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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di Manlio  19/04/2012, in Attualità (2932 letture)
Eh già.

Come era prevedibile, Adriano Sofri non risponde.

Dopo che il palcoscenico dei grandi giornali ha dato eco alle sue parole, cosa che non è stata fatta nei confronti della replica di Cucchiarelli (e questo già di per se la direbbe lunga) il maestro tace.

Del resto l'obiettivo l'aveva raggiunto (la vasta platea) ed il suo messaggio era arrivato forte e chiaro. Ma adesso una replica sarebbe far tornare in alto la notizia e vuoi che magari qualcuno tra i suoi lettori più intelligenti non venga preso dal dubbio e compri il libro di Cucchiarelli per capire autonomamente? O, peggio, ne parli ad altri?

Stimolato da un lettore attento, ripubblico la lista delle 5 domande sulle quali a molti piacerebbe conoscere l'illuminante parere di Adriano Sofri. So che è tempo perso, ma oggi pioviggina e non ho di meglio da fare.

Di questi tempi, tocca accontentarsi di sperare in 5 risposte. Che ci vuoi fare.


1. Nel suo scritto lei menziona Umberto Federico D’Amato. Vorrei che chiarisse ulteriormente una vicenda, da lei stesso diffusa nel 2007, per sgombrare il campo proprio
da interpretazioni eccessive e fantasiose, alla Codice Da Vinci, proprio come scrive lei.
Recensendo il libro di Mario Calabresi Spingendo la notte più in là e utilizzando una formula che le è cara, quella della lettera a un immaginario giovane tentato dalla violenza,
ha raccontato un particolare incontro da lei fatto. “Quello Stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare. Lo so. Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi Affari Riservati”.
Fu uno choc. Tre giorni dopo, torna sulla questione e spiega che si trattava di Umberto Federico D’Amato, il Gran Capo degli Affari riservati, e che lei si era sbagliato: l’offerta era per una “mazzetta di omicidi”. Ora nella nuova edizione dell’inchiesta spiego perché questa datazione, “un po’ più di cinque anni dopo il 12 dicembre”, non è plausibile ne’ temporalmente, né nell’obiettivo indicato, secondo lei, da D’Amato, e cioè i Nap, Nuclei armati proletari. Lei fornisce un solo elemento, pur con il beneficio del dubbio legato al tempo trascorso, per datare quell’incontro. Eccolo: “Avendolo io interrotto su un anello che spiccava su una mano assai curata, così madornale da sembrare d’ordinanza, me ne spiegò il legame - se la memoria non mi inganna- con la morte di sua moglie, e il fresco dolore che ne provava”.
Sofri, credo che la memoria l’inganni, fatta salva la possibilità che anche su questo  D’Amato le abbia mentito. La moglie di Umberto Federico D’Amato, Ida Melani era
sicuramente viva nel 1981, come risulta dalle carte dell’inchiesta di Brescia; è tutto contenuto nell’allegato n. 31 alla relazione del 12 dicembre 2003 con protocollo 24/
b1/4229. Si tratta delle carte tratte dall’inchiesta Argo 16 del giudice Mastelloni. Quelle carte divennero pubbliche pochi mesi dopo il suo articolo, quando vennero depositati, tra gli altri, anche appunti per le memorie che il Prefetto voleva scrivere. Anche quel foglietto pubblicato da Andrea Pacini nel suo volume “Il cuore occulto del potere. Storia degli Affari Riservati”, nel quale il Prefetto, parlando di lei, scrive: “Ci siamo fatti paurose e notturne bevute di cognac”. Ora lei ha detto che quelle sono “cazzate”, che D’Amato venne messo alla porta: “Non ebbi alcun rapporto, ne’ diretto, ne’ indiretto con lui”. Le chiedo di chiarire l’intricata vicenda, spiegando cosa vi diceste e quando avvenne quell’incontro. Unico? Come immaginare un uomo navigato e accorto come D’Amato presentarsi a casa sua per la prima e unica volta e lanciare l’idea di una mattanza a mezzadria?

2. Come mai in mano ad Alberto Caprotti (già componente della commissione finanziamenti del movimento) venne rinvenuta una agenda telefonica contente i numeri
telefonici di casa e d’ufficio, riservatissimo, al Viminale, di Umberto Federico D’Amato?

