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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di Manlio  31/10/2007, in Dal libro (1957 letture)

Molto si sta discutendo in questo periodo sulla questione delle verità nascoste nel caso Moro ma, più in generale, sull'intera storia degli anni '70.

Tanti post e tanti punti di vista sono stati pubblicati sul Blog di Giovanni Fasanella La Storia Nascosta.

Una chiave per trovare le risposte, secondo me, c'è. Nel senso che ciò che è successo durante le trattative (quelle vere, intendo, non ciò che è stato fatto alla luce del sole...) sarà pure indicibile, ma non è di certo indecifrabile.

Dal libro vorrei citare due momenti che mi sembrano significativi in tal senso.

1) Il resoconto del colloquio con l'avv. Giannino Guiso ed in particolare (pag. 178):
"Le BR sono arrivate ad uccidere Moro, a mio parere, perché sono state costrette a farlo; quindi qualcuno le ha costrette a fare ciò"

2) Un'analisi personale sulla quale mi piacerebbe conoscere l'opinione dei lettori (pag. 131-132):
"Ammettere l’esistenza di trattative occulte top-secret (che ne sia stato o meno protagonista il musicista russo) e che queste trattative abbiano visto protagonisti personaggi legati a intelligence italiane o straniere, non vuol dire rileggere la storia del sequestro in chiave dietrologica, considerando il ruolo delle br semplice strumento operativo privo di potere decisionale autonomo. Tutt’altro. Proprio perché le br erano ciò che dicevano di essere, un’Organizzazione rivoluzionaria autentica, non era possibile riconoscerle come controparte, perché questo avrebbe significato una capitolazione. Nel tentativo di instaurare una qualsiasi forma di contatto diretto era necessario non agire a “viso scoperto”. Quando due eserciti sono in guerra tra di loro, il fatto che i generali nemici si incontrino per trattare, non vuol dire che una delle due armate debba essere considerata al soldo dell’altra. È naturale che ciascuna delle due parti si pone l’obiettivo di strumentalizzare l’altra operando in perfetta buona fede (rispetto alle proprie finalità). Lenin, in fin dei conti, tornò a Mosca grazie all’opera dei servizi segreti tedeschi. Questo non porta a dubitare della sua autenticità: sapeva di correre il rischio di essere strumentalizzato, ma pensava di poter, a sua volta, strumentalizzare."

Il problema é: a chi dobbiamo chiederne conto?

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Di Manlio  23/10/2007, in Attualità (1111 letture)

Fine pena: mai e poi mai?

Riprendo un articolo pubblicato sul Corriere della Sera sabato 20 ottobre (presente nella sezione Articoli Leggi) nel quale vi è l'ennesima segnalazione relativa ad un ex brigatista (ma il discorso vale per i militanti di tutte le altre organizzazioni) e ad un suo incarico lavorativo presso un Ente Pubblico.

Anna Laura Braghetti, condannata all'ergastolo per il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e per l'assassinio di Vittorio Bachelet, collabora con l'agenzia del Ministero del Lavoro "Italia Lavoro" nell'ambito di un progetto denominato "Pari" che ha l'obiettivo la ricollocazione lavorativa di ex detenuti.
La Braghetti guadagna 1.300 € al mese ed il contratto, avviato nel luglio del 2006, scadrà al termine del 2007.

Naturalmente, ciascuno ha approfittato della ghiotta occasione, per dare il meglio di se. Da chi sostiene che chi ha combattuto lo Stato non può lavorare per ciò che ha tentato di abbattere a chi invita a rinchiudere gli ex terroristi in cella e a buttare la chiave.

Nessuno, e dico nessuno, che in queste occasioni colga l'opportunità per distinguersi al di fuori del coro e ribadire un concetto importante:
"Il nostro Paese si è dato l'ordinamento delle leggi speciali, prima, e degli "sgravi" giudiziari, poi, per tentare di chiudere un periodo buio e luttuoso della nostra storia. Ma questo è servito ad una riconciliazione sociale presupposto per la verità o è stato solo un tentativo frettoloso di rassettare il copriletto lasciando in disordine le lenzuola? E se è stato così, quale ne è stata la causa e, soprattutto, quale ne potrà essere la via d'uscita?"

