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Sofri, e il pulpito di Stato di “minima moralia”
Di Manlio (del 15/04/2012 @ 18:12:44, in Attualità, linkato 1052 volte)
Non sono un esperto della vicenda piazza Fontana e quindi non entrerò nel merito "tecnico" del dibattito. In questo articolo, oltre che riaggregare i vari momenti dell’attacco di Sofri al libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana” ed il successivo film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, vorrei fare una riflessione sulle modalità di questo dibattito, e da quale punto di vista sia portato avanti. Con l’obiettivo preciso, ed evidente a tutti, di non far capire.

>L’articolo di Sofri che introduce il suo testo<
>L’articolo di Repubblica<
>Articolo di Eugenio Scalfari<
>L’ebook di Sofri<
>L’articolo di Ezio Mauro su Repubblica<
>La polemica tra Sofri e Cucchiarelli ripresa da dagospia<
>La risposta pubblica di Paolo Cucchiarelli sul sito cadoinpiedi >
> L’ebook di Cucchiarelli con le risposte a Sofri<


Da anni sostengo che sia necessario richiudere quella ferita comunemente nota come “anni di piombo” (definizione che non condivido in quanto generalizzata e che non aiuta a comprendere la storia). Non per esercizio storico e neanche perché su quel periodo debba calare l’oblio ma, al contrario, perché dobbiamo liberarci da quelle strumentalizzazioni che imbrigliano la vita politica semplificandola a divisioni curva nord-curva sud (che portano ai disastri che tutti abbiamo sotto gli occhi) e anche perché dobbiamo consegnare alle future generazioni una verità condivisa che non sia solo quella scritta nei tribunali di Stato, dove si tende a dividere i buoni dai cattivi, anche perché in genere i buoni sono tali finché restano al di là di una linea sottile che può spostarsi anche a causa di un solo documento…
Ma la storia e la politica sono più complesse di un’aula di Tribunale.

Questa mancata conciliazione con quegli avvenimenti (e la conseguente verità storico-politica di cosa avvenne a livello di personaggi, organizzazioni, istituzioni e classe politica ed intellettuale in genere) fa si che si debba assistere, accompagnati da un profondo senso di voltastomaco, a patetiche interpretazioni da operetta portate avanti da personaggi di Stato nel cui club, evidentemente, possiamo iscrivere “ad honorem” il buon Adriano Sofri.
Pensate ad immaginare (io non ci sono riuscito) cosa accadrebbe se il 16 marzo di un qualunque anno, su un quotidiano nazionale, Renato Curcio scrivesse un lungo articolo per contestare la tesi di un’inchiesta che tenta di portare nuovi elementi che permettono di guardare l’agguato ad Aldo Moro ed alla sua scorta da un nuovo punto di vista. Magari un po’ più scomodo per molti personaggi in causa. E magari un certo gruppo di “penne” famose si accodasse alle parole di Curcio.

Voi direte. «Ma che c’entra, Curcio è il fondatore delle BR, è parte in causa, ha una diretta responsabilità nel percorso che portò le BR dalla loro nascita fino all’agguato…». Sofri, è bene ricordarlo, è stato condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi, dalla cui finestra la notte del 15 dicembre 1969 “volò” Pino Pinelli, anarchico fermato dalla polizia e trattenuto illegalmente in Questura (erano abbondantemente scaduti i termini del fermo) a seguito delle indagini per la bomba alla BNA di piazza Fontana a Milano (e le altre trovate sia a Milano che a Roma il 12 dicembre 1969).
Sofri si è sempre dichiarato innocente rispetto all’accusa ma, a differenza di altri, non è scappato all’estero e ha scontato tutta la pena infittagli: il 16 gennaio di quest’anno il Tribunale di Firenze ha firmato il provvedimento di fine pena.
Nel 2009, in un’intervista al Corriere della Sera si è assunto la corresponsabilità morale di quella tragedia.

