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<title>Chiudere gli 'Anni di piombo' - dBlog</title><link>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/</link>
<description>Chiudere gli 'Anni di piombo' - dBlog</description><language>it</language>
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	<title><![CDATA[Sofri non risponde (ma non c'erano dubbi)]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/sofricucchiarelli.jpg" alt="" />Eh gi&agrave;.<br /><br />Come era prevedibile, Adriano Sofri non risponde.<br /><br />Dopo che il palcoscenico dei grandi giornali ha dato eco alle sue parole, cosa che non &egrave; stata fatta nei confronti della replica di Cucchiarelli (e questo gi&agrave; di per se la direbbe lunga) il maestro tace.<br /><br />Del resto l'obiettivo l'aveva raggiunto (la vasta platea) ed il suo messaggio era arrivato forte e chiaro. Ma adesso una replica sarebbe far tornare in alto la notizia e vuoi che magari qualcuno tra i suoi lettori pi&ugrave; intelligenti non venga preso dal dubbio e compri il libro di Cucchiarelli per capire autonomamente? O, peggio, ne parli ad altri?<br /><br />Stimolato da un lettore attento, ripubblico la lista delle 5 domande sulle quali a molti piacerebbe conoscere l'illuminante parere di Adriano Sofri. So che &egrave; tempo perso, ma oggi pioviggina e non ho di meglio da fare.<br /><br />Di questi tempi, tocca accontentarsi di sperare in 5 risposte. Che ci vuoi fare. <br /><br /><br />1. Nel suo scritto lei menziona Umberto Federico D&rsquo;Amato. Vorrei che chiarisse ulteriormente una vicenda, da lei stesso diffusa nel 2007, per sgombrare il campo proprio<br />da interpretazioni eccessive e fantasiose, alla Codice Da Vinci, proprio come scrive lei.<br />Recensendo il libro di Mario Calabresi Spingendo la notte pi&ugrave; in l&agrave; e utilizzando una formula che le &egrave; cara, quella della lettera a un immaginario giovane tentato dalla violenza,<br />ha raccontato un particolare incontro da lei fatto. &ldquo;Quello Stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare. Lo so. Una volta uno dei suoi pi&ugrave; alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi Affari Riservati&rdquo;.<br />Fu uno choc. Tre giorni dopo, torna sulla questione e spiega che si trattava di Umberto Federico D&rsquo;Amato, il Gran Capo degli Affari riservati, e che lei si era sbagliato: l&rsquo;offerta era per una &ldquo;mazzetta di omicidi&rdquo;. Ora nella nuova edizione dell&rsquo;inchiesta spiego perch&eacute; questa datazione, &ldquo;un po&rsquo; pi&ugrave; di cinque anni dopo il 12 dicembre&rdquo;, non &egrave; plausibile ne&rsquo; temporalmente, n&eacute; nell&rsquo;obiettivo indicato, secondo lei, da D&rsquo;Amato, e cio&egrave; i Nap, Nuclei armati proletari. Lei fornisce un solo elemento, pur con il beneficio del dubbio legato al tempo trascorso, per datare quell&rsquo;incontro. Eccolo: &ldquo;Avendolo io interrotto su un anello che spiccava su una mano assai curata, cos&igrave; madornale da sembrare d&rsquo;ordinanza, me ne spieg&ograve; il legame - se la memoria non mi inganna- con la morte di sua moglie, e il fresco dolore che ne provava&rdquo;.<br />Sofri, credo che la memoria l&rsquo;inganni, fatta salva la possibilit&agrave; che anche su questo&nbsp; D&rsquo;Amato le abbia mentito. La moglie di Umberto Federico D&rsquo;Amato, Ida Melani era<br />sicuramente viva nel 1981, come risulta dalle carte dell&rsquo;inchiesta di Brescia; &egrave; tutto contenuto nell&rsquo;allegato n. 31 alla relazione del 12 dicembre 2003 con protocollo 24/<br />b1/4229. Si tratta delle carte tratte dall&rsquo;inchiesta Argo 16 del giudice Mastelloni. Quelle carte divennero pubbliche pochi mesi dopo il suo articolo, quando vennero depositati, tra gli altri, anche appunti per le memorie che il Prefetto voleva scrivere. Anche quel foglietto pubblicato da Andrea Pacini nel suo volume &ldquo;Il cuore occulto del potere. Storia degli Affari Riservati&rdquo;, nel quale il Prefetto, parlando di lei, scrive: &ldquo;Ci siamo fatti paurose e notturne bevute di cognac&rdquo;. Ora lei ha detto che quelle sono &ldquo;cazzate&rdquo;, che D&rsquo;Amato venne messo alla porta: &ldquo;Non ebbi alcun rapporto, ne&rsquo; diretto, ne&rsquo; indiretto con lui&rdquo;. Le chiedo di chiarire l&rsquo;intricata vicenda, spiegando cosa vi diceste e quando avvenne quell&rsquo;incontro. Unico? Come immaginare un uomo navigato e accorto come D&rsquo;Amato presentarsi a casa sua per la prima e unica volta e lanciare l&rsquo;idea di una mattanza a mezzadria?<br /><br />2. Come mai in mano ad Alberto Caprotti (gi&agrave; componente della commissione finanziamenti del movimento) venne rinvenuta una agenda telefonica contente i numeri<br />telefonici di casa e d&rsquo;ufficio, riservatissimo, al Viminale, di Umberto Federico D&rsquo;Amato?<br /><br />3. Ha mai saputo che il servizio segreto aveva infiltrato dentro Lotta Continua la fonte &lsquo;Como&rsquo;? Il dottor Guido Salvini ha rintracciato negli archivi del Sismi 47 atti intestati a<br />questa fonte. Riscontrando l&rsquo;attivit&agrave; informativa con l&rsquo;indice generale si &egrave; raggiunta la certezza che manchino almeno 26 atti.<br />La fonte &lsquo;Como&rsquo; non ha prodotto informazioni nel periodo tra il 14 settembre 1971 e il 13 giugno 1972. La fonte era sempre sollecitata e allertata e quindi non si capisce perch&eacute; non allertare la &ldquo;fonte qualificata&rdquo; &lsquo;Como&rsquo; a seguire attentamente anche l&rsquo;omicidio Calabresi. &lsquo;Como&rsquo; cessa la sua attivit&agrave; nel 1984 perch&eacute; muore.<br /><br />4. E della fonte &ldquo;Partenope&rdquo;? Si trattava di una &ldquo;fonte umana&rdquo; &ndash; dice un rapporto del Sid che a met&agrave; del 1973 aveva messo in piedi una vera e propria azione di controllo sul leader socialista Giacomo Mancini: in codice veniva chiamata Azione Mecomio, una specie di mini-Watergate all&rsquo;italiana, come giustamente la definisce Norberto Valentini ne La notte della madonna. Tutte le telefonate che arrivavano o uscivano dall&rsquo;ufficio romano di Mancini di via del Babuino 96 erano intercettate: per questo il Sid era a conoscenza dei suoi stretti legami con il gruppo dirigente di Lotta Continua. A conclusione dell&rsquo;Azione Mecomio, il rapporto del Sid metteva in rilievo che sostegni finanziari giungevano a Lotta Continua dal Psi al quale, a sua volta, arrivavano dal petroliere Nino Rovelli tramite l&rsquo;allora Capo della Polizia, Angelo Vicari &ndash; una strana compagnia di giro. Come si legge nell&rsquo;ottimo libro di Valentini, pp. 126-7, il rapporto afferma questo: &laquo;per lunghi mesi si &egrave; atteso alla paziente raccolta di notizie e alla loro elaborazione per poter giungere a una possibile chiarificazione&hellip; Tale lavoro ha dato frutti sufficienti per una buona base di partenza per accertamenti futuri che si presentano difficili e delicati. Infatti: in data 21.5.1973, Lionello Massobrio [allora responsabile amministrativo di Lotta Continua] viene convocato dall&rsquo;onorevole Giacomo Mancini (notizia da fonte certa, materiale conservato) nella sede del Psi in via del Corso; 2 nella stessa serata del 21.5.73, Lionello Massabrio, in una riunione ristretta di dirigenti di Lotta Continua nella sede di via dei Piani 26 ha comunicato ai presenti, convenuti per l&rsquo;esame della situazione finanziaria del movimento che nella mattinata, la situazione finanziaria era stata rappresentata all&rsquo;onorevole Mancini che aveva promesso un sostanzioso finanziamento, non escludendo altre fonti di appoggio, avendo molto a cuore la vitalit&agrave; di Lotta Continua (notizia da fonte umana Partenope)&raquo;.<br />All&rsquo;interno di Lotta Continua, dunque, un informatore riferiva puntualmente su quanto si dicevano i suoi massimi dirigenti: il dato assume un enorme rilievo visto che Lc in quei<br />mesi era sotto l&rsquo;occhio del ciclone dopo l&rsquo;omicidio del commissario Calabresi. <br /><br />5. Lei dice nel suo libro che &ldquo;Lotta Continua prese la sede in via Dandolo, a Roma, per inaugurare il giornale quotidiano, nel marzo del 1972.&rdquo; Cos&igrave; lei risponde sulla questione dei finanziamenti all&rsquo;attivit&agrave; del giornale.