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<title>Chiudere gli 'Anni di piombo' - dBlog</title><link>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/</link>
<description>Chiudere gli 'Anni di piombo' - dBlog</description><language>it</language>
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	<title><![CDATA[La dietrologia alla Cip e Ciop(pa)...]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/cioppa.jpg" style="width: 197px; height: 144px;" alt="" />Uno dei luoghi comuni della dietrologia all'italiana legata al caso Moro riguarda un poliziotto di nome Cioppa, Commissario Elio Cioppa, vice capo della Squadra Mobile di Roma. Un uomo operativo, scopriamo oggi grazie ad un'intervista di Patrizio J. Macci &gt;<a href="http://affaritaliani.libero.it/roma/esclusivo-cioppa-quarantanni-di-segreti-di-roma-e-d-italia-27102011.html">Leggi</a>&lt;, uno che si buttava nella mischia quando le manifestazioni si facevano dure, uno che si &egrave; beccato una molotov sulle gambe ed ancora oggi porta i segni di quell'azzoppamento.<br /><br />Ma per la storia, rischia di passare per l'uomo che avrebbe potuto salvare Aldo Moro ed invece oper&ograve; nell'ombra per insabbiare importanti informazioni che avrebbero finito per agevolare i brigatisti.<br /><br />La storia &egrave; semplice ma, come spesso accade quando si vuole vedere il mistero a tutti i costi, viene  raccontata in modo semplicistico e letta in maniera fuorviante. <br /><br />Ci&ograve; che molti testi riportano &egrave; che il 18 marzo (quindi dopo soli due giorni dall'agguato di via Fani) 4 agenti in borghese, si sarebbero presentati in via Gradoli per dei controlli che in quei giorni riguardavano tutta la citt&agrave; di Roma. Nella palazzina al civico 96, bussarono a diverse abitazioni, tra cui l'interno 11 (nel quale il 18 aprile sar&agrave; scoperto uno dei covi pi&ugrave; importanti della colonna romana delle BR). Non ricevendo risposta i poliziotti presero informazioni sui suoi abitanti direttamente dagli altri inquilini ricevendo rassicurazioni perch&egrave; si trattava di una giovane coppia che stava fuori casa tutto il giorno per lavoro (lui pareva un agente di commercio, un rappresentante).<br />Accanto all'interno 11, per&ograve;, un'altra giovane coppia rispose al campanello: si trattava di Gianni Diana  e Lucia Mokbel. La donna segnal&ograve; ai poliziotti che la notte precedente aveva udito dei &ldquo;ticchettii&rdquo; provenire proprio dall'abitazione dei loro vicini, rumori tipici di chi utilizza un'apparecchiatura per segnali Morse. Disse di avere un amico all'interno della Questura e chiese se gli agenti potessero riferire questa informazione. A loro volta, questi, scrissero degli appunti su un foglietto di carta che la Mokbel sottoscrisse. Destinatario del biglietto Elio Cioppa.<br />L'appunto, per&ograve;, spar&igrave; e l'informazione si perse. <br /><br />Nel 1981 si scopr&igrave; che il nome di Elio Cioppa figurava tra gli iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli, gruppo fortemente filo-atlantico al quale appartenevano personaggi molto importanti tra cui gli stessi vertici dei servizi e delle Forze Armate. La Loggia, secondo tanti, avrebbe utilizzato tutti gli strumenti in proprio possesso per intralciare le indagini o addirittura &ldquo;pilotare&rdquo; le BR per giungere all'uccisione del prigioniero in loro possesso.<br /><br />La morale di questa storiella, per chi ha abusato con la dietrologia, &egrave; apparsa fin troppo semplice: un gruppo di quattro agenti avrebbe fatto delle perlustrazioni dopo sole 48 dal rapimento di Moro, in una via che sarebbe poi risultata essere &ldquo;molto calda&rdquo;, avrebbero commesso la leggerezza di non sfondare la porta dell'interno 11, avrebbero poi raccolto un'informazione molto importante relativa ad una base delle BR frequentata da brigatisti legati alla prigione di Moro (Moretti), e tale informazione si sarebbe persa prima o dopo essere stata consegnata al suo destinatario Elio Cioppa.<br />Un insabbiamento che avrebbe potuto portare al pedinamento di Moretti e quindi alla prigione di Moro. Grande vecchio di questa operazione, Elio Cioppa, piduista<br /><br />Ma le letture forzate, come spesso accade, non pagano. E non rendono giustizia alla storia ed alle persone. Peccato che spesso giungano proprio da coloro che invocano la verit&agrave;, quella vera, invocando il diritto a sapere da parte dei familiari delle tante vittime innocenti di quegli anni. E tacciando gli altri di essere irrispettosi proprio di queste vittime.<br /><br />In questi giorni esce un libro, l'ennesimo si potrebbe dire, che aggiunge altri centimetri allo scaffale delle pubblicazioni sul caso Moro e un centinaio di pagine in pi&ugrave; sulla strada della conoscenza (&ldquo;Cioppa, quarant'anni di segreti di Roma e d'Italia&rdquo; ABCom editore) . <br />Per la prima volta in assoluto, Elio Cioppa ha risposto alle domande di un giornalista che ha cercato di scavare nella sua storia, per rispondere ad una precisa domanda: &ldquo;mi trovo innanzi all'uomo che avrebbe potuto salvare Aldo Moro ma che, invece, contribu&igrave; alla sua uccisione?&rdquo;. <br /><br />La risposta che Macci si d&agrave; a questo interrogativo che lo ha accompagnato nel corso della sua intervista &egrave; negativa. Categoricamente negativa.<br /><br />La vera notizia che emerge dal bell'articolo &egrave; che Cioppa si sarebbe iscritto alla P2 nel settembre del 1978 su invito di Umberto Ortolani per risolvere un banale problema di servizio: si era visto negare un posto che secondo lui gli spettava e la P2 gli era stata presentata come un qualcosa che avrebbe potuto esercitare pressioni per restituirgli il maltolto. Sempre nel settembre del '78, fu chiamato da Grassini ad aprire un ufficio dei servizi a Piazza Barberini e per conto del Generale n. 1 del SISDE svolse delle indagini &ldquo;politiche&rdquo; sulla vicenda Moro. Nell'ambito dell'organigramma dell'intelligence era Capo Centro 2. Poca roba. Cos&igrave; come poca roba sarebbe stata il resto della sua carriera, nonostante un curriculum di tutto rispetto e tanta esperienza in prima linea con tanto di botte prese e date.<br /><br />Ma la cosa che depura definitivamente la questione nella quale sarebbe stato tirato in ballo Cioppa &egrave; che non ci fu nessuna perquisizione il 18 marzo. Ce lo dice la stessa Mokbel nel suo primo verbale di fronte alla DIGOS di Roma alle 14.20 del 18 aprile 1978: in quella sede la donna parl&ograve; di una voce di donna provenire da dietro la porta dell'interno 11 la sera del sabato Santo (quindi 25 marzo 1978) e di una notte di &ldquo;circa 20 giorni fa&rdquo; (quindi fine marzo inizio aprile '78) quando fu svegliata  tra le 3 e le 4 da rumori che lei attribu&igrave; a segnali Morse dei quali per&ograve; non seppe identificare la provenienza precisa. La donna aggiunse &ldquo;desidero precisare che al mattino successivo sono venuti degli agenti in borghese a controllare le abitazioni del palazzo, ai quali ho accennato che la notte stessa avevo appena sentito quanto sopra detto. Poi gli agenti sono andati via&rdquo;. Questo primo verbale fu fatto congiuntamente dalla coppia Diana-Mokbel all'epoca fidanzati.<br /><br />Alle 21.35 dello stesso 18 aprile, per&ograve;, il solo Gianni Diana si ripresent&ograve; alla DIGOS e alla presenza  di Nicola Simone (il funzionario che accompagn&ograve; l'On. Cazora in via della Camilluccia 551 il giorno prima dell'uccisione di Moro, e che fu oggetto di attentato da parte delle stesse BR nel gennaio del 1982) cambi&ograve; la versione della sua convivente. Diana disse che aveva in uso l'appartamento da circa un mese e mezzo, e che da 4-5 giorni si era accorto che l'appartamento all'interno 11 era occupato. Raccont&ograve; un curioso episodio avvenuto qualche sera prima: usc&igrave; sul pianerottolo per aspettare la sua fidanzata (che riteneva essere giunta sotto casa avendo sentito il rumore di un'auto) e &ldquo;da dietro la porta dell'interno 11 ho udito una voce femminile che con tono apprensivo, quasi che invocasse o avesse paura, ha detto: 'Gianni! Gianni'&rdquo;. Non ritenne la cosa indirizzata a lui in quanto conosciuto nella palazzina solo da due &ldquo;collaboratori&rdquo; che lavoravano con lui nello studio del Commercialista Dott. Bianchi in via Ximenes n. 21 (ufficio presso il quale Diana si dichiarava domiciliato, essendo egli residente a Viterbo). Si trattava di Pier Carlo Pucci (interno 6) e Sara Iannone (interno 11 scala B, praticamente l'appartamento &ldquo;gemello&rdquo; al covo delle Brigate Rosse). <br />Diana per&ograve; port&ograve; anche una correzione alle parole della Mokbel in seguito ad una domanda posta dal Dott. Simone: &ldquo;Devo dire che un paio di giorni dopo il rapimento dell'On. Moro, di notte, verso le 3 mentre mi trovavo nel mio appartamento con la mia ragazza, lei mi ha svegliato facendomi notare che si sentivano degli strani segnali, tipo alfabeto Morse. Per&ograve; non ci siamo resi conto da dove i segnali provenissero. Si udivano nel silenzio della notte per&ograve; a momenti sembravano vicini, a momenti lontani. Di conseguenza avevamo deciso di parlarne con il Dott. Cioppa, conoscente della mia ragazza. Per&ograve; l'indomani sono venuti a ispezionare l'appartamento degli agenti di Polizia ai quali abbiamo riferito la circostanza&rdquo;.<br /><br />Quindi non si trattava pi&ugrave; una notte di venti giorni prima, ma un paio di giorni dopo il rapimento di Moro.<br />Altre testimonianze raccolte il 18 aprile, per&ograve;, parlano sempre di perquisizioni generiche avvenute circa tre settimane prima. Addirittura ne parlano al microfono di Gi&ograve; Marrazzo due signore che abitavano nello stesso stabile. Una delle due &egrave; proprio la signora Nunzia Damiano che si accorse della famosa perdita d'acqua che poi provoc&ograve; la scoperta del covo brigatista.<br /><br />Il tutto non si spiega se non ci si pone il problema di cosa sia successo circa tre settimane prima del 18 aprile e che avrebbe potuto portare ad un sommario sopralluogo in via Gradoli.<br />La notte tra il 31 marzo ed il primo aprile, l'On. democristiano Benito Cazora fu accompagnato in auto sulla Cassia da alcuni malavitosi calabresi che si erano offerti di fornire il proprio aiuto nella ricerca della prigione di Aldo Moro. All'altezza dell'incrocio con via Gradoli gli venne detto &ldquo;questa &egrave; la zona calda&rdquo;. Cazora si rec&ograve; nella stessa serata dal Questore De Francesco e raccont&ograve; tutto al capo della DIGOS di Roma Domenico Spinella. Il giorno dopo torn&ograve; in Questura e gli fu detto che erano state fatte delle verifiche che avevano dato esito negativo. <br /><br />E' questo che si &egrave; voluto coprire con la retro-datazione di quella perquisizione al 18 marzo? La pista di Cazora, che come si sa ebbe molti problemi dal suo attivo interessamento per la liberazione di Moro? L'episodio avvenne, guarda caso, proprio nei giorni in cui anche Francesco Fonti (malavitoso calabrese che in seguito si sarebbe pentito e che ha raccontato i particolari del suo interessamento al caso Moro nel 2009 a Riccardo Bocca) fu portato in via Gradoli dai contatti che la 'ndrangheta aveva a Roma e che passavano per la banda della Magliana.  E proprio nello stesso periodo in cui sembra che anche i servizi segreti avessero avuto la stessa informativa ed erano pronti ad un blitz (sempre secondo le parole di Fonti).<br /><br />Il giornalista Gian Paolo Pelizzaro scoprir&agrave;, a distanza di tanti anni, la presenza di tanti appartamenti e di societ&agrave; legate ai servizi segreti proprio tra le due palazzine al civico 96 di via Gradoli. Una di queste societ&agrave; era proprio lo studio di via Ximenes. Sara Iannone, tra l'altro, querel&ograve; Pelizzaro per diffamazione ma il Tribunale, con sentenza passata in giudicato, le diede torto in quanto negli articoli scritti per il mensile Area il fatto che la Iannone lavorasse presso strutture riconducibili ai servizi non dovesse essere ritenuto n&eacute; un insulto n&eacute;, tanto meno, una diffamazione.<br /><br />Far ricadere la &ldquo;colpa&rdquo; sul poliziotto Cioppa (il cui nome fu trovato negli elenchi della P2) &egrave; stato un utile depistaggio per coprire, evidentemente, strutture e interessi che i servizi segreti avevano gi&agrave; in via Gradoli 30 anni prima dello scandalo di Marrazzo (Piero, ironia della sorte figlio di Gi&ograve;) e che con molta probabilit&agrave; riguardavano altre centinaia di appartamenti sparsi in tutta Roma.<br />&lrm;<br />Come spesso accade, non &egrave; detto che degli elementi singoli possano essere sommati. Occorre tener presente le unit&agrave; di misura. E a sommare chilometri con chilogrammi non si percorre molta strada...<br /><br />Per maggiori approfondimenti<br />http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=127<br />Vuoto a perdere, la vicenda Cazora<br /> <a href="http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/10878441">Intervista a Francesco Fonti</a><br /><a href="http://www.pensierivagabondi.it/blog/articolo.asp?articolo=1">Marco Cazora su Francesco Fonti</a>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=142]]></link>
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	<dc:date>2011-12-05T13:48:01+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA["Un ragazzo così". Presentazione il 23 novembre]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 169px; height: 279px;" src="/public/copLoRusso.jpg" />Come avevo preannunciato nel precedente post, sar&agrave; disponibile dalla prossima settimana il bel libro di Giorgio Guidelli che racconta la breve vita di Francesco Lo Russo, ragazzo simbolo dei movimenti del '77 che fu ucciso durante una manifestazione a Bologna l'11 marzo del 1977.<br /><br />A Pesaro, presso 'auditorium della Chiesa dell'Annunziata, mercoledi 23 novembre alle ore 18.00 Giorgio Guidelli presenter&agrave; in anteprima il&nbsp; suo nuovo libro che traccia un ritratto del tutto inedito del giovane morto negli scontri di Bologna del '77.<br /><br />Interverranno: <br />prof. Glauco GENGA, relatore<br />                        dott. Gaetano BUTTAFARRO, moderatore<br />                        Giorgio GUIDELLI, autore<br />                        autorit&agrave;  cittadine<br /><br />Consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilit&agrave;, anche a costo di un piccolo sacrificio in termini di Km, di essere presenti. Giorgio &egrave; un giornalista colto, brillante e soprattutto intellettualmente onesto. Il suo &egrave; un libro che potr&agrave; cambiare non poco il punto di vista con il quale ciascuno di noi ha osservato quei movimenti, quegli anni.<br />Il giorno infrasettimanale purtroppo non mi consentir&agrave; di essere in sala, ma spero di poter assistere ad altre presentazioni che sicuramente non mancheranno.<br /><br />Per conoscere meglio Giorgio e quello che scrive, consiglio a tutti di seguire il suo blog <a href="http://club.quotidiano.net/guidelli">Parole di piombo</a> che da qualche anno &egrave; ospitato dal giornale per il quale lavora.<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=141]]></link>
