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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Stranamente nessuno, al di fuori delle cronache locali e di un trafiletto su Repubblica del 3 ottobre, ha parlato di questo episodio.

Un professore di Agrigento, una delle tante "vittime" dei tagli  di cui è stato oggetto il sistema scuola, ha pensato bene di chiedere aiuto. Ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica? Al Papa? Al presidente della Unione Europea?
Macchè. Ha chiesto direttamente l'intervento di chi deve aver reputato maggiormente disposto a raccogliere la sua richiesta: le Brigate Rosse

E così ha scritto un bel cartello, con tanto di stella a cinque punte, intitolato "Appello di tutti i precari alle Brigate Rosse" e lo ha esposto sul parabrezza della propria auto.

Quali fossero le intenzioni dell'ex prof. sembrano abbastanza chiare: far intervenire i "robin hood" brigatisti laddove, evidentemente, sindacati, politici e, soprattutto, il movimento degli stessi precari non sono riusciti a ottenere un dietro-front legislativo annullando i tagli previsti per il corrente anno scolastico.

A differenza del gruppo su Facebook che inneggiava alla morte di Berlusconi (mediante omicidio) e della lettera pervenuta al "Riformista" con minacce allo stesso Berlusconi ed estese anche a Fini e Bossi, episodi che sono finiti addirittura nei TG nazionali sebbene l'evidenza di iniziative goliardiche (la prima) o di un folle, di questo gesto "estremo" compiuto da un cittadino con tanto di nome e cognome, portavoce di una protesta concreta portata avanti da mesi, non ne ha parlato nessuno.

Si potrebbe pensare che a differenza degli altri due episodi questa è la protesta di un uomo isolato e disperato che non fa paura. Ma ci si sbaglia.
Non ne ha parlato nessuno perchè questo gesto non è strumentalizzabile, parte dal basso, ricorda quello che accadeva nelle fabbriche all'inizio degli anni '70 quando operai vicini alle nascenti organizzazioni armate indicavano ai compagni "che guevara" il capetto che in stabilimento opprimeva gli operai o che era il responsabile di punizioni contro dei singoli. E la fuori veniva subito eretto a simbolo dell'oppressione operata dal padrone contro la classe operaia e punito in maniera "proporzionale" alle sue "colpe" con semplici gesti dimostrativi o con veri e propri sequestri lampo con tanto di interrogatorio.
Esprime un malessere dal basso che non interessa nessuno ma preoccupa tutti. Perchè sia a destra che a sinistra hanno la "coscienza sporca", nessuno ha voluto raccogliere le istanze e dare risposte concrete a livello istituzionale a quella massa di precari della scuola e, più in generale, alla moltitudine di quei giovani ormai "professionisti della precarietà". E allora si preferisce non parlarne e dar voce solo a ciò che conviene maggiormente perchè più di moda (come Facebook) o mediatico come la lettera ad un quotidiano.

Un far finta di niente che ricorda un passato recente quando le Brigate Rosse erano ancora "sedicenti", fascisti mascherati o delinquenti comuni. Perchè a nessuno, al di fuori dell'arco parlamentare (ancora meno se posto a sinistra del PCI) era concesso di interferire, nessuno era legittimato a dar voce alle istanze degli strati sociali in lotta per condizioni più umane sul lavoro o per maggiori diritti sociali.

Salvo poi svegliarsi una mattina per scoprire che il peggio era stato compiuto...
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Sentir tornare agli "onori" della cronaca l'indirizzo via Gradoli 96 (a Roma nella zona della Cassia) fa un certo effetto. Ancor di più se il motivo per cui tale indirizzo ritorna sulle pagine di cronaca dei quotidiani è legato ad una vicenda che ha forti risvolti politici. >leggi articolo ANSA<

Come molti lettori sapranno, nei giorni scorsi è venuta alla luce una vicenda privata che ha per protagonista il giornalista Piero Marrazzo (presidente della Regione Lazio) che era stata utilizzata da quattro carabinieri come strumento di ricatto nei confronti dello stesso Marrazzo. I quattro militari sono stati arrestati e Marrazzo, dopo che è stato reso disponibile il video che lo ritraeva in un incontro intimo con un transessuale proprio al primo piano dello stabile che nel '78 ospitava un importante covo delle BR, si è dimesso.