<br />Marco Nozza ha scritto un bell&rsquo;articolo su &ldquo;Gli amici americani di Lotta Continua&rdquo; che ricostruisce in dettaglio tutta la vicenda. Nel 1968 arriva a Roma Robert Hugh<br />Cunningham, agente Cia che rileva il giornale &ldquo;Daily American&rdquo;. A stampare Lotta Continua &egrave; la Art Press, quello americano &egrave; stampato dalla Dapco. Due cose diverse? No.<br />&ldquo;Perch&eacute; i soci della Art Press risultano tre: Cunningham, padre, madre e figlio.<br />Amministratore della Art Press: Cunningham junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham&rdquo;.<br />Nel 1971 presso la cancelleria del tribunale civile e penale di Roma viene depositato un atto in cui due signori accettano di diventare &ldquo;amministratori della Spa Rome Daily<br />American, con deliberazione ordinaria del 27 settembre 1971&rdquo;. I due signori si chiamano Matteo Macciocco, il secondo Michele Sindona. Nel 1971, dunque, Sindona succede a Cunningham, quello senior, nella gestione del &ldquo;Daily American&rdquo;, giornale che presto fallisce. Nasce il &ldquo;Daily News&rdquo;. I proprietari sono Robert Hugh Cunningham senior e<br />junior. Mentre fallisce il &ldquo;Daily American&rdquo;, succede che Lotta Continua cambia tipografia e non si fa pi&ugrave; stampare dalla Art Press, E&rsquo; nata la &ldquo;Tipografia 15 giugno&rdquo; di cui sono soci Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio e un ultimo socio che non &egrave; italiano: si chiama Robert Hugh Cunningham junior, il figlio. (Notizie tratte da &ldquo;Il Giorno&rdquo; del 31 luglio 1988). Quello che scrive Marco Nozza &egrave; vero?]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=147]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=147</guid>
	<dc:date>2012-04-19T16:27:54+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Patrizio e Roberto Peci: e la polemica continua...]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 243px; height: 184px;" src="/public/fllipeci.jpg" />Che dire? Non molto rispetto a quanto gi&agrave; scrissi nel luglio del 2009  &gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=110">Leggi articolo</a>&lt;. <br /><br />E&rsquo; da poco stata &gt;<a href="http://www.irispress.it/236437/lex-pentito-patrizio-peci-a-oggi-mio-fratello-roberto-aveva-condiviso-tutte-le-mie-scelte">pubblicata un&rsquo;agenzia</a>&lt; che preannuncia l&rsquo;intervista esclusiva a patrizio Peci che uscir&agrave; integralmente sul settimanale &ldquo;Oggi&rdquo; da domani in edicola.<br />La sostanza &egrave; questa. Peci torna sulla vicenda del fratello Roberto, al quale lo scorso anno &egrave; stata intitolata la via nella quale nel 1981 fu rapito (l&rsquo;ex vai Boito ora via Roberto Peci), per rivolgersi alla nipote convinta della non violenta innocenza del padre e dell&rsquo;infamit&agrave; di uno zio che, con le sue azioni malvagie, ne decret&ograve; la morte.<br /><br />&ldquo;<span style="font-weight: bold;">Voglio che si conosca tutta la verit&agrave;, soprattutto che la conosca la figlia di mio fratello. Deve sapere che lui aveva condiviso tutte le mie scelte, dalla lotta armata alla dissociazione. [&hellip;] mia nipote di suo padre non sa niente. Non &egrave; vero quello che pensa o che le hanno fatto credere. Non &egrave; vero che c&rsquo;&egrave; stato un fratello infame e uno buono, come Caino e Abele. &Egrave; un falso storico, avallato purtroppo dal libro di Walter Veltroni L&rsquo;inizio del buio, che ha scambiato la realt&agrave; con la sua immaginazione. [&hellip;] Eravamo due comunisti rivoluzionari. All&rsquo;assalto alla Confapi di Ancona, prima che io entrassi nelle Br, ha partecipato anche lui.</span>&rdquo; <br /> <br />Parole molto dure rispetto alle celebrazioni che di recente sono state fatte in occasione dell'inaugurazione della via intitolata a Roberto Peci. <br />&gt;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=Rj7OHB87zF8">Video</a>&lt; <br />&gt;<a href="http://www.rivieraoggi.it/2011/05/10/120290/via-roberto-peci-le-lacrime-della-figlia-chiudono-trentanni-di-dolore/">Articolo</a>&lt; <br /><br />Le stesse parole, per&ograve;, che scrissi nel mio articolo. Ma la figlia di Roberto Peci, Roberta, commentando il mio articolo mi attacc&ograve; duramente invitandomi a tacere ed informarmi meglio... <br /><br />E secondo me non c&rsquo;era niente di scandaloso, nel senso che era evidente la storia dei due fratelli ed era evidente che pur avendo iniziato insieme un certo percorso le strade si erano divise piuttosto presto e prima che il pi&ugrave; piccolo facesse le stesse scelte del fratello maggiore. Chi ha studiato e cercato di capire non pu&ograve; sostenere che Roberto Peci fosse un brigatista, di certo non io. Ma da qui a dire che era un non violento, che non ha mai avuto a che fare con scelte ed azioni violente, ce ne passa. La storia di Roberto Peci pu&ograve; essere assimilata a quella di tanti altri giovani di quegli anni, giovani che hanno creduto di poter combattere il sistema con le armi, che vincere era possibile. In pochi hanno poi portato le loro scelte sino alle estreme conseguenze, in molti, invece, si sono fermati prima del punto di non ritorno (un&rsquo;azione di sangue o la scelta forzata di entrare in clandestinit&agrave;).<br /><br />Nello stesso articolo scrivevo che l&rsquo;atteggiamento che lo Stato ha sempre avuto nei confronti di questa tragica vicenda &egrave; sensibilmente differente dalle altre tante storie di dissociazione e violenza. E quindi mi chiedevo: &ldquo;<span style="font-weight: bold;">E allora sorge il sospetto, che dietro la storia dei fratelli Peci, ci sia qualcosa di ancora indicibile, autorizzato ad altissimi livelli, portato avanti senza scrupoli. Qualcosa che a distanza di 28 anni non pu&ograve; essere ancora rivelato apertamente</span>&rdquo;. <br />Questo &egrave; un altro dei nodi centrali che pi&ugrave; in generale riguarda ci&ograve; che ha fatto uno dei protagonisti centrali della vicenda, ossia lo Stato. Cosa ha fatto in quegli anni? Perch&eacute; dovremmo credere nella sua &ldquo;candida innocenza&rdquo;, nella sua totale estraneit&agrave; a qualsiasi addebito? Di cose poco chiare sul comportamento delle Istituzioni in quegli anni ce ne sarebbero tante. Qualcuno dir&agrave; che eventuali &ldquo;forzature&rdquo; sono state fatte nel tentativo di perseguire il fine ultimo di sconfiggere la lotta armata. Ma poich&eacute; le azioni di contrasto sotterraneo sono iniziate ben prima della nascita dei fenomeni eversivi (piazza Fontana docet) occorrerebbe approfondire meglio come si siano evolute le strategie dello Stato negli anni &rsquo;70 e a che punto sono arrivate. Ma questo &egrave; un altro discorso.<br /><br />Non ho avuto niente in contrario sul fatto che sia stata intitolata una via a Roberto Peci, anzi. Pu&ograve; essere un serio tentativo di capire meglio quegli anni, che c&rsquo;&egrave; stata davvero una buona parte di una generazione di giovani che hanno pensato di ribellarsi, che l&rsquo;hanno fatto senza essere pilotati o eterodiretti, che in gran parte ha capito che non fosse la scelta giusta e che in alcuni casi (come Peci) hanno pagato un prezzo altissimo per questo loro percorso.<br /><br />Ma senza travisare la realt&agrave;, senza scambiare &ldquo;la realt&agrave; con la sua immaginazione&rdquo;. Questo non &egrave; corretto e non porta da nessuna parte.<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=146]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=146</guid>