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	<dc:date>2011-11-14T08:27:27+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Francesco Lorusso, un ragazzo così]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/Lorusso.jpg" alt="" />Sar&agrave; in libreria fra pochi giorni un nuovo lavoro di<span style="font-weight: bold;"> Giorgio Guidelli</span>, giornalista de "Il Resto del Carlino" che ho il piacere di annoverare tra i pi&ugrave; cari amici e con il quale condivido la passione per lo studio degli <span style="font-style: italic;">anni di piombo</span>.<br /><br />La sua nuova fatica letteraria &egrave;, come al solito, un'inedito lavoro di approfondimento che scava nella vita di Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua ucciso dalle forze dell'ordine l'11 marzo 1977 a Bologna durante una manifestazione.<br /><br />Inedito perch&egrave; si d&agrave; per scontato che i militanti di Lotta Continua e dei movimenti extraparlamentari degli anni 60-70 fossero dei marxisti-leninisti votati alla sola fede della violenza. Ed invece Guidelli, che si &egrave; posto il problema per primo, ha cercato di capire meglio, di scavare tra i ricordi e ha scritto questo bellissimo testo che restituisce alla storia il ritratto di un ragazzo comune impegnato tra fede, politica e sport. La storia che ci racconta Guidelli &egrave; il frutto di una ricostruzione rigorosa che comprende le testimonianze di decine di amici ed ex scout, corredate da immagini dell'epoca. <br />E proprio da una foto in bianco e nero dimenticata in un vecchio album, che ritrae Lorusso in preghiera durante un campo scout, parte il racconto dell'altra vita del ragazzo che fece piangere l'Italia.<br /><br />Un libro snello che si caratterizza per la straordinaria leggerezza della penna di Giorgio Guidelli che sa coniugare la rigorosit&agrave; dei contenuti alla piacevolezza di un'opera letteraria senza mai stancare il lettore e cogliendo sempre il cuore degli eventi.<br /><br />Un gran libro, insomma. Una tappa obbligata per chi vuol capire meglio quegli anni, quelle manifestazioni che oggi tornano tristemente nelle pagine di cronaca, o per chi vuole scoprire un nuovo modo di divulgazione delle nostre pagine contemporanee, che molti si sono affrettati a voltare senza leggerle.<br /><br />Prestissimo, una recensione ed una nuova intervista a Giorgio Guidelli<br /><br /><br />PS<br />Vi segnalo anche una bella <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2011/03/11/472090-francesco_scout.shtml">intervista </a>di Guidelli sul medesimo argomento su  e il bellissimo <a href="http://www.vuotoaperdere.org/Riparliamo/24aprile.asp">evento </a>che ha visto protagonista il suo libro su Roberto Peci che ha arricchito la manifestazione "Riparliamo degli anni '70" <br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=140]]></link>
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	<dc:date>2011-10-23T12:14:01+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Chi è più antidemocratico-quiz]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 205px; height: 271px;" src="/public/hogefeld.jpg" />E' di questi giorni la notizia che una ex militante della RAF, Birgit Hogefeld, sia stata rimessa in libert&agrave; dalla magistratura tedesca. <br />&gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/news/comunicato.asp?cod_com=391">Leggi la notizia</a>&lt;<br />La Hogefeld si era resa colpevole dell'uccisione di un soldato americano nel 1985 e di un assalto ad una base militare USA in Germania. Nel 1996 era stata condannata all'ergastolo dopo essere stata arrestata nel 1993. In totale, quindi, 18 anni di carcere.<br /><br />Sappiamo tutti cosa &egrave; successo in Italia alla sola notizia che al latitante (per la nostra giustizia) Cesare Battisti era stata negata l'estradizione da parte del Brasile. Boicottaggi, manifestazioni, chiamate alle armi. Senza entrare nel dettaglio, la decisione brasiliana nulla avrebbe da eccepire in termini di diritto internazionale: nessun Paese concede l'estradizione verso un altro Paese che prevede, per lo stesso reato, pene pi&ugrave; severe. E' come se l'Italia estradasse una donna islamica che, secondo la legge del suo Paese, avesse commesso un grave reato &quot;morale&quot; per il quale &egrave; prevista la lapidazione.<br /> <br />Noi che ci definiamo democrazia avanzata, non siamo riusciti ancora a chiudere i conti con un passato che, per carit&agrave; di Patria, abbiamo frettolosamente liquidato come &ldquo;follia generazionale omicida&rdquo;. E ne continuiamo a pagare le conseguenze. La Germania, che pure ha avuto un fenomeno di lotta armata lungo e sanguinoso, ha avuto il coraggio di analizzare le contraddizioni della sua societ&agrave;, ha ammesso i propri errori, ha saputo trovare delle pene adeguate ai singoli tenendo conto che si trattava di fenomeni collettivi.<br />Consiglio a tutti il film &ldquo;La banda Baader Meinhoff&rdquo; e invito ad ascoltare con attenzione anche le interviste in appendice. Davvero illuminanti per capire le differenze tra la situazione italiana e tedesca.<br /><br />Le pene vanno comminate e fatte rispettare, ma se uno Stato non &egrave; in grado di farlo perch&egrave; concede &quot;un aiutino&quot; a chi non &egrave; conveniente perseguire pi&ugrave; di tanto (vedi Casimirri) io non faccio parte di coloro che vorrebbero vedere Pinochet impiccato in una pubblica piazza. Mi basterebbe far si che tutti conoscano la verit&agrave; sui crimini da lui commessi e che siano da monito per altri affinch&egrave; non siano reiterai. La vendetta non serve a nulla, se non ai soliti potenti che possono continuare a contare su chi proseguir&agrave; a tenere la bocca chiusa.<br /><br />Il problema vero &egrave; che da noi lo Stato ha infranto le sue leggi non per tutelare l&rsquo;interesse della democrazia (polis o pietas) ma per garantire piccoli interessi di bottega. Con il risultato di blindare certe verit&agrave; e farle diventare continuo ed efficace strumento di ricatto. Con il risultato che la scia di morti si &egrave; allungata e che una serie di personaggi, da una parte e dall&rsquo;altra, hanno acquisito molto potere. E continuano a mantenerlo dato che sono ancora in ballo.<br /><br />Per parafrasare la splendida trasmissione di Arbore degli anni &rsquo;80 (che in questo periodo stanno incredibilmente ritrasmettendo in TV al mattino presto) non credo ci siano dubbi a rispondere alla domanda iniziale: io non so se la Germania sia democratica o meno. Ma di certo so che non lo siamo noi perch&eacute; se democrazia vuol dire &ldquo;potere del popolo&rdquo; in Italia il popolo non ha mai contato nulla e gli affari sono stati fatti sempre alle sue spalle e sulla sua pelle.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=139]]></link>
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	<dc:date>2011-06-22T18:51:16+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Ultima chiamata per la verita']]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 206px; height: 137px;" src="/public/limiti.jpg" /> <!--[if gte mso 9]><xml>
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<p>Lo scorso 12 marzo, sul sito dell’editore ChiareLettere, la giornalista <span style="font-weight: bold;">Stefania Limiti </span>ha pubblicato ><a href="http://www.cadoinpiedi.it/2011/03/12/caso_moro_le_verita_nascoste.html">un’intervista ad un testimone di eccellenza della vicenda Moro</a><. All’epoca dei fatti era un militare di leva che fu chiamato, assieme ad altri 9 commilitoni, a partecipare ad un’operazione speciale. I dieci giovanotti furono portati a Roma e fu assegnato loro un compito delicato e, probabilmente, pericoloso: sorvegliare un appartamento prospiciente a Villa Bonelli, che si riteneva essere la cosiddetta “prigione del popolo”.</p>
<div> </div>
<p>La notizia in s&eacute; non &egrave; una grande novit&agrave;. Ne aveva gi&agrave; parlato la stessa Limiti in un quasi clandestino trafiletto sul settimanale L’Espresso (avevo anche ><a href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=121">commentato</a>< la faccenda sul blog nel novembre del 2009). </p>
<p>L’obiettivo del trafiletto, da quello che mi &egrave; parso, credo che fosse il tentativo di smuovere l’inchiesta sul dossier prodotto da questo testimone.<br /></p>
<p><br /></p>
<p>Naturalmente, quel primo accenno fu sufficiente a sguinzagliare il fiuto di tanti segugi che per passione o lavoro si interessano del caso Moro. E cos&igrave; in tanti hanno iniziato a lavorare su quel trafiletto. </p>
<p>Ed, infatti, per “gli addetti ai lavori” la questione non rappresenta un “mistero”. Si sanno molte cose oltre a quelle che ha raccontato la brava Stefania alla quale deve essere riconosciuto il coraggio di rendere di dominio pubblico le informazioni stimolando, con il suo articolo, ad approfondire gli importanti elementi che quello che lei chiama “il signor Mario” ha avuto modo di raccontarle. <br /></p>
<p>Ritengo che adesso se ne possa parlare un po’, con la dovuta cautela e rispettando il testimone e tutto ci&ograve; che ha ritenuto di raccontare. <br /></p>
<p>La storia parte da molto lontano, dall’autunno del 2008 quando Mario, a seguito del mare di pubblicazioni che seguirono il trentennale di questa dolorosa vicenda, decise di rendere pubblico ci&ograve; che da 30 anni custodiva tra i ricordi personali. E di cose, Mario, ne ha ricordate e riferite tante. <br /></p>
<p>Stefania Limiti ha parlato di microfoni ad alta ricezione installati nell’appartamento del primo piano per “origliare” in quello brigatista. E parla anche di controllo dei bidoni della spazzatura. La cosa avveniva utilizzando un “falso” camion della Nettezza Urbana e falsi spazzini. <br /></p>
<p>Un giorno, nel coordinare le operazioni di prelevamento della spazzatura, ci fu un tamponamento tra il camion ed un’<span style="font-weight: bold;">alfasud “caffelatte”</span> che si aggirava in strada. Nacque un piccolo litigio che rischi&ograve;, secondo il sig. Mario, di allarmare i brigatisti compromettendo l’operazione. Entrambi i mezzi erano di disponibilit&agrave; degli uomini impegnati nel controllo dell’appartamento.<br /></p>
<p>Il sig. Mario parla anche della preparazione di un blitz che, giorno dopo giorno, appariva sempre pi&ugrave; vicino. In previsione di ci&ograve;, uno dei compiti del gruppo era di contattare gli inquilini, con molta discrezione, per predisporre un temporaneo allontanamento dalle loro abitazioni mettendoli al riparo da rischi ed evitando intralci. <br /></p>
<p>Di osservazioni ce ne sarebbero molte. Volendo delimitare il campo, possiamo provare ad iniziare con un paio:</p>
<p>- un’alfasud beige compare in via Fani subito dopo la fuga del commando, un’auto del Ministero dell’Interno in “borghese” dalla quale alcuni testimoni vedono scendere persone che sembrano poliziotti (ne parlo sia in Vuoto a perdere che in Via Fani ore 9.02 scritto con l’amico Romano Bianco). Quest’auto rappresenta uno di quegli interrogativi che &egrave; stato possibile porsi solo a distanza di 30 anni. Un’alfasud chiara &egrave; legata alle minacce ricevute dal figlio dell’edicolante Paolo Pistolesi, testimone chiave dell’agguato di via Fani. Se si trattasse della stessa macchina avremmo diversi indizi che portano in una stessa direzione: qualcuno nello Stato sapeva dell’agguato e sapeva della prigione, non &egrave; intervenuto in via Fani e non &egrave; intervenuto in via Montalcini. Si &egrave; limitato ad osservare;</p>
<p>- in un appartamento furono installate delle attrezzature (microfoni e registratori), altri inquilini furono avvicinati per valutare la possibilit&agrave; di un loro spostamento. Se ne deve dedurre, se cos&igrave; fosse, che tutte queste persone abbiano subito pesanti minacce in quanto nulla di tutto ci&ograve; &egrave; mai stato riferito agli inquirenti che hanno interrogato, pi&ugrave; volte, i condomini di quello stabile. </p>
<div><span style="font-weight: bold;">Sono passati 33 anni e credo sia giunto il momento di lanciare un appello sia ai commilitoni di Mario sia agli inquilini di via Montalcini n. 8</span>: lo so che &egrave; difficile, che ci vuole molto coraggio, che forse a distanza di tanti anni potrebbe non servire nemmeno per scoprire la verit&agrave; su quella vicenda. Ma proviamoci, con tutte le cautele del caso nei confronti delle persone. Abbiate fiducia. <br />Forse se a parlare &egrave; uno solo, il rischio di essere “insabbiato” o di subire conseguenze &egrave; concreto. Ma se a parlare sono in tanti, queste voci hanno davvero l’opportunit&agrave; di cambiare la storia. E mai come in questo momento il nostro Paese ne avrebbe davvero bisogno.</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=138]]></link>
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	<dc:date>2011-03-28T14:37:15+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[E se abolissimo i giorni della memoria?]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" src="/public/pfontana01.jpg" alt="" />La sapete una cosa? <br />Comincio a pensare che dovrebbero essere aboliti i giorni della memoria... <br />Questo in generale, ma per quanto riguarda il nostro Paese, in particolare.<br /><br />Ma vi sembra che qualcuno abbia voglia di ricordare davvero? <br />A furia di ricordare ci si potrebbe accorgere di una verit&agrave; sotto il naso e magari incazzarsi (presente Poe, La lettera rubata?). Un esempio?  Un presidente del consiglio piduista (cio&egrave; che usava le istituzioni per fare business all'ombra della legalit&agrave;), un ministro della difesa ex fascista, tra i pi&ugrave; facinorosi, di quel fascismo degli anni '70 che ancora si rifaceva a J. Borghese, alle teste vuote della XMAS, e alla repubblica(?) di Sal&ograve;.  <br />Per non parlare delle strumentalizzazioni, delle parole non credibili di chi utilizza queste occasioni come vetrine personali.  <br /><br />Vale davvero la pena ricordare?  A quanto pare non serve o non basta. E l'ultima intervista di Licio Gelli parrebbe confermare che le cose non cambieranno mai (><a href="http://www.vuotoaperdere.org/articoli/Articolo.asp?ArtID=202">leggi</a><)<br /><br />Secondo me sarebbe molto meglio se gli italiani iniziassero a leggere. Ma &egrave; molto pi&ugrave; facile fare una finta manifestazione che impegnarsi davvero a cambiare le cose. <br /><br />Buoni ricordi a tutti]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=137]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=137</guid>
