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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Mercoledi 2 dicembre, alle ore alle ore 15.30 presso la Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati (accesso libero con ingresso da Via della Missione 4) si terra' la presentazione del libro di Paolo Cucchiarelli ''Il segreto di Piazza Fontana'' >Scarica locandina<.

"Il segreto di Piazza Fontana" non è un libro qualsiasi. Uscito nel mese di maggio, è stato destinato ad un trattamento a dir poco particolare, per un'opera del genere.
Paolo Cucchiarelli ci ha messo dieci anni per raccogliere tutto il materiale che era stato dimenticato (o volutamente cancellato) dai processi, ha faticato molto nel dare una logica a tutto ciò che agli altri studiosi è sfuggito ed è arrivato a delle conclusioni perfettamente coerenti con tutti i fatti che ha messo in fila. Una conclusione priva di ideologie, obiettiva e che incastra perfettamente tutti i dettagli che egli ben descrive nel testo.

Quale è stata la reazione degli esperti, dei politici, degli storici e dell'opinione pubblica in generale? Ci si sarebbe aspettato un dialogo, un contrapporsi di visioni sulle conclusioni, insomma un confronto. Invece, nulla. Il silenzio.

Eppure non si è sempre detto che quella di Piazza Fontana è stata la strage che ha cambiato per sempre le nostre vite? Non si evoca sempre la verità storica e politica? Non si resta scandalizzati di fronte ad 11 gradi di giudizio che non hanno saputo attribuire nomi e cognomi a mandanti ed esecutori?

A quanto pare no. O meglio. Dipende da che parte tira il vento. Se si scopre qualcosa che conviene, che fa comodo alle carriere ed alle tesi dei padroni di turno (della politica, dell'informazione, della cultura, ecc.) allora se ne può parlare. Ma se emerge qualcosa di "dissonante", stop.

Questa estate vi è stato addirittura un tentativo di raccogliere firme per screditare il lavoro di Cucchiarelli. Tentativo per fortuna naufragato perchè gli anni d'oro degli "appelli contro" che trovavano facile cassa di risonanza in una classe intellettuale ancora acerba a certe logiche, sono probabilmente chiusi.
Ma certi personaggi sembrerebbe non se ne siano resi conto...

Ecco allora che, avendo casualmente saputo di questa presentazione, oltretutto in un luogo istituzionale importante (Camera dei Deputati, sala Aldo Moro) ho ritenuto opportuno superare il muro del silenzio cui tutti i blog che si occupano di questi argomenti sembrano aver eretto nei confronti di questo libro.

Per cui invito tutti coloro che ne hanno la possibilità, a recarsi alla presentazione, a fare domande e stimolare il dibattito. Credo che soprattutto chi ha aspramento criticato le tesi di Cucchiarelli, spesso senza neanche aver letto il suo lavoro, abbia il dovere morale di essere presente ed avere il coraggio di confrontarsi con i presenti.

Nessuna inchiesta è perfetta, intendiamoci. Ma quando un lavoro offre poco alle critiche e non si è all'altezza di controbattere, non resta che contestarne a priori le tesi. E se ci si riesce a mettere dentro anche un bell'insatata mista di ideologia politica e difesa del potere, è anche meglio.


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Sul numero in edicola oggi il settimanale L'Espresso ha pubblicato, un po' alla chetichella, per dire il vero, una notizia che appare molto importante.
Forse il poco spazio e l'essenzialità del trafiletto sono dovuti al fatto che c'è in atto un'inchiesta. Questa, ad ogni buon conto, è la notizia:

"La Procura di Roma di nuovo alle prese con il caso Moro. Un rapporto della Procura di Novara è arrivato nelle mani dei PM capitolini: raccoglie la testimonianza di un giovane militare di leva che fu inviato dopo il 23 aprile 1978 in un appartamento vicino al covo di via Montalcini con altri commilitoni. il militare, 30 anni dopo, ha deciso di raccontare la sua esperienza: gli dissero quel giorno che doveva dare una mano a controllare, ad esempio, i netturbini o i tecnici che installarono nei lampioni stradali telecamere puntate verso il covo prigione. Poi il giorno prima del 9 maggio (quando Moro venne ucciso) lui e i suoi colleghi furono prelevati e rimandati alle loro originarie destinazioni, con la minaccia di pesanti ritorsioni per chi non stava zitto."

Se i giudici romani hanno deciso di aprire un'inchiesta, del concreto ci sarà pure. Anche se i malpensanti staranno qui a dire che trattandosi della prigione cosiddetta "ufficiale" qualsiasi cosa può servire a consolidare
l'acquisito. E l'acquisito, in questo caso, è: i brigatisti hanno tenuto Moro per 55 giorni in via Montalcini ma qualcuno li ha individuati e ha preferito controllarli piuttosto che intervenire...

