
Perchè non fu mai sentito? Forse qualcuno temeva qualcosa?
Perchè nessuno capisce che forse cercare un nesso tra il 1978 ed oggi aiuterebbe a capire e forse a scoprire molte verità?
Perchè questo comportamento si protrae a me anche dopo 10 anni dalla morte di mio padre? Chi ancora oggi ha il potere e la voglia di far del male?

Ad altri l'ardua sentenza.

Una piccola postilla per raccontare un episodio di costume che la dice tutta su questo Paese. Ieri è morta la Sig.ra Angiolillo per i più ovviamente un cognome sconosciuto. A Roma la Sig.ra era considerata la regina dei salotti d'Italia e Bruno Vespa che col suo Porta a Porta è considerato la terza Camera diceva di considerare il salotto Angiolillo la prima Camera. Li si decidevano le sorti del nostro Paese, quasi fosse una loggia massonica di cui Gianni Letta era il Gran Maestro. Ebbene oggi la Camera ha tenuto un minuto di silenzio per la morte della Sig.ra come la commemorazione di un caduto di guerra. Che strano conclave il nostro Parlamento davvero capace di ogni malefatta, da destra a sinistra.
Che speranze possiamo nutrire noi poveri mortali quando ci troviamo di fronte a soggetti capaci di ogni più impensabile atto?
 
Il 22 settembre scorso sul sito dell’Espresso comparivano le dichiarazioni filmate del pentito Francesco Fonti riprese dal giornalista Riccardo Bocca.
>Guarda la video-intervista

Devo dire che una notizia del genere in un altro Paese avrebbe creato il pandemonio, spinto giornali e storici a porre ulteriori domande, indignato i rappresentanti delle Istituzioni che avrebbero potuto intravedere nelle parole di un ex mafioso attacchi diretti e pesanti verso il loro operato volto, a sentire Fonti, ad impedire la liberazione e l’incolumità di uno dei politici più importanti dell’epoca.
E invece nulla, a parte un piccolo richiamo su Repubblica e qualche blog che ha riportato la notizia senza però commentarla con il giusto senso critico.

Premettendo che lungi da me qualsiasi giudizio sull’attendibilità delle parole del pentito, provo a fare alcune riflessioni che potranno essere utili a quanti desiderano capire di più.

Cominciamo dal contesto. Sebbene nelle parole riportate nell’articolo Fonti appaia persona lucida e in possesso di una buona dialettica, ad ascoltare l’intervista (>Guarda il video<) si coglie una non sempre precisa capacità di articolazione del pensiero e, a tratti, una leggera confusione sull’aspetto più importante del tutto ossia il covo brigatista e/o la prigione di Moro.
L’articolo è opera del giornalista, ovviamente, ed il riadattamento di un colloquio in forma scritta è spesso necessario perché un’intervista riportata letteralmente, potrebbe risultare difficilmente fruibile in forma scritta.

Il 21 marzo Fonti si recò a Roma ed incontrò un agente del SISMI che lui conosceva come Pino ma che gli confida di non essere in possesso di nulla. Pino, però, gli offre la possibilità di incontrare direttamente il segretario della DC Benigno Zaccagni. Cosa che avvenne il giorno seguente al Cafè de Paris nella centralissima via Veneto allorchè il politico, imbarazzato per la situazione, chiese a Fonti un aiuto per risolvere la situazione rassicurandolo che la DC avrebbe saputo sdebitarsi.

Il 25 marzo Fonti incontrò un esponente della Banda della Magliana che, secondo il referente romano di cosa nostra Pippo Calò, saprebbe molte cose. Calò, inoltre, informò Fonti che anche cosa nostra era entrata in azione. Il “Cinese” (soprannome del malavitoso della Magliana) dice a Fonti che non è un mistero dove si nascondono Moretti e gli altri. In una strada sulla Cassia nota come via Gradoli. Secondo il “Cinese” però i brigatisti non li vuole trovare nessuno.