	<dc:date>2011-01-30T16:47:08+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Intervista a Giacomo Pacini: affari molto "Riservati"]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" alt="" src="/public/uar.jpg" />Ho iniziato a conoscere <span style="font-weight: bold;">Giacomo Pacini</span> tramite i commenti sul sito. Grazie a FaceBook ho potuto scoprire pi&ugrave; a fondo ilsuo modo di lavorare e le sue competenze. Quando l&rsquo;amico Paolo Cucchiarelli mi ha preannunciato l&rsquo;uscita di un lavoro sull&rsquo;Ufficio Affari Riservati mi chiesi subito chi fosse stato cos&igrave; &ldquo;matto&rdquo; da caricarsi l&rsquo;onere di scavare in quello che per me era un grosso buco documentale su uno degli apparati pi&ugrave; potenti e misteriosi (forse il pi&ugrave; potente e perci&ograve; misterioso) della nostra Repubblica.<br />Quando ho saputo che l&rsquo;autore era Giacomo ho avuto la certezza che si dovesse trattare di un lavoro ineccepibile e la curiosit&agrave; di leggerlo &egrave; stata immediata. Un testo completo (per quanto si possa apprendere su simili strutture), onesto, rigoroso. Un lavoro che non ti aspetti da un giovanissimo come Giacomo ma che, evidentemente, storici pi&ugrave; maturi e &ldquo;contemporanei&rdquo; alla struttura non hanno avuto il coraggio o le competenze per scriverlo.<br /><br />Lo consiglio a tutti perch&eacute; pur non essendo un romanzo la sua lettura &egrave; piacevole, la struttura &egrave; ben articolata tra l&rsquo;uso delle fonti e l&rsquo;analisi, l&rsquo;indice del lavoro &egrave; chiaro e consente di spostarsi rapidamente da un argomento all&rsquo;altro. In questo pu&ograve; essere assimilato pi&ugrave; ad un manuale che ad un saggio storico.<br />Non potevo esimermi dal porre a Giacomo alcune questioni. Come al solito mi auguro di aver interpretato anche le domande dei lettori ai quali resta, come sempre, la possibilit&agrave; di proporre nuove domande e riflessioni.<br /><br /><span style="font-style: italic;">Giacomo Pacini. Ricercatore Storia contemporanea, laureato presso l&rsquo;universit&agrave; di Pisa, si occupa di storia dell&rsquo;Italia Repubblicana con particolare riferimento alle vicende degli anni settanta.</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">Ha svolto ricerche sulle violenze contro i civili durante la seconda guerra mondiale.</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">Tra le sue pubblicazioni</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">-	&ldquo;Le origini della operazione Stay Behind (1943-1956)&rdquo;, pubblicato sulla rivista &ldquo;Contemporanea&rdquo;, Il Mulino, n. 4/2007.</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">-	&ldquo;Le organizzazione paramilitari segrete nell&rsquo;Italia Repubblicana&rdquo;, Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2008. </span><br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Tra i tanti argomenti che interessano la storia d&rsquo;Italia, mai erano state dedicate delle pagine ad un apparato come l&rsquo;Ufficio Affari Riservati. Secondo te, come mai?</span><br /><br />Se &egrave; vero che fino al 1996, quando Aldo Giannuli rinvenne il noto archivio di via Appia, la documentazione era molto esile (e, spesso, di scarsa attendibilit&agrave;), &egrave; in effetti sorprendente la poca attenzione che nel corso degli anni vi &egrave; stata alle vicende dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati (Uar). Eppure stiamo parlando di un organismo che dal 1948 al 1974 &egrave; stato il vertice della polizia politica italiana.<br />Tuttavia, il fatto che se ne sia parlato cosi poco pu&ograve; anche voler dire che gli uomini dell&rsquo;Uar hanno saputo fare molto bene il loro lavoro di &ldquo;spioni&rdquo;.<br />In una vecchia intervista Federico Umberto D&rsquo;Amato (che dell&rsquo;Uar &egrave; stato il pi&ugrave; qualificato dirigente) disse che uno spione degno di questo nome deve tenere sempre un piede nella legalit&agrave; e tre fuori, ma non deve mai farsi beccare, come invece era accaduto a praticamente tutti i vertici dei servizi segreti militari. <br />Ecco, diciamo che l&rsquo;Uar era composto da veri e propri spioni, da &ldquo;sbirri&rdquo; di professione che, sono sempre parole di D&rsquo;Amato, &ldquo;sapevano di diritto e di investigazione&rdquo;, a differenza di quanto avveniva nel Sid (il servizio segreto militare) dove poteva capitare che a doversi occupare di investigazioni politiche fossero militari che provenivano dal genio, ammiragli laureati in ingegneria navale o pluridecorati generali che magari conoscevano alla perfezione le strategie belliche, ma che non avevano la minima idea di cosa fosse una indagine informativa di natura politica. Con risultati spesso disastrosi (vedi i casi Giannettini, Pozzan ecc. ecc.). Mentre gli uomini dell&rsquo;Uar erano &ldquo;professionisti&rdquo; del settore e, appunto, non si facevano mai &ldquo;beccare&rdquo; (o quasi). <br />Per fare un esempio, se i legami e le complicit&agrave; che, negli sessanta/settanta, vi furono fra alcune parti dell&rsquo;estremismo di destra ed il Sid sono ormai documentati, prove documentali (e sottolineo documentali) di una conclamata collusione tra l&rsquo;Uar ed il neofascismo non sono mai state trovate. Emblematico il caso del fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie; di un suo presunto legame col ministero dell&rsquo;Interno si &egrave; parlato numerose volte (perfino un ex funzionario dell&rsquo;Uar ha sostenuto che Delle Chiaie aveva contatti col Viminale), ma non &egrave; mai emerso un documento capace di provarlo con certezza.<br />  <br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nel libro descrivi con grande accuratezza documentale la storia dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati sin dalle sue origini. Quale &egrave; stato il suo ruolo nel tempo e, se &egrave; cambiato, secondo te per quale motivo?</span><br /><br />L&rsquo;Uar nacque nel 1948 sulle ceneri della &ldquo;vecchia&rdquo; Divisione Affari Generali e Riservati che operava sotto il fascismo ed il suo compito essenziale era quello di coordinare il lavoro degli Uffici Politici delle questure. A fine anni cinquanta, tuttavia, quando al vertice dell&rsquo;Ufficio giunse un nucleo di funzionari provenienti dalla questura di Trieste (chiamati dall&rsquo;allora ministro dell&rsquo;Interno Tambroni e tra i quali vi era una figura molto importante per la storia degli apparati di polizia, Walter Beneforti), l&rsquo;Uar sub&igrave; un profondo mutamento, sganciandosi completamente dalle questure e diventando una vera e propria polizia parallela al diretto ed esclusivo servizio del Viminale, indipendente rispetto a qualunque altro apparato informativo allora esistente in Italia.<br />La struttura operativa creata dai &ldquo;triestini&rdquo; rimase sostanzialmente immutata anche dopo il loro allontanamento dagli Affari Riservati. <br />A fine anni sessanta, cos&igrave;, l&rsquo;Uar era divenuto una sorta di organizzazione piramidale con D&rsquo;Amato al vertice e numerose &ldquo;squadre periferiche&rdquo; attive in varie citt&agrave; italiane, composte da sottufficiali di pubblica sicurezza (autonomi dalle questure, visto che il loro quartier generale era situato in anonimi uffici privati) che gestivano tutti gli informatori disseminati all&rsquo;interno di partiti politici, quotidiani, sindacati o movimenti extraparlamentari. I componenti dell&rsquo;Uar, peraltro, avevano tutti la qualifica di ufficiale di Polizia Giudiziaria, ma potevano anche non informare la magistratura qualora venissero in possesso di notizie inerenti un reato, muovendosi come agenti di un vero e proprio servizio di sicurezza, cosa che, per&ograve;, l&rsquo;Uar (da un punto di vista legale) non era. <br /><br /><span style="font-weight: bold;">Federico Umberto D&rsquo;Amato &egrave; stato un personaggio molto potente che ha acquistato un ruolo importante nel 1963 (dal 1966 &egrave; diventato il capo della struttura). Nel 1963 c&rsquo;&egrave; stato il primo governo Moro con l&rsquo;apertura ai socialisti e nel 1964 il tentativo di golpe De Lorenzo. Che ruolo ha avuto l&rsquo;Ufficio Affari Riservati, ed in particolare D&rsquo;Amato, in questa determinante fase storica?</span><br /><br />Ufficialmente nessun ruolo. In quegli anni, infatti, l&rsquo;Uar, almeno stando alla documentazione di cui disponiamo, visse  una sorta di fase di transizione, mentre un rinnovato &ldquo;protagonismo&rdquo; in campo spionistico lo riacquis&igrave; solo nella seconda met&agrave; degli anni sessanta grazie appunto ad una figura come Federico Umberto D&rsquo;Amato, il quale seppe sfruttare con grande abilit&agrave; le conseguenze della grave crisi in cui precipit&ograve; il Sifar (dal 1965 Sid) dopo lo scoppio del noto scandalo delle schedature illecite di migliaia di italiani e la rivelazione del cosiddetto Piano Solo. Coi servizi segreti militari gravemente compromessi agli occhi della opinione pubblica (e con gran parte della stampa che cominci&ograve; a parlare apertamente del Sid come di una struttura &ldquo;deviata&rdquo;, se non perfino composta da golpisti), D&rsquo;Amato riusc&igrave; a tessere con grande abilit&agrave; la sua tela, ridando all&rsquo;Uar un ruolo da protagonista ed acquisendo un potere che mai nessun dirigente degli Affari Riservati aveva raggiunto.<br />D&rsquo;Amato, tuttavia, fu ufficialmente a capo dell&rsquo;Uar solo per un breve periodo a cavallo fra 1971 e 1972. Infatti, pur essendo fin dagli anni sessanta la figura preminente dei servizi informativi del Viminale egli prefer&igrave; mantenere sempre un ruolo defilato, tenere la sua figura poco esposta, lasciando la direzione dell&rsquo;Uar in mano ad altri funzionari (i vari Lutri, Catenacci, Vigevano) che, di fatto, erano alle sue dipendenze. Fu anche grazie a questa sua sorta di basso profilo che, negli anni settanta, riusc&igrave; a rimanere sostanzialmente immune da inchieste giudiziarie o da campagne giornalistiche ostili (come quelle che, ad esempio, si abbatterono sugli uomini del Sid).  L&rsquo;unica volta che fin&igrave; nel mirino della magistratura fu nel 1976, quando fu accusato di peculato nell&rsquo;ambito di un filone collaterale di una pi&ugrave; vasta indagine su intercettazioni telefoniche abusive effettuate da uomini dei servizi. L&rsquo;accusa era di aver indebitamente usato, nel 1973, fondi del ministero per acquistare 180 microspie che sarebbero state utilizzate per intercettazioni mai autorizzate dall&rsquo;autorit&agrave; giudiziaria. L&rsquo;inchiesta, tuttavia, si sgonfi&ograve; nel giro di pochissimo tempo.<br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Taviani in Commissione Stragi escluse che l&rsquo;organizzazione dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati potesse filtrare le notizie raccolte sul territorio per trasmettere alla magistratura solo ci&ograve; che i vertici dell&rsquo;apparato ritenevano opportuno. Eppure il dubbio resta. Possibile che un&rsquo;organizzazione cos&igrave; verticistica abbia resistito alla tentazione di &ldquo;gestire le informazioni&rdquo; per aumentare il proprio potere?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />Il dubbio &egrave; pi&ugrave; che legittimo visto che proprio per la sua organizzazione verticistica l&rsquo;Uar era certamente in grado di tenere per s&egrave; le informazioni pi&ugrave; scottanti e riservate senza fornirle alla magistratura (per poi magari usarle ad &ldquo;altri&rdquo; fini).<br />&Egrave; nota, ad esempio, la vicenda delle borse di Padova su cui mi soffermo a lungo nel libro. Gi&agrave; pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, infatti, la commessa ed il titolare di una valigeria di Padova riferirono alla locale questura di aver venduto, due giorni prima della strage, delle borse simili a quelle usate per nascondere gli ordigni usati negli attentati del 12 dicembre. La questura padovana trasmise questa rilevante informazione all&rsquo;Uar che per&ograve; la tenne per s&eacute;, fino a quando, alcuni anni dopo, essa non riemerse quasi per caso. Ne segu&igrave; una inchiesta che tuttavia non approd&ograve; a nulla e che non coinvolse mai D&rsquo;Amato (anche perch&eacute;, come detto, egli, almeno ufficialmente, non era al vertice dell&rsquo;Uar e a dover rispondere di quanto avvenuto fu l&rsquo;allora direttore Elvio Catenacci).<br />Quanto a Taviani, se nel suo libro di memorie ha sostenuto di essere sicuro che mai D&rsquo;Amato nascose delle prove, nella parte della sua audizione in Commissione Stragi tenutasi in seduta segreta, alla specifica domanda del Presidente Giovanni Pellegrino se, visto il modus operandi dell&rsquo;Uar non vi fosse stato il rischio che gli Affari Riservati fossero in grado di nascondere le informazioni pi&ugrave; scottanti sottraendole all&rsquo;autorit&agrave; giudiziaria, l&rsquo;allora Senatore a vita dette questa testuale risposta: &ldquo;di questo a me &egrave; giunta eco solo per quanto riguarda Milano e la Lombardia. Ed &egrave; per questo che ho sciolto l&rsquo;Ufficio Affari Riservati&rdquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Veniamo alla strategia della tensione. Nel libro parli di infiltrazione e di polizia parallela. Come venivano gestite queste operazioni? Vi era trasparenza o si pu&ograve; parlare di vera e propria clandestinit&agrave;?</span><br /><br style="font-weight: bold;" />Studiando le attivit&agrave; dei servizi segreti (ed in particolare dall&rsquo;Uar) negli anni della strategia della tensione &egrave; spesso difficile distinguere il confine che passava tra una legittima attivit&agrave; di infiltrazione in un gruppo terroristico ed una attivit&agrave; clandestina di provocazione. <br />Faccio un esempio; vi sono documenti da cui risulta che in alcuni incontri di alto livello del cosiddetto Club di Berna (come era convenzionalmente denominata una struttura &ldquo;creata&rdquo; da D&rsquo;Amato, il cui compito era coordinare ed armonizzare il lavoro delle principali polizie europee)  venne auspicata (e programmata) la necessit&agrave; di una infiltrazione nei gruppi eversivi di sinistra da parte di agenti di polizia. Il che &egrave; cosa normale, se non fosse che, in certi casi, si arrivava anche ad ammettere la possibilit&agrave; che l&rsquo;eventuale infiltrato potesse essere uno specialista in uso di armi ed esplosivi. Circostanza che, sebbene non vi sia alcuna prova documentale, pu&ograve; far sorgere qualche dubbio sul labile confine che, certe volte, pu&ograve; esserci tra infiltrato e provocatore. <br />Emblematico, a suo modo, il caso della fonte Anna Bolena, al secolo Enrico Rovelli, il principale infiltrato dell'Uar tra gli anarchici milanesi del Ponte della Ghisolfa. Sarebbe stata infatti tale fonte a indirizzare le indagini sulla strage di Piazza Fontana verso la pista anarchica, nonch&egrave; a dare informazioni del tutto inventate che descrivevano Dario Fo nientemeno che come il vero capo delle Brigate Rosse. Inoltre ci sono documenti da cui risulta che sempre Anna Bolena avrebbe attribuito agli anarchici quasi tutti gli attentati dinamitardi avvenuti in Italia nel corso del 1969, anche quelli di cui &egrave; oggi certa la matrice di estrema destra. Questo dimostrerebbe che Rovelli non era un &ldquo;semplice&rdquo; confidente, ma un vero e proprio infiltrato responsabile dei depistaggi successivi a Piazza Fontana. Va anche detto, tuttavia, che Rovelli, davanti all'autorit&agrave; giudiziaria, pur  ammettendo il suo rapporto con l&rsquo;Uar, ha negato di aver fornito quelle informazioni ed ha sostenuto di essere lui per primo vittima degli Affari Riservati, in quanto essi avrebbero usato il suo nome come paravanto mentre la mente dei depistaggi era solo ed esclusivamente il vertice dell'Uar.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nella quarta di copertina c&rsquo;&egrave; un interrogativo che oserei definire &ldquo;decisivo&rdquo; nella comprensione del ruolo dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati: &ldquo;Che ruolo ha avuto l&rsquo;UAR nella drammatica stagione della strategia della tensione?&rdquo;. Vogliamo provare a dare una seppur sintetica risposta ai nostri lettori?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />Tra i documenti inediti che riporto nel libro ve ne &egrave; uno, risalente al 1955 e la cui autenticit&agrave; &egrave; certa, che sembra anticipare di quasi 15 anni gli scenari della strategia della tensione, visto che, stando a quanto si legge, all&rsquo;epoca, i servizi americani stavano reclutando militanti di estrema destra da inserire in strutture segrete che avrebbero dovuto provocare artificialmente disordini sul territorio italiano per favorire l&rsquo;ascesa di un governo forte. Gli stessi vertici dell&rsquo;Uar  si dicevano preoccupati per queste incaute azioni dei servizi angloamericani.<br />Venendo, tuttavia, agli anni settanta ed al possibile ruolo dell&rsquo;Uar, sulla base degli elementi disponibili &egrave; plausibile ritenere che gli Affari Riservati fossero quantomeno a conoscenza di quello che sarebbe accaduto il 12 dicembre 1969. <br />Secondo un ex generale del Sid, tale Nicola Falde, &ldquo;l&rsquo;attentato di Piazza Fontana sarebbe stato organizzato dall&rsquo;Uar e poi il Sid si sarebbe incaricato di coprire il tutto&rdquo;, ma significative sono anche le dichiarazioni dell'ex dirigente dell'Ufficio Politico della questura di Roma, Domenico Spinella, che ha rivelato che, negli anni settanta, ogni qual volta a Roma avvenivano degli attentati, D&rsquo;Amato era solito inviare all&rsquo;Ufficio politico della Capitale alcuni suoi agenti di fiducia per collaborare alle indagini. Tuttavia, ha sostenuto Spinella, l&rsquo;allora capo dell&rsquo;Ufficio politico, Bonaventura Provenza (gi&agrave; funzionario dell&rsquo;Uar), pur non potendo rifiutare quella collaborazione, faceva di tutto affinch&egrave; gli uomini di D&rsquo;Amato non interferissero, poich&egrave; temeva che essi avrebbero potuto attuare &ldquo;un qualche tentativo di depistaggio delle indagini&quot;. <br />Sui possibili depistaggi dell&rsquo;Uar dopo Piazza Fontana, poi, rimando alle gi&agrave; citate vicende delle borse di Padova e della fonte Anna Bolena. <br />Dalla documentazione, inoltre, emerge che nel marzo 1970 due dei pi&ugrave; noti estremisti di destra romani, i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, all'epoca latitanti in Spagna, chiesero un contatto con gli apparati di polizia promettendo delle rivelazioni sugli attentati del 1969. Come luogo di incontro venne scelto il posto di Polizia al Passo del Brennero. Non sappiamo con certezza se questo contatto si concretizz&ograve;, anche se &egrave; provato che, pochi giorni dopo la &ldquo;richiesta&rdquo; dei Di Luia, un alto dirigente dell&rsquo;Uar quale Silvano Russomanno si rec&ograve; effettivamente al posto di polizia del Brennero. &Egrave;  dunque quantomai plausibile ritenere che vi sia andato per incontrare i Di Luia. Tuttavia, non esiste alcun documento che permetta di capire di cosa si discusse in quell&rsquo;incontro, del quale, ovviamente, la magistratura non fu minimamente messa al corrente.