	<dc:date>2012-04-18T21:20:20+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Sofri, e il pulpito di Stato di “minima moralia”]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/sofricucchiarelli.jpg" alt="" />Non sono un esperto della vicenda piazza Fontana e quindi non entrer&ograve; nel merito "tecnico" del dibattito. In questo articolo, oltre che riaggregare i vari momenti dell’attacco di Sofri al libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana” ed il successivo film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, vorrei fare una riflessione sulle modalit&agrave; di questo dibattito, e da quale punto di vista sia portato avanti. Con l’obiettivo preciso, ed evidente a tutti, di non far capire.<br /><br />><a href="http://www.ilpost.it/2012/03/31/sofri-piazza-fontana/">L’articolo di Sofri che introduce il suo testo</a>< <br />><a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2012/03/31/news/piazza_fontana_la_verit_di_sofri-32515232/index.html?ref=search">L’articolo di Repubblica</a>< <br />><a href="http://www.vip.it/eugenio-scalfari-romanzo-di-una-strage-il-film-di-marco-tullio-giordana/">Articolo di Eugenio Scalfari</a><<br />><a href="http://www.43anni.it/">L’ebook di Sofri< </a><br />><a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/04/03/news/romanzo_ferita-32659838/index.html?ref=search">L’articolo di Ezio Mauro su Repubblica</a>< <br />><a href="http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/piazza-fontana-esplode-ancora-scoppia-la-polemica-tra-lautore-del-libro-inchiesta-su-piazza-37503.htm">La polemica tra Sofri e Cucchiarelli ripresa da dagospia</a>< <br />><a href="http://www.cadoinpiedi.it/2012/04/14/sofri_1.html#anchor<br />>">La risposta pubblica di Paolo Cucchiarelli sul sito  cadoinpiedi</a> > <br />><a href="http://www.cadoinpiedi.it/img/Cuc_SOf.pdf"> L’ebook di Cucchiarelli con le risposte a Sofri</a>< <br /><br /><br />Da anni sostengo che sia necessario richiudere quella ferita comunemente nota come “anni di piombo” (definizione che non condivido in quanto generalizzata e che non aiuta a comprendere la storia). Non per esercizio storico e neanche perch&eacute; su quel periodo debba calare l’oblio ma, al contrario, perch&eacute; dobbiamo liberarci da quelle strumentalizzazioni che imbrigliano la vita politica semplificandola a divisioni curva nord-curva sud (che portano ai disastri che tutti abbiamo sotto gli occhi) e anche perch&eacute; dobbiamo consegnare alle future generazioni una verit&agrave; condivisa che non sia solo quella scritta nei tribunali di Stato, dove si tende a dividere i buoni dai cattivi, anche perch&eacute; in genere i buoni sono tali finch&eacute; restano al di l&agrave; di una linea sottile che pu&ograve; spostarsi anche a causa di un solo documento…<br />Ma la storia e la politica sono pi&ugrave; complesse di un’aula di Tribunale.<br /><br />Questa mancata conciliazione con quegli avvenimenti (e la conseguente verit&agrave; storico-politica di cosa avvenne a livello di personaggi, organizzazioni, istituzioni e classe politica ed intellettuale in genere) fa si che si debba assistere, accompagnati da un profondo senso di voltastomaco, a patetiche interpretazioni da operetta portate avanti da personaggi di Stato nel cui club, evidentemente, possiamo iscrivere “ad honorem” il buon Adriano Sofri.<br />Pensate ad immaginare (io non ci sono riuscito) cosa accadrebbe se il 16 marzo di un qualunque anno, su un quotidiano nazionale, Renato Curcio scrivesse un lungo articolo per contestare la tesi di un’inchiesta che tenta di portare nuovi elementi che permettono di guardare l’agguato ad Aldo Moro ed alla sua scorta da un nuovo punto di vista. Magari un po’ pi&ugrave; scomodo per molti personaggi in causa. E magari un certo gruppo di “penne” famose si accodasse alle parole di Curcio. <br /><br />Voi direte. «Ma che c’entra, Curcio &egrave; il fondatore delle BR, &egrave; parte in causa, ha una diretta responsabilit&agrave; nel percorso che port&ograve; le BR dalla loro nascita fino all’agguato…». Sofri, &egrave; bene ricordarlo, &egrave; stato condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi, dalla cui finestra la notte del 15 dicembre 1969 “vol&ograve;” Pino Pinelli, anarchico fermato dalla polizia e trattenuto illegalmente in Questura (erano abbondantemente scaduti i termini del fermo) a seguito delle indagini per la bomba alla BNA di piazza Fontana a Milano (e le altre trovate sia a Milano che a Roma il 12 dicembre 1969).<br />Sofri si &egrave; sempre dichiarato innocente rispetto all’accusa ma, a differenza di altri, non &egrave; scappato all’estero e ha scontato tutta la pena infittagli: il 16 gennaio di quest’anno il Tribunale di Firenze ha firmato il provvedimento di fine pena.<br />Nel 2009, in un’<a href="http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_08/sofri_libro_77a23c7c-dd8e-11dd-9758-00144f02aabc.shtml">intervista al Corriere della Sera</a> si &egrave; assunto la corresponsabilit&agrave; morale di quella tragedia.<br /><br />Tanto per dirla fino in fondo, Sofri ha anche scritto un bel libro sulla vicenda Pinelli (La notte che Pinelli) che per&ograve; si conclude con un inaspettato “Non so” proprio sulla domanda pi&ugrave; importante: cosa accadde quella notte? Proprio da lei, Sofri, non ce l’aspettavamo. Un gesto da coniglio per lei che dalle pagine di Lotta Continua promosse una feroce campagna contro il commissario con frasi del peso di “Calabresi sarai suicidato”. E come dimenticare l’articolo del 20 dicembre 1969 intitolato "Bombe finestre e lotta di classe", dove confut&ograve; la versione ufficiale del suicidio paragonando la morte di Pinelli ai crimini dello stalinismo e del fascismo? In quello stesso articolo Sofri trasse spunto dalle intenzioni politiche della bomba per legittimare la lotta , anche violenta, del “Proletariato e delle Classi subalterne”.<br /><br />Quindi lei &egrave; parte in causa, ci sta dentro fino al collo, nella vicenda di piazza Fontana che ingloba sia l’assassinio di Pinelli che quello di Calabresi.<br /><br />Ad oggi lo Stato non sa, o quanto meno sa ma non &egrave; stato in grado di punire i responsabili di quelle bombe del 12 dicembre. Si sa che sono bombe di destra, messe da militanti riconducibili all’organizzazione Ordine Nuovo con la complicit&agrave; di settori “deviati” dei servizi segreti all’epoca sotto il controllo dei militari. <br />Piccola parentesi. Non esistono i “servizi deviati”. I servizi segreti fanno quello che devono fare anche se questo cozza con l’interesse di molti e risponde alle logiche di pochi, obbediscono a degli ordini, fanno il lavoro sia pulito che sporco. Solo quando queste cose vengono a galla, la protezione dei vertici che hanno diretto l’orchestra rende d’obbligo l’aggiunta dell’aggettivo deviati e giustifica le epurazioni di facciata che non cambiano nulla nella sostanza. Chiusa parentesi.<br /><br />Lei, Sofri, difende questa tesi. Perch&eacute;? Cosa cambia nella sua percezione sensoriale di quegli avvenimenti e di quegli anni se le cose fossero andate diversamente?<br /><br />E se un giornalista serio, competente, autonomo come Paolo Cucchiarelli, che non deve difendere nessun interesse n&eacute; personale n&eacute; di amici porta a termine un’inchiesta nella quale ci sono elementi nuovi, messi assieme in una logica del tutto nuova che porta ad uno scenario diverso da quello di cui lei si fa garante, &egrave; automatico che debba essere insultato, denigrato offeso sia personalmente che professionalmente. Eh si, perch&eacute; una cosa &egrave; criticare altra cosa &egrave; attaccare sulla base di forzature maliziose di letture parziali di parti dell’inchiesta.<br /><br />Lei, Sofri, &egrave; anche un vile. Perch&eacute; non ha contestato le tesi del libro quando usc&igrave;, ossia nel maggio del 2009? Perch&eacute; allora non conveniva, sarebbe equivalso a pubblicizzarlo e quindi a rendere pi&ugrave; imbarazzanti alcune complicit&agrave;. Ma quando Marco Tullio Giordana, regista serio e rispettabile, decide di mandare nelle sale un film come “Romanzo di una strage” che si ispira all’inchiesta di Cucchiarelli (pur discostandosi in alcuni punti non minori) allora il problema non &egrave; pi&ugrave; la tesi dell’inchiesta ma il fatto che questa sia fruibile dal grande pubblico. E’ questo il nodo ed &egrave; questo che le fa scattare l’odio che traspare dalle sue parole.<br />Quindi a lei, Sofri, non interessa nulla della verit&agrave; ma solo l’opportunit&agrave; delle cose e la loro strumentalizzazione.<br /><br />Lasciamo stare la presunta responsabilit&agrave; che Cucchiarelli attribuisce a Valpreda ed all’innocuo “petardo” che avrebbe messo nella BNA. Vediamo, invece, la trappola che ad insaputa del ballerino anarchico sarebbe scattata secondo una logica (quella del raddoppio), un modulo operativo che i servizi segreti avrebbero messo in atto in una classica operazione “false flag”.<br />Questa trappola, organizzata da chi ai vertici militari auspicava per l’Italia una svolta autoritaria simile a quella che solo due anni prima port&ograve; la Grecia in mano ai colonnelli o quattro anni dopo il Cile in mano a Pinochet, fu scoperta e fu proprio Aldo Moro a bloccare le tentazioni del Presidente del Consiglio Rumor e della Repubblica Saragat di proclamare qualsiasi stato di emergenza che potesse favorire quel disegno eversivo.