Successivamente Fonti viene portato in un negozio il cui proprietario, uno ‘ndranghetista di nome Morabito, gli conferma che di sicuro in via Gradoli qualcosa c’è. Se non la prigione di Moro, almeno un covo delle BR.

Dopo la terza conferma, Fonti ricontatta l’agente Pino facendo finta di non aver scoperto nulla e di necessitare di altro aiuto tanto da spingere Pino ad un nuovo incontro con un carabiniere addetto all’Ambasciata di Beirut sotto il comando del Colonnello Giovannone. Balestra, questo il nome del carabiniere, confessa di non riuscire a fare dei passi avanti a causa delle continue informazioni depistanti che riceve. Ma si dichiara convinto che in via Gradoli 96 ci sarebbe un covo importante delle BR, al momento abbandonato ma attorno al quale i brigatisti bazzichino ancora. Era la fine di marzo. E qui Fonti iniziò a nutrire dei dubbi sulla utilità della sua trasferta in quanto ebbe la netta impressione che dietro la facciata di costernazione dei partiti si nascondeva un qualcosa di inconfessabile.

A questo punto Fonti si imbatte nell’Onorevole Benito Cazora che reputava tra i pochi ad interessarsi veramente ad individuare qualche covo brigatista o la prigione di Moro, tanto da indurlo ad avere incontri con chiunque potesse dargli una mano.
Alla presenza di altri due ‘ndranghetisti, Fonti incontra Cazora in un ristorante. L’Onorevole è angosciato, racconta degli incontri con Varone che lo avevano lasciato un po’ perplesso per la spacconaggine del malavitoso. Lo stesso Fonti non dava alcun peso, all’interno della ‘ndrangheta, a Varone. Fonti informa Cazora che si sta muovendo e i due si lasciano con l’Onorevole che gli augura di avere più fortuna di lui.

Poco dopo il 4 aprile e la lettera di Moro a Zaccagnini, l’agente Pino ricontatta Fonti perché stavolta a chiedere del malavitoso è niente di meno che il numero uno del SISMI Giuseppe Santovito. L’incontro avvenne a Forte Braschi (nell’ufficio di Santovito) e il direttore de SISMI chiese a Fonti se aveva notizie riguardo un appartamento al numero 96 di via Gradoli. Alla conferma di Fonti, Santovito è lapidario: “E’ giunto il momento di liberare il Presidente Moro”
Il 9 o il 10 aprile, Fonti soddisfatto tornò a San Luca da Romeo che dopo aver ascoltato il suo racconto lo gela perché da Roma i politici hanno cambiato idea e quindi loro avrebbero dovuto tirarsi da parte. Fonti è amareggiato, ma non se la sente di buttar via due settimane di lavoro proficuo. E quindi prende una decisione eclatante: disobbedisce al suo boss e telefona alcentralino della Questura di Roma per dire di andare a via Gradoli 96, dove gli agenti avrebbero trovato i carcerieri di Moro.
Siamo al 10 aprile, dunque, molto prima della scoperta del covo e dopo sia alle perquisizioni degli agenti che alla informativa della seduta spiritica.

Ne 1990, Fonti stringe una cordiale amicizia fondata sul rispetto con il capo brigatista Moretti all’interno del carcere di Opera e i due si trovano a frequentare insieme un coso di informatica. Un giorno una guardia consegna a Moretti una busta, che lui apre, ne estrae il contenuto che era un assegno circolare. Senza nascondersi lo gira e lo riconsegna alla guardia guardando Fonti e commentando “Questo, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal Ministero dell’Interno”. Fonti pensò ad una burla, ma qualche tempo dopo un brigadiere gli confidò che quei soldi erano fatti passare per il compenso di un insegnante di informatica e dati a Moretti per garantirne il silenzio.


Vogliamo porci delle domande? Abbiamo solo l'imbarazzo della scelta...