<br />Molto interessante, infine, &egrave; un documento dell&rsquo;Uar fino ad oggi inedito inerente il golpe Borghese da cui risulterebbe che dietro quella vicenda non c&rsquo;era l&rsquo;intento di favorire una svolta autoritaria, ma, attraverso l&rsquo;uso strumentale della estrema destra, l&rsquo;obiettivo era rafforzare l&rsquo;assetto di potere allora esistente in Italia<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Ufficio Affari Riservati e caso Moro. Sei riuscito ad individuare delle possibili connessioni tra il ruolo degli inquirenti e le attivit&agrave; dell&rsquo;Ufficio? L&rsquo;Ufficio Affari Riservati, secondo te, si &egrave; mosso pi&ugrave; di quanto non ne sappiamo durante i 55 giorni? E se si, con quali finalit&agrave;?</span><br /><br />Nel giugno 1974 dopo la strage di Brescia, l&rsquo;Uar, almeno ufficialmente, era stato sciolto ed al suo posto Taviani aveva &ldquo;creato&rdquo; l&rsquo;Ispettorato Antiterrorismo diretto dal questore Emilio Santillo, mentre D&rsquo;Amato era stato mandato a dirigere la Polizia di Frontiera.  Durante la vicenda Moro, dunque, l&rsquo;originario Uar non esisteva pi&ugrave;; all&rsquo;epoca, infatti, era appena stato istituito l&rsquo;Ucigos che, anche in conseguenza della riforma dei servizi di fine 1977, aveva preso il posto dell&rsquo;Ispettorato di Santillo.<br />Altro discorso &egrave; capire che ruolo ebbe D&rsquo;Amato durante i 55 giorni del sequestro dello statista democristiano, in particolare all&rsquo;interno dei tanto discussi Comitati di crisi creati presso il Viminale. Cossiga in Commissione Stragi sostenne che durante il caso Moro D&rsquo;Amato era fuori dai giochi poich&eacute; ormai era diventato &ldquo;unpolitically correct&rdquo; collaborare con lui (a causa del veto posto dalle sinistre, soprattutto dai socialisti, sulla sua figura), mentre, ha aggiunto l&rsquo;ex presidente della Repubblica, se ci si fosse potuti avvalere dell&rsquo;apporto di una personaggio del suo calibro, le indagini avrebbero preso un&rsquo;altra piega.<br />Tuttavia, in una missiva riservata che D&rsquo;Amato invi&ograve; nel 1981 all&rsquo;allora ministro dell&rsquo;interno Virginio Rognoni egli scriveva di aver continuato ad occuparsi di investigazioni politiche anche dopo lo scioglimento dell&rsquo;Uar ed aggiungeva che negli ultimi anni:<br />&ldquo;non c'e' stato argomento di rilevanza di cui non sia stato chiamato ad occuparmi: dalle origini, la natura, i collegamenti internazionali del terrorismo, al caso Moro; dalla strutturazione, competenza, funzionamento dei nuovi servizi segreti, al mantenimento e sviluppo di rapporti con i servizi paralleli ed alleati&rdquo;.<br />Dunque, &egrave; lui stesso a sostenere di essersi occupato del caso Moro; eppure ad oggi non esiste alcun documento e nessuna testimonianza capace di documentare quali compiti D&rsquo;Amato svolse durante i 55 giorni del rapimento del Presidente della DC.  <br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nel libro si parla di collegamenti tra Federico Umberto D&rsquo;Amato, Zorzi e Avanguardia Nazionale. Ma anche Sofri ha recentemente rivelato di aver ricevuto da parte di D&rsquo;Amato la proposta di cooperare per l&rsquo;esecuzione di un omicidio. Quindi l&rsquo;Ufficio Affari Riservati aveva collegamenti non ortodossi sia a destra che a sinistra?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />Non c&rsquo;e&rsquo; dubbio. D&rsquo;altronde, anche in questo caso &egrave; lo stesso D&rsquo;Amato a confermarlo nella gi&agrave; citata lettera inviata a Rognoni nel luglio 1981 e che riporto all&rsquo;inizio del libro. Rognoni, all&rsquo;epoca, aveva chiesto a D&rsquo;Amato di fornire spiegazioni sul perch&eacute; si fosse iscritto alla loggia P2 (il nome di D&rsquo;Amato infatti comparve nelle note liste ritrovate nel marzo 1981 a Castiglion Fibocchi negli uffici della Giole di Licio Gelli).  D&rsquo;Amato scrisse allora una polemica lettera di risposta, affermando di essersi incontrato con Gelli al solo ed esclusivo fine di raccogliere informazioni sulle attivit&agrave; della P2 e che se per questo doveva essere considerato un sodale del Venerabile allora Rognoni lo avrebbe dovuto considerare anche un fiancheggiatore del terrorismo rosso o nero, visto che, sempre a fini informativi, aveva avuto rapporti con l&rsquo;estrema destra e con l&rsquo;estrema sinistra.<br />Queste le parole testuali di D&rsquo;Amato;<br />&ldquo;Operando in modo autonomo e personale, ho preso contatto e ho sviluppato rapporti in tutti i settori e con ogni persona che ritenevo utile a tali fini. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta, io, come chiunque peraltro svolga compiti di tale genere, potrei essere considerato, caso per caso, fiancheggiatore di Autonomia Operaia o del terrorismo palestinese, agente del servizio americano o sovietico, emissario di questo o di quel partito politico (&hellip;)&rdquo;<br />In Commissione Stragi, Andreotti (che con D&rsquo;Amato ebbe pessimi rapporti) defin&igrave; inquietante questo documento.<br />In effetti colpisce il modo sfrontato ed allusivo con il quale l&rsquo;ex capo dell&rsquo;Uar si rivolgeva al ministro dell&rsquo;Interno in carica, &ldquo;invitandolo&rdquo; a smetterla di accusarlo, perch&eacute;, si legge chiaramente tra le righe, altrimenti lui sarebbe stato in grado di far &ldquo;tremare&rdquo; il palazzo.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Un lavoro unico nella storia d&rsquo;Italia e per questo motivo immagino abbia incontrato delle difficolt&agrave; nel reperimento delle fonti. Quanto &egrave; stato complicato il &ldquo;puro lavoro da storico&rdquo;?</span><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">Come &egrave; stato accolto il libro? Ritieni di aver, in qualche modo, svolto un lavoro scomodo?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />In passato gli storici hanno avuto una forte riluttanza ad occuparsi di vicende quali servizi segreti/strategia della tensione ecc., sia perch&eacute; si tratta di argomenti in cui &egrave; forte il rischio di prestarsi ad interpretazioni dietrologiche tese solo alla ricerca dello scoop a sensazione, sia perch&eacute; si riteneva non fosse possibile &ldquo;fare storia&rdquo; su avvenimenti troppo recenti e sui quali la documentazione &egrave; scarsa e di bassa attendibilit&agrave; scientifica. <br />Oggi, finalmente, anche fra gli storici le cose stanno cambiando e, d&rsquo;altronde, ormai uno dei problemi principali &egrave; spesso proprio la sovrabbondanza di materiale e la conseguente necessit&agrave;, specie allorch&eacute; si maneggiano documenti dei servizi, di un rigoroso vaglio critico che consenta di separare ci&ograve; che &egrave; attendibile dalle classiche &ldquo;patacche&rdquo;.  Quanto al rischio del sensazionalismo, io credo che dietrologia ci sia quando si parte da una idea precostituita e poi si vanno a cercare le prove che ci danno ragione. A quel punto si procede attraverso deduzioni e si elimina o sottovaluta tutto quello che, apparentemente, smentisce la nostra tesi di partenza. Per fare un esempio su un argomento che conosci molto bene; prendi il caso Moro. Se, prima ancora di guardare le carte, io mi convinco che Moro lo ha rapito la Cia, sar&ograve; poi in grado di trovare decine di elementi che apparentemente mi danno ragione, perch&eacute; sistematicamente non considero o svaluto quelli che mi danno torto. Al tempo stesso se, sempre prima di guardare le stesse carte di cui sopra, sono gi&agrave; certo che dietro al caso Moro c&rsquo;e&rsquo; il KGB, sar&ograve; a mia volta in grado di trovare altrettante evidenze che confermano la mia tesi di partenza, sempre perch&eacute; andr&ograve; sistematicamente a eliminare quelle che mi danno torto. <br />Ecco, senza falsa modestia credo, nell&rsquo;analizzare la storia dell&rsquo;Uar, di non aver commesso il &ldquo;classico&rdquo; errore metodologico di partire dalle conclusioni e poi di andare a trovare i documenti che supportano le mie tesi di partenza.<br />Per questo non penso di aver scritto un libro &ldquo;scomodo&rdquo; e spero non venga considerato come tale. D&rsquo;altronde, sebbene nel libro vi siano numerosi documenti inediti (alcuni, credo, di particolare rilievo) la mia intenzione non era quella di fare la &ldquo;rivelazione sensazionale&rdquo; (e ringrazio l&rsquo;editore che mai mi ha chiesto, magari al fine di incentivare le vendite, una cosa simile), ma di provare a lumeggiare una parte di storia italiana che fino ad oggi aveva goduto di limitata attenzione. <br />Quanto all&rsquo;accoglienza del libro, non mi posso lamentare, visto che, a parte qualche media che lo ha del tutto ignorato, &egrave; stato comunque ottimamente recensito da buona parte della stampa nazionale.<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=136]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=136</guid>
	<dc:date>2011-01-03T07:47:36+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Caso Moro e Banda della Magliana. Un contributo di Giuseppe Ferrara]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" src="/public/beppeferrara.jpg" alt="" />Giuseppe Ferrara &egrave;, tra coloro che ho conosciuto grazie ai miei studi sulla vicenda Moro, una delle persone che mi hanno stupito di pi&ugrave;.<br />Dotato di un bagaglio culturale impressionante, di una finezza di pensiero che lascia a bocca aperta e di una freschezza intellettuale sicuramente pi&ugrave; dinamica ed effervescente della mia, nonostante i quasi 30 anni di differenza.<br /><br />E', per intenderci, una persona che quando parla ha sempre qualcosa da insegnare. Nel suo mestiere (ovviamente) ma anche e soprattutto nelle molteplici vicende che in molti hanno solo letto sui libri e che lui ha vissuto da contemporaneo, ha avuto la possibilit&agrave; di parlare con i protagonisti e in molti casi di studiare per le inchieste dei suoi lavori cinematografici.<br /><br />Qualche giorno fa mi ha spedito delle riflessioni che riguardano il ruolo della Banda della Magliana (da molti ipotizzato) nella vicenda Moro. Non tanto nel suo aspetto politico, ovviamente, quanto in quello pi&ugrave; strettamente criminale.<br /><br />Prima di passare alle sue considerazioni, voglio premettere un piccolo (mica tanto) particolare che pu&ograve; aiutare a leggere meglio quanto Ferrara avr&agrave; da dirci.<br />Nel libro &quot;L'Anello della Repubblica&quot; (uscito nel 2009 per Chiarelettere) Stefania Limiti ha messo insieme una serie di elementi cos&igrave; sintetizzabili. Dopo il rapimento, l'Anello viene attivato per la ricerca della prigione dove i brigatisti avevano rinchiuso Aldo Moro. L'Anello si attiva chiamando in causa la Camorra che, a sua volta, si mette in contatto con il suo uomo di collegamento con la Banda della Magliana a Roma. Questi ultimi fanno emergere il nome di via Gradoli. L'informazione viene riportata a Roma ma, a questo punto, l'Anello &egrave; stoppato.<br />E' evidente, a questo punto, che a partire da quel momento in un'ipotetica trattativa per la ricerca della prigione e la sorte del Presidente della DC entra in gioco la Banda della Magliana.<br /><br />Come, &egrave; tutto da definire. O, almeno, io non lo so.<br />Ma mi sembrava una premessa utile per &quot;leggere&quot; meglio le riflessioni di Giuseppe Ferrara che riporto integralmente di seguito.<br /><br />&quot;il caso Moro &egrave; ancora avvolto nel mistero?  <br />A mio avviso no. <br />Tutti sappiamo che &egrave; stato un golpe. Persino uno studioso cauto come De Lutiis ha significativamente intitolato il suo ultimo libro IL GOLPE DI VIA FANI. Certo, le prove giudiziarie mancano. Ma non si sono volute acquisire o si sono volute sottovalutare. A cominciare dalla famiglia Moro. Che si &egrave; comportata malissimo, tradendo lo scomparso che, ricordo bene, forse nell&rsquo;ultima lettera a Nora punta l&rsquo;indice accusatore contro la DC. Ma  la famiglia  non ha avuto nessun coraggio e praticamente ha &ldquo;coperto&rdquo; il partito. Partecipando l&rsquo;anno scorso a un dibattito alla presenza di una delle figlie di Moro ne ho avuto  conferma.  Alle mie sottolineature di ambiguit&agrave; di Don Mennini, la figlia lo ha difeso a spada tratta.<br /><br />Per&ograve; ogni tanto, a volte quando meno te l&rsquo;aspetti, escono delle verit&agrave;.<br /><br />Anche solo riflettendo.<br /><br />Per esempio sulla Banda della Magliana.<br /><br />Fin da quando usc&igrave; il mio film nelle sale, il regista Agosti mi disse che era stata la banda della Magliana ad uccidere Moro. Non so da chi avesse avuto questa informazione, ma anche se avesse raccolto una &ldquo;voce&rdquo;,  cio&egrave; avesse recepito una convinzione popolare, la notizia ha un forte valore indiziario e va presa molto sul serio.<br /><br />Ecco perch&eacute;.<br /><br />Stefano Grassi, nel bellissimo libro IL CASO MORO- UN DIZIONARIO ITALIANO, alla voce  B. della M., scrive: &ldquo;Nel quartiere, controllato in modo capillare da questo particolare tipo di malavita collegato a settori deviati dei servizi segreti e all&rsquo;eversione nera, &egrave; situata la prigione del popolo di via Montalcini. Nelle immediate vicinanze di via Montalcini abitano numerosi esponenti della banda: a via Fuggetta 59 ( a 120 passi da  via Montalcini) Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Antonio Mancini; in via Luparelli 82 ( a 230 passi dalla prigione del popolo) Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del boss Pippo Cal&ograve;); in via Vigna due Torri 135 ( a 150 passi) Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere piduista Carboni; infine in via Montalcini 1 c&rsquo;&egrave; villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra&rdquo; (pagg.62-63,Mondadori,2008).<br /><br />La  &ldquo;rivelazione&rdquo; della prigione del popolo venne fatta da Morucci e Faranda al giudice Imposimato. Io stesso (nel 1985, mentre preparavo il film, proprio seguendo il suggerimento di Imposimato) ho potuto fare un sopraluogo nell&rsquo;appartamento e constatare che sul pavimento c&rsquo;erano ancora le tracce della falsa parete applicata dai brigatisti per creare un&rsquo;intercapedine segreta.<br /><br />Usando la logica, e guardando sulla cartina topografica l&rsquo;ubicazione delle vie  abitate dai banditi, via Montalcini risulta circondata dalle loro abitazioni;  appare evidente che la scelta della &ldquo;prigione del popolo&rdquo;, dove per&ograve; non abbiamo alcuna certezza  che Moro vi abbia  passato almeno qualcuno dei 55 giorni, non sia stata fatta dalle br ma dai maglianesi, che appunto volevano controllare a vista la &ldquo;prigione&rdquo; (a questo punto eventuale) e quindi Moro nonch&eacute; i brigatisti.