<br />Quindi la politica sapeva, le istituzioni sapevano ma non denunciarono. E perch&eacute;? Forse perch&eacute; dietro tutto c’era la mano fin troppo evidente della CIA che sia in Grecia che, successivamente in Cile, non intervenne direttamente ma pilot&ograve; i golpe attraverso le forti influenze che aveva nei due Paesi?<br />E non &egrave; stato proprio il Generale Maletti, recentemente, a denunciare la limitata sovranit&agrave; dell’Italia su ci&ograve; che riguardava gli interessi degli americani nel nostro Paese e quindi il controllo della nostra “democrazia”?<br /><br />E che cosa ci dice poi di tale Robert Hugh Cunningham junior che figura tra i soci della “Tipografia 15 giugno” e che, assieme al padre omonimo era dietro a tutte le tipografie che stampavano Lotta Continua? Entrambi i Cunningham erano referenti della CIA in europa tanto da essere nominato (il figlio) responsabile del partito repubblicano in Europa per l'informazione dal neoeletto presidente Reagan. Strana coincidenza, davvero.<br /><br />Chi difende a spada tratta, senza discutere, senza dialettizzarsi, la verit&agrave; di Stato (che, si badi bene, verit&agrave; non &egrave; perch&eacute; si parla solo di ipotesi e presunzioni), &egrave; un “Uomo di Stato”.<br />E lo &egrave; nel senso delle responsabilit&agrave; che tale ruolo comporta, nel dover misurare le parole, nel dover distogliere dalla verit&agrave; per un senso del dovere che deve portare alla tutela del bene comune rispetto all’interesse personale.<br /><br />Perch&eacute; contesta cos&igrave; in maniera cos&igrave; accalorata l’ipotesi di un modulo operativo del raddoppio che avanza Cucchiarelli? Forse perch&eacute; lei stesso ne fu vittima inconsapevole e se ne &egrave; accorto troppo tardi?<br />Troppo tardi per denunciarlo (il punto di non ritorno era stato gi&agrave; superato), troppo tardi per “sputtanarlo” (ne sarebbe crollata un’immagine ed una verginit&agrave; di presunta autonomia da farvi passare tutti per coglioni) ma mai troppo tardi per difenderlo tutelando il segreto.<br /><br />Per tornare a scomodare renato Curcio, ricorder&agrave; quella famosa intervista a Frigidaire (eravamo degli anni ’90, quindi a guerra abbondantemente finita) nella quale il fondatore delle BR lanci&ograve; la sua spiegazione sull’impossibilit&agrave; di chiudere con quel passato di arrivare a capire come sono andate realmente le cose in vicende come piazza Fontana e Calabresi per una “sorta di complicit&agrave; fra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa &egrave; veramente successo. Quella parte degli anni ’70, quella parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce, cose che noi non riusciamo a dire perch&eacute; non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che tutti sappiamo.”<br /><br />Forse Curcio (essendo estraneo a quelle vicende) non ha le parole o le prove. Ma lei, caro Sofri, sicuramene non ha le palle per dirlo.<br /><br /><br />E ci sono due modi per accettare la propria impotenza: o chiudersi non affrontando pi&ugrave; l’argomento oppure fare il salto della barricata per cercare un riconoscimento politico che &egrave; l’unica cosa che pu&ograve; chiedere ancora alla storia.<br /><br />Lei ha detto che su piazza Fontana avrebbe rivelato quello che sapeva, ma al momento giusto. Credo che quel momento sia arrivato e non si possa pi&ugrave; attendere.<br /><br />Sarebbe un suo dovere morale nei confronti di tutti quei ragazzi che l’hanno vista come un maestro e di cui porta (almeno in parte) la responsabilit&agrave; delle scelte, nei confronti delle vittime, nei confronti dell’intero Paese se &egrave; vero che il suo obiettivo all’epoca (e quello di tutti gli altri militanti della sinistra extra parlamentare) era quello di costruire una nuova societ&agrave;, non semplicemente cambiare le regole a quella esistente.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=145]]></link>
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	<dc:date>2012-04-15T18:12:44+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Svendesi storia delle BR. A partire dal 29 marzo]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/asta.jpg" alt="" />Anche i pi&ugrave; dotati dal punto di vista dell&rsquo;immaginazione, non sarebbero mai arrivati a pensare di poter acquistare un giorno un volantino originale delle Brigate Rosse. E invece a partire dal prossimo 29 marzo tutto ci&ograve; sar&agrave; (?) possibile. La casa milanese Bolaffi, ceder&agrave; all&rsquo;asta un lotto di 17 documenti brigatisti datati tra il 1974 ed il 1978 compreso uno proveniente dal rapimento Moro. E non uno qualsiasi ma proprio quello con il quale il 15 aprile i brigatisti annunciarono la condanna a morte del presidente della DC. Il prezzo di partenza &egrave; di 1.500&euro;.<br />Non mi sarei stupito se una cosa del genere fosse avvenuta in un paese come la Germania che con quegli anni ha chiuso i conti, ha capito le ragioni degli uni e degli altri e ha serenamente accettato che una parte (seppur minoritaria) di una generazione ha cercato di ribellarsi facendo ricorso alle armi, senza per questo far ricorso a spiegazioni dietrologiche, grandi vecchi o occulte trame internazionali. E un documento come quello potrebbe rientrare nella casistica dei documenti storici.<br /> <br />Ma &egrave; davvero possibile che in un paese come l&rsquo;Italia, in cui si cerca ancora la verit&agrave; su tanti tragici episodi della storia contemporanea, si possa permettere di svendere un pezzo di storia chiusa dal punto di vista dei tribunali ma non ancora dal lato della verit&agrave; storica e politica?<br /> <br />Possiamo considerarli documenti storici o forse &ldquo;corpi di reato&rdquo;? E se ci fosse qualcosa di inedito (documenti nuovi o parzialmente nuovi rispetto a quelli divulgati all&rsquo;epoca)?<br /> <br />E poi il problema della fonte. Da dove provengono questi reperti? <br />In occasione delle operazioni di fabbrica i volantini venivano distribuiti direttamente &ldquo;in loco&rdquo; e potevano perci&ograve; essere raccolti da chiunque. <br />Nel sequestro Moro, per&ograve;, i comunicati venivano distribuiti in pi&ugrave; citt&agrave; in contemporanea e quindi l&rsquo;unica possibilit&agrave; di intercettare un originale era farlo sfuggire al sequestro delle Forze dell&rsquo;Ordine. Quindi commettere un reato.<br /> <br />Sono certo che la Polizia Giudiziaria impiegher&agrave; poche ore a sequestrare il tutto ed avviare le dovute indagini. Ma se tutto ci&ograve; sar&agrave; permesso, allora mi aspetto che a breve sar&agrave; possibile acquistare nuovi reperti inediti: bossoli di via Fani, qualche scatto privato che riprende la scena immediatamente dopo l&rsquo;agguato (tanto il magistrato non consider&ograve; quelle foto inutili ai fini delle indagini?), un&rsquo;uniforme da aviere dismessa, una testina per macchina da scrivere&hellip;<br /> <br />E nel frattempo, poich&eacute; il caso Moro &egrave; ancora oggetto di lotta e divisione politica, la solita domanda echeggia tra coloro che ne studiano i risvolti da anni: ennesima strumentalizzazione monetizzata o messaggio trasversale (stavolta un &ldquo;innocuo&rdquo; manifestino, la prossima qualche pagina autografa)?]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=144]]></link>