Perché Cazora non ha mai accennato all’incontro con Fonti?
Perché Fonti definisce Cazora l’unico che vuole realmente salvare Moro?
Esistono ancora le tracce degli assegni di Moretti negli archivi amministrativi dello Stato?
Santovito (P2) si disse pronto ad intervenire. Poi venne uno stop. La P2 è lo Stato, non è un organo deviato. Quindi lo Stato prima vuole salvare Moro e poi ritorna sulla sua decisione. Se la P2 era un organismo effettivo dello Stato, a questo punto verrebbe meno la logica secondo la quale la P2 avrebbe svolto un’attività sotterranea, all’ombra dello Stato e al fianco dei brigatisti come mandante e co-esecutore del sequestro.
Fonti, telefonando alla Questura di Roma, avrebbe commesso una disobbedienza agli ordini di una gravità inaudita per un mafioso. E’ credibile?
Perché Fonti ha atteso ben 4 anni (dal 2005) per aggiungere questi particolari sulla vicenda Moro? Si è mosso autonomamente o fa parte di una manovra più ampia?

Agganciandomi a quest’ultima questione, raccolgo e giro a tutti voi la riflessione che un amico molto più addentro di me a queste vicende mi ha posto. Visto che è stato attendibile sulle navi raccontando nello specifico i suoi rapporti col SISMI e conservando come prova i numeri di codice delle macchine, non è inquietante e davvero molto probabile che abbia contattato i servizi anche per tornare sulla vicenda Moro? Giochiamo a carte scoperte per una volta: è proprio così fantasioso ammettere che dietro a tutti i misteri ci sono i Servizi Segreti?

Io credo che sia arrivato il momento, una volta per tutte, che ci confessino il ruolo che hanno giocato, se erano indipendenti o come oggi (vedi caso Pollari Abu Omar) dovevano agire esclusivamente eseguendo ordini altrui…

In questa logica potrebbe trovarsi anche la spiegazione de voler dapprima salvare Moro, poi non più.
 
Diciamocelo chiaramente.
La “questione Battisti” è diventata un vero e proprio assillo per il nostro Governo. E non perché garantendo la galera ad un ex terrorista si compirebbe un atto dovuto ai familiari delle vittime degli “anni di piombo”. Ce ne sarebbero di forme alternative di risarcimento sia morale che materiale per chi ha perso un proprio caro senza essersene ancora dato una ragione. E senza essersi dato una ragione neanche per il colpevole abbandono che ha subito da quelle Istituzioni che, spesso, il proprio caro era impegnato a difendere.

No. La “questione Battisti” ha radici principalmente (per non dire quasi esclusivamente) politiche. Una sorta di traguardo, di vittoria da sbandierare all’Europa per dimostrare quanto il nostro Governo sia forte e giusto.

Io una soluzione ce l’avrei. Una soluzione che potrebbe accontentare tutti ma, soprattutto, tiene conto di due aspetti che non possiamo far finta di dimenticare: la verità e l’umanità.
Battisti torni in Italia e, di fronte ad un Tribunale, si dichiari colpevole o innocente.

Nell’ipotesi in cui si dichiarasse colpevole, venga immediatamente arrestato per scontare la sua pena e faccia i nomi di tutti coloro che hanno commesso reati assieme a lui. Ciascuno di essi, però, il giorno dopo l’arresto presenterà richiesta di grazia al Presidente della Repubblica che la firmerà all’istante. Con la liberazione dei colpevoli, però, siano attivate anche forme concrete di risarcimento per i familiari delle vittime che avranno finalmente saputo la verità e potranno iniziare, seppur tardivamente, un percorso di riconciliazione con il proprio dolore.
Qualcuno dirà: “Ma Battisti è stato già processato e condannato!”. E’ vero. Ma è stato condannato grazie a leggi speciali e non ha potuto difendersi. Non sarebbe giusto azzerare il processo e rifarlo a distanza di 30 anni con l’imputato?

Nell’ipotesi in cui si dichiarasse innocente, resti libero in Italia e si apra un nuovo processo. Se al termine di questo sarà condannato, dovrà scontare la propria pena in carcere senza possibilità di grazia (tenendo conto delle leggi di oggi e non delle leggi speciali dell’epoca…). Se, viceversa, avrà ragione lui e ne dovesse uscire innocente dovrà essere lo Stato a risarcirlo materialmente. Moralmente ci dovranno invece pensare tutti quei politici dai facili slogan che hanno minacciato il Brasile di interrompere i rapporti diplomatici o di boicottare le partite di calcio.