Il commento di una persona intelligente ed informata come Giovanni Fasanella (leggi la notizia dal suo Blog) è la semplificazione del problema. "L'impunità in cambio del silenzio" infatti resta solo un gridare "al lupo al lupo" quando il lupo è lontano un chilometro dal gregge facendo finta di non vedere le mani del vicino che si aggirano furtive nei pressi del pollaio.
In queste occasioni mi sembra che siano davvero pochi coloro che si chiedono se i benefeci di cui i detenuti hanno fruito, il loro reinserimento nel mondo del lavoro siano avvenuti nel rispetto dei requisiti di legge. Perchè se così fosse, caro Fasanella, il problema non si risolve impedendo agli ex di rivestire i panni di essere umano. Si affronta andando ad approfondire chi ha scritto quelle leggi, cosa faceva in quegli anni e cosa fa adesso.

Mi sorge il dubbio che questo tipo di notizie non "nascano" casualmente ma, in qualche modo, facciano parte della strumentalizzazione Machiavellica "mischia sempre lo vero con lo falso acciocchè nessuno sappia più quale è lo vero e quale è lo falso". Perchè è uscita solo oggi? Se è relativa ad un contratto del 2006 possibile che, con tutte le inchieste fatte e tutte le polemiche su elezioni ed incarichi di ex terroristi in ambito pubblico (vedi casi D'Elia e Ronconi), sia emersa solo in prossimità della sua scadenza? O è lecito chiedersi se, forse, qualcuno abbia ritenuto l'attuale il momento più opportuno?

Giovanni Moro ha sollecitato, nel suo libro Anni settanta, la chiusura di quegli anni approfondendo le responsabilità politiche al di là delle responsabilità penali dei brigatisti. Quando sarà possibile tutto ciò? L'Italia, si sa, non è la patria del coraggio e sperare nel gesto eroico ed autonomo di qualche politico, storico, ex agente o ex brigatista, mi sembra improbabile. Allora quale è la strada per arrivare a comprendere fino in fondo le responsabilità collettive e fare un passo avanti nella chiusura di quegli anni?

"Fine pena: mai". E' scritto sul fascicolo dell'ergastolano. Ma non "fine pena: mai e poi mai e per nessuna ragione"

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Di Manlio  15/10/2007, in Attualità (1108 letture)
Visto che l'obiettivo di questo spazio è quello di tentare di trovare una soluzione collettiva alla chiusura degli anni '70, mi è sembrato doveroso inaugurare il BLog con un articolo di Renato Farina dello scorso 7 ottobre.
L'ex giornalista vice direttore di Libero si è preso, finalmente, la rivincita nei riguardi di tutti coloro che lo hanno attaccato per la marginale vicenda del SISMI. Farina ha infatti fornito agli inquirenti, a riprova del suo straordinario attaccamento alle istituzioni, niente di meno che l'indirizzo web dell'organo ufficiale delle Brigate Rosse. Da ora in poi non saranno più necessarie lunghe indagini, arresti, carcere preventivo: basterà collegarsi al sito www.brigaterosse.org per cogliere in flagranza tutti (e dico proprio tutti visto che vi sono iscritti la bellezza di 628 utenti) i pericolosi eversori.

E' davvero inutile, credo, commentare tale notizia riportata dall'ex vice direttore di Libero che, ricordiamo, fu radiato dall'Ordine Nazionale dei Giornalisti (vedi articolo su L'Unità).

Analizziamo un attimo l'incipit dell'articolo:
"Prima di scrivere, un momento fa, ho preferito fare un controllo. Perché non ci credo, non riesco. Invece sì. Uno dei siti più attrezzati e belli che ci siano in Italia si chiama: www.brigaterosse.org. Le Brigate rosse hanno un sito internet, libero e prospero. Un tantino apologetico di reato, forse. Ma esiste e lotta insieme a noi. La copertina è la faccia di Moro prigioniero, ci sono le stelle a cinque punte. Poi c'è la sezione documenti. Messi in buon ordine. Integrali. È il manuale del terrorista, ideologico, pratico e glorificatore, molto elegante."