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	<dc:date>2012-03-20T09:40:45+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Colpo al cuore. Delle BR o della Democrazia?]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 134px; height: 203px;" src="/public/colpoalcuore.jpg" />Ho da poco terminato la lettura di uno dei libri recentemente dati alle stampe riguardanti la vicenda delle BR. In &ldquo;Colpo al cuore&rdquo; Nicola Rao racconta gli ultimi mesi della storia delle BR osservata da due punti di vista privilegiati che, alla fine convergeranno, ritrovandosi assieme sugli opposti fronti, nel blitz che vide la liberazione del Generale Dozier prigioniero della colonna veneta delle BR.<br />Le due anime del racconto sono Antonio Savasta, dirigente brigatista di prim&rsquo;ordine, responsabile del sequestro Dozier e capo della colonna veneta e Salvatore Genova, commissario di Polizia che inizi&ograve; la sua carriera nella citt&agrave; di Genova ma che, per le abilit&agrave; dimostrate nel contrastare l&rsquo;azione brigatista nel capoluogo ligure fu chiamato dal Questore Umberto Improta per dare una mano per la liberazione di Dozier che, a causa della forte pressione statunitense sul governo italiano, stava diventando una questione di Stato molto delicata.<br /><br />Il racconto delle due &ldquo;carriere&rdquo; cresce parallelamente. <br /><br />Anche se Antonio Savasta ha parlato molto con gli inquirenti dando loro la possibilit&agrave; di smantellare gli ultimi residui di velleit&agrave; brigatiste e raccontando anche dei contatti internazionali delle BR, mai aveva fornito un racconto personale, che desse voce al suo vissuto di brigatista, che esprimesse l&rsquo;esperienza della militanza sua e dei suoi compagni di viaggio in particolar modo per azioni che ancora oggi procurano dolore al solo pensiero come il sequestro e l&rsquo;omicidio di Giuseppe Taliercio, direttore del petrolchimico di Porto Marghera. <br /><br />L&rsquo;operazione nacque come &ldquo;processo&rdquo; alla politica anti-operaia della Montedison per ribadire la vocazione di fabbrica delle BR-PCC e tentare una ricomposizione con le BR-PG di Senzani e l&rsquo;ormai autonoma colonna milanese Walter Alasia. Il tentativo, insomma, di portare avanti una &ldquo;campagna esemplare&rdquo; che desse l&rsquo;esempio alle altre fazioni brigatiste nella convinzione che l&rsquo;azione le riportasse sulla linea dell&rsquo;organizzazione principale.<br /><br />Ma le cose non andarono cos&igrave; e quando il comitato esecutivo (composto da Savasta, Barbara Balzerani e Luigi Novelli ) decise per la morte del prigioniero in assenza del ritiro della cassa integrazione annunciata dalla Montedison, i militanti della colonna veneta minacciarono la fuoriuscita. Si giunse cos&igrave; al 5 luglio. Dopo 46 giorni di prigionia e maltrattamenti, Taliercio venne assassinato proprio da Savasta. Oggi, grazie al racconto che Savasta ha fatto a Nicola Rao sappiamo alcune cose in pi&ugrave;, soprattutto riguardo la lacerazione interna del brigatista ed alle conseguenze che quella morte ebbe sull&rsquo;intera organizzazione.<br />Il libro, secondo me ingiustamente ma mi rendo conto che per i giornalisti la Notizia con la Enne maiuscola &egrave; un&rsquo;altra, &egrave; passato alla cronaca per le &ldquo;pratiche&rdquo; poco ortodosse di un funzionario della Polizia dell&rsquo;epoca che, senza mezzi termini, ha ammesso di aver praticato la tortura nei confronti dei prigionieri delle Brigate Rosse perch&eacute; il momento esigeva che si ottenessero risultati con qualsiasi mezzo. Una tortura scientificamente preparata, con uomini addestrati alla tecnica del waterboarding attraverso la quale si simula una morte per annegamento facendo bere al malcapitato grandi quantit&agrave; di acqua e sale. La tecnica fu utilizzata una prima volta nei confronti del tipografo Enrico Triaca, arrestato nel maggio del &rsquo;78 poco dopo l&rsquo;uccisione di Aldo Moro. Il brigatista denunci&ograve; le torture subite ma il giudice non gli credette e lo condann&ograve; per diffamazione. Tanto bast&ograve;, per&ograve;, per suggerire al &ldquo;prof. De Tormentis&rdquo; (cos&igrave; veniva chiamato nell&rsquo;ambiente il funzionario) di sospendere il suo rito in quanto eventuali altre denunce avrebbero potuto condurre alla verit&agrave;.<br /><br />Lo sdegno per aver avuto tra le Forze dell&rsquo;Ordine personaggi squallidi e animaleschi sino a tal punto, &egrave; forte. Non la sorpresa. Chi conosce bene i fatti, chi ha studiato le carte, chi ha parlato con i protagonisti di entrambe le parti sa bene che la versione ufficiale che il fenomeno della lotta armata &egrave; stato debellato grazie a leggi democratiche e all&rsquo;azione dei pentiti &egrave; una favola sul cui lieto fine in molti si sono rifatti una verginit&agrave; e costruito nuove carriere. Dietro i discorsi dei vari Ministri dell&rsquo;Interno e Presidenti del Consiglio che spacciavano la tutela delle leggi democratiche negando qualsiasi legame tra crimini commessi e matrice politico-ideologica, c&rsquo;erano le leggi d&rsquo;emergenza (per mezzo delle quali le pene venivano comminate non in funzione della gravit&agrave; del reato ma in funzione della propria identit&agrave; politica) e le carceri speciali (veri e propri circuiti di gettizzazione, punizione e riduzione ideologica nel quale finivano anche militanti marginali tirati in ballo da pentiti e che erano solo fiancheggiatori o prestanome).  A livello occulto per l&rsquo;opinione pubblica, invece, si usava con metodi pi&ugrave; o meno cruenti la tortura (nel bel film di Aurelio Grimaldi &ldquo;Se ci sar&agrave; luce sar&agrave; bellissimo&rdquo; c&rsquo;&egrave; un esempio che ci fa intendere di come la pratica sia stata diffusa a tutti i livelli). <br /><br />La storia del &ldquo;carcerario&rdquo;, tra l&rsquo;altro, &egrave; ancora tutta da raccontare e mi auguro che qualcuno un giorno trover&agrave; la voglia e lo stomaco per scriverla. <br /><br />Bene fa, a tal proposito, Nicola Rao a riportare alla giusta dimensione un personaggio come Alberto Franceschini che oggi vorrebbe farci passare l&rsquo;idea di un se stesso &ldquo;rivoluzionario romantico&rdquo; e che la violenza appartenne non alle &ldquo;sue&rdquo; BR ma a quelle del periodo successivo al suo arresto, pilotate da chiss&agrave; quale entit&agrave; superiore e condotte da Mario Moretti, spia di chiss&agrave; quale servizio nostrano o estero. E invece Franceschini &egrave; stato tra i pi&ugrave; violenti, uno che in carcere organizzava le violenze e decideva la morte di chi era ceduto alle torture confessando anche solo fatti minori. Uno che con i suoi scritti contribuiva a seminare odio e morte incitando i compagni fuori dal carcere subissandoli di analisi della realt&agrave; che farebbero pensare ad un largo uso di stupefacenti del capo storico. Un ex brigatista che stava dalla sua parte, parlando di Franceschini, me lo ha definito come &ldquo;terrorista dentro, uno  che ammazzerebbe anche la madre per le proprie finalit&agrave;&rdquo;. Non per un ideale, per squilibrio.<br /><br />La verit&agrave; di quegli anni poco alla volta verr&agrave; a galla. Forse il primo tassello potr&agrave; essere proprio il nome di quel &ldquo;De Tormentis&rdquo; che stando agli elementi che ha raccolto Paolo Persichetti nel suo articolo di ieri su Liberazione &gt;Leggi  http://baruda.net/2011/12/10/torturetana-per-de-tormentis-e-ora-che-il-mastro-torturatore-ditalia-si-faccia-avanti/ &lt; ha ormai un nome e cognome. Poliziotto per trent&rsquo;anni, congedato come Questore, cattur&ograve; Luciano Liggio al fianco del Questore Mangano &gt; <a href="http://www.cittanuove-corleone.it/Corleone,%2040%20anni%20sembrano%20ieri.html"> Indizio 0</a>&lt;, approd&ograve; all&rsquo;antiterrorismo di Santillo (in questo senso nel 76-77 ascolt&ograve; in carcere Ronald Stark, informatore infiltrato &gt;<a href="http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/prova.php?DAGIORNO=&amp;DAMESE=&amp;DAANNO=&amp;AGIORNO=&amp;AMESE=&amp;AANNO=&amp;EVIDENZIA=1&amp;TESTO1=STARK&amp;ANDOR=and&amp;TESTO2 ">Indizio 1</a>&lt;), figura nella ormai storica fotografia che ritrae gli investigatori attorno alla R4 che conteneva il corpo di Moro il 9 maggio 1978 &gt;<a href="http://www.gexplorer.net/archivio2/2010/08/francesco-cossiga-luci-e-ombre-di-un-presidente/">Indizio 2 </a> &lt;, nel gennaio del 2001 ha scritto un articolo per il mensile massonico &ldquo;Il razionale&rdquo; &gt;<a href="http://utenti.multimania.it/ilrazionale/gennaio.PDF">Indizio 3</a> &lt;, &egrave; stato Commissario per La Fiamma Tricolore nel 2004 &gt;<a href="">Indizio 4</a> &lt;, iscritto all&rsquo;Ordine degli Avvocati della provincia di Napoli dal 1984 &gt;<a href="http://www.dcssrl.it/albi/ordavvnapoli/vedi_scheda.php?codord=87&amp;archivio=1&amp;id=4850">Indizio 5</a>  &lt;.<br /><br />Insomma Avv. Nicola Ciocia, gli indizi porterebbero a lei. <br /><br />Certo &egrave; che questo libro ha portato una animata discussione tra chi attacca queste pratiche, chi le difende, chi le nega e chi le giustifica. Il solito dibattito all&rsquo;italiana che si fa sui giornali, in TV, in rete. Ovunque fuorch&egrave; nelle sedi predisposte: i tribunali. Eh si, tutti sanno ma tutti nascondono. Tutti fanno i moralisti ma nessuno &egrave; disposto ad esibire il proprio certificato di &ldquo;anima trasparente&rdquo;. Spero che libro e dibattito possano servire almeno ad aprire un&rsquo;inchiesta seria per chiarire chi ha messo in atto quelle orrende pratiche, chi le ha ordinate all&rsquo;interno delle forze investigative, chi le ha coperte e chi, a livello politico, ha concesso il lasciapassare che ad oltre trent&rsquo;anni si &egrave; rivelato un salvacondotto.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=143]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=143</guid>