Tralascio le considerazioni di carattere personale legate a questa "strana" vicenda. Mi piace però osservare che il palazzo in questione viene definito "l'alveare" dai suoi abitanti in quanto ospita molti appartamenti di trans quasi tutte brasiliane. Due di loro (Daniela e Sonia) hanno raccontato ai cronisti che di "politici e attori ne abbiamo visti e conosciuti tanti. Di vip qui ne vediamo tanti: professionisti, attori e politici sia di destra che di sinistra".


Via Gradoli 96 - L'appartamento al secondo piano con le luci illuminate
ospitava il covo brigatista scoperto il 18 aprile 1978, in pieno sequestro Moro

Quella strada e quelle palazzine, che furono oggetto di un'approfondita inchiesta del giornalista Gianpaolo Pelizzaro che scoprì il legame tra molti appartamenti e società di copertura del SISDE, sembrano oggi essere ancora una sorta di "zona franca" nella quale politici e vip si rifugiano (probabilmente al riparo, grazie a delle coperture, da occhi indiscreti) per i loro momenti privati.

Beh, sarebbe interessante se chi ha gli strumenti riuscisse a verificare i vari passaggi di proprietà dei singoli appartamenti e del quando e perchè quello stabile è diventato un piccolo "centro benessere" per personaggi facoltosi. Per essere destinato a certi ambienti, non si capirebbe come mai si siano scelti appartamenti di circa 40 mq nei quali arrivavano a vivere anche 10 trans. Credo che non sarebbe stato difficile trovare disponibilità in zone in grado di garantire tutt'altra accoglienza.

Ai tempi del sequestro Moro, molti testimoni raccontarono di persone sospette che entravano e uscivano in continuazione dallo stabile, altri che sembravano prestare servizio di guardia. Alcuni testimoni riconobbero addirittura dei brigatisti (>vedi articolo sul Blog<)

A qualcuno tra i residenti di più vecchia data andrebbe di raccontare qualcosa?
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Ho letto con molta attenzione il racconto che Francesco Fonti ha fatto al giornalista Riccardo Bocca. Nelle parole di Fonti riemergono molti nomi di un passato DC ancora vicino. Forse, però, all’ascolto di uno di quei nomi la maggior parte dei lettori si sarà detto “Cazora chi?”.
Penso sia opportuno raccontare il seguito, ciò che Fonti non poteva neanche immaginare.

Dunque. Questa volta a parlare è un pentito della 'ndrangheta, che non sarà probabilmente persona degna di stima ma sicuramente custode di segreti a noi del tutto sconosciuti fino a poco tempo fa. Sia nel caso delle navi, sia nel caso Moro sembra parlare con grande conoscenza e cognizione di causa. Io non posso essere certo sulla sua attendibilità ma visto che lo è stato, e con grande dovizia di particolari che poi hanno trovato riscontro, per quanto raccontato riguardo le navi dei veleni non posso negare che una certa tendenza a prenderlo sul serio forse non sia del tutto sconsiderata.

Attraverso i suoi racconti – a pochi forse interesserà, ma dal punto di vista politico ha grande rilevanza – Fonti riesce perfino a riabilitare la figura di Benigno Zaccagnini che dopo la morte di Aldo Moro si immolò a caprio espiatorio per tutta la D.C., visto che in qualità di Segretario del partito fu considerato il massimo responsabile per le sue mancanze e per la sua debolezza. Zaccagnini rimane comunque il primo e l'ultimo ad essere morto a seguito del rimorso che si portava dentro e che lo ha accompagnato gli ultimi anni della sua vita. Altri più longevi di lui, ancora vivi e vegeti; complice una stampa cialtrona, si lasciano andare quotidianamente ad interviste o dichiarazioni senza provare la benchè minima vergogna.

Per l'ennesima volta sento raccontare di mio padre, questa volta in modo quasi mirabolante, come chi voleva davvero salvare la vita di Moro era Benito Cazora. Peccato solo che a dirlo sia un pentito e non degli atti giudiziari…

Già, perchè come gli appassionati sanno, mio padre Benito non solo raccontava durante il rapimento Moro quanto facesse minuto per minuto, ma pur essendo stato ascoltato nel corso degli anni successivi da diversi magistrati essi hanno sempre ritenuto che non andasse preso in grande considerazione tanto da non essere mai citato come testimone in nessuno dei processi Moro. In seguito ci sono state diverse Commissioni Parlamentari, ma anche lì nulla. In fin dei conti perchè andare a svegliare il can che dorme? E' stato più semplice attendere la sua morte avvenuta nel 1999 a 65 anni.