Farina ammette che, poichè la notizia era davvero esplosiva, ha voluto fare un controllo, verificare di prima persona. Come ogni agente segreto che si rispetti, verrebbe da dire.
Poi sottolinea il fatto di come si tratti di uno dei siti più attrezzati e belli tra quelli italiani, quasi a rimarcare come i brigatisti non badino a spese. Ed infatti tra i tanti documenti "apologetici" c'è perfino un manuale del terrorista. E pensare che un tempo i brigatisti sembra andassero nell'est europeo ad addestrarsi. Adesso possono farlo comodamente da casa loro.

Davvero incredibile.

Giacché ci siamo, vorrei segnalare a Farina una altro paio di scoop:
1) si è mai accorto di un sito che (questo si) inneggia alla ricostituzione del Partito Fascista? E' in rete, e chiede soldi per la campagna dei tesseramenti. E Libero è stato l'unico giornale a dedicare al sito qualche rigo nel marzo di quest'anno. Troppo indaffarato per dare importanza ad una notizia del genere?

2) si è mai accorto che nell'agosto del 2005 il sovversivo SISDE nella sua rivista GNOSIS ha pubblicato un articolo sulle Brigate Rosse rivalutandone il linguaggio e definendo che «Non era delirante, conteneva riflessioni» (vedi articolo per approfondire) e che "se le B.R. sono state sconfitte lo si deve anche a chi evitò letture superficiali del loro messaggio e predispose serie e coerenti risposte politiche, sociali ed operative".

Qualcuno sorriderà alla notizia, altri diranno che trattandosi di un atto di disinformazione mal confezionato, la gente non è stupida e non si farà prendere in giro. Sarà, ma faccio una semplice constatazione.
Il titolo di un articolo è l'aspetto più importante del testo, tanto è vero che la scelta è pertinenza dei direttori. Perchè? Perchè solo pochi lettori approfondiscono il contenuto per motivi di tempo o di interesse.
E allora su 500.000 persone che sfogliano il giornale solo il 10%, forse avranno letto a fondo e verificato la notizia. Per il restante 90% il messaggio che arriva è quello che dice il titolo.

Come è possibile sperare che si possa fare chiarezza su quegli anni, capire la nostra storia, perdonare e condannare quando c'è chi fa di tutto per distribuire disinformazione gratuita?
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Di Avv. Valter Biscotti  05/10/2007, in Giudiziario (1457 letture)
Sto approfondendo la lettura dell'immensa documentazione prodotta sul caso Moro e volevo rendervi partecipi della mia ultima piccola scoperta.

La mia attenzione si sta soffermando, in particolare, sul tema specifico degli interrogatori di moro.

I più attenti ricorderanno che Moretti, nel suo libro intervista, parla delle trascrizioni definendole difficoltose ed accennando a due cassette che lui sostiene essere state successivamente distrutte.
Ma subito dopo dice "a un certo punto smettiamo perfino di registrare" (pag158).
Vorrei sottolineare il PERFINO .

Questo significa che sono esistite altre cassette oltre a quelle che lui dice di aver distrutto.

Poichè in via Monte Nevoso si stava lavorando a ciò che doveva essere reso pubblico del processo a Moro non può escludersi che la redazione dei testi (il memoriale del '78 è di fatto un sunto del vero e proprio memoriale autografo di Moro del 90) possa essere anche avvenuta sulla base di un eventuale riascolto degli interrogatori (quelli registrati).

Concluso il mio ragionamento, mi dico: "Sta a vedere che magari anche in via Monte Nevoso c'erano delle cassette".
Vado a Roma alla biblioteca del Senato a consultare gli atti della commissione e, tra gli oggetti repertati in via Monte Nevoso, trovo un registratore a cassette con uno di quei fili-auricolari per l'ascolto e ben 11 cassette di cui mai , dico mai, nessuno ha parlato.
Esattamente come per quelle di via Gradoli per le quali, ricordo, il verbale dell'agente che le sbobinò, parlava di "persona che parla con compagni di articolo".

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