	<dc:date>2011-12-12T15:42:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[La dietrologia alla Cip e Ciop(pa)...]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/cioppa.jpg" style="width: 197px; height: 144px;" alt="" />Uno dei luoghi comuni della dietrologia all'italiana legata al caso Moro riguarda un poliziotto di nome Cioppa, Commissario Elio Cioppa, vice capo della Squadra Mobile di Roma. Un uomo operativo, scopriamo oggi grazie ad un'intervista di Patrizio J. Macci &gt;<a href="http://affaritaliani.libero.it/roma/esclusivo-cioppa-quarantanni-di-segreti-di-roma-e-d-italia-27102011.html">Leggi</a>&lt;, uno che si buttava nella mischia quando le manifestazioni si facevano dure, uno che si &egrave; beccato una molotov sulle gambe ed ancora oggi porta i segni di quell'azzoppamento.<br /><br />Ma per la storia, rischia di passare per l'uomo che avrebbe potuto salvare Aldo Moro ed invece oper&ograve; nell'ombra per insabbiare importanti informazioni che avrebbero finito per agevolare i brigatisti.<br /><br />La storia &egrave; semplice ma, come spesso accade quando si vuole vedere il mistero a tutti i costi, viene  raccontata in modo semplicistico e letta in maniera fuorviante. <br /><br />Ci&ograve; che molti testi riportano &egrave; che il 18 marzo (quindi dopo soli due giorni dall'agguato di via Fani) 4 agenti in borghese, si sarebbero presentati in via Gradoli per dei controlli che in quei giorni riguardavano tutta la citt&agrave; di Roma. Nella palazzina al civico 96, bussarono a diverse abitazioni, tra cui l'interno 11 (nel quale il 18 aprile sar&agrave; scoperto uno dei covi pi&ugrave; importanti della colonna romana delle BR). Non ricevendo risposta i poliziotti presero informazioni sui suoi abitanti direttamente dagli altri inquilini ricevendo rassicurazioni perch&egrave; si trattava di una giovane coppia che stava fuori casa tutto il giorno per lavoro (lui pareva un agente di commercio, un rappresentante).<br />Accanto all'interno 11, per&ograve;, un'altra giovane coppia rispose al campanello: si trattava di Gianni Diana  e Lucia Mokbel. La donna segnal&ograve; ai poliziotti che la notte precedente aveva udito dei &ldquo;ticchettii&rdquo; provenire proprio dall'abitazione dei loro vicini, rumori tipici di chi utilizza un'apparecchiatura per segnali Morse. Disse di avere un amico all'interno della Questura e chiese se gli agenti potessero riferire questa informazione. A loro volta, questi, scrissero degli appunti su un foglietto di carta che la Mokbel sottoscrisse. Destinatario del biglietto Elio Cioppa.<br />L'appunto, per&ograve;, spar&igrave; e l'informazione si perse. <br /><br />Nel 1981 si scopr&igrave; che il nome di Elio Cioppa figurava tra gli iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli, gruppo fortemente filo-atlantico al quale appartenevano personaggi molto importanti tra cui gli stessi vertici dei servizi e delle Forze Armate. La Loggia, secondo tanti, avrebbe utilizzato tutti gli strumenti in proprio possesso per intralciare le indagini o addirittura &ldquo;pilotare&rdquo; le BR per giungere all'uccisione del prigioniero in loro possesso.<br /><br />La morale di questa storiella, per chi ha abusato con la dietrologia, &egrave; apparsa fin troppo semplice: un gruppo di quattro agenti avrebbe fatto delle perlustrazioni dopo sole 48 dal rapimento di Moro, in una via che sarebbe poi risultata essere &ldquo;molto calda&rdquo;, avrebbero commesso la leggerezza di non sfondare la porta dell'interno 11, avrebbero poi raccolto un'informazione molto importante relativa ad una base delle BR frequentata da brigatisti legati alla prigione di Moro (Moretti), e tale informazione si sarebbe persa prima o dopo essere stata consegnata al suo destinatario Elio Cioppa.<br />Un insabbiamento che avrebbe potuto portare al pedinamento di Moretti e quindi alla prigione di Moro. Grande vecchio di questa operazione, Elio Cioppa, piduista<br /><br />Ma le letture forzate, come spesso accade, non pagano. E non rendono giustizia alla storia ed alle persone. Peccato che spesso giungano proprio da coloro che invocano la verit&agrave;, quella vera, invocando il diritto a sapere da parte dei familiari delle tante vittime innocenti di quegli anni. E tacciando gli altri di essere irrispettosi proprio di queste vittime.<br /><br />In questi giorni esce un libro, l'ennesimo si potrebbe dire, che aggiunge altri centimetri allo scaffale delle pubblicazioni sul caso Moro e un centinaio di pagine in pi&ugrave; sulla strada della conoscenza (&ldquo;Cioppa, quarant'anni di segreti di Roma e d'Italia&rdquo; ABCom editore) . <br />Per la prima volta in assoluto, Elio Cioppa ha risposto alle domande di un giornalista che ha cercato di scavare nella sua storia, per rispondere ad una precisa domanda: &ldquo;mi trovo innanzi all'uomo che avrebbe potuto salvare Aldo Moro ma che, invece, contribu&igrave; alla sua uccisione?&rdquo;. <br /><br />La risposta che Macci si d&agrave; a questo interrogativo che lo ha accompagnato nel corso della sua intervista &egrave; negativa. Categoricamente negativa.<br /><br />La vera notizia che emerge dal bell'articolo &egrave; che Cioppa si sarebbe iscritto alla P2 nel settembre del 1978 su invito di Umberto Ortolani per risolvere un banale problema di servizio: si era visto negare un posto che secondo lui gli spettava e la P2 gli era stata presentata come un qualcosa che avrebbe potuto esercitare pressioni per restituirgli il maltolto. Sempre nel settembre del '78, fu chiamato da Grassini ad aprire un ufficio dei servizi a Piazza Barberini e per conto del Generale n. 1 del SISDE svolse delle indagini &ldquo;politiche&rdquo; sulla vicenda Moro. Nell'ambito dell'organigramma dell'intelligence era Capo Centro 2. Poca roba. Cos&igrave; come poca roba sarebbe stata il resto della sua carriera, nonostante un curriculum di tutto rispetto e tanta esperienza in prima linea con tanto di botte prese e date.<br /><br />Ma la cosa che depura definitivamente la questione nella quale sarebbe stato tirato in ballo Cioppa &egrave; che non ci fu nessuna perquisizione il 18 marzo. Ce lo dice la stessa Mokbel nel suo primo verbale di fronte alla DIGOS di Roma alle 14.20 del 18 aprile 1978: in quella sede la donna parl&ograve; di una voce di donna provenire da dietro la porta dell'interno 11 la sera del sabato Santo (quindi 25 marzo 1978) e di una notte di &ldquo;circa 20 giorni fa&rdquo; (quindi fine marzo inizio aprile '78) quando fu svegliata  tra le 3 e le 4 da rumori che lei attribu&igrave; a segnali Morse dei quali per&ograve; non seppe identificare la provenienza precisa. La donna aggiunse &ldquo;desidero precisare che al mattino successivo sono venuti degli agenti in borghese a controllare le abitazioni del palazzo, ai quali ho accennato che la notte stessa avevo appena sentito quanto sopra detto. Poi gli agenti sono andati via&rdquo;. Questo primo verbale fu fatto congiuntamente dalla coppia Diana-Mokbel all'epoca fidanzati.