Riflettiamo su alcuni particolari, forse insignificanti, ma che non tralascerei del tutto.

Innanzitutto sembra singolare che per un'operazione così delicata siano stati utilizzati dei militari di leva che sia per la giovane età sia per un mancato addestramento specifico non avevano l'esperienza necessaria a gestire eventuali situazioni di emergenza.

In secondo luogo appare scontato oggi parlare di telecamere nascoste, microtelecamere, e via dicendo. Ma nel '78 la tecnologia, sebbene prevedesse già la disponiblità di telecamere di dimensioni ridotte non consentiva risoluzioni tali da poter sfruttare tali attrezzature per spiare un appartamento più di quanto non potesse già fare una macchina fotografica.

E visto che chi avrebbe spedito i commilitoni in via Montalcini aveva previsto che si appoggiassero ad un appartamento vicino al covo, mi chiedo perchè non sfruttarlo per far fare delle foto avvalendosi di personale dell'anti-terrorismo o comunque di professionisti.

Non lo so, ma questa cosa mi sembra davvero una "pezza a colori", come si suol dire. Sarebbe interessante sapere da quanto tempo gli inquirenti ci stanno lavorando su. Sarà sicuramente un caso ma questo nuovo "pentito" giunge a pochissima distanza da un altro pentito, stavolta vero, che ha parlato di via Gradoli come prigione di Moro.

Attendiamo fiduciosi gli sviluppi
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Oggi l'agenzia ANSA ha "deskato" questa notizia:
"TERRORISMO: MARONI, PERICOLO DA GRUPPO CHE SI RIFÀ A BR"
«Ci preoccupano i segnali che abbiamo ricevuto dell'attività di un gruppo che si rifà alle Brigate Rosse»: lo ha detto il ministro dell'interno Roberto Maroni parlando con i giornalisti a margine dell'inaugurazione di una scuola materna a Tradate, nel varesotto. «Questo gruppo, che ha inviato un volantino alla redazione dell'Unità nei giorni scorsi, propone di territorializzare le attività ed è composto da cinque cellule radicate a Milano, Como, Torino, Lecco e Bergamo». Secondo Maroni «sale l'attenzione per questi segnali nuovi e preoccupanti che il governo sta valutando». «Questi episodi - ha aggiunto Maroni - si aggiungono al pericolo del terrorismo islamico che c'è e risulta evidente dagli ultimi fatti. Stiamo decidendo - ha concluso - le misure da prendere».

Maroni si dice preoccupato di questa sottospecie di aspiranti brigatisti che riescono a malapena a ricopiare alcune frasi del lessico degli anni '70. Io, invece, sono seriamente preoccupato dalla mancanza del senso delle proporzioni del nostro Ministro.

Ad evocare oggi il pericolo brigatista come se si fosse all'inizio degli anni '70 quando il contesto sociale ed internazionale era ben diverso, è come estasiarsi per una bella quanto impossibile volee di Nadal facendo finta di non ricordare che tanti anni fa un tale di nome McEnroe ne faceva di migliori due volte al game...
Insomma, occorrerebbe tornare ad essere più equilibrati nei giudizi. Il senso delle proporzioni è una cosa che chi non c'era non può valutare. E non sarebbe difficile convincere un diciottenne fan di Nadal che il proprio idolo è stato il più forte di sempre nel gioco a rete...

E mi chiedo dove sia il senso delle proporzioni nelle dichiarazioni di Maroni.
Il seme della violenza "politica" non può essere debellato completamente da una società. Ci saranno sempre dei singoli che penseranno di fare politica ammazzando un "simbolo" del potere. Il problema non è nè il numero di questi individui nè i simboli a cui si ispirano. E' il contesto all'interno del quale si muovono.

Gli anni '70 sono stati preceduti dagli anni '60, attraversati da lotte epocali, da intere generazioni che sono scese in piazza per reclamare dei diritti, per cambiare la società non semplicemente cambiarne le regole. Credevano che un altro tipo di società fosse possibile.
Poi sono arrivate le mancate risposte di chi avrebbe dovuto raccogliere istituzionalmente queste istanze, è nata la sinistra extraparlamentare e sono iniziati gli anni del conflitto sociale. Questo conflitto, acuito da quelle che sono state interpretate come risposte violente delle istituzioni (vedi bombe e morti di piazza), è sfociato in un'area di persone, che non erano isolate dal resto della società, che pensarono che solo una strategia di lotta armata avrebbe potuto far conseguire l'obiettivo finale: la conquista del potere.