É giunta l'ora però di raccontare una volta per tutte cosa è accaduto da quel lontano 1978 sino alla sua morte.

Benito Cazora era un politico in grande ascesa ma dopo essersi indebitamente occupato della salvezza di Aldo Moro ha dapprima ricevuto minacce di morte, seguite da continui pedinamenti ed appostamenti da parte delle Brigate Rosse. Ma a tutto non diede particolare peso in quanto “aveva fatto il callo” quando, in qualità di assessore al Comune di Roma, gli fu rubata l'auto e poi fatta rinvenire incendiata. E per ribadire la minaccia, nell’auto fu fatta rinvenire una lettera anonima che recitava “la prossima volta con te dentro”.

Cosa accomuna due fatti così diversi e lontani nel tempo? Che in entrambe le occasioni fu costretto a girare armato poiché nessuno pensò bene di fornirgli una scorta e naturalmente mio padre mai la chiese.

Torniamo alla politica e a quell'uomo in forte ascesa che nel 1979 è convinto di essere riconfermato alla Camera con molti più voti della volta precedente: ed invece si ritrova primo dei non eletti (al termine dei conteggi post-elettorali). Ma al momento della ratifica in Parlamento finisce addirittura al secondo posto (sempre tra i non eletti).
Fino a qui tutto apparentemente normale, si può sbagliare valutazione, l'elettorato può giocare brutti scherzi soprattutto quando ci sono da assegnare le preferenze. Ma per me che sono maligno qualcosa non quadra, il numero di lista di mio padre era il 17 e nei seggi succede di tutto: ci si accorda, questo a te l'altro a me. Se quel 17 lo leggiamo al momento dello spoglio come il numero 1 e il numero 7 tutto sarà diverso ed i voti di Cazora andranno rispettivamente ad Andreotti ed al suo braccio destro Evangelisti.

“Ce lo siamo tolto dalle scatole” avranno pensato coloro i quali non avevano di certo gradito quell'invasione di campo nel caso Moro, ma così non fu perchè Benito Cazora era testardo, tenace, appassionato.
Nel 1981 ricomincia da capo e si ripresenta al Comune e, puntualmente, verrà rieletto. Ma lì Cazora può anche restare, non da fastidio a nessuno. Quello che però torna da infastidire fu la sua rielezione nel 1983 alla Camera, del tutto inattesa per la classe politica.
Ricordiamo che dal dopoguerra in poi in ogni legislatura i ricorsi per le verifiche dei voti di preferenza sono stati una consuetudine, mai presa seriamente in considerazione dalla Giunta delle Elezioni che è l'organo preposto per le verifiche. Perchè ciò avveniva? Per accordi trasversali che volevano lasciar così le cose e non creare malumori di nessun tipo.

Nel 1983 accadde qualcosa di nuovo, di inedito, che in pochissimi ricorderanno.
Sulla base di ricorsi di alcuni esclusi, si comincia il riconteggio delle schede per il collegio del Lazio. Senza entrare in particolari di carattere tecnico la Giunta decide per la decadenza di Cazora dopo 2 anni dal suo insediamento, durante il quale era stato anche relatore di più leggi votate dal Parlamento. Da allora ad oggi non si è più verificato nulla di simile e così Cazora resterà nella storia d’Italia come l'unico parlamentare rimosso dalla sua carica.
Con tre piccole postille di cui valutare l'importanza e che sanno tanto di “accanimento”:
1. non era stato ritenuto ineleggibile come altri (rimasti) dalla magistratura,
2. il riconteggio delle schede fu solo parziale per cui non sapremo mai se i suoi voti fossero veramente minori rispetto ai ricorrenti
3. la Giunta ha agito andando oltre i tempi previsti dalla legge.