<br /><br />Alle 21.35 dello stesso 18 aprile, per&ograve;, il solo Gianni Diana si ripresent&ograve; alla DIGOS e alla presenza  di Nicola Simone (il funzionario che accompagn&ograve; l'On. Cazora in via della Camilluccia 551 il giorno prima dell'uccisione di Moro, e che fu oggetto di attentato da parte delle stesse BR nel gennaio del 1982) cambi&ograve; la versione della sua convivente. Diana disse che aveva in uso l'appartamento da circa un mese e mezzo, e che da 4-5 giorni si era accorto che l'appartamento all'interno 11 era occupato. Raccont&ograve; un curioso episodio avvenuto qualche sera prima: usc&igrave; sul pianerottolo per aspettare la sua fidanzata (che riteneva essere giunta sotto casa avendo sentito il rumore di un'auto) e &ldquo;da dietro la porta dell'interno 11 ho udito una voce femminile che con tono apprensivo, quasi che invocasse o avesse paura, ha detto: 'Gianni! Gianni'&rdquo;. Non ritenne la cosa indirizzata a lui in quanto conosciuto nella palazzina solo da due &ldquo;collaboratori&rdquo; che lavoravano con lui nello studio del Commercialista Dott. Bianchi in via Ximenes n. 21 (ufficio presso il quale Diana si dichiarava domiciliato, essendo egli residente a Viterbo). Si trattava di Pier Carlo Pucci (interno 6) e Sara Iannone (interno 11 scala B, praticamente l'appartamento &ldquo;gemello&rdquo; al covo delle Brigate Rosse). <br />Diana per&ograve; port&ograve; anche una correzione alle parole della Mokbel in seguito ad una domanda posta dal Dott. Simone: &ldquo;Devo dire che un paio di giorni dopo il rapimento dell'On. Moro, di notte, verso le 3 mentre mi trovavo nel mio appartamento con la mia ragazza, lei mi ha svegliato facendomi notare che si sentivano degli strani segnali, tipo alfabeto Morse. Per&ograve; non ci siamo resi conto da dove i segnali provenissero. Si udivano nel silenzio della notte per&ograve; a momenti sembravano vicini, a momenti lontani. Di conseguenza avevamo deciso di parlarne con il Dott. Cioppa, conoscente della mia ragazza. Per&ograve; l'indomani sono venuti a ispezionare l'appartamento degli agenti di Polizia ai quali abbiamo riferito la circostanza&rdquo;.<br /><br />Quindi non si trattava pi&ugrave; una notte di venti giorni prima, ma un paio di giorni dopo il rapimento di Moro.<br />Altre testimonianze raccolte il 18 aprile, per&ograve;, parlano sempre di perquisizioni generiche avvenute circa tre settimane prima. Addirittura ne parlano al microfono di Gi&ograve; Marrazzo due signore che abitavano nello stesso stabile. Una delle due &egrave; proprio la signora Nunzia Damiano che si accorse della famosa perdita d'acqua che poi provoc&ograve; la scoperta del covo brigatista.<br /><br />Il tutto non si spiega se non ci si pone il problema di cosa sia successo circa tre settimane prima del 18 aprile e che avrebbe potuto portare ad un sommario sopralluogo in via Gradoli.<br />La notte tra il 31 marzo ed il primo aprile, l'On. democristiano Benito Cazora fu accompagnato in auto sulla Cassia da alcuni malavitosi calabresi che si erano offerti di fornire il proprio aiuto nella ricerca della prigione di Aldo Moro. All'altezza dell'incrocio con via Gradoli gli venne detto &ldquo;questa &egrave; la zona calda&rdquo;. Cazora si rec&ograve; nella stessa serata dal Questore De Francesco e raccont&ograve; tutto al capo della DIGOS di Roma Domenico Spinella. Il giorno dopo torn&ograve; in Questura e gli fu detto che erano state fatte delle verifiche che avevano dato esito negativo. <br /><br />E' questo che si &egrave; voluto coprire con la retro-datazione di quella perquisizione al 18 marzo? La pista di Cazora, che come si sa ebbe molti problemi dal suo attivo interessamento per la liberazione di Moro? L'episodio avvenne, guarda caso, proprio nei giorni in cui anche Francesco Fonti (malavitoso calabrese che in seguito si sarebbe pentito e che ha raccontato i particolari del suo interessamento al caso Moro nel 2009 a Riccardo Bocca) fu portato in via Gradoli dai contatti che la 'ndrangheta aveva a Roma e che passavano per la banda della Magliana.  E proprio nello stesso periodo in cui sembra che anche i servizi segreti avessero avuto la stessa informativa ed erano pronti ad un blitz (sempre secondo le parole di Fonti).<br /><br />Il giornalista Gian Paolo Pelizzaro scoprir&agrave;, a distanza di tanti anni, la presenza di tanti appartamenti e di societ&agrave; legate ai servizi segreti proprio tra le due palazzine al civico 96 di via Gradoli. Una di queste societ&agrave; era proprio lo studio di via Ximenes. Sara Iannone, tra l'altro, querel&ograve; Pelizzaro per diffamazione ma il Tribunale, con sentenza passata in giudicato, le diede torto in quanto negli articoli scritti per il mensile Area il fatto che la Iannone lavorasse presso strutture riconducibili ai servizi non dovesse essere ritenuto n&eacute; un insulto n&eacute;, tanto meno, una diffamazione.<br /><br />Far ricadere la &ldquo;colpa&rdquo; sul poliziotto Cioppa (il cui nome fu trovato negli elenchi della P2) &egrave; stato un utile depistaggio per coprire, evidentemente, strutture e interessi che i servizi segreti avevano gi&agrave; in via Gradoli 30 anni prima dello scandalo di Marrazzo (Piero, ironia della sorte figlio di Gi&ograve;) e che con molta probabilit&agrave; riguardavano altre centinaia di appartamenti sparsi in tutta Roma.<br />&lrm;<br />Come spesso accade, non &egrave; detto che degli elementi singoli possano essere sommati. Occorre tener presente le unit&agrave; di misura. E a sommare chilometri con chilogrammi non si percorre molta strada...<br /><br />Per maggiori approfondimenti<br />http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=127<br />Vuoto a perdere, la vicenda Cazora<br /> <a href="http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/10878441">Intervista a Francesco Fonti</a><br /><a href="http://www.pensierivagabondi.it/blog/articolo.asp?articolo=1">Marco Cazora su Francesco Fonti</a>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=142]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=142</guid>
	<dc:date>2011-12-05T13:48:01+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA["Un ragazzo così". Presentazione il 23 novembre]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 169px; height: 279px;" src="/public/copLoRusso.jpg" />Come avevo preannunciato nel precedente post, sar&agrave; disponibile dalla prossima settimana il bel libro di Giorgio Guidelli che racconta la breve vita di Francesco Lo Russo, ragazzo simbolo dei movimenti del '77 che fu ucciso durante una manifestazione a Bologna l'11 marzo del 1977.<br /><br />A Pesaro, presso 'auditorium della Chiesa dell'Annunziata, mercoledi 23 novembre alle ore 18.00 Giorgio Guidelli presenter&agrave; in anteprima il&nbsp; suo nuovo libro che traccia un ritratto del tutto inedito del giovane morto negli scontri di Bologna del '77.<br /><br />Interverranno: <br />prof. Glauco GENGA, relatore<br />                        dott. Gaetano BUTTAFARRO, moderatore<br />                        Giorgio GUIDELLI, autore<br />                        autorit&agrave;  cittadine<br /><br />Consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilit&agrave;, anche a costo di un piccolo sacrificio in termini di Km, di essere presenti. Giorgio &egrave; un giornalista colto, brillante e soprattutto intellettualmente onesto. Il suo &egrave; un libro che potr&agrave; cambiare non poco il punto di vista con il quale ciascuno di noi ha osservato quei movimenti, quegli anni.<br />Il giorno infrasettimanale purtroppo non mi consentir&agrave; di essere in sala, ma spero di poter assistere ad altre presentazioni che sicuramente non mancheranno.<br /><br />Per conoscere meglio Giorgio e quello che scrive, consiglio a tutti di seguire il suo blog <a href="http://club.quotidiano.net/guidelli">Parole di piombo</a> che da qualche anno &egrave; ospitato dal giornale per il quale lavora.<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=141]]></link>