Oggi non vedo conflitti sociali, vedo fasce deboli come i precari, gli insegnanti, gli operai, i pensionati, i piccoli imprenditori. Ma non vedo istanze di massa, non vedo che una manifestazione all'anno sotto il Parlamento e poi basta. Ciascuno pensa a tornare al suo orticello e a risolvere il proprio problema individualmente.

E le parole che lo stesso Maroni deve aver letto, scritte nell'ultima relazione dei Servizi, non sembrano dipingere per l'Italia un simile quadro.

Le minacce contro Berlusconi, Fini e Bossi contenute nella lettera inviata al ‘Riformista‘ firmata «Brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente» e la scritta contro un delegato Fiom, sarebbero «interventi in genere di modesto spessore [...] non sembrano, nella maggior parte dei casi, riconducibili ad una strategia univoca nè a realtà eversive organizzate, quanto piuttosto a isolate individualità, spesso gravitanti nell’area dell’estremismo politico [...] il ricorso al lessico brigatista, facilmente reperibile in Internet, riflette sovente il proposito di conferire visibilità e ‘valore aggiunto', in termini di spessore intimidatorio, alle minacce formulate».

Quindi l'obiettivo principale di questi singoli è la visibilità. Ma va? nell società dell'immagine e della comunicazione era il miimo che si potesse pensare.
Ma un momento. La visibilità la si ottiene se c'è qualcuno che te la offre. Ecco che tornano comodi quegli anni di piombo: non avendoli chiusi ognuno se li può strumentalizzare come meglio crede.

Mi viene in mente un brano di Giorgio Gaber, degli anni '70, intitolato "La cacca dei contadini" che, non mi fulmini il grande G, faceva più o meno così:
"Durante la rivoluzione i contadini entravano nei palazzi dello Zar e defecavano nei suoi lussuosi vasi. Un gesto forte, importante. Già. Ma perchè forte? Perchè un gesto è forte se c'è qualcuno che lo raccoglie. E allora c'era un Lenin che la raccoglieva..."

Non so se è una mia impressione ma di Lenin mediatici ne intravedo molti nella nostra società.
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Il 31 ottobre scorso si è suicidata in carcere la brigatista Diana Blefari Melazzi condannata all’ergastolo per l’omicidio del Prof. Marco Biagi. Una triste storia amplificata anche dalla tragedia di Stefano Cucchi, anch’esso morto in carcere in circostanze ancora da accertare.

I giornali hanno dato molto risalto alla questione e l’opinione pubblica è sembrata stupirsi molto, come se questi drammi fossero un qualcosa di improvviso, una cosa che in questa nostra società così evoluta e democratica deve essere per forza accaduta per sbaglio.

Fermo restando che chi sbaglia deve pagare e che se Diana Blefari era stata condannata all’ergastolo con sentenza passata in giudicato, quella pena avrebbe dovuto scontare, vorrei che passasse al tornasole della gogna mediatica di questi giorni, un concetto che, non so quanto in forma inconsapevole, sembra essere sfuggito ai più.

Una cosa è la pena, una cosa è il rispetto della identità e della dignità dell’individuo che in un carcere può entrare come criminale e può uscirne in tanti altri modi ma sicuramente deve uscirne vivo.

Nei giorni precedenti Diana Blefri aveva avuto dei colloqui con la Polizia: sembra che fosse sua intenzione dissociarsi ufficialmente per avviare una forma di collaborazione coi magistrati. Sulle sue spalle pesava la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi, ragion per cui la brigatista aveva deciso, speranzosa, di attendere la decisione della Cassazione. Il verdetto era giunto sempre nella giornata di sabato: a quel punto, forse sentitasi sperduta, la Blefari ha ceduto e si è impiccata con un lenzuolo tagliato a strisce.

Due cose ci devono far riflette: il comportamento in carcere che viene riservato a ciascun detenuto e l’inevitabilità del suicidio.

La gente normale si meraviglia di come un “efferato delinquente” possa suicidarsi in carcere.
Secondo il legislatore la pena dovrebbe puntare alla rieducazione del soggetto, ma per la procedura carceraria il punto di vista è totalmente differente. Il carcere deve reprimere, deve azzerare, deve dimostrare chi è il più forte. E per questo utilizza un solo strumento: la cancellazione dell’identità personale.
Prima di meravigliarsi sarebbe meglio leggere ed informarsi di più, senza aspettare di diventare esperti leggendo due articoli di una stampa di parte o 10 interviste in rotocalchi del “pomeriggio in diretta”.