Ma vediamoli alcuni dei proclami più recenti (quelli dei mesi scorsi sono troppi per poterli citare).

Pedica (IDV)
«Siamo pronti a nuove e clamorose forme di protesta se tra dieci giorni non ci sarà l'estradizione del terrorista pluriomicida. […] sono pronto a rifare lo sciopero della fame insieme a tutte quelle persone che ancora credono in questo principio che va ben oltre i confini di una nazione».

Un ultimatum in vero stile anni ’70. Clamorose forme di protesta? Mah, non credo che il 20 settembre, dietro al Sen. Pedica ci sarà la fila. Alla mensa della Caritas, purtroppo, ancora si.

Volontè (UDC)
«Il Brasile si macchia ancora di un atto vile e codardo. Per l'ennesima volta beffa la giustizia, umilia la storia del popolo italiano, il ricordo delle vittime, il dolore delle loro famiglie e le richieste del Governo rese a nome di tutte le forze politiche. Invitiamo con decisione l'Esecutivo a sospendere le relazioni diplomatiche con Brasilia».

Il Brasile, caro Volontè, non “beffa” la Giustizia. Cerca di applicare le sue leggi, e lo fa nelle sedi opportune. Il Tribunale Federale Supremo, se lei è un democratico, è un’Istituzione di uno Stato libero e democratico che lei deve rispettare. Inoltre se, come dice, tiene davvero al ricordo delle vittime perché non propone delle iniziative che vadano in direzione di quello che le vittime davvero vogliono, e cioè la verità?

Storace (La Destra)
«Il rinvio della decisione sull'estradizione del terrorista Battisti è un atto di infamia a cui l'Italia deve reagire con durezza. È inaccettabile che per il sangue versato, un delinquente politico non debba pagare con la galera le sue colpe».

Ok, Storace. Reagiamo con durezza. Vuole proporre il bombardamento del Brasile o la sua esclusione dai prossimi mondiali di calcio? Magari la seconda ci tornerebbe più comoda, no?
Le vorrei ricordare, visto che è lei stesso a dire che “un delinquente politico deve pagare con la galera le sue colpe”, che potrebbe davvero darsi da fare per garantire lo stesso principio ad altri tre casi, di cui troppo spesso ci si dimentica.




 





    Alessio Casimirri                   Delfo Zorzi                           Roberto Fiore


Vogliamo ricordare Alessio Casimirri (che nella sola via Fani ha fatto più vittime di tutte quelle attribuite a Battisti)? Oppure Delfo Zorzi, adesso benestante imprenditore giapponese esponente dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, imputato nel processo per la strage di Brescia e che nel 2002 ha detto a Repubblica che non intende tornare in Italia per farsi processare perché ritiene inaffidabili i giudici (e quindi il nostro sistema giuridico)?
Ma come dimenticarci di Roberto Fiore, fondatore di Forza Nuova che si è candidato alle elezioni europee e che nel 2008 era addirittura candidato alla Presidenza del Consiglio? Storace certmente ricorderà che Fiore è stato condannato per banda armata in primo grado a 5 anni e in secondo a 3 e mezzo. Che ha trascorso un lungo periodo di latitanza all’estero e che infine non è andato in carcere perché è arrivata la prescrizione. Che dichiara di essere stato “attivo in senso radicale” nella destra e che “c’era anche la spinta romantica di una gioventù alla ricerca di una verità”. In definitiva, secondo Fiore “non si può criminalizzare quel periodo”. E quindi adesso “è sceso in campo” per dirci come dovrà essere l’Italia del futuro (ovviamente senza ROM e islamici).