3. Ha mai saputo che il servizio segreto aveva infiltrato dentro Lotta Continua la fonte ‘Como’? Il dottor Guido Salvini ha rintracciato negli archivi del Sismi 47 atti intestati a
questa fonte. Riscontrando l’attività informativa con l’indice generale si è raggiunta la certezza che manchino almeno 26 atti.
La fonte ‘Como’ non ha prodotto informazioni nel periodo tra il 14 settembre 1971 e il 13 giugno 1972. La fonte era sempre sollecitata e allertata e quindi non si capisce perché non allertare la “fonte qualificata” ‘Como’ a seguire attentamente anche l’omicidio Calabresi. ‘Como’ cessa la sua attività nel 1984 perché muore.

4. E della fonte “Partenope”? Si trattava di una “fonte umana” – dice un rapporto del Sid che a metà del 1973 aveva messo in piedi una vera e propria azione di controllo sul leader socialista Giacomo Mancini: in codice veniva chiamata Azione Mecomio, una specie di mini-Watergate all’italiana, come giustamente la definisce Norberto Valentini ne La notte della madonna. Tutte le telefonate che arrivavano o uscivano dall’ufficio romano di Mancini di via del Babuino 96 erano intercettate: per questo il Sid era a conoscenza dei suoi stretti legami con il gruppo dirigente di Lotta Continua. A conclusione dell’Azione Mecomio, il rapporto del Sid metteva in rilievo che sostegni finanziari giungevano a Lotta Continua dal Psi al quale, a sua volta, arrivavano dal petroliere Nino Rovelli tramite l’allora Capo della Polizia, Angelo Vicari – una strana compagnia di giro. Come si legge nell’ottimo libro di Valentini, pp. 126-7, il rapporto afferma questo: «per lunghi mesi si è atteso alla paziente raccolta di notizie e alla loro elaborazione per poter giungere a una possibile chiarificazione… Tale lavoro ha dato frutti sufficienti per una buona base di partenza per accertamenti futuri che si presentano difficili e delicati. Infatti: in data 21.5.1973, Lionello Massobrio [allora responsabile amministrativo di Lotta Continua] viene convocato dall’onorevole Giacomo Mancini (notizia da fonte certa, materiale conservato) nella sede del Psi in via del Corso; 2 nella stessa serata del 21.5.73, Lionello Massabrio, in una riunione ristretta di dirigenti di Lotta Continua nella sede di via dei Piani 26 ha comunicato ai presenti, convenuti per l’esame della situazione finanziaria del movimento che nella mattinata, la situazione finanziaria era stata rappresentata all’onorevole Mancini che aveva promesso un sostanzioso finanziamento, non escludendo altre fonti di appoggio, avendo molto a cuore la vitalità di Lotta Continua (notizia da fonte umana Partenope)».
All’interno di Lotta Continua, dunque, un informatore riferiva puntualmente su quanto si dicevano i suoi massimi dirigenti: il dato assume un enorme rilievo visto che Lc in quei
mesi era sotto l’occhio del ciclone dopo l’omicidio del commissario Calabresi.

5. Lei dice nel suo libro che “Lotta Continua prese la sede in via Dandolo, a Roma, per inaugurare il giornale quotidiano, nel marzo del 1972.” Così lei risponde sulla questione dei finanziamenti all’attività del giornale.
Marco Nozza ha scritto un bell’articolo su “Gli amici americani di Lotta Continua” che ricostruisce in dettaglio tutta la vicenda. Nel 1968 arriva a Roma Robert Hugh
Cunningham, agente Cia che rileva il giornale “Daily American”. A stampare Lotta Continua è la Art Press, quello americano è stampato dalla Dapco. Due cose diverse? No.
“Perché i soci della Art Press risultano tre: Cunningham, padre, madre e figlio.
Amministratore della Art Press: Cunningham junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham”.
Nel 1971 presso la cancelleria del tribunale civile e penale di Roma viene depositato un atto in cui due signori accettano di diventare “amministratori della Spa Rome Daily
American, con deliberazione ordinaria del 27 settembre 1971”. I due signori si chiamano Matteo Macciocco, il secondo Michele Sindona. Nel 1971, dunque, Sindona succede a Cunningham, quello senior, nella gestione del “Daily American”, giornale che presto fallisce. Nasce il “Daily News”. I proprietari sono Robert Hugh Cunningham senior e
junior. Mentre fallisce il “Daily American”, succede che Lotta Continua cambia tipografia e non si fa più stampare dalla Art Press, E’ nata la “Tipografia 15 giugno” di cui sono soci Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio e un ultimo socio che non è italiano: si chiama Robert Hugh Cunningham junior, il figlio. (Notizie tratte da “Il Giorno” del 31 luglio 1988). Quello che scrive Marco Nozza è vero?
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Che dire? Non molto rispetto a quanto già scrissi nel luglio del 2009 >Leggi articolo<.