Nel corso del suo mandato parlamentare Benito Cazora fu relatore di un provvedimento che prevedeva il risanamento dei conti RAI allora in deficit per oltre 100 miliardi di lire, ma la sua spontaneità lo portò a commettere un imperdonabile errore: di fronte al consiglio di amministrazione RAI si “permise” di far presente che lo Stato non può ogni anno risanare i loro conti con cifre così alte e si spinse a suggerisce una più oculata gestione del bilancio. Questo mandò su tutte le furie Biagio Agnes, allora direttore generale che minacciò di fargliela pagare dicendo tutto a De Mita. Promessa che Agnes puntualmente mantenne.
 


Ciricaco De Mita e Biagio Agnes

Terminata suo malgrado l'esperienza parlamentare tornò al suo lavoro di dirigente d'azienda ma anche lì qualcosa non funzionò e dopo qualche tempo Agnes lasciòa la RAI per diventare Presidente dell' azienda presso cui mio padre lavorava…
Subito dopo, all'improvviso, sempre mio padre venne recluso nella sua stanza si vide revocato ogni incarico arrivando al paradosso di essere pagato per non far nulla! Dopo alcuni mesi di tortura psicologica fu costretto ad accettare il prepensionamento.

Da allora non narro quante volte mi sia imbattuto in singolari situazioni che tuttora proseguono. A 47 anni mi ritrovo senza lavoro e senza un soldo poiché forse mio padre è stato l'unico politico “ingenuo” che non ha lasciato nulla alla famiglia, neanche una sistemazione per i figli. Sfido chiunque a trovare figli di parlamentari nelle stesse condizioni. Una volta un lavoro l'avevo ma il cognome non era quello giusto e così fui licenziato, vinsi la causa ma non servì a nulla perché non fui riassunto.

Questo lungo racconto ha lo scopo di portare ad una riflessione. Tutto questo strano accanimento che dal 1978 in poi ha scientificamente portato alla morte politica di Cazora ed è poi passato senza ritegno anche alla mia persona, può avere un nesso con quanto fatto per il caso Moro?

Non è singolare che un pentito dell' 'ndrangheta (la mafia più vicina ai Servizi) racconti che Cazora fu l'unico a volere la salvezza di Moro? Altri come Signorile hanno tentato qualche iniziativa con fonti più dirette (vedi Pace e Piperno), ma solo Cazora ha dovuto lottare da solo contro tutti fino all'ultimo contro decisioni già prese sfidando “i potenti”. Due giorni prima della morte di Moro ne preannunciò l’uccisione se non si interverrà. Ed aveva ragione.

Francesco Cossiga

Ma il saggio e maggior conoscitore italiano dello stato, Francesco Cossiga, lo invitò a non far nulla perchè egli aveva notizie opposte “fra 2 giorni Moro sarà liberato”. Chi mai toglierà il dubbio che quanto avvenuto e continua ad avvenire non sia un gesto di ritorsione? L'uccisione politica costa meno di quella fisica e non se accorge nessuno. Perchè ad oltre 30 anni da quel fatto ancora si continua con il figlio? A che punto arrivò mio padre per provocare tale reazione?
Perchè non fu mai sentito? Forse qualcuno temeva qualcosa?
Perchè nessuno capisce che forse cercare un nesso tra il 1978 ed oggi aiuterebbe a capire e forse a scoprire molte verità?
Perchè questo comportamento si protrae a me anche dopo 10 anni dalla morte di mio padre? Chi ancora oggi ha il potere e la voglia di far del male?

Ad altri l'ardua sentenza.

Una piccola postilla per raccontare un episodio di costume che la dice tutta su questo Paese. Ieri è morta la Sig.ra Angiolillo per i più ovviamente un cognome sconosciuto. A Roma la Sig.ra era considerata la regina dei salotti d'Italia e Bruno Vespa che col suo Porta a Porta è considerato la terza Camera diceva di considerare il salotto Angiolillo la prima Camera. Li si decidevano le sorti del nostro Paese, quasi fosse una loggia massonica di cui Gianni Letta era il Gran Maestro. Ebbene oggi la Camera ha tenuto un minuto di silenzio per la morte della Sig.ra come la commemorazione di un caduto di guerra. Che strano conclave il nostro Parlamento davvero capace di ogni malefatta, da destra a sinistra.
Che speranze possiamo nutrire noi poveri mortali quando ci troviamo di fronte a soggetti capaci di ogni più impensabile atto?
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Il 22 settembre scorso sul sito dell’Espresso comparivano le dichiarazioni filmate del pentito Francesco Fonti riprese dal giornalista Riccardo Bocca.
>Guarda la video-intervista