La cosa che più mi fa male è che di fronte a questi casi io non trovo le parole ma le associazioni delle vittime, che forse le parole ce le avrebbero eccome, non le pronunciano. E questa è un’autocondanna che si porteranno dietro per sempre. Dare la colpa del proprio dolore ad una pagliuzza non potendo dire dove sia la trave…
 
Nelle scorse settimane mi hanno molto colpito una serie di esternazioni del "solito" picconatore Emerito Sen. Francesco Cossiga sull'eventuale ruolo di potenze straniere negli attacchi sferrati al nostro Premier con l'obiettivo di minarne la credibilità morale agli occhi di un popolo (a suo dire) innamorato del proprio leader e per questo inattaccabile dal punto di vista politico.
Alludo, ovviamente, alle vicende legate a Villa Certosa, alle feste organizzate ed alle finalità delle stesse. >Leggi l'articolo di Marco Cazora<


Subito dopo l'ex Presidente della repubblica, anche il Ministro Bossi ha sollevato il problema, oltretutto rincarando la dose ed arrivando ad accusare i servizi di intelligence di aver, in passato, messo delle bombe.
A me è sembrato strano che nessun magistrato abbia inteso convocare il senatur per verificare, data la gravità della sua affermazione, quali fossero in merito le informazioni in suo possesso. Ma tant'è, siamo in Italia...

Riporto le due dichiarazioni in questione e rimando ad uno speciale di approfondimento per il resto dei lanci di agenzia.

COSSIGA, SERVIZI VERIFICHINO SE C'E' STATA OPERAZIONE CONTRO L'ITALIA -29 giugno Adnkronos
I Servizi segreti verifichino se da parte dell'intelligence di "Paesi 'alleati ed amici'", vi e' stata "un'operazione di 'intossicazione' e di 'disinformazione' dell'opinione pubblica italiana e internazionali ed anche a livello di altri Governi esteri, nei confronti del nostro Paese e del suo Governo, al fine di screditare all'interno e/o all'estero la sua politica estera e militare o di influire su di essa''. Lo chiede il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, in un'interpellanza ai ministri dell'Interno, dell'Economia e della Giustizia, in riferimento all'inchiesta condotta dalla Procura di Bari che fa riferimento anche a vicende private del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

BOSSI: I SERVIZI SEGRETI PRIMA USAVANO LE BOMBE, ORA USANO LE DONNE - L'INTERVENTO DI COSSIGA - 04 luglio Adnkronos
Il leader della Lega Umberto Bossi ribadisce di non credere "a una sola parola" sulla vicenda delle feste private a Villa Certosa con le giovani donne organizzate dal presidente del Consiglio. "A volte penso a quello che è successo e mi sembra una roba tutta organizzata - ha detto Bossi parlando dal palco di una festa della Lega ad Arcore, a poche centinaia di metri dalla residenza di Silvio Berlusconi Villa San Martino - i Servizi sono quelli che organizzano tutte quelle porcate. Mi sembra quello che avveniva anni fa. Allora era peggio perchè usavano le bombe. Oggi, vabbè, usano le donne".
Per Bossi "il fine è sempre lo stesso: destabilizzare i governi".
"Berlusconi forse - ha proseguito Bossi - ha un solo difetto: che invece di farsi accompagnare dalla polizia normale si fa accompagnare dai Servizi segreti. Meglio farsi accompagnare dalla gente della Lega, come faccio io, e dalla polizia normale, dalla Digos. Farsi accompagnare dai Servizi, mah...".


In questi giorni mi è giunta un'interessante analisi di un osservatore acuto e competente come Marco Cazora, amico che da tanto tempo si occupa (per pura passione) di "osservare" le vicende italiane con la sensibilità di colui che ha approfondito molte vicende del passato. >Leggi l'articolo di Cazora<

La domanda che voglio porre ai lettori è molto semplice: Cossiga quando chiede di verificare l'ingerenza straniera nelle vicende italiane,  parla per esperienza diretta? Forse allude a tutto ciò che è avvenuto in Italia da Portella della Ginestra a Tangentopoli (vicenda, quest'ultima, che oltre al ricambio di una generazione di politici, lo costrinse alle dimissioni anticipate da Presidente della Repubblica)?