Tanto per dirla fino in fondo, Sofri ha anche scritto un bel libro sulla vicenda Pinelli (La notte che Pinelli) che però si conclude con un inaspettato “Non so” proprio sulla domanda più importante: cosa accadde quella notte? Proprio da lei, Sofri, non ce l’aspettavamo. Un gesto da coniglio per lei che dalle pagine di Lotta Continua promosse una feroce campagna contro il commissario con frasi del peso di “Calabresi sarai suicidato”. E come dimenticare l’articolo del 20 dicembre 1969 intitolato "Bombe finestre e lotta di classe", dove confutò la versione ufficiale del suicidio paragonando la morte di Pinelli ai crimini dello stalinismo e del fascismo? In quello stesso articolo Sofri trasse spunto dalle intenzioni politiche della bomba per legittimare la lotta , anche violenta, del “Proletariato e delle Classi subalterne”.

Quindi lei è parte in causa, ci sta dentro fino al collo, nella vicenda di piazza Fontana che ingloba sia l’assassinio di Pinelli che quello di Calabresi.

Ad oggi lo Stato non sa, o quanto meno sa ma non è stato in grado di punire i responsabili di quelle bombe del 12 dicembre. Si sa che sono bombe di destra, messe da militanti riconducibili all’organizzazione Ordine Nuovo con la complicità di settori “deviati” dei servizi segreti all’epoca sotto il controllo dei militari.
Piccola parentesi. Non esistono i “servizi deviati”. I servizi segreti fanno quello che devono fare anche se questo cozza con l’interesse di molti e risponde alle logiche di pochi, obbediscono a degli ordini, fanno il lavoro sia pulito che sporco. Solo quando queste cose vengono a galla, la protezione dei vertici che hanno diretto l’orchestra rende d’obbligo l’aggiunta dell’aggettivo deviati e giustifica le epurazioni di facciata che non cambiano nulla nella sostanza. Chiusa parentesi.

Lei, Sofri, difende questa tesi. Perché? Cosa cambia nella sua percezione sensoriale di quegli avvenimenti e di quegli anni se le cose fossero andate diversamente?

E se un giornalista serio, competente, autonomo come Paolo Cucchiarelli, che non deve difendere nessun interesse né personale né di amici porta a termine un’inchiesta nella quale ci sono elementi nuovi, messi assieme in una logica del tutto nuova che porta ad uno scenario diverso da quello di cui lei si fa garante, è automatico che debba essere insultato, denigrato offeso sia personalmente che professionalmente. Eh si, perché una cosa è criticare altra cosa è attaccare sulla base di forzature maliziose di letture parziali di parti dell’inchiesta.

Lei, Sofri, è anche un vile. Perché non ha contestato le tesi del libro quando uscì, ossia nel maggio del 2009? Perché allora non conveniva, sarebbe equivalso a pubblicizzarlo e quindi a rendere più imbarazzanti alcune complicità. Ma quando Marco Tullio Giordana, regista serio e rispettabile, decide di mandare nelle sale un film come “Romanzo di una strage” che si ispira all’inchiesta di Cucchiarelli (pur discostandosi in alcuni punti non minori) allora il problema non è più la tesi dell’inchiesta ma il fatto che questa sia fruibile dal grande pubblico. E’ questo il nodo ed è questo che le fa scattare l’odio che traspare dalle sue parole.
Quindi a lei, Sofri, non interessa nulla della verità ma solo l’opportunità delle cose e la loro strumentalizzazione.