E’ da poco stata >pubblicata un’agenzia< che preannuncia l’intervista esclusiva a patrizio Peci che uscirà integralmente sul settimanale “Oggi” da domani in edicola.
La sostanza è questa. Peci torna sulla vicenda del fratello Roberto, al quale lo scorso anno è stata intitolata la via nella quale nel 1981 fu rapito (l’ex vai Boito ora via Roberto Peci), per rivolgersi alla nipote convinta della non violenta innocenza del padre e dell’infamità di uno zio che, con le sue azioni malvagie, ne decretò la morte.

Voglio che si conosca tutta la verità, soprattutto che la conosca la figlia di mio fratello. Deve sapere che lui aveva condiviso tutte le mie scelte, dalla lotta armata alla dissociazione. […] mia nipote di suo padre non sa niente. Non è vero quello che pensa o che le hanno fatto credere. Non è vero che c’è stato un fratello infame e uno buono, come Caino e Abele. È un falso storico, avallato purtroppo dal libro di Walter Veltroni L’inizio del buio, che ha scambiato la realtà con la sua immaginazione. […] Eravamo due comunisti rivoluzionari. All’assalto alla Confapi di Ancona, prima che io entrassi nelle Br, ha partecipato anche lui.

Parole molto dure rispetto alle celebrazioni che di recente sono state fatte in occasione dell'inaugurazione della via intitolata a Roberto Peci.
>Video<
>Articolo<

Le stesse parole, però, che scrissi nel mio articolo. Ma la figlia di Roberto Peci, Roberta, commentando il mio articolo mi attaccò duramente invitandomi a tacere ed informarmi meglio...

E secondo me non c’era niente di scandaloso, nel senso che era evidente la storia dei due fratelli ed era evidente che pur avendo iniziato insieme un certo percorso le strade si erano divise piuttosto presto e prima che il più piccolo facesse le stesse scelte del fratello maggiore. Chi ha studiato e cercato di capire non può sostenere che Roberto Peci fosse un brigatista, di certo non io. Ma da qui a dire che era un non violento, che non ha mai avuto a che fare con scelte ed azioni violente, ce ne passa. La storia di Roberto Peci può essere assimilata a quella di tanti altri giovani di quegli anni, giovani che hanno creduto di poter combattere il sistema con le armi, che vincere era possibile. In pochi hanno poi portato le loro scelte sino alle estreme conseguenze, in molti, invece, si sono fermati prima del punto di non ritorno (un’azione di sangue o la scelta forzata di entrare in clandestinità).

Nello stesso articolo scrivevo che l’atteggiamento che lo Stato ha sempre avuto nei confronti di questa tragica vicenda è sensibilmente differente dalle altre tante storie di dissociazione e violenza. E quindi mi chiedevo: “E allora sorge il sospetto, che dietro la storia dei fratelli Peci, ci sia qualcosa di ancora indicibile, autorizzato ad altissimi livelli, portato avanti senza scrupoli. Qualcosa che a distanza di 28 anni non può essere ancora rivelato apertamente”.
Questo è un altro dei nodi centrali che più in generale riguarda ciò che ha fatto uno dei protagonisti centrali della vicenda, ossia lo Stato. Cosa ha fatto in quegli anni? Perché dovremmo credere nella sua “candida innocenza”, nella sua totale estraneità a qualsiasi addebito? Di cose poco chiare sul comportamento delle Istituzioni in quegli anni ce ne sarebbero tante. Qualcuno dirà che eventuali “forzature” sono state fatte nel tentativo di perseguire il fine ultimo di sconfiggere la lotta armata. Ma poiché le azioni di contrasto sotterraneo sono iniziate ben prima della nascita dei fenomeni eversivi (piazza Fontana docet) occorrerebbe approfondire meglio come si siano evolute le strategie dello Stato negli anni ’70 e a che punto sono arrivate. Ma questo è un altro discorso.