La spiegazione alternativa, invece, sarebbe che il nostro Emerito si stia facendo troppo condizionare dai successi editoriali della coppia Steve Pieczenik-Tom Clancy. Sembra che almeno uno dei due si intenda molto di questi argomenti...
 
Di Manlio  12/07/2009, in Attualità (2249 letture)
Dopo 28 anni di silenzio, grazie al film di Luigi Maria Perotti “L’infame e suo fratello” (>leggi intervista a Perotti<) si torna a parlare del primo pentito delle BR, del fratello ucciso dopo 55 giorni di prigionia dalle BR di Senzani e, per la prima volta, entra in scena Roberta Peci, figlia di quel Roberto la cui tragedia fu ignorata dall’intera nazione.  A differenza di quello che si era verificato nello stesso periodo per l’assessore campano della DC, Ciro Cirillo. >Leggi la news<

Roberta chiede che al padre sia intitolata l’attuale via Boito, la strada nella quale Roberto fu rapito il 10 giugno del 1981.
E’ un tentativo di non rimuovere la memoria, più che di ristabilire la verità.
Poi Roberta, presente al sedicesimo Premio Libero Bizzarri DocFilmFest-Academy a San Benedetto del Tronto, si è lasciata andare ad altre dichiarazioni che in parte rappresentano dei messaggi ai soliti destinatari, in parte errori di valutazione storica dei fatti.

«Roberto Peci non era militante delle Br - ha spiegato la figlia -. Non credeva nella violenza. È stato una vittima innocente delle Br», che ha pagato «un prezzo irragionevole, troppo alto. Era un'antennista di 25 anni, morto ammazzato come un cane».

Premetto che la mia prima necessità è il rispetto verso dolore di una ragazza che nasce senza padre e che cresce portandosi appresso un aggravio di dolore per non potersi dare una giustificazione al fatto di non aver mai potuto ricevere una carezza dal genitore.
Premesso questo, non mi sento di condividere il fatto che non essendo Roberto Peci un militante delle BR fosse un convinto non violento. L’aver assaltato la sede della Confapi di Ancona in quel contesto storico e con le tipiche modalità di una banda eversiva, voleva dire essere coscienti che da li in poi il grande salto era possibile. Ed infatti il fratello Patrizio quel salto lo fece. Che poi si possa essere convinto che quella non fosse la strada giusta, che avesse meditato di mettere su famiglia e di lavorare da antennista è un altro discorso.

Non citando mai il nome dello zio Patrizio, Roberta rincara la dose: «Se il fratello di mio padre non si fosse pentito, Roberto Peci sarebbe ancora vivo […] non mi aspetto niente, non mi ha mai cercato. Come avrebbe potuto, se ancora sostiene che se potesse tornare indietro non cambierebbe nulla!».

E’ bene ricordare come Patrizio Peci si sia rifatto una vita, ha un lavoro, viva sotto falsa identità ed è ancora protetto dai carabinieri. Lui e la sua famiglia, in questi 28 anni, si sono chiusi nel silenzio e tutti i privilegi di cui ha goduto appaiono motivati più dalla necessità di dare protezione ad un segreto che all’incolumità personale.
Nei confronti di un ex brigatista pentito, lo Stato non si è mai preoccupato più di tanto dopo aver raccolto le sue, in molti casi misere, rivelazioni. Dai più fatte solo per il desiderio di evitare un ergastolo che da reali motivazioni di coscienza. Anzi, molti di essi, sono stati lasciati morire in carcere, massacrati dai compagni irriducibili, affogati nell’acqua del cesso, impiccati o sgozzati. Episodi ugualmente tragici a quelli di Roberto Peci.

E allora sorge il sospetto, che dietro la storia dei fratelli Peci, ci sia qualcosa di ancora indicibile, autorizzato ad altissimi livelli, portato avanti senza scrupoli. Qualcosa che a distanza di 28 anni non può essere ancora rivelato apertamente.