<br /><br /> Non solo. Poich&eacute; la ferocia dei banditi e il volume di fuoco che sarebbero stati capaci di produrre &egrave; addirittura mitico, appare chiaro che chi gestiva il rapimento era proprio la Banda ( e cio&egrave; i servizi diciamo cos&igrave; deviati, che con la Banda hanno rapporti strettissimi, come si deduce da tanti episodi ). Le br sono in realt&agrave; esse stesse prigioniere della Banda. E quindi delle forze politico-finanziare occulte che volevano la morte di Moro. Infatti sull&rsquo;UNITA&rsquo; del 26 settembre 1982 Emanuele Macaluso ha dichiarato: &rdquo;Noi siamo fra coloro che non hanno mai creduto che a rapire e ad uccidere il presidente della Dc siano state solo le Brigate Rosse che organizzarono l&rsquo;infame impresa. Abbiamo sempre pensato che gli autonomi obiettivi politici delle Br coincidessero con quelli di potenti gruppi politico-affaristici nazionali ed internazionali, che temevano una svolta politica in Italia&rdquo; (citato anche nel volume POTERI FORTI, POTERI OCCULTI E GEOFINANZA, Mafia Connection ed., Pavia, 1996,pag.232). Conferma di tutto questo viene dalla lettura del volume IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO di G. Fasanella e G.Rocca (Einaudi, Torino , 2003). Tra l&rsquo;altro si viene a sapere che proprio in via Caetani esisteva un appartamento segreto (di propriet&agrave; della Duchessa Caetani) che durante la guerra aveva ospitato l&rsquo;agente OSS Peter Tompkins e che potrebbe aver ospitato anche Moro prima dell&rsquo;esecuzione.  Sicuramente la Duchessa aveva persino l&rsquo;accesso ad un un garage ( quello servito a nascondere la Renault rossa prima dell&rsquo;assassinio, sul quale naturalmente nessuno ha indagato).<br /><br />Che Moro abbia frequentato poco la prigione di Via Montalcini (se l&rsquo;ha frequentata) &egrave; ormai certo (passare 55 giorni in un loculo senz&rsquo;aria lo avrebbe stremato, invece la perizia del cadavere ha stabilito che Moro era in buone condizioni). Le altre &ldquo;prigioni&rdquo; sono almeno due: una (forse quella stabile, dove potrebbe aver passato la maggior parte dei giorni -  spostare Moro sarebbe sempre stato un rischio) situata sulla costa laziale (sempre la perizia appura che sia le scarpe sia i pantaloni di Moro sia la Renault rossa hanno tracce bituminose e di terriccio che rimandano ad un luogo vicino a Palinuro) e una dove potrebbe aver atteso il momento dell&rsquo;assassinio che secondo i brigatisti sarebbe avvenuto nel garage di via Montalcini. Bugia ridicola per tre motivi : il primo &egrave; che la Banda come ha  scelto il covo di via Montalcini cos&igrave; sceglie il covo presso Palinuro; il secondo perch&eacute; il garage di Via Montalcini &egrave; molto piccolo, quindi scomodo per sparare a Moro col cofano aperto, ed &egrave; molto esposto a visite di estranei ; infine portare il cadavere di Moro sanguinante da via Montalcini a via Caetani, cio&egrave; per diversi chilometri con molta polizia in allarme, &egrave; ovvio che fosse  un rischio da evitare assolutamente; infatti la logica ci dice che il garage dove &egrave; stato ucciso Moro non pu&ograve; essere che in Via Caetani (cio&egrave; nel Ghetto ebraico) a pochi metri dal posteggio dove poi sistemare la Renault rossa.<br /><br />Su chi abbia sparato a Moro i brigatisti hanno indicato ben tre di loro e questo dimostra sia pure solo indiziariamente che la loro testimonianza &egrave; inattendibile. Molto pi&ugrave; attendibili i messaggi lanciati da un appartenente alla banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, che lascia in un taxi un borsello con oggetti che &ldquo;alludono a momenti diversi del rapimento e del sequestro Moro: i dodici proiettili, sparati da due armi diverse, con i quali Moro &egrave; stato ucciso; la testina rotante con cui sono stati scritti i comunicati (&hellip;); le due fotografie di Moro scattate dai brigatisti, il comunicato del lago della Duchessa;  i medicinali che necessitano al prigioniero; i fazzoletti di carta con cui sono state temponate le ferite dopo l&rsquo;esecuzione; un pacchetto di sigarette della marca fumata da Moro&rdquo; (S.Grassi, op. cit., pag 155). Con questi documenti o notizie che potevano essere in mano a Chichiarelli ( es. : la foto originale della Polaroid) solo per aver gestito in prima persona sequestro e assassinio,  sono, oltre  che un oscuro messaggio, la confessione del delitto stesso. Quando dichiara di conoscere la marca dei fazzolettini tampone, Chichiarelli ci fa sapere che &egrave; lui che li ha messi sul cadavere di Moro, al punto  da farci sospettare che sia proprio  il killer del presidente ( o almeno che ha fatto parte del commando maglianese).<br /><br />Questa &ldquo;crescita&rdquo; dell&rsquo;importanza della B.della M. nel caso Moro apre uno scenario diverso e inquietante che fa valutare in modo nuovo altri episodi (tra cui primeggia il falso comunicato n.ro 7). Ma anche la scoperta del covo di Via Gradoli si configura sotto un&rsquo;altra luce ( per es.: vuoi vedere che Chichiarelli aveva le chiavi dell&rsquo;appartamento ed &egrave; stato lui, o qualcuno come lui, a provocarne la scoperta?)<br /><br />La banda era potentissima anche in Vaticano, per i rapporti con Marcinkus (venuti fuori nella rubrica tv CHI L&rsquo;HA VISTO) e, com&rsquo;&egrave; noto,  per aver fatto seppellire nientemeno che uno  di loro nella basilica di San Paolo (alla stregua di un santo o di un cardinale!).&quot;]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=135]]></link>
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	<dc:date>2010-09-06T18:00:31+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Strage Bologna: le vergognose parole di Giovanardi]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" border="5" align="left" src="/public/giovanardi.jpg" style="width: 146px; height: 146px;" alt="" />Le stragi (con i loro segreti) di Ustica e Bologna hanno visto superare il traguardo dei 30 anni. E le ricorrenze sono, in genere, il tremolante momento in cui le istituzioni continuano ad alimentare il desiderio di verit&agrave; e giustizia dei familiari delle vittime ben sapendo che mai e poi mai nessun personaggio dello Stato muover&agrave; un dito in quella direzione.<br /><br />Se con Moro si era assistito ad una buona operazione di marketing con la pubblicazione online degli archivi della Commissione Stragi (dopo "soli" 7 anni dalla chiusura dei lavori) e con l'istituzione della giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, con Bologna si &egrave; praticamente toccato il fondo.<br /><br />Per la prima volta nessun Ministro &egrave; stato presente alla cerimonia di commemorazione. L'assenza del Governo &egrave; stata giustificata in diversi modi sotto il minimo comune denominatore dei fischi ricevuti in tutte le edizioni precedenti.<br /><br />Quello che per&ograve; mi ha colpito particolarmente sono le dichiarazioni del sotto segretario Carlo Giovanardi, che riporto testualmente:<br /><br />
<div style="margin-left: 40px;"><span style="font-weight: bold;">BOLOGNA:GIOVANARDI,GOVERNO HA FATTO BENE A NON ANDARE</span> (ANSA) - ROMA, 2 AGO - «Ogni anno a Bologna si &egrave; riproposto il triste spettacolo di una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici. La strage, che colp&igrave; cittadini inermi di tutte le et&agrave; e di tutti i partiti , sin dai funerali del 6 agosto, a cui partecipai come neo eletto consigliere regionale dell'Emilia Romagna, fu strumentalizzata per creare una bolgia di insulti e sputi nei confronti del Governo di allora, che colpirono particolarmente Craxi e Cossiga. Bene ha fatto quest'anno il Governo a non partecipare ad un rito che per troppi non &egrave; un momento di ricordo e commemorazione delle vittime di quella tragedia». Lo dice il sottosegretario arlo Giovanardi.<br /></div>
<br />
<div style="margin-left: 40px;"><span style="font-weight: bold;">STRAGE BOLOGNA: GIOVANARDI,NO A STRUMENTALIZZAZIONI SINISTRA GOVERNO SI È RIFIUTATO DI PRESTARSI A GIOCO IGNOBILE</span> (ANSA) - ROMA, 2 AGO - «È un dovere ribellarsi a miserabili strumentalizzazioni». Lo precisa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi che gi&agrave; stamattina aveva commentano positivamente l'assenza del governo dalla cerimonia che si &egrave; tenuta stamattina a Bologna. «È un dovere morale e civile - aggiunge Giovanardi in una nota - ribellarsi alla miserabile strumentalizzazione che, fin dai giorni successivi alla strage di Bologna, una certa sinistra ha fatto delle vittime di quell'orribile attentato. Se quest' anno c'&egrave; stata maggiore compostezza e sobriet&agrave; &egrave; proprio perch&egrave; il Governo si &egrave; rifiutato di prestarsi a questo ignobile gioco, offensivo soprattutto del dolore dei familiari delle vittime». «Voglio aggiungere - continua l'esponente del governo - che sono stanco di subire insulti dai vari Fiano, eredi di un partito che ha sostenuto i pi&ugrave; screditati regimi totalitari e, per lungo tempo, sottovalutato il terrorismo assassino, battuto dalla limpida testimonianza democratica di governi e uomini delle istituzioni che hanno saputo reagire alla violenza eversiva in un quadro di totale rispetto delle libert&agrave; garantite dalla Costituzione».<br /><br /></div>
Provo sconcerto, non lo nego. E vergogna. <br />Giovanardi  parla di " una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici". Le proteste hanno coperto praticamente tutte le ricorrenze almeno degli ultimi 20 anni e vorrei ricordare al sotto segretario che dal 1996 per ben 7 anni il Governo &egrave; stato di centro sinistra. Le proteste non erano indirizzate al singolo rappresentante politico ed alla sua fazione, ma ad un intero sistema istituzionale che nulla ha mai fatto per far emergere responsabilit&agrave; e spiegare il perch&egrave; di certi fatti.<br /><br />In un periodo nel quale stanno emergendo delle importanti novit&agrave;, delle nuove piste e delle nuove responsabilit&agrave; molto vicine alle persone in cui si identificava un certo "doppio Stato" l'essere assenti vuol dire inequivocabilmente una sola cosa. Lo Stato, indipendentemente dal colore dei burattini che lo rappresenteranno di volta in volta, non ha nessuna intenzione di rendere onore alle vittime e giustizia al resto del Paese. la verit&agrave; non la vuole. Punto.<br />Molto meglio continuare le strumentalizzazioni, manipolando a proprio piacimento il dolore e la fame di verit&agrave; di una parte di popolazione che non ne vuole sapere di rassegnarsi al silenzio.<br /><br />E del resto le parole di Giovanardi sono solo la conferma di quanto gi&agrave; espresse il Ministro Rotondi all'indomani della morte della signora Eleonora Moro. "Lei &egrave; vissuta senza sapere la verit&agrave; e i segreti sopravviveranno a lungo dopo la sua morte".<br /><br />Le istituzioni per essere pi&ugrave; chiare di cos&igrave; avrebbero potuto fare solo una cosa: dire i nomi dei colpevoli.<br /><br />No, cari amici. Se gli italiani hanno perso la capacit&agrave; di indignarsi di fronte a molte cose, che almeno siano consapevoli delle bugie che dal Palazzo gli propinano quotidianamente su tutti i fronti...]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=134]]></link>
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	<dc:date>2010-08-03T19:23:58+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Via Gradoli: cittadini esasperati, chiedono chiarezza]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" src="/public/viagradoli1B.jpg" style="width: 179px; height: 179px;" alt="" /><br />Non avrei mai immaginato di ricevere e, soprattutto, pubblicare un comunicato stampa proveniente dagli abitanti di una via di periferia esasperati dalle situazioni che ne rendono precaria e pericolosa l'abitabilit&agrave;.<br /><br />Ma la strada si chiama<span style="font-weight: bold;"> via Gradoli</span>, si trova a Roma sulla Cassia...<br /><br />Questa volta preferisco non commentare i bene informati cittadini che, e questo deve essergli riconosciuto come merito, hanno saputo utilizzare senza strumentalizzazioni il passato tracciando un solco molto preciso e limpido (?) del perch&egrave; quella strada si trova oggi ad essere crocevia di molteplici e loschi interessi.<br /><br /><br />
<div style="text-align: center;"><font size="4"><span style="font-weight: bold;">COMITATO PER VIA GRADOLI</span></font><br /></div>
<div style="text-align: center;">Comunicato stampa n. 4  -  14 giugno 2010<br /></div>
<div style="text-align: center;"><span style="font-weight: bold;">L'esasperazione degli abitanti<br /><br /></span></div>
Il 7 giugno quattro volanti sono intervenute in Via Gradoli per sedare una lite causata dalle minacce rivolte da alcuni stranieri a cittadini infastiditi dagli schiamazzi. Permane il degrado: non sono state rimosse le bombole GPL dai seminterrati, sono ripresi barbecue e discoteche estive, continua la locazione dei cubicoli oggetto dell'ordinanza di sgombero del 65; infine sono comparsi nuovi trans.<br />Gli abitanti della via, insofferenti ed esasperati, minacciano azioni eclatanti.<br />Si precisa che le indagini svolte dal Comitato non hanno alcun secondo fine se non quello di sollecitare l’amministrazione a intervenire per risanare la strada.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">I misteri della via</span><br style="font-weight: bold;" />Vecchi e nuovi misteri avvolgono edifici gi&agrave; coinvolti nei casi Moro, fondi neri del Sisde e Marrazzo. Tra i primi, sono stati evidenziati i legami tra Vincenzo Parisi (ex capo del Sisde e della Polizia, proprietario di 5 immobili ai civici 96 e 75) e il suo fiduciario, Domenico Catracchia, a oggi ancora proprietario di numerose unit&agrave; immobiliari nella via; questi, nel 1994, fu oggetto di un procedimento, poi archiviato, volto ad accertare la responsabilit&agrave; penale quale organizzatore di una agenzia per il favoreggiamento di immigrazione clandestina. Nelle perquisizioni fu rinvenuta un'agenda contenente nomi di proprietari occulti di appartamenti, societ&agrave; immobiliari, rendiconti, nominativi di funzionari di polizia e di magistrati.<br /><br />Con riferimento a oggi, svelato quello relativo alla propriet&agrave; della casa di Natal&igrave;, si &egrave; accertato che la propriet&agrave; di un altro appartamento del 96, gi&agrave; occupato da trans, &egrave; riconducibile, mediante una concatenazione di srl, alla societ&agrave; lussemburghese Esquiline s.a.; il revisore dei conti &egrave; stato Achille Severgnini (gi&agrave; consigliere della Magiste International), l'amministratore &egrave; Marco Sterzi; il capitale sociale &egrave; costituito da 16.000 azioni, tutte della fiduciaria milanese SER-FID spa, salvo una di Sterzi.<br /><br />È comparso nelle cronache Gennaro Mockbel; la sorella Lucia nel 1978 abit&ograve; in Via Gradoli 96 in un appartamento contiguo a quello delle BR e datole in comodato da una societ&agrave; del Sisde. La ragazza era informatrice del commissario Elio Cioppa, iscritto alla P2.<br /><br />Le domande<br />1.	Guido Severgnini, fondatore dello studio commercialista, aveva quale collega Michele Sindona?<br />2.	Quale rapporto intercorre tra Achille ed Ernesto Severgnini?<br />3.	Per conto di chi la SER-FID spa controlla l'Esquiline s.a.?<br />4.	È vero che Catracchia fu difeso da Antonio Juvara, massone iscritto alla Loggia "Trionfo Ligure" aderente al Grande Oriente d'Italia, e che questi ottenne la restituzione dei documenti sequestrati e la repentina archiviazione del procedimento giudiziario?<br />5.	È vero che Lucia Mockbel &egrave; sposata con Giancarlo Scarozza, figlio di Maria Antonietta Finocchi, e che &egrave; parente di Michele Finocchi, ex capo di gabinetto del Sisde, indagato per l'omicidio Alberica Filo Della Torre?<br />6.	L'Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna ha ancora interessi nella via?<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=133]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=133</guid>