Devo dire che una notizia del genere in un altro Paese avrebbe creato il pandemonio, spinto giornali e storici a porre ulteriori domande, indignato i rappresentanti delle Istituzioni che avrebbero potuto intravedere nelle parole di un ex mafioso attacchi diretti e pesanti verso il loro operato volto, a sentire Fonti, ad impedire la liberazione e l’incolumità di uno dei politici più importanti dell’epoca.
E invece nulla, a parte un piccolo richiamo su Repubblica e qualche blog che ha riportato la notizia senza però commentarla con il giusto senso critico.

Premettendo che lungi da me qualsiasi giudizio sull’attendibilità delle parole del pentito, provo a fare alcune riflessioni che potranno essere utili a quanti desiderano capire di più.

Cominciamo dal contesto. Sebbene nelle parole riportate nell’articolo Fonti appaia persona lucida e in possesso di una buona dialettica, ad ascoltare l’intervista (>Guarda il video<) si coglie una non sempre precisa capacità di articolazione del pensiero e, a tratti, una leggera confusione sull’aspetto più importante del tutto ossia il covo brigatista e/o la prigione di Moro.
L’articolo è opera del giornalista, ovviamente, ed il riadattamento di un colloquio in forma scritta è spesso necessario perché un’intervista riportata letteralmente, potrebbe risultare difficilmente fruibile in forma scritta.

Il 21 marzo Fonti si recò a Roma ed incontrò un agente del SISMI che lui conosceva come Pino ma che gli confida di non essere in possesso di nulla. Pino, però, gli offre la possibilità di incontrare direttamente il segretario della DC Benigno Zaccagni. Cosa che avvenne il giorno seguente al Cafè de Paris nella centralissima via Veneto allorchè il politico, imbarazzato per la situazione, chiese a Fonti un aiuto per risolvere la situazione rassicurandolo che la DC avrebbe saputo sdebitarsi.

Il 25 marzo Fonti incontrò un esponente della Banda della Magliana che, secondo il referente romano di cosa nostra Pippo Calò, saprebbe molte cose. Calò, inoltre, informò Fonti che anche cosa nostra era entrata in azione. Il “Cinese” (soprannome del malavitoso della Magliana) dice a Fonti che non è un mistero dove si nascondono Moretti e gli altri. In una strada sulla Cassia nota come via Gradoli. Secondo il “Cinese” però i brigatisti non li vuole trovare nessuno.

Successivamente Fonti viene portato in un negozio il cui proprietario, uno ‘ndranghetista di nome Morabito, gli conferma che di sicuro in via Gradoli qualcosa c’è. Se non la prigione di Moro, almeno un covo delle BR.

Dopo la terza conferma, Fonti ricontatta l’agente Pino facendo finta di non aver scoperto nulla e di necessitare di altro aiuto tanto da spingere Pino ad un nuovo incontro con un carabiniere addetto all’Ambasciata di Beirut sotto il comando del Colonnello Giovannone. Balestra, questo il nome del carabiniere, confessa di non riuscire a fare dei passi avanti a causa delle continue informazioni depistanti che riceve. Ma si dichiara convinto che in via Gradoli 96 ci sarebbe un covo importante delle BR, al momento abbandonato ma attorno al quale i brigatisti bazzichino ancora. Era la fine di marzo. E qui Fonti iniziò a nutrire dei dubbi sulla utilità della sua trasferta in quanto ebbe la netta impressione che dietro la facciata di costernazione dei partiti si nascondeva un qualcosa di inconfessabile.

A questo punto Fonti si imbatte nell’Onorevole Benito Cazora che reputava tra i pochi ad interessarsi veramente ad individuare qualche covo brigatista o la prigione di Moro, tanto da indurlo ad avere incontri con chiunque potesse dargli una mano.
Alla presenza di altri due ‘ndranghetisti, Fonti incontra Cazora in un ristorante. L’Onorevole è angosciato, racconta degli incontri con Varone che lo avevano lasciato un po’ perplesso per la spacconaggine del malavitoso. Lo stesso Fonti non dava alcun peso, all’interno della ‘ndrangheta, a Varone. Fonti informa Cazora che si sta muovendo e i due si lasciano con l’Onorevole che gli augura di avere più fortuna di lui.