Lasciamo stare la presunta responsabilità che Cucchiarelli attribuisce a Valpreda ed all’innocuo “petardo” che avrebbe messo nella BNA. Vediamo, invece, la trappola che ad insaputa del ballerino anarchico sarebbe scattata secondo una logica (quella del raddoppio), un modulo operativo che i servizi segreti avrebbero messo in atto in una classica operazione “false flag”.
Questa trappola, organizzata da chi ai vertici militari auspicava per l’Italia una svolta autoritaria simile a quella che solo due anni prima portò la Grecia in mano ai colonnelli o quattro anni dopo il Cile in mano a Pinochet, fu scoperta e fu proprio Aldo Moro a bloccare le tentazioni del Presidente del Consiglio Rumor e della Repubblica Saragat di proclamare qualsiasi stato di emergenza che potesse favorire quel disegno eversivo.
Quindi la politica sapeva, le istituzioni sapevano ma non denunciarono. E perché? Forse perché dietro tutto c’era la mano fin troppo evidente della CIA che sia in Grecia che, successivamente in Cile, non intervenne direttamente ma pilotò i golpe attraverso le forti influenze che aveva nei due Paesi?
E non è stato proprio il Generale Maletti, recentemente, a denunciare la limitata sovranità dell’Italia su ciò che riguardava gli interessi degli americani nel nostro Paese e quindi il controllo della nostra “democrazia”?

E che cosa ci dice poi di tale Robert Hugh Cunningham junior che figura tra i soci della “Tipografia 15 giugno” e che, assieme al padre omonimo era dietro a tutte le tipografie che stampavano Lotta Continua? Entrambi i Cunningham erano referenti della CIA in europa tanto da essere nominato (il figlio) responsabile del partito repubblicano in Europa per l'informazione dal neoeletto presidente Reagan. Strana coincidenza, davvero.

Chi difende a spada tratta, senza discutere, senza dialettizzarsi, la verità di Stato (che, si badi bene, verità non è perché si parla solo di ipotesi e presunzioni), è un “Uomo di Stato”.
E lo è nel senso delle responsabilità che tale ruolo comporta, nel dover misurare le parole, nel dover distogliere dalla verità per un senso del dovere che deve portare alla tutela del bene comune rispetto all’interesse personale.

Perché contesta così in maniera così accalorata l’ipotesi di un modulo operativo del raddoppio che avanza Cucchiarelli? Forse perché lei stesso ne fu vittima inconsapevole e se ne è accorto troppo tardi?
Troppo tardi per denunciarlo (il punto di non ritorno era stato già superato), troppo tardi per “sputtanarlo” (ne sarebbe crollata un’immagine ed una verginità di presunta autonomia da farvi passare tutti per coglioni) ma mai troppo tardi per difenderlo tutelando il segreto.

Per tornare a scomodare renato Curcio, ricorderà quella famosa intervista a Frigidaire (eravamo degli anni ’90, quindi a guerra abbondantemente finita) nella quale il fondatore delle BR lanciò la sua spiegazione sull’impossibilità di chiudere con quel passato di arrivare a capire come sono andate realmente le cose in vicende come piazza Fontana e Calabresi per una “sorta di complicità fra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo. Quella parte degli anni ’70, quella parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce, cose che noi non riusciamo a dire perché non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che tutti sappiamo.”

Forse Curcio (essendo estraneo a quelle vicende) non ha le parole o le prove. Ma lei, caro Sofri, sicuramene non ha le palle per dirlo.


E ci sono due modi per accettare la propria impotenza: o chiudersi non affrontando più l’argomento oppure fare il salto della barricata per cercare un riconoscimento politico che è l’unica cosa che può chiedere ancora alla storia.

Lei ha detto che su piazza Fontana avrebbe rivelato quello che sapeva, ma al momento giusto. Credo che quel momento sia arrivato e non si possa più attendere.

Sarebbe un suo dovere morale nei confronti di tutti quei ragazzi che l’hanno vista come un maestro e di cui porta (almeno in parte) la responsabilità delle scelte, nei confronti delle vittime, nei confronti dell’intero Paese se è vero che il suo obiettivo all’epoca (e quello di tutti gli altri militanti della sinistra extra parlamentare) era quello di costruire una nuova società, non semplicemente cambiare le regole a quella esistente.