	<dc:date>2010-06-17T16:23:07+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[L'Emerito coniglio che non ruggisce...]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" vspace="5" align="left" src="/public/poliziotti.jpg" style="width: 231px; height: 164px;" alt="" />Post tratto da <span style="font-weight: bold;"> <a href="http://www.pensierivagabondi.it">Pensieri vagabondi</a> </span>(Blog di Marco Cazora)<br /><br />Il 12 maggio del 1977, in una manifestazione indetta dai radicali per ricordare il III anniversario del referendum sul divorzio, trovÃ² la morte la studentessa <span style="font-weight: bold;">Giorgiana Masi</span>. Eâ&euro;™ solo una delle tante vittime dei moti di piazza degli anni â&euro;™70, ma la sua morte Ã¨ caratterizzata da circostanze mai chiarite e sulle quali una sentenza si Ã¨ espressa in maniera sbalorditiva.<br /><br />Giorgiana Masi non Ã¨ vittima di schieramenti contrapposti, come si potrebbe facilmente immaginare. Ad ucciderla sono stati colpi dâ&euro;™arma da fuoco (calibro 22) sparati con lâ&euro;™intenzione di uccidere mentre, di spalle, fuggiva dalle cariche della Polizia.<br /><br />Quei colpi ferirono altre due persone: un poliziotto ed un'altra manifestante. Il corteo si tenne nonostante il divieto di manifestazioni pubbliche entrato in vigore dal precedente 21 aprile quando fu ucciso un agente di Polizia e ne furono feriti altri cinque.<br />Lâ&euro;™inchiesta sui fatti del 12 maggio â&euro;™77 si concluse il 9 maggio del 1981 per impossibilitÃ  di procedere (non fu individuato nessuno dei responsabili).<br /><br />Parlavamo della sentenza. Eccone un tratto che, a rileggerlo a distanza di 33 anni, aumenta lo sgomento e la rabbia. Sgomento per ciÃ² che caratterizzava le dinamiche del potere (ancora attive?), rabbia perchÃ&copy; a farne le spese fu unâ&euro;™innocente ed indifesa studentessa.<br /><br />
<div style="margin-left: 40px;"><span style="font-style: italic;">Â«Ãˆ netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dellâ&euro;™ordine sia alle consolidate tradizione del Partito Radicale, che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dellâ&euro;™ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dellâ&euro;™ordine.Â»</span><br /></div>
<br /><br /><br />
<div style="text-align: center;">
<div style="text-align: left;"><img hspace="5" vspace="5" align="left" src="/public/cossiga.jpg" alt="" />Cosa câ&euro;™entra lâ&euro;™Emerito? Era Ministro degli Interni, mica Iddio! Non era ovunque e non poteva sapere tutto!<br /></div>
<div style="text-align: left;">Si puÃ² dissentire?<br /><br />Oltre alle responsabilitÃ  penali, esistono anche quelle politiche. Nel senso che ci sono persone che hanno il dovere di sapere, hanno il dovere di prevenire. Non glielo ha imposto il medico, lo hanno scelto da soli nel momento esatto in cui hanno accettato certe cariche.<br /></div>
<div style="text-align: left;">Quindi un Ministro dellâ&euro;™Interno che non Ã¨ in grado di assicurare che personaggi estranei (?) alle forze dellâ&euro;™Ordine operino in maniera sovversiva, dovrebbe essere calciato a pedate nel deretano ed il suo volto affisso in quel â&euro;œWall of incapableâ&euro; affinchÃ¨ nessuno possa dimenticarne lâ&euro;™assoluta incapacitÃ  nel rappresentare le istituzioni.<br /></div>
<div style="text-align: left;">E non essere premiato sino alle piÃ¹ alte cariche dello Stato.<br /></div>
<br />
<div style="text-align: left;">Ma il motivo piÃ¹ grave che ci porta a dover parlare ancora dellâ&euro;™Emerito, non Ã¨ questo.<br /></div>
<br />
<div style="text-align: left;">A saper leggere bene le parole del giudice Claudio Dâ&euro;™Angelo, sembra proprio che quel 12 maggio del â&euro;™77 non sia stato altro che lâ&euro;™ennesimo episodio della strategia della tensione che ha tenuto in bilico il nostro Paese (senza sovranitÃ ) e che il sangue bipartizan sia stato versato solo nellâ&euro;™ottica del ricatto tra blocchi contrapposti che si contendevano il predominio sul nostro territorio, in una guerra tuttâ&euro;™altro che fredda combattuta sullo scenario mondiale.<br /></div>
<div style="text-align: left;">Cossiga ha piÃ¹ volte accennato ai fatti di quel giorno con le solite allusioni, mezze affermazioni degne del piÃ¹ codardo dei pentiti: quello che racconta ciÃ² che gli torna comodo per lâ&euro;™esclusivo tornaconto personale e dei benefici di legge.<br /></div>
<div style="text-align: left;"><span style="font-weight: bold;">La studentessa Giorgiana Masi</span><br /></div>
<br />
<div style="text-align: left;">Nel 2003 fu un poâ&euro;™ criptico:<br />Â«Non li ho mai detti alle autoritÃ  giudiziarie e non li dirÃ² mai i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciÃ² che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragicaÂ»<br /><br />Ma nel gennaio del 2007, in un'intervista al Corriere della Sera fu molto chiaro dichiarando di essere una delle cinque persone che sono a conoscenza del nome dell'assassino di Giorgiana Masi.<br />E tutti ricordiamo ancora bene il 24 ottobre del 2008 quando fu prodigo di consigli per il Ministro degli Interni Maroni su come affrontare le manifestazioni di piazza che il movimento lâ&euro;™Onda promosse per protestare contro la riforma Gelmini.<br /><br />Allora Emerito?<br />Lo so che Ã¨ difficile per un coniglio diventare leone, ma noi non pretendiamo questo. Vorremmo solo che il prossimo carnevale metta il suo bel vestitino da Re della Foresta e trovi il coraggio per parlare. Cosa Ã¨ successo quel 12 maggio 1977? Quali forze del â&euro;œdoppio statoâ&euro; hanno utilizzato quella manifestazione perchÃ&copy; tornasse comodo ad alti settori delle Istituzioni? E giÃ  che câ&euro;™Ã¨, ci racconti anche di Aldo Moro, di Ustica e di Bologna. Ci accontenteremmo di questo, per cominciare.<br /><br />Poi potrÃ  decidere lei stesso se mantenere il travestimento o tornare alle piÃ¹ comode vesti di coniglio<br /><br />PiÃ¹ volte Ã¨ intervenuto in difesa dei brigatisti che furono protagonisti della vicenda Moro contro chi li ha accusati di essere solo il braccio armato di menti di ben altro livello. Un riconoscimento politico che ha un significato preciso: erano un fenomeno autentico, non erano pilotati, ma sono stati â&euro;œfregatiâ&euro; da qualcosa di piÃ¹ grande di loro. Una esplicita ammissione del fatto che lâ&euro;™Emerito ben conosce chi li ha fregati e come lo ha fatto. Non fosse altro perchÃ&copy; Ã¨ stato proprio lui il primo ad essere â&euro;œgiocatoâ&euro;.<br />Non si puÃ² pretendere di sapere dalle BR che contrastavano lo Stato chi, da dentro le istituzioni (o dallâ&euro;™esterno ma con un cordone ombelicale ancora non reciso), ha â&euro;œgiocato sporcoâ&euro; determinando lâ&euro;™uccisione di Aldo Moro.<br />Ma se Ã¨ stato beffato anche Cossiga, vuol dire che Ã¨ stato beffato lo Stato. E se si puÃ² capire il perchÃ&copy; 30 anni fa queste cose lâ&euro;™Emerito non potesse dirle (era un coniglio, meglio ancora un cane abituato ad abbaiare a comando in cambio del biscottino al tartufoâ&euro;¦) Ã¨ vergognoso che alle soglie del crepuscolo della sua inutile esistenza tenga ancora la bocca tappata.<br />Forse, oggi, Ã¨ questo lâ&euro;™ordine che fedelmente continua ad eseguire.<br />La sua missione non Ã¨ terminata.<br /><br />Si goda i â&euro;œbiscottiniâ&euro;, Emerito. Potrebbero essere gli ultimi.</div>
</div>
<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=132]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=132</guid>
	<dc:date>2010-06-01T14:33:15+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Intervista al Prof. rocco Quaglia]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" src="/public/messaggero.jpg" style="width: 170px; height: 226px;" alt="" />Il cosiddetto &quot;Memoriale Moro&quot; &egrave; stato, specialmente negli ultimi anni, oggetto di studi ed analisi da vari punti di vista.<br /><br />Mancava, sicuramente, una lettura delle parole che Aldo Moro scrisse dalla &quot;Prigione del Popolo&quot; che contribuisse alla interpretazione della personalit&agrave; che caratterizz&ograve; Moro prigioniero. <br /><br />E' possibile, da quelle lettere e dagli scritti, comprendere meglio il dramma umano che il Presidente della DC si trov&ograve; a vivere in quei 55 giorni?<br /><br />Con quale atteggiamento psicologico Moro affront&ograve; la sua battaglia per la vita?<br /><br />In definitiva, la figura di Aldo Moro esce rafforzata o indebolita se la si interpreta dai suoi scritti come prigioniero delle BR?<br /><br />A queste domande, e a molte altre, ha cercato di dare una risposta il prof. Rocco Quaglia, docente di psicologia presso l'Universit&agrave; di Torino in un bel libro uscito lo scorso anno per le edizioni Lindau. <br />&quot;Due volte prigioniero&quot; si intitola il suo lavoro che con molta professionalit&agrave; e pacatezza ripercorre la prigionia di Aldo Moro attraverso i suoi scritti. Il ritratto che ne emerge restituisce al prigioniero la dimensione umana che a partire da quei lunghi giorni gli &egrave; stata, a poco a poco, sottratta. <br /><br /><span style="font-weight: bold;"><br />Le lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, sono state oggetto di molteplici studi storici, politici e filologici. Il suo tentativo di analisi degli scritti per ricavarne un profilo psicologico di Moro &egrave; per&ograve; molto originale. Che cosa l&rsquo;ha spinta in questa analisi?</span><br /><br />Moro fu un personaggio politico, e la sua vicenda fu considerata con riferimento unicamente al suo ruolo sociale, come se &ldquo;il politico&rdquo; dovesse esaurire la sua intera personalit&agrave;. La conseguenza fu che ogni comportamento non rientrante all&rsquo;interno di una logica politica fu rinnegato, sconfessato, condannato. Mai dai politici Moro fu considerato nella sua dimensione di &ldquo;essere umano&rdquo;, evidenziando qualit&agrave; e aspetti che, da un lato, lo avrebbero reso una persona, dall&rsquo;altro, avrebbero agevolato un&rsquo;identificazione con lui. Il ruolo ha cos&igrave; soppiantato e oscurato l&rsquo;individuo, e ancora oggi si parla del politico e non dell&rsquo;uomo, privandolo dei suoi sentimenti, cio&egrave; della sua parte pi&ugrave; vera. Ora, &egrave; precisamente di questa parte che ho voluto interessarmi, e le domande che mi sono posto sono diventate altre: <br />&laquo;Quali furono le strategie adottate da Moro in una situazione di assoluta emergenza?&raquo;, &laquo;I suoi comportamenti tradirono segni di un disturbo post-traumatico da stress?&raquo;, <br />&laquo;Con quali risorse seppe fronteggiare l&rsquo;angoscia e non cedere a un crollo psicotico?&raquo;. <br />Le risposte sono tutte contenute nelle lettere: Moro ha dimostrato di possedere una personalit&agrave; ben integrata, e ci&ograve; gli consent&igrave; di conservare fino alla fine un controllo sulla realt&agrave; e sui suoi eventi. Moro non ha mai manifestato, attraverso le sue lettere, indizi di una qualche forma di squilibrio, com&rsquo;&egrave; stato talora sbrigativamente suggerito; comunicare questa &ldquo;verit&agrave;&rdquo; mi &egrave; sembrato doveroso nei confronti di un uomo che ha saputo, in una situazione d&rsquo;inaudita violenza, rivelarsi sul piano emotivo e affettivo di una straordinaria maturit&agrave;. <br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Cosa si aspettava all&rsquo;inizio del suo lavoro? E quali bilanci si sente di fare ora che l&rsquo;ha ultimato?</span><br /><br />Ho scritto il libro &ndash; come ho accennato - perch&eacute; impressionato dall&rsquo;equilibrio psichico manifestato da Moro, dalla sua lucida razionalit&agrave; nell&rsquo;esaminare le opportunit&agrave; di una liberazione, dal suo dominio emotivo nell&rsquo;affrontare situazioni d&rsquo;insopportabile angoscia, dall&rsquo;atteggiamento n&eacute; sprezzante n&eacute; remissivo, n&eacute; intimorito n&eacute; compiacente sia verso i &ldquo;vecchi amici&rdquo; sia verso i &ldquo;giovani nemici&rdquo;. Tutto sembrava fosse stato detto della vicenda Moro, eppure di Moro nulla era stato riferito. Questa fu l&rsquo;anomalia che sugger&igrave; la mia curiosit&agrave;. Non avevo un&rsquo;ipotesi di lavoro, n&eacute; una tesi da dimostrare, e l&rsquo;idea del libro cominci&ograve; a prendere corpo soltanto quando iniziai a rendermi conto che il Moro che gli ex amici dichiaravano di non conoscere era in realt&agrave; il Moro autentico. Scoprii cos&igrave; un Moro che progressivamente mi convinse come psicologo e mi coinvolse come uomo. Mi sorpresero in lui sensibilit&agrave; e intelligenza: era dotato di una personalit&agrave; di notevolissimo spessore, e di una coscienza fuori dell&rsquo;ordinario. La mia intenzione fu di ripresentare l&rsquo;uomo che gli amici non riconobbero, invitandoli &ndash; a distanza di anni &ndash; a guardare e a osservare meglio &ldquo;se questo &egrave; un uomo&rdquo;. <br />Mi aspettavo una maggiore disponibilit&agrave; nell&rsquo;accoglienza di un Moro ritratto da un diverso punto di vista; mi sbagliavo. Devo riconoscere che Moro, a pi&ugrave; di trent&rsquo;anni dalla sua morte, non &egrave; ancora un argomento di cui si parla volentieri. Alcuni &ldquo;amici&rdquo;, tra quelli politicamente impegnati, mi hanno scritto, riproponendo puntualmente le ragioni adottate a suo tempo nei confronti di Moro, senza peraltro comprendere neppure un solo intento del mio libro; altri mi hanno comunicato, in vari modi, il loro completo disinteresse per tutta &ldquo;l&rsquo;incresciosa&rdquo; vicenda. La presentazione del libro non ebbe luogo, poich&eacute; il relatore si &egrave; disimpegnato. Un solo quotidiano accolse di pubblicizzare il volume, ma senza produrre commenti propri. Il disinteresse per Moro &egrave; cos&igrave; grande che il mio libro non &egrave; stato esposto in nessuna libreria della mia citt&agrave;. Moro non &egrave; ancora morto, poich&eacute; si continua a ucciderlo. <br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Si era interessato gi&agrave; da prima del caso Moro o &egrave; una vicenda che l&rsquo;ha interessata solo limitatamente alle sue analisi?</span><br /><br />Avevo di Aldo Moro una conoscenza approssimativa e vaga. Attraverso i giornali dell&rsquo;epoca, avevo seguito gli eventi che si riferivano al suo sequestro e alla sua morte, ma senza alcuna passione. Sapevo della vasta letteratura prodotta sul caso Moro, ma non avevo mai letto nulla, fino a quando, l&rsquo;anno scorso, per caso, non lessi le lettere scritte durante la sua prigionia. Io sono uno psicologo e di conseguenza, leggendo, non prestai attenzione agli aspetti politici della questione, non m&rsquo;interessavano; d&rsquo;altra parte i &ldquo;fatti&rdquo; erano ormai lontani. Mi lasciai cos&igrave; coinvolgere soprattutto dalla vicenda umana di Moro: iniziai a valutare &ldquo;quelle lettere&rdquo;, da cui trasparivano intatti e vivi i sentimenti dell&rsquo;uomo, unicamente con riferimento al prigioniero, ai suoi vissuti e alle ragioni invocate per la sua liberazione.<br />Il mio interesse per l&rsquo;uomo Moro, tuttavia, non &egrave; terminato con la stesura del libro; al contrario, &egrave; iniziato con la sua pubblicazione. Io non sono in grado di comprendere quel che sta accadendo intorno al mio libro, ma trovo inquietanti i segnali che mi arrivano. Ho scritto molti libri, e non soltanto di psicologia, ma avverto che questa volta &egrave; diverso: qualcosa di Moro d&agrave; ancora tanto fastidio. <br /><br /><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">Il suo lavoro parte dal voler ribaltare l&rsquo;atteggiamento comunemente attribuito a Moro, cio&egrave; &ldquo;il non voler morire&rdquo;, in un altro &ldquo;il voler vivere&rdquo;. Sembra una differenza sottile. A cosa porta, in termini di analisi, questo differente punto di partenza? </span><br style="font-weight: bold;" /><br />Sembra una differenza sottile, &egrave; vero, ma comporta un atteggiamento diametralmente opposto. &Egrave; stato affermato che Moro non volesse morire, ed &egrave; stato di conseguenza dipinto un uomo in preda della propria paura, pronto a qualsiasi compromesso, anche a colludere con i brigatisti, pur di salvarsi. Chi non vuol morire &egrave; dominato dalla paura della morte, o almeno in questo modo noi lo immaginiamo. Ora, anche una lettura frettolosa e superficiale delle lettere sa offrire di Moro un&rsquo;immagine totalmente estranea a quella che &egrave; stata ossessivamente illustrata. Io non ho trovato nessun elemento capace di rilevare in Moro la paura della morte. La morte stessa di Moro, in qualunque versione raccontata, &egrave; testimonianza di una grande padronanza emotiva e dell&rsquo;accettazione di un destino, di cui egli resta Signore.