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	<dc:date>2011-11-14T08:27:27+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Francesco Lorusso, un ragazzo così]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" src="/public/Lorusso.jpg" alt="" />Sar&agrave; in libreria fra pochi giorni un nuovo lavoro di<span style="font-weight: bold;"> Giorgio Guidelli</span>, giornalista de "Il Resto del Carlino" che ho il piacere di annoverare tra i pi&ugrave; cari amici e con il quale condivido la passione per lo studio degli <span style="font-style: italic;">anni di piombo</span>.<br /><br />La sua nuova fatica letteraria &egrave;, come al solito, un'inedito lavoro di approfondimento che scava nella vita di Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua ucciso dalle forze dell'ordine l'11 marzo 1977 a Bologna durante una manifestazione.<br /><br />Inedito perch&egrave; si d&agrave; per scontato che i militanti di Lotta Continua e dei movimenti extraparlamentari degli anni 60-70 fossero dei marxisti-leninisti votati alla sola fede della violenza. Ed invece Guidelli, che si &egrave; posto il problema per primo, ha cercato di capire meglio, di scavare tra i ricordi e ha scritto questo bellissimo testo che restituisce alla storia il ritratto di un ragazzo comune impegnato tra fede, politica e sport. La storia che ci racconta Guidelli &egrave; il frutto di una ricostruzione rigorosa che comprende le testimonianze di decine di amici ed ex scout, corredate da immagini dell'epoca. <br />E proprio da una foto in bianco e nero dimenticata in un vecchio album, che ritrae Lorusso in preghiera durante un campo scout, parte il racconto dell'altra vita del ragazzo che fece piangere l'Italia.<br /><br />Un libro snello che si caratterizza per la straordinaria leggerezza della penna di Giorgio Guidelli che sa coniugare la rigorosit&agrave; dei contenuti alla piacevolezza di un'opera letteraria senza mai stancare il lettore e cogliendo sempre il cuore degli eventi.<br /><br />Un gran libro, insomma. Una tappa obbligata per chi vuol capire meglio quegli anni, quelle manifestazioni che oggi tornano tristemente nelle pagine di cronaca, o per chi vuole scoprire un nuovo modo di divulgazione delle nostre pagine contemporanee, che molti si sono affrettati a voltare senza leggerle.<br /><br />Prestissimo, una recensione ed una nuova intervista a Giorgio Guidelli<br /><br /><br />PS<br />Vi segnalo anche una bella <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2011/03/11/472090-francesco_scout.shtml">intervista </a>di Guidelli sul medesimo argomento su  e il bellissimo <a href="http://www.vuotoaperdere.org/Riparliamo/24aprile.asp">evento </a>che ha visto protagonista il suo libro su Roberto Peci che ha arricchito la manifestazione "Riparliamo degli anni '70" <br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=140]]></link>
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	<dc:date>2011-10-23T12:14:01+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Chi è più antidemocratico-quiz]]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 205px; height: 271px;" src="/public/hogefeld.jpg" />E' di questi giorni la notizia che una ex militante della RAF, Birgit Hogefeld, sia stata rimessa in libert&agrave; dalla magistratura tedesca. <br />&gt;<a href="http://www.vuotoaperdere.org/news/comunicato.asp?cod_com=391">Leggi la notizia</a>&lt;<br />La Hogefeld si era resa colpevole dell'uccisione di un soldato americano nel 1985 e di un assalto ad una base militare USA in Germania. Nel 1996 era stata condannata all'ergastolo dopo essere stata arrestata nel 1993. In totale, quindi, 18 anni di carcere.<br /><br />Sappiamo tutti cosa &egrave; successo in Italia alla sola notizia che al latitante (per la nostra giustizia) Cesare Battisti era stata negata l'estradizione da parte del Brasile. Boicottaggi, manifestazioni, chiamate alle armi. Senza entrare nel dettaglio, la decisione brasiliana nulla avrebbe da eccepire in termini di diritto internazionale: nessun Paese concede l'estradizione verso un altro Paese che prevede, per lo stesso reato, pene pi&ugrave; severe. E' come se l'Italia estradasse una donna islamica che, secondo la legge del suo Paese, avesse commesso un grave reato &quot;morale&quot; per il quale &egrave; prevista la lapidazione.<br /> <br />Noi che ci definiamo democrazia avanzata, non siamo riusciti ancora a chiudere i conti con un passato che, per carit&agrave; di Patria, abbiamo frettolosamente liquidato come &ldquo;follia generazionale omicida&rdquo;. E ne continuiamo a pagare le conseguenze. La Germania, che pure ha avuto un fenomeno di lotta armata lungo e sanguinoso, ha avuto il coraggio di analizzare le contraddizioni della sua societ&agrave;, ha ammesso i propri errori, ha saputo trovare delle pene adeguate ai singoli tenendo conto che si trattava di fenomeni collettivi.<br />Consiglio a tutti il film &ldquo;La banda Baader Meinhoff&rdquo; e invito ad ascoltare con attenzione anche le interviste in appendice. Davvero illuminanti per capire le differenze tra la situazione italiana e tedesca.<br /><br />Le pene vanno comminate e fatte rispettare, ma se uno Stato non &egrave; in grado di farlo perch&egrave; concede &quot;un aiutino&quot; a chi non &egrave; conveniente perseguire pi&ugrave; di tanto (vedi Casimirri) io non faccio parte di coloro che vorrebbero vedere Pinochet impiccato in una pubblica piazza. Mi basterebbe far si che tutti conoscano la verit&agrave; sui crimini da lui commessi e che siano da monito per altri affinch&egrave; non siano reiterai. La vendetta non serve a nulla, se non ai soliti potenti che possono continuare a contare su chi proseguir&agrave; a tenere la bocca chiusa.<br /><br />Il problema vero &egrave; che da noi lo Stato ha infranto le sue leggi non per tutelare l&rsquo;interesse della democrazia (polis o pietas) ma per garantire piccoli interessi di bottega. Con il risultato di blindare certe verit&agrave; e farle diventare continuo ed efficace strumento di ricatto. Con il risultato che la scia di morti si &egrave; allungata e che una serie di personaggi, da una parte e dall&rsquo;altra, hanno acquisito molto potere. E continuano a mantenerlo dato che sono ancora in ballo.<br /><br />Per parafrasare la splendida trasmissione di Arbore degli anni &rsquo;80 (che in questo periodo stanno incredibilmente ritrasmettendo in TV al mattino presto) non credo ci siano dubbi a rispondere alla domanda iniziale: io non so se la Germania sia democratica o meno. Ma di certo so che non lo siamo noi perch&eacute; se democrazia vuol dire &ldquo;potere del popolo&rdquo; in Italia il popolo non ha mai contato nulla e gli affari sono stati fatti sempre alle sue spalle e sulla sua pelle.]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=139]]></link>
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	<dc:date>2011-06-22T18:51:16+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Ultima chiamata per la verita']]></title>
	<description><![CDATA[<img vspace="5" hspace="5" align="left" alt="" style="width: 206px; height: 137px;" src="/public/limiti.jpg" /> <!--[if gte mso 9]><xml>
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<p>Lo scorso 12 marzo, sul sito dell’editore ChiareLettere, la giornalista <span style="font-weight: bold;">Stefania Limiti </span>ha pubblicato ><a href="http://www.cadoinpiedi.it/2011/03/12/caso_moro_le_verita_nascoste.html">un’intervista ad un testimone di eccellenza della vicenda Moro</a><. All’epoca dei fatti era un militare di leva che fu chiamato, assieme ad altri 9 commilitoni, a partecipare ad un’operazione speciale. I dieci giovanotti furono portati a Roma e fu assegnato loro un compito delicato e, probabilmente, pericoloso: sorvegliare un appartamento prospiciente a Villa Bonelli, che si riteneva essere la cosiddetta “prigione del popolo”.</p>
<div> </div>
<p>La notizia in s&eacute; non &egrave; una grande novit&agrave;. Ne aveva gi&agrave; parlato la stessa Limiti in un quasi clandestino trafiletto sul settimanale L’Espresso (avevo anche ><a href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=121">commentato</a>< la faccenda sul blog nel novembre del 2009). </p>
<p>L’obiettivo del trafiletto, da quello che mi &egrave; parso, credo che fosse il tentativo di smuovere l’inchiesta sul dossier prodotto da questo testimone.<br /></p>
<p><br /></p>
<p>Naturalmente, quel primo accenno fu sufficiente a sguinzagliare il fiuto di tanti segugi che per passione o lavoro si interessano del caso Moro. E cos&igrave; in tanti hanno iniziato a lavorare su quel trafiletto. </p>
<p>Ed, infatti, per “gli addetti ai lavori” la questione non rappresenta un “mistero”. Si sanno molte cose oltre a quelle che ha raccontato la brava Stefania alla quale deve essere riconosciuto il coraggio di rendere di dominio pubblico le informazioni stimolando, con il suo articolo, ad approfondire gli importanti elementi che quello che lei chiama “il signor Mario” ha avuto modo di raccontarle. <br /></p>
<p>Ritengo che adesso se ne possa parlare un po’, con la dovuta cautela e rispettando il testimone e tutto ci&ograve; che ha ritenuto di raccontare. <br /></p>
<p>La storia parte da molto lontano, dall’autunno del 2008 quando Mario, a seguito del mare di pubblicazioni che seguirono il trentennale di questa dolorosa vicenda, decise di rendere pubblico ci&ograve; che da 30 anni custodiva tra i ricordi personali. E di cose, Mario, ne ha ricordate e