Non ho avuto niente in contrario sul fatto che sia stata intitolata una via a Roberto Peci, anzi. Può essere un serio tentativo di capire meglio quegli anni, che c’è stata davvero una buona parte di una generazione di giovani che hanno pensato di ribellarsi, che l’hanno fatto senza essere pilotati o eterodiretti, che in gran parte ha capito che non fosse la scelta giusta e che in alcuni casi (come Peci) hanno pagato un prezzo altissimo per questo loro percorso.

Ma senza travisare la realtà, senza scambiare “la realtà con la sua immaginazione”. Questo non è corretto e non porta da nessuna parte.
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Non sono un esperto della vicenda piazza Fontana e quindi non entrerò nel merito "tecnico" del dibattito. In questo articolo, oltre che riaggregare i vari momenti dell’attacco di Sofri al libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana” ed il successivo film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, vorrei fare una riflessione sulle modalità di questo dibattito, e da quale punto di vista sia portato avanti. Con l’obiettivo preciso, ed evidente a tutti, di non far capire.

>L’articolo di Sofri che introduce il suo testo<
>L’articolo di Repubblica<
>Articolo di Eugenio Scalfari<
>L’ebook di Sofri<
>L’articolo di Ezio Mauro su Repubblica<
>La polemica tra Sofri e Cucchiarelli ripresa da dagospia<
>La risposta pubblica di Paolo Cucchiarelli sul sito cadoinpiedi >
> L’ebook di Cucchiarelli con le risposte a Sofri<


Da anni sostengo che sia necessario richiudere quella ferita comunemente nota come “anni di piombo” (definizione che non condivido in quanto generalizzata e che non aiuta a comprendere la storia). Non per esercizio storico e neanche perché su quel periodo debba calare l’oblio ma, al contrario, perché dobbiamo liberarci da quelle strumentalizzazioni che imbrigliano la vita politica semplificandola a divisioni curva nord-curva sud (che portano ai disastri che tutti abbiamo sotto gli occhi) e anche perché dobbiamo consegnare alle future generazioni una verità condivisa che non sia solo quella scritta nei tribunali di Stato, dove si tende a dividere i buoni dai cattivi, anche perché in genere i buoni sono tali finché restano al di là di una linea sottile che può spostarsi anche a causa di un solo documento…
Ma la storia e la politica sono più complesse di un’aula di Tribunale.

Questa mancata conciliazione con quegli avvenimenti (e la conseguente verità storico-politica di cosa avvenne a livello di personaggi, organizzazioni, istituzioni e classe politica ed intellettuale in genere) fa si che si debba assistere, accompagnati da un profondo senso di voltastomaco, a patetiche interpretazioni da operetta portate avanti da personaggi di Stato nel cui club, evidentemente, possiamo iscrivere “ad honorem” il buon Adriano Sofri.
Pensate ad immaginare (io non ci sono riuscito) cosa accadrebbe se il 16 marzo di un qualunque anno, su un quotidiano nazionale, Renato Curcio scrivesse un lungo articolo per contestare la tesi di un’inchiesta che tenta di portare nuovi elementi che permettono di guardare l’agguato ad Aldo Moro ed alla sua scorta da un nuovo punto di vista. Magari un po’ più scomodo per molti personaggi in causa. E magari un certo gruppo di “penne” famose si accodasse alle parole di Curcio.