<br />Dire che Moro desiderasse vivere comporta un diverso ritratto, quello di un uomo che non sente ancora di aver esaurito i motivi e i compiti per i quali diventa necessario esistere. Moro non era identificato alla propria maschera sociale, al personaggio noto agli ex amici; le dimensioni di Moro erano qualificate prioritariamente dai ruoli naturali, che la vita assegna, con riferimento a una famiglia. Moro non sentiva di avere motivi per morire, ma ne aveva molti per vivere. Chi pensa che Moro abbia scelto la famiglia e non lo Stato sbaglia. Moro non viveva per un&rsquo;immagine, e non avvert&igrave; mai il bisogno di idolatrare la propria immagine politica; le sue ragioni erano guidate da un sentimento d&rsquo;impegno nei confronti di coloro che gli erano stati affidati. La sua preoccupazione, che si estendeva a tutto ci&ograve; che rientrava nel concetto di famiglia, era vera. Moro era una persona sincera nei suoi affetti e nelle sue dichiarazioni; se noi non siamo in grado di credergli, o peggio, di non comprendere, il limite &egrave; tutto nostro.<br /><br /><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">La &ldquo;Sindrome di Stoccolma&rdquo; attribuita al prigioniero e con la quale si cerc&ograve; di delegittimare l&rsquo;autonomia di pensiero di Aldo Moro, &egrave; da lei letta &ldquo;al contrario&rdquo;. In pratica furono le BR a essere quasi &ldquo;dipendenti&rdquo; dalle volont&agrave; e, pi&ugrave; generale, dalla personalit&agrave; del loro prigioniero. Che cosa avrebbe potuto comportare un rovesciamento della &ldquo;Sindrome di Stoccolma&rdquo; al tempo del sequestro?</span><br /><br />&Egrave; ormai un dato acquisito che Moro non fu affetto da nessuna &ldquo;sindrome di Stoccolma&rdquo;; neppure si trova in lui un comportamento che possa essere letto come un tentativo d&rsquo;ingraziarsi o di compiacere i suoi carcerieri. Se cos&igrave; non fosse stato, Moro non avrebbe potuto conservare attendibilit&agrave; e rispetto presso chi lo torturava. Non chiese mai ai suoi sequestratori di liberarlo e cos&igrave; facendo, forn&igrave; prova di realismo e di coraggio, ossia di integre capacit&agrave; cognitive di analisi e di valutazione della situazione. Chiese tuttavia ai suoi ex amici di risolvere un &ldquo;problema&rdquo;, che egli non viveva come suo soltanto, ma di tutti, opponendo a una ragione di Stato le ragioni di una Nazione. La storia diede ragione a Moro. Opporre forza &egrave; un modo illusorio di vincere le proprie paure, e le Brigate Rosse &ldquo;hanno fatto&rdquo; paura. Se soltanto si fosse desiderato comprendere quel che Moro cercava di suggerire, quando chiedeva fiducia in lui, ci si sarebbe reso conto che la sua liberazione sarebbe stata considerata come un atto di debolezza non dello Stato ma dei brigatisti. Il sequestro avrebbe perduto l&rsquo;alone dell&rsquo;ideologia e del gesto rivoluzionario, e sarebbe stato declassato a una mera azione di pusillanime &ldquo;ricatto&rdquo;. Dopo aver compiuto una strage, nulla poteva disorientare pi&ugrave; di una liberazione; perch&eacute; le Brigate Rosse fossero &ldquo;credibili&rdquo; nel loro delirio, non avrebbero mai dovuto aprire una trattativa con il Governo. Moro ebbe un grande ruolo in tutto questo. Il Governo ha reso forte l&rsquo;immagine delle Brigate Rosse; Moro, da solo, le ha indebolite.<br /><br /><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">Nelle sue analisi, la speranza di Moro era di tornare ad essere chi era stato e quindi la disumanit&agrave; della sua prigionia non disintegr&ograve; la sua identit&agrave;. Lei ritiene, quindi, che se Moro fosse stato liberato sarebbe tornato pienamente cosciente del suo ruolo e recuperato appieno tutti i suoi poteri e identit&agrave; politica?</span><br /><br />&Egrave; difficile rispondere a questa domanda. Intanto, Moro aveva in altre occasioni mostrato la volont&agrave; di ritirarsi dalla vita politica attiva. Accusa pi&ugrave; volte, nelle sue lettere, Zaccagnini per averlo indotto ad accettare la carica di Presidente della Democrazia Cristiana. Sono tuttavia convinto che se ci fosse stata un&rsquo;intesa con i &ldquo;suoi&rdquo; per la sua liberazione, egli avrebbe potuto continuare a esercitare la sua influenza. La sua intelligenza politica &egrave; fuori d&rsquo;ogni dubbio. Moro aveva conservato, durante i giorni della sua prigionia, integra la sua dignit&agrave; e autorevolezza, tanto da guadagnare il rispetto e la stima dei suoi carcerieri. Questi seppero riconoscere in Moro ci&ograve; che tutti gli altri non videro mai.<br /><br /><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">Moro era profondamente religioso e credeva nel valore dell&rsquo;Uomo sopra ogni altra cosa. La pratica religiosa era una presenza costante nella sua vita, sin da giovane. La sua amicizia con Papa Montini era di lunga data e risaliva ai tempi dell&rsquo;Universit&agrave;. Come ha preso, dal punto di vista religioso, Moro la lettera del Papa? Quel &ldquo;il Papa ha fatto pochino. Forse ne avr&agrave; scrupolo&rdquo; come pu&ograve; essere interpretato dal punto di vista di un uomo che quel &ldquo;senza condizioni&rdquo; ha contribuito a condannare a morte?</span><br /><br />Moro ha lottato fino alla fine per evitare un lutto, non elaborabile, alla sua famiglia, e un danno irreparabile al Paese. Il Papa rappresentava l&rsquo;ultimo tentativo. Penso che Moro abbia affrontato la morte nella pace, perch&eacute; non aveva pi&ugrave; nulla da rimproverarsi: ha fatto tutto quello che era in suo potere. Se desideriamo comprendere le parole di Moro, dobbiamo uscire dal nostro egocentrismo, e fare lo sforzo di valutare quelle parole il pi&ugrave; obiettivamente possibile. &laquo;Il Papa ha fatto pochino&raquo;, quel pochino va interpretato alla luce di quel che segue &laquo;Forse ne avr&agrave; scrupolo&raquo;. Vi &egrave; qui una rima che improvvisamente si apre nella personalit&agrave; di Moro e ci lascia intravedere una straordinaria sensibilit&agrave;. Il Papa non ha fatto pochino per lui, ma innanzi tutto per se stesso; in altre parole, ha fatto pochino non con riferimento alle attese del carcerato ma rispetto a quello che, come Papa, avrebbe potuto fare, e per questo potrebbe avere degli scrupoli. Soltanto se cogliamo la preoccupazione di Moro per il Papa, possiamo comprendere quel &ldquo;forse&rdquo;. Molti invece hanno interpretato come se la frase dichiarasse: &laquo;Il Papa ha fatto pochino. Ne avr&agrave; scrupolo&raquo;. Moro non augura alcuno scrupolo, ma si rammarica della possibilit&agrave; di essere causa di un&rsquo;amarezza per il Papa. Inoltre, implicitamente con quell&rsquo;espressione Moro comunica la consapevolezza della propria morte. In questi dettagli si nasconde e si rivela la grandezza dell&rsquo;uomo.<br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nonostante l&rsquo;omicidio di 5 uomini di scorta, i brigatisti sembrano cedere alla necessit&agrave; di voler &ldquo;adempiere alle ultime volont&agrave;&rdquo; del Presidente. Lei definisce questo atteggiamento &ldquo;un aspetto che ha la forma della piet&agrave; ma senza averne il potere. Infatti, non &egrave; piet&agrave; umana&rdquo; e lo indica come il &ldquo;lato oscuro delle Brigate Rosse&rdquo;. Che cosa intende dire di preciso?</span><br /><br />Dovremmo parlare della personalit&agrave; dei brigatisti, e questo ci porterebbe lontano; inoltre preferisco ignorarli. Posso soltanto dire, parlando in generale dei terroristi di tutte le specie, che il loro movente primo &egrave; un misto di paura e di invidia. Per loro c&rsquo;&egrave; un solo modo per vincere la paura e far cessare l&rsquo;invidia, distruggere la fonte del potere che si teme e del bene che s&rsquo;invidia: la fonte pu&ograve; essere identificata sia in una persona sia in un sistema. I terroristi sono affettivamente bambini, perci&ograve; manipolabili e pericolosi, per i loro processi cognitivi elementari e il loro fondamentale egocentrismo. Temerli &egrave; l&rsquo;errore pi&ugrave; grande, compiacerli la pi&ugrave; grande colpa. Moro &egrave; il vero vincitore sui suoi carcerieri, li ha emotivamente disorientati e disarmati. <br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">In molte lettere emergono i pensieri pi&ugrave; intimi del prigioniero, i pi&ugrave; sinceri. In breve, che dipinto &egrave; possibile ricavare dell&rsquo;Uomo Aldo Moro analizzando i particolari pi&ugrave; personali che emergono dalle sue lettere?</span><br /><br />Il primo titolo del mio libro era: Aldo Moro, una personalit&agrave; compiuta; poi &egrave; stato modificato con l&rsquo;attuale titolo dall&rsquo;editore. Se lo sviluppo psichico ha una meta, essa &egrave; sicuramente segnata dalla capacit&agrave; dell&rsquo;individuo di approdare affettivamente alla condizione di chi, esaurito il proprio credito dalla vita, ne diventa un debitore. Maturare in s&eacute; la gratitudine per la vita comporta la nascita del bisogno di sentirsi responsabili per gli altri in genere, per le nuove generazioni in particolare. Ho definito l&rsquo;atteggiamento di Moro come ispirato dal sentimento di &ldquo;responsabilit&agrave; impegnata&rdquo;, un sentimento proprio di una personalit&agrave; genitoriale. <br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">In molti passi dei suoi scritti emergono le premure che Moro aveva nei confronti dei suoi familiari. Parole che ci danno l&rsquo;immagine di un uomo semplice, genuino. E&rsquo; comprensibile che all&rsquo;epoca la cosiddetta &ldquo;ragion di Stato&rdquo; abbia impedito un riconoscimento pubblico della veridicit&agrave; dei sentimenti umani che Moro provava e comunicava all&rsquo;esterno. Ma questa &egrave; una tendenza che a distanza di oltre 30 anni non &egrave; mutata. Secondo lei perch&eacute;?</span><br /><br />Non fu &ldquo;colpa&rdquo; della ragione di Stato se Moro fu frainteso e rigettato; la ragione di Stato, semmai, fu il pretesto per evitare di comprendere Moro; e invocare ancora oggi, con testardaggine, una tale ragione ci fa capire quanto poco si &egrave; convinti. Che cosa dunque ostacol&ograve; e ancora impedisce di accogliere la verit&agrave; dei sentimenti di Moro? Non &egrave; possibile! &Egrave; un problema di livello evolutivo. Il brigatista magari sognava che il figlio abbandonato, una volta adulto, lo avrebbe idolatrato per aver &ldquo;suo padre&rdquo; scelto e preferito la lotta armata alla famiglia; una persona &ldquo;adulta&rdquo;, invece, non ha esitazione a frantumare l&rsquo;idolo che lo abita, se il suo riconoscimento esige il sacrificio della propria famiglia. Il gesto eroico della personalit&agrave; genitoriale sovente si consuma, per il filiale, in un&rsquo;apparente vilt&agrave;.<br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">&ldquo;Da parte mia non assolver&ograve; e non giustificher&ograve; nessuno&rdquo; scrisse Moro in una famosa lettera al Segretario della DC Benigno Zaccagnini e rivolgendosi agli uomini del suo partito. Poi in uno scritto che non &egrave; possibile datare con certezza ma che tenderei ad escludere che possa essere considerato un brano del cosiddetto Memoriale, ringrazia i carcerieri dando &ldquo;atto che alla generosit&agrave; delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libert&agrave;. Di ci&ograve; sono profondamente grato&rdquo;. Probabilmente Moro pens&ograve; di aver avuto la meglio &ldquo;umanamente&rdquo; con i suoi carcerieri. Come reag&igrave;, psicologicamente, quando realizz&ograve; che sarebbe stato ucciso?</span><br /><br />In quei cinquantacinque giorni di prigionia, Moro ricevette una terribile lezione di vita. Aveva pensato di avere degli amici e scopriva di non averne mai avuto. Di fronte alla morte, esperienza angosciante di per s&eacute;, e in una situazione drammatica, Moro conosce la solitudine e il tradimento da parte di chi aveva ricevuto tutta la sua amicizia. Non aveva capito nulla, anzi comprende ora quanto fosse stato ingenuo. Moro non pu&ograve; giustificare n&eacute; assolvere nessuno, perch&eacute; non riesce a perdonarsi di aver preferito il Partito, quel partito, alla Famiglia.<br />Penso che le parole di Moro, spese per i brigatisti, siano autentiche: sono le uniche parole con le quali manifestare i suoi sentimenti senza dover vergognarsi o pentirsi, poich&eacute; cristiano. Con il ringraziare i brigatisti, vale a dire coloro che gli hanno tolto tutto, cerca di comunicare qualcosa ai suoi ex amici, &egrave; una comunicazione rivolta direttamente al loro spirito. Non ci sono parole per dir loro nel modo pi&ugrave; caritatevole possibile: voi siete i peggiori! <br />Per comprendere Moro, bisogna che passi questa generazione; per comprendere Moro c&rsquo;&egrave; una condizione: conoscere se stessi. Abbiamo proiettato su Moro le nostre paure, i nostri pensieri, i nostri sentimenti; non &egrave; facile prendere coscienza che i nostri giudizi sono i nostri pi&ugrave; sinceri giudici. Le tenebre non hanno conoscenza n&eacute; consapevolezza dell&rsquo;oscurit&agrave;.<br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Un&rsquo;ultima riflessione di carattere personale, stavolta. Che eredit&agrave; ha lasciato Aldo Moro nella personalit&agrave; del prof. Quaglia? </span><br style="font-weight: bold;" /><br />Moro ha affidato la sua verit&agrave; ai pensieri trascritti durante la prigionia, il lettore che vuole in piccola parte avvicinarsi a questa verit&agrave; &egrave; costretto a rivivere, se pure idealmente, la situazione in cui furono concepiti e affidati a fogli di carta. Chi riesce a fare uno sforzo e per alcuni attimi si lascia afferrare dall&rsquo;angoscia che si addensava in quell&rsquo;angusto vano, sicuramente non avverte pi&ugrave; il desiderio di parlare di Moro, per rispetto, per pudore, per incapacit&agrave;. Io mi sono, nella mia immaginazione, chiuso in quel bugigattolo per tutto il tempo che ho impiegato a scrivere questo libro; ho imparato osservando quest&rsquo;uomo mentre cercava di prendersi cura della propria persona, mentre cercava di ascoltare quel che proveniva dall&rsquo;esterno, mentre cercava di non disperare a ogni visita dei carcerieri, mentre pregava quando nessuno lo scrutava. Non avrei mai voluto scrivere questo libro.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=131]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=131</guid>
	<dc:date>2010-05-08T20:17:40+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
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	<title><![CDATA[Pulpiti e prediche di giornaliste(?) teofon]]></title>
	<description><![CDATA[<img align="left" src="/public/viafani.jpg" style="width: 119px; height: 207px;" alt="" />Come molti di voi gi&agrave; sapranno, lo scorso 16 marzo &egrave; uscito per &gt;<a href="www.nutrimenti.net">Nutrimenti</a>&lt; un lavoro scritto a quattro mani con l&rsquo;amico <span style="font-weight: bold;">Romano Bianco</span>, giornalista con il quale condivido la passione per la vicenda Moro, conosciuto proprio in occasione dell&rsquo;uscita della prima edizione di &ldquo;Vuoto a perdere&rdquo; quando in tanti mi contattarono sia per congratularsi (bont&agrave; loro) sia per propormi di condividere idee ed esperienze.<br /><br /><img vspace="3" hspace="5" align="left" src="/public/acv.jpg" alt="" />Poco prima dell&rsquo;uscita in libreria, Famiglia Cristiana ha dedicato un piccolo spazio per annunciare la novit&agrave; ai suoi lettori &gt;<a href="http://www.nutrimenti.net/userFiles/File/IG037_001.pdf">Leggi</a>&lt;. Non si &egrave; trattato di una semplice recensione con delle critiche. A chiamare le cose con il proprio nome si &egrave; trattato di un vero &ldquo;utilizzo privato di mezzo pubblico&rdquo; in quanto la giornalista (?) che l&rsquo;ha firmato in realt&agrave; ha pensato solo ed esclusivamente a muovere un attacco personale nei miei confronti. <br /><br />