Se la famiglia Peci non ha potuto sfogare la propria rabbia e vedere assicurati alla giustizia anche coloro che causarono, con le loro scelte crudeli forse giustificate dal voler combattere con ogni mezzo e ad ogni costo il fenomeno brigatista, una vicenda terrificante come quella che vide protagonista Roberto, altri forse ritengono che i tempi siano maturi e iniziano ad assaporare il gusto delle proprie rivelazioni.
E così, uno dei protagonisti di quella storia, decide di contattare un bravo e coraggioso giornalista, Giorgio Guidelli, raccontando quello che Giorgio ha raccontato a noi il 24 aprile scorso, leggendo le dichiarazioni testuali della sua fonte. >ascolta la serata sulla storia di Roberto Peci<
Una roba da brividi che, ovviamente, nessuno raccoglierà perché nessuno vuole scottarsi le mani (o anche di peggio).

E, infatti, 28 anni fa ai funerali di Roberto non vi fu nessuna rappresentanza istituzionale (ad eccezione di Boato e Pinto). Neanche come forma di ringraziamento e di vicinanza verso la famiglia di uno che aveva consentito a quello stesso Stato di colmare le lacune che avevano da sempre impedito un’efficace azione contro le BR.
Lo Stato fu latitante durante il sequestro, abbandonando i Peci al loro destino, perché decise che la verità non valeva la vita di un operaio, mentre la sconfitta poteva essere messa in conto per liberare un assessore napoletano. Sempre a patto del silenzio, però. Perché anche Ciro Cirillo ha recentemente detto che anche Moro sarebbe potuto essere liberato se si fosse stati disponibili a pagare un riscatto come nel suo caso. Ma ha anche precisato di non voler aggiungere altro perché, pur avendo ottant’anni, ci tiene a morire di morte naturale.

Insomma, cara Roberta Peci. Se fossi in te, penso che il modo migliore che avrei per ricordare ed onorare la memoria di mio padre sarebbe la ricerca della verità che, è vero, potrebbe rivelarsi molto amara, ma che restituirebbe giustizia a chi per quella morte non ha mai pagato il giusto prezzo.
 
Di Manlio  27/06/2009, in Attualità (1784 letture)
A tre anni di distanza dalla sua realizzazione e dopo che il regista Giuseppe Ferrara ha fatto di tutto per portarlo al grande pubblico, RAI Tre ha deciso di mandare in onda "in prima TV" il bel film "Guido che sfidò le Brigate Rosse" che narra la storia del sindacalista di Genova e che ebbe il coraggio di denunciare un operaio che in fabbrica distribuiva volantini delle BR.

Sfortunatamente rimase isolato e probabilmente anche per questo divenne un facile bersaglio delle BR genovesi che il 24 gennaio del '79 lo uccisero sotto casa.

La figlia di Guido, Sabina Rossa, oggi parlamentare del PD, ha scritto un bel libro "Guido Rossa mio padre" in cui narra la storia del padre e dell'inchiesta che lei stessa ha portato avanti dopo tanti anni.



Sabina Rossa

Il film era stato voluto dalla CGIL per celebrare il centenario di attività, è stato finanziato dalla RAI e dall'ILVA ma non ha mai avuto la possibilità di essere proiettato nei cinema o in TV. Un vero e proprio boicottaggio che spinse Ferrara a scrivere al Presidente Napolitano per chiedergli se lo Stato stesse dalla parte delle vittime o delle BR.

Strano destino quello di quest'ultimo film di Ferrara. Pronto dal 2006, andrà per la prima volta in TV domani sera, domenica 28 giugno, alle 23.15. Si, alle 23.15, quandoil grande pubblico sarà già con il pensiero al lunedi lavorativo.
Articolo 21 in un suo articolo si augura che qualche milione di italiani decida di vedere il film. Ce lo auguriamo ma difficilmente anche questa volta il bel film di Ferrara sarà visto dal grande pubblico.

In conclusione una considerazione personale. Peccato che il produttore Carmine de Benedictiis non potrà vedere il suo prodotto, dopo tanto penare. Ci ha lasciato nell'aprile dello scorso anno. Ma forse da lassù riuscirà a godersi in silenzio lo spettacolo. Sempre che il segnale di RAI Tre sia visibile...
 
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