Il fenomeno Saviano non ci ha insegnato nulla? Le cose che, coraggiosamente, Roberto Saviano ha scritto in Gomorra sono ampiamente raccontate dalle cronache locali. Nessuna novità. Ma proprio nessuna. Salvo che, chissà perché, stavolta la macchina mediatica si è attivata con pronta efficienza. Ad essere maligni verrebbe da pensare che l’interesse di qualcuno poteva essere spostare l’attenzione da altre vicende ben più delicate…

Avete letto libri come “Patrie Galere”, “Dall’altra parte”? Conoscete la storia di Giuliano Naria, innocente dopo 8 anni di "carcerazione preventiva" nelle carceri speciali, che in questo "soggiorno obbligato" si è ammalato di anoressia? O la storia di Fabrizio Pelli, brigatista del gruppo reggiano che ammalatosi di leucemia è stato fatto morire in carcere? Avete mai parlato con un ex detenuto che, anche solo accidentalmente, è passato attraverso il circuito di quel Grand Hotel Excelsior che erano gli “speciali”? Lo sapete che la gente che è uscita da poco dal carcere spesso non ci è stata così tanto tempo per la gravità dei reati commessi quanto per il non aver accettato di cancellare la propria identità?
Eccolo il punto. La debolezza. Il carcere affonda il coltello nel tuo tallone d’Achille. Colpisce per punire in un rapporto di impari forza laddove la società non è stata in grado di prevenire.

Sempre prima di meravigliarsi, sarebbe bene conoscere le cronache. Ad esempio a quanti di voi è sfuggita anche questa notizia? >" Un detenuto non si picchia in sezione"<


Sul secondo punto, ovvero l’evitabilità del gesto estremo, la questione appare chiara. Dall’inizio del 2009 il suo stato di salute mentale e fisico, come testimoniano le parole scritte dal fidanzato Papini dopo i loro colloqui.

«Annientata. L’unica cosa che mi viene in mente in questo momento dopo aver­la vista... Si perseguita da sola... Vuole solo morire. Mi ha chiesto di portarle qualche cosa per morire velocemente: me lo ha chiesto più volte!». Per avere un’idea di quanto la de­tenzione (per un periodo anche al regi­me di «carcere duro» riservato a ma­fiosi e terroristi) abbia inciso sulle condizioni di Diana Blefari basta legge­re le lettere che — con tutt’altro tono, stavolta orgoglioso e a tratti sprezzan­te — scriveva quattro anni prima, nel­l’agosto 2005, all’indomani della pri­ma condanna all’ergastolo: «Per l’azio­ne Biagi ho piene responsabilità perso­nali, di cui vado fiera, e che mi rivendi­co pienamente... La rivendicazione della mia responsabilità personale va­le anche per gli espropri (cioè le rapi­ne, ndr) attività primaria e necessaria nella costruzione di un’organizzazio­ne comunista combattente...». E av­vertiva Papini che, un po’ a sorpresa, oggi si ritrova accusato di aver fatto parte anch’egli delle nuove Br: «Ti di­co questo perché tu sappia con chi ti stai rapportando, visto che ora la mia identità politica clandestina ha l’op­portunità di diventare pubblica, causa forza maggiore».

Una sofferenza psichica ignorata che viene oggi elevata alla schizzofrenia. Un precedente in famiglia: la mamma si era suicidata lanciandosi dal balcone. Tutto questo però non è valso a Diana l’essere dichiarata incompatibile con il carcere duro.
Vorrei ricordare come lo stesso tipo di atteggiamento non sia stato tenuto dai consulenti che, per contro, sono stati molto comprensivi nei confronti di un altro detenuto, tal Licio Gelli di Arezzo. All’ultranovantenne condannato a 12 anni per depistaggio nella strage di Bologna (85 morti, è bene ricordarlo) fu risparmiato il carcere grazie ad una perizia che lo definiva quasi moribondo.

Ed ecco come erano riusciti a cancellare l’identità di Diana Blefari. Il 29 maggio aveva scritto:
«Devi dire a tutti che io mi sono pentita, che tutto quello che vogliono io lo faccio, che se vogliono che mi cucio la bocca me la cucio, se vogliono che parlo dico tutto quello che mi dicono di dire, ma io non ne posso più di stare così. Io non so proprio cosa fare, chiedo per­dono a tutti ma basta, per pietà».
Dopo averti cancellato, ovviamente diventi un impotente strumento nelle mani di chi hai pensato di combattere.
Cosa vuol dire “tutto quello che vogliono io lo faccio”? Vuol dire che esiste una “quota conto terzi” che serve a mettere a posto pezzetti di verità che possono far comodo ai singoli?

Forse Diana Blefari, oltre alla sofferenza, prima di suicidarsi ha fatto appello a quell’ultimo brandello di dignità che, nel profondo, le era sinceramente rimasto.
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