<div style="text-align: center;"><br /></div>
E dire che non la conosco nemmeno e che non ho mai avuto modo di parlarci neppure indirettamente.<br /><br /><br />Dimenticando con premeditazione che il libro &egrave; co-firmato, la TEOFON <span style="font-style: italic;">annachiaravalle </span>(giornalista fondamentalista cattolica, i fondamentalisti evidentemente non sono un&rsquo;esclusiva islamica&hellip;) dedica i primi righi a descrivermi come &ldquo;consulente d&rsquo;azienda con il pallino degli scoop. Un Marketing manager che ha deciso di dedicare il suo tempo libero al mistero Moro&rdquo;.<br />E perch&eacute; la signora (o signorina) <span style="font-style: italic;">annachiaravalle </span>ha fatto finta di dimenticare il co-autore? Semplice, perch&eacute; &egrave; un giornalista, e non &egrave; elegante criticare un collega. Questo &egrave; il vantaggio di essere una casta, anche se oggi quella dei giornalisti somiglia molto di pi&ugrave; a una cricca, ma questo &egrave; un altro discorso.<br /> <br />Potete ammirare lo stile e la professionalit&agrave; di questa giornalista che nel suo pezzo sul nostro libro ha fatto suo uno dei sette Vizi Capitali, l&rsquo;invidia, a questi &gt;<a href="http://www.stpauls.it/jesus/1003je/1003je82.htm"> 1 </a>&lt;  &gt;<a href="http://www.stpauls.it/jesus/1003je/1003je87.htm"> 2 </a>&lt;  &gt;<a href="http://www.stpauls.it/jesus/1003je/1003je94.htm"> 3 </a>&lt;  &gt;<a href="http://www.stpauls.it/jesus/1001je/1001je84.htm"> 4 </a>&lt;  &gt;<a href="http://www.stpauls.it/jesus/1001je/1001je89.htm"> 5 </a>&lt;. E poich&eacute; non voglio utilizzare questo spazio per annoiarvi, potete leggere la mia risposta integrale &gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/download/acv_completo.pdf">qui</a>&lt;. <br /><br />In questo post mi limito a sottolineare che:<br /><br />a) il pallino dello scoop? Non mi faccia ridere <span style="font-style: italic;">annachiaravalle</span>&hellip; <br />Le ricordo il significato del termine &ldquo;Linguaggio giornalistico &ndash; la pubblicazione in esclusiva di una notizia inaspettata e particolarmente importante&rdquo; (Devoto-Oli). Le ricordo che &egrave; un concetto tipico del suo mondo, di quel mondo che non esita a speculare sul plastico di Cogne o della casa di Brenda in via Gradoli. Non mi appartiene. Del mio precedente lavoro tutto si pu&ograve; dire fuorch&eacute; sia stato concepito o promosso sotto la logica dello scoop. Contiene analisi accurate di fatti noti ma sottovalutati o volutamente dimenticati (spesso in malafede) da tanti suoi colleghi. E non &egrave; un caso se il <span style="font-weight: bold;">Sen. Pellegrino</span> ha elogiato molto quel tipo di approccio definendo la mia analisi proprio su via Fani, in pi&ugrave; di un&rsquo;occasione, la pi&ugrave; completa ed attendibile sino ad ora fatte. Mi spiace per lei, ma non sono un contrabbandiere di argento falsificato (dalle mie parti si chiamano <span style="font-style: italic;">scangiargentu</span>). Mi piace solo raccontare i fatti e analizzarli guardandoli da pi&ugrave; punti di vista possibile senza ingannare o fuorviare il lettore. Questo perch&egrave; non sono un giornalista come lei. E per fortuna non lo &egrave; neppure Romano.<br /><br />b) il biglietto cui lei fa riferimento &egrave; stato da me erroneamente attribuito, a causa della fretta, a Valerio Morucci. L&rsquo;errore fa parte di una banale didascalia che nulla ha a che vedere con quanto analizzato nel testo. Un errore sfuggito al sottoscritto ed inserito all&rsquo;ultimo momento all&rsquo;inizio del testo perch&eacute;, a scopo coreografico, poteva essere interessante introdurre il memoriale di Morucci e Faranda con il biglietto che lo accompagn&ograve; al suo illustre destinatario Cossiga. Ma non serve a dimostrare nulla. Anzi. Il fatto che sia stato vergato da Suor Teresilla Barill&agrave; &egrave; molto pi&ugrave; grave in termini di analisi: vuol dire che la Suora, con quel biglietto, ha inteso come portato a termine il suo compito. &ldquo;<span style="font-style: italic;">Missione compiuta, signor Presidente</span>&rdquo;. Ma di questo parler&ograve; pi&ugrave; approfonditamente nella risposta integrale.<br /><br />c) la signora <span style="font-style: italic;">annachiaravalle </span>ha dato ampia prova della sua capacit&agrave; di manipolare i fatti. Del mitra arrugginito ha parlato <span style="font-weight: bold;">Patrizio Peci </span>che, ricordiamo, &egrave; stato ritenuto credibile dalla magistratura al punto di far seguire alle sue affermazioni processi che hanno portato in carcere decide di militanti. Ora scopriamo che la signora <span style="font-style: italic;">annachiaravalle </span>ha deciso di dover scegliere quali affermazioni di Peci possano essere considerare affidabili, quali parzialmente e quali semplici invenzioni. Ovviamente il mitra arrugginito non pu&ograve; essere considerato una prova per il semplice fatto che non ha portato a nessuna incriminazione o condanna. Ma questo basta alla giornalista per professare la sua fede di fondamentalista (demo)cristiana: la scorta era preparata e non vi sono responsabilit&agrave; da parte delle Istituzioni che, invece, hanno assicurato ad Aldo Moro la massima protezione. Su questo vorrei stendere un velo pietoso e rimandare alla risposta integrale perch&eacute;, invece, sono molti i fatti che ci fanno pensare diversamente. <br /><br />d) sempre per rimanere in tema di fondamentalismo (demo)cristiano vogliamo sottolineare come l&rsquo;attenzione ai dettagli della signora <span style="font-style: italic;">annachiaravalle </span>sia sottomessa ai suoi fini personali? Un esempio? Una testimone che ha visto tutta la scena a cui nessuno aveva dato voce prima del nostro lavoro ha sottolineato come Moro, sceso dalla sua auto, si sia girato intorno a guardare tutta la scena rendendosi conto perfettamente di quanto era avvenuto. Ad un osservatore molto pi&ugrave; attento come <span style="font-weight: bold;">Antonio D&rsquo;Orrico</span>, non a caso considerato tra i principali critici letterari italiani, nel suo riquadro su Sette, questa cosa non &egrave; sfuggita. Ed &egrave; una novit&agrave; perch&eacute; permette di piazzare un paletto definitivo sul perch&eacute; Moro non fece mai riferimento nelle sue lettere agli uomini della sua scorta. Tra <span style="font-weight: bold;">Polis e Pietas </span>scese la ragion di Stato, sperando che questa servisse a salvare lo Stato (ed indirettamente anche se stesso). Il dolore per aver visto la morte dei suoi collaboratori sar&agrave; stato certamente immenso in lui, sorretto continuamente da un forte sentimento cristiano, ma in quel momento aveva capito perfettamente che la sua vicenda era &ldquo;cosa della politica&rdquo;. E, invece, il suo atteggiamento fu usato contro di lui proprio da chi credeva un amico. Come la mettiamo? <br /><br />d) la conclusione dell&rsquo;articolo rasenta l&rsquo;inverosimile. &ldquo;E si potrebbe continuare. Certo sono dettagli ma per un testo che costruisce proprio sui dettagli dubbi ed interpretazioni, non &egrave; cosa di poco conto&rdquo;. Mi sorge il sospetto che la signora <span style="font-style: italic;">annachiaravalle </span>il libro l&rsquo;abbia solo sfogliato. <span style="font-weight: bold;">Primo</span>: la invito a continuare inviandomi tutte le imprecisioni che ritiene di aver individuato nel testo. Non far&ograve; censura come non &egrave; mia abitudine, pubblicher&ograve; e risponder&ograve; a tutto. <span style="font-weight: bold;">Secondo</span>: non &egrave; un testo che ricostruisce, ma che racconta un episodio dando voce a chi a quell&rsquo;episodio ha assistito. Tra tanti Prof., Giornalisti, Magistrati, Politici non ci aveva pensato <span style="font-weight: bold;">NESSUNO</span>. Ci dovevano pensare due semplici cittadini come Romano Bianco e Manlio Castronuovo? Ma non era un lavoro da giornalisti questo? La parte relativa ai dubbi finali &egrave;, in gran parte, un ampliamento di quanto gi&agrave; scritto in <span style="font-weight: bold;">Vuoto a perdere</span> ed &egrave; indipendente dalle storie raccontate dai testimoni. Perch&eacute; all&rsquo;epoca la signora <span style="font-style: italic;">annachiaravalle</span>, che aveva comprato il mio precedente testo, non ha avuto nulla da ridire?<br /><br />Quello che mi ha stupito pi&ugrave; di tutto, in conclusione, non sono state le parole (isolate nella molteplice lista di &gt;<a href="http://www.nutrimenti.net/1rasta.php?codice=IG037">recensioni e commenti</a>&lt;) della signora <span style="font-style: italic;">annachiaravalle</span>. Ma il fatto che un attacco personale basato sull&rsquo;invidia sia stato pubblicato da un giornale come Famiglia Cristiana. <br />Signora <span style="font-style: italic;">annachiaravalle</span>, mi dia retta, lasci stare il caso Moro, non &egrave; roba da fondamentalisti. Si occupi di altri argomenti ben pi&ugrave; preoccupanti per le sue &ldquo;parrocchie&rdquo;. <br />La verit&agrave; verr&agrave; fuori ma &egrave; inutile aspettarsela da lei.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=130]]></link>
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	<dc:date>2010-04-12T17:32:05+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[In Nicaragua si pesca bene...]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/casimirri3.jpg" style="width: 192px; height: 147px;" alt="" />&hellip; e la cucina italiana a base di pesce fresco &egrave; una prelibatezza con cui vale la pena deliziare il palato, almeno una volta nella vita.<br />Deve essere per questo che, ultimamente, un gran flusso di turisti affolla le spiagge di Managua e ne frequenta i ristoranti italiani che tra le proprie specialit&agrave; offrono del buon pesce a meno di 25$ a testa.<br /><br />Dopo la &gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?id=126">simpatica proposta</a>&lt; del consigliere provinciale dell&rsquo;UdC di Terni (che francamente aveva fatto un po&rsquo; ridere) qualcuno deve essersi incuriosito e ha deciso di prendersi una pausa dallo stress delle nostre metropoli per fare visita ad Alessio Casimirri, uno dei latitanti pi&ugrave; famosi d&rsquo;Italia (naturalmente famoso tra i pochi che si occupano di &ldquo;anni di piombo&rdquo;, per la maggior parte degli italiani il classico &ldquo;Casimirri chi?&rdquo;).<br />Ed evidentemente oltre a gustare del buon pesce, i giornalisti Colombari e Zanotti (non certo tra  le firme pi&ugrave; note della categoria, non me ne vogliano) devono aver trovato il compagno &ldquo;Camillo&rdquo; di ottimo umore, visto che &egrave; stato in vena di &gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/articoli/Articolo.asp?ArtID=183">raccontare</a>&lt; alcuni frammenti di vita, sua e di suo padre.<br /><br />Davvero strano, mi verrebbe da dire. Casimirri <span style="font-weight: bold;">ha molta nostalgia dell&rsquo;Italia</span> ma questo non gli impedisce di essere diffidente nei confronti degli ex connazionali che lo vanno a trovare. Se poi si mostrano anche interessati al suo passato e, tra un branzino ed un cefalo, infilano nella discussione due parole come &ldquo;caso Moro&rdquo;, il sub che fino a poco prima aveva loquacemente descritto tecniche di pesca e mostrato con orgoglio le sue prede, cambia di colpo espressione e torna ad essere un riservato oste.<br /><br />Cosa mai avranno avuto in dote questi due bravi giornalisti per spingere un personaggio come Casimirri a non rifiutare il dialogo come accade nella totalit&agrave; dei casi con turisti interessati pi&ugrave; alla sua giovinezza che ai suoi prelibati piatti?<br /><br />Un particolare mi ha colpito. Casimirri parla di un <span style="font-weight: bold;">libro di memorie</span> al quale ha pi&ugrave; volte pensato. Ma alla fine sarebbe pi&ugrave; affascinato da un&rsquo;opera cinematografica da Hollywood. Mi &egrave; venuto in mente che ha pi&ugrave; volte minacciato, chi a tentato di andarlo a riprendere per portarlo in Italia, di pubblicare le sue memorie. Ed, evidentemente, la cosa deve aver spaventato non poco gli agenti nostrani.<br />Ed allora perch&eacute; ha parlato con due bravi ma, tutto sommato, non famosi giornalisti italiani? E perch&eacute; ha alluso alle sue memorie manifestando il desiderio di un film sulla sua vita?<br /><br />E&rsquo; una cosa che mi chiedo da quando ho finito la lettura del pezzo e sinceramente non riesco a trovare una risposta, neppure una traccia. Se qualcosa bolle in pentola lo sapremo presto. <br /><br />Certo che in prossimit&agrave; delle ricorrenze, strane manovre aleggiano sempre sul passato quando questo non pu&ograve; essere considerato chiuso.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=129]]></link>
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	<dc:date>2010-03-10T23:28:43+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Questo Mokbel non mi è nuovo. /2]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/VerbaleMokbel.jpg" style="width: 129px; height: 187px;" alt="" />Sembra riservare molte sorprese questa apparentemente normale vicenda che per reato di ricliclaggio ha portato all&rsquo;arresto dell&rsquo;ex Senatore Di Girolamo e dell&rsquo;imprenditore Gennaro Mokbel.<br />Adesso un articolo del Corriere della Sera &gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?id=127">leggi</a>&lt; rivela che la sorella Lucia (&gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=127">vedi post precedente</a>&lt;)  avrebbe sposato niente di meno che il figlio di Michele Finocchi, ex capo di Gabinetto del SISDE (fino al 1991) coinvolto nell&rsquo;inchiesta sui fondi neri quando amministratore del servizio era Maurizio Broccoletti. Nel 1993, dopo una rapida e brillante carriera che lo port&ograve; alla direzione dei servizi civili del Viminale, si rese latitante.<br /><br />Un forte legame stringe quindi i Mokbel al servizio civile, oltre che alla banda della Magliana ed al terrorismo di estrema destra.<br /><br /><br />Nello stesso articolo, basato sulle intercettazioni telefoniche che i ROS effettuarono nei confronti di Gennaro Mokbel durante le indagini, l&rsquo;imprenditore si vantava di essere in procinto di ricevere un&rsquo;elevata onorificenza massonica: il trentatreesimo grado della Loggia di Palazzo Giustiniani.<br />Il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Gustavo Raffi ha subito smentito la frequentazione di Gennaro Mokbel alla sua Loggia (&laquo;Respingiamo con fermezza qualsiasi riferimento che colleghi Gennaro Mokbel alla massoneria di Palazzo Giustiniani: nel nostro tempio non c'&egrave; posto per gente del genere&raquo;)<br /><br />Altro &gt;<a href="http://www.leiweb.it/people-e-news/news/10_a_gennaro-mokbel.shtml">scoop</a>&lt; degno di nota lo fa il settimanale A diretto da Maria Latella. Un ex compagno di scuola avrebbe definito Gennaro Mokbel un &ldquo;ladro di merendine&rdquo; che rubava la colazione ai cocchi di mamma per poi sfidarli ad andarsela a riprendere. Un bullo, una specie di ras del quartiere che una volta chiuse la professoressa sul balcone dopo averla legata a una sedia.<br /><br />Io dico che la storia non &egrave; finita e se si avr&agrave; il coraggio di andare avanti ne potremo vedere delle belle. Ma sino a quando si avr&agrave; il coraggio di osare?]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=128]]></link>
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	<dc:date>2010-03-10T23:00:48+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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