Poco dopo il 4 aprile e la lettera di Moro a Zaccagnini, l’agente Pino ricontatta Fonti perché stavolta a chiedere del malavitoso è niente di meno che il numero uno del SISMI Giuseppe Santovito. L’incontro avvenne a Forte Braschi (nell’ufficio di Santovito) e il direttore de SISMI chiese a Fonti se aveva notizie riguardo un appartamento al numero 96 di via Gradoli. Alla conferma di Fonti, Santovito è lapidario: “E’ giunto il momento di liberare il Presidente Moro”
Il 9 o il 10 aprile, Fonti soddisfatto tornò a San Luca da Romeo che dopo aver ascoltato il suo racconto lo gela perché da Roma i politici hanno cambiato idea e quindi loro avrebbero dovuto tirarsi da parte. Fonti è amareggiato, ma non se la sente di buttar via due settimane di lavoro proficuo. E quindi prende una decisione eclatante: disobbedisce al suo boss e telefona alcentralino della Questura di Roma per dire di andare a via Gradoli 96, dove gli agenti avrebbero trovato i carcerieri di Moro.
Siamo al 10 aprile, dunque, molto prima della scoperta del covo e dopo sia alle perquisizioni degli agenti che alla informativa della seduta spiritica.

Ne 1990, Fonti stringe una cordiale amicizia fondata sul rispetto con il capo brigatista Moretti all’interno del carcere di Opera e i due si trovano a frequentare insieme un coso di informatica. Un giorno una guardia consegna a Moretti una busta, che lui apre, ne estrae il contenuto che era un assegno circolare. Senza nascondersi lo gira e lo riconsegna alla guardia guardando Fonti e commentando “Questo, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal Ministero dell’Interno”. Fonti pensò ad una burla, ma qualche tempo dopo un brigadiere gli confidò che quei soldi erano fatti passare per il compenso di un insegnante di informatica e dati a Moretti per garantirne il silenzio.


Vogliamo porci delle domande? Abbiamo solo l'imbarazzo della scelta...

Perché Cazora non ha mai accennato all’incontro con Fonti?
Perché Fonti definisce Cazora l’unico che vuole realmente salvare Moro?
Esistono ancora le tracce degli assegni di Moretti negli archivi amministrativi dello Stato?
Santovito (P2) si disse pronto ad intervenire. Poi venne uno stop. La P2 è lo Stato, non è un organo deviato. Quindi lo Stato prima vuole salvare Moro e poi ritorna sulla sua decisione. Se la P2 era un organismo effettivo dello Stato, a questo punto verrebbe meno la logica secondo la quale la P2 avrebbe svolto un’attività sotterranea, all’ombra dello Stato e al fianco dei brigatisti come mandante e co-esecutore del sequestro.
Fonti, telefonando alla Questura di Roma, avrebbe commesso una disobbedienza agli ordini di una gravità inaudita per un mafioso. E’ credibile?
Perché Fonti ha atteso ben 4 anni (dal 2005) per aggiungere questi particolari sulla vicenda Moro? Si è mosso autonomamente o fa parte di una manovra più ampia?

Agganciandomi a quest’ultima questione, raccolgo e giro a tutti voi la riflessione che un amico molto più addentro di me a queste vicende mi ha posto. Visto che è stato attendibile sulle navi raccontando nello specifico i suoi rapporti col SISMI e conservando come prova i numeri di codice delle macchine, non è inquietante e davvero molto probabile che abbia contattato i servizi anche per tornare sulla vicenda Moro? Giochiamo a carte scoperte per una volta: è proprio così fantasioso ammettere che dietro a tutti i misteri ci sono i Servizi Segreti?

Io credo che sia arrivato il momento, una volta per tutte, che ci confessino il ruolo che hanno giocato, se erano indipendenti o come oggi (vedi caso Pollari Abu Omar) dovevano agire esclusivamente eseguendo ordini altrui…

In questa logica potrebbe trovarsi anche la spiegazione de voler dapprima salvare Moro, poi non più.
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