Voi direte. «Ma che c’entra, Curcio è il fondatore delle BR, è parte in causa, ha una diretta responsabilità nel percorso che portò le BR dalla loro nascita fino all’agguato…». Sofri, è bene ricordarlo, è stato condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi, dalla cui finestra la notte del 15 dicembre 1969 “volò” Pino Pinelli, anarchico fermato dalla polizia e trattenuto illegalmente in Questura (erano abbondantemente scaduti i termini del fermo) a seguito delle indagini per la bomba alla BNA di piazza Fontana a Milano (e le altre trovate sia a Milano che a Roma il 12 dicembre 1969).
Sofri si è sempre dichiarato innocente rispetto all’accusa ma, a differenza di altri, non è scappato all’estero e ha scontato tutta la pena infittagli: il 16 gennaio di quest’anno il Tribunale di Firenze ha firmato il provvedimento di fine pena.
Nel 2009, in un’intervista al Corriere della Sera si è assunto la corresponsabilità morale di quella tragedia.

Tanto per dirla fino in fondo, Sofri ha anche scritto un bel libro sulla vicenda Pinelli (La notte che Pinelli) che però si conclude con un inaspettato “Non so” proprio sulla domanda più importante: cosa accadde quella notte? Proprio da lei, Sofri, non ce l’aspettavamo. Un gesto da coniglio per lei che dalle pagine di Lotta Continua promosse una feroce campagna contro il commissario con frasi del peso di “Calabresi sarai suicidato”. E come dimenticare l’articolo del 20 dicembre 1969 intitolato "Bombe finestre e lotta di classe", dove confutò la versione ufficiale del suicidio paragonando la morte di Pinelli ai crimini dello stalinismo e del fascismo? In quello stesso articolo Sofri trasse spunto dalle intenzioni politiche della bomba per legittimare la lotta , anche violenta, del “Proletariato e delle Classi subalterne”.

Quindi lei è parte in causa, ci sta dentro fino al collo, nella vicenda di piazza Fontana che ingloba sia l’assassinio di Pinelli che quello di Calabresi.

Ad oggi lo Stato non sa, o quanto meno sa ma non è stato in grado di punire i responsabili di quelle bombe del 12 dicembre. Si sa che sono bombe di destra, messe da militanti riconducibili all’organizzazione Ordine Nuovo con la complicità di settori “deviati” dei servizi segreti all’epoca sotto il controllo dei militari.
Piccola parentesi. Non esistono i “servizi deviati”. I servizi segreti fanno quello che devono fare anche se questo cozza con l’interesse di molti e risponde alle logiche di pochi, obbediscono a degli ordini, fanno il lavoro sia pulito che sporco. Solo quando queste cose vengono a galla, la protezione dei vertici che hanno diretto l’orchestra rende d’obbligo l’aggiunta dell’aggettivo deviati e giustifica le epurazioni di facciata che non cambiano nulla nella sostanza. Chiusa parentesi.

Lei, Sofri, difende questa tesi. Perché? Cosa cambia nella sua percezione sensoriale di quegli avvenimenti e di quegli anni se le cose fossero andate diversamente?

E se un giornalista serio, competente, autonomo come Paolo Cucchiarelli, che non deve difendere nessun interesse né personale né di amici porta a termine un’inchiesta nella quale ci sono elementi nuovi, messi assieme in una logica del tutto nuova che porta ad uno scenario diverso da quello di cui lei si fa garante, è automatico che debba essere insultato, denigrato offeso sia personalmente che professionalmente. Eh si, perché una cosa è criticare altra cosa è attaccare sulla base di forzature maliziose di letture parziali di parti dell’inchiesta.

Lei, Sofri, è anche un vile. Perché non ha contestato le tesi del libro quando uscì, ossia nel maggio del 2009? Perché allora non conveniva, sarebbe equivalso a pubblicizzarlo e quindi a rendere più imbarazzanti alcune complicità. Ma quando Marco Tullio Giordana, regista serio e rispettabile, decide di mandare nelle sale un film come “Romanzo di una strage” che si ispira all’inchiesta di Cucchiarelli (pur discostandosi in alcuni punti non minori) allora il problema non è più la tesi dell’inchiesta ma il fatto che questa sia fruibile dal grande pubblico. E’ questo il nodo ed è questo che le fa scattare l’odio che traspare dalle sue parole.
Quindi a lei, Sofri, non interessa nulla della verità ma solo l’opportunità delle cose e la loro strumentalizzazione.

Lasciamo stare la presunta responsabilità che Cucchiarelli attribuisce a Valpreda ed all’innocuo “petardo” che avrebbe messo nella BNA. Vediamo, invece, la trappola che ad insaputa del ballerino anarchico sarebbe scattata secondo una logica (quella del raddoppio), un modulo operativo che i servizi segreti avrebbero messo in atto in una classica operazione “false flag”.
Questa trappola, organizzata da chi ai vertici militari auspicava per l’Italia una svolta autoritaria simile a quella che solo due anni prima portò la Grecia in mano ai colonnelli o quattro anni dopo il Cile in mano a Pinochet, fu scoperta e fu proprio Aldo Moro a bloccare le tentazioni del Presidente del Consiglio Rumor e della Repubblica Saragat di proclamare qualsiasi stato di emergenza che potesse favorire quel disegno eversivo.
Quindi la politica sapeva, le istituzioni sapevano ma non denunciarono. E perché? Forse perché dietro tutto c’era la mano fin troppo evidente della CIA che sia in Grecia che, successivamente in Cile, non intervenne direttamente ma pilotò i golpe attraverso le forti influenze che aveva nei due Paesi?
E non è stato proprio il Generale Maletti, recentemente, a denunciare la limitata sovranità dell’Italia su ciò che riguardava gli interessi degli americani nel nostro Paese e quindi il controllo della nostra “democrazia”?

E che cosa ci dice poi di tale Robert Hugh Cunningham junior che figura tra i soci della “Tipografia 15 giugno” e che, assieme al padre omonimo era dietro a tutte le tipografie che stampavano Lotta Continua? Entrambi i Cunningham erano referenti della CIA in europa tanto da essere nominato (il figlio) responsabile del partito repubblicano in Europa per l'informazione dal neoeletto presidente Reagan. Strana coincidenza, davvero.

Chi difende a spada tratta, senza discutere, senza dialettizzarsi, la verità di Stato (che, si badi bene, verità non è perché si parla solo di ipotesi e presunzioni), è un “Uomo di Stato”.
E lo è nel senso delle responsabilità che tale ruolo comporta, nel dover misurare le parole, nel dover distogliere dalla verità per un senso del dovere che deve portare alla tutela del bene comune rispetto all’interesse personale.

Perché contesta così in maniera così accalorata l’ipotesi di un modulo operativo del raddoppio che avanza Cucchiarelli? Forse perché lei stesso ne fu vittima inconsapevole e se ne è accorto troppo tardi?
Troppo tardi per denunciarlo (il punto di non ritorno era stato già superato), troppo tardi per “sputtanarlo” (ne sarebbe crollata un’immagine ed una verginità di presunta autonomia da farvi passare tutti per coglioni) ma mai troppo tardi per difenderlo tutelando il segreto.

Per tornare a scomodare renato Curcio, ricorderà quella famosa intervista a Frigidaire (eravamo degli anni ’90, quindi a guerra abbondantemente finita) nella quale il fondatore delle BR lanciò la sua spiegazione sull’impossibilità di chiudere con quel passato di arrivare a capire come sono andate realmente le cose in vicende come piazza Fontana e Calabresi per una “sorta di complicità fra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo. Quella parte degli anni ’70, quella parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce, cose che noi non riusciamo a dire perché non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che tutti sappiamo.”

Forse Curcio (essendo estraneo a quelle vicende) non ha le parole o le prove. Ma lei, caro Sofri, sicuramene non ha le palle per dirlo.


E ci sono due modi per accettare la propria impotenza: o chiudersi non affrontando più l’argomento oppure fare il salto della barricata per cercare un riconoscimento politico che è l’unica cosa che può chiedere ancora alla storia.

Lei ha detto che su piazza Fontana avrebbe rivelato quello che sapeva, ma al momento giusto. Credo che quel momento sia arrivato e non si possa più attendere.

Sarebbe un suo dovere morale nei confronti di tutti quei ragazzi che l’hanno vista come un maestro e di cui porta (almeno in parte) la responsabilità delle scelte, nei confronti delle vittime, nei confronti dell’intero Paese se è vero che il suo obiettivo all’epoca (e quello di tutti gli altri militanti della sinistra extra parlamentare) era quello di costruire una nuova società, non semplicemente cambiare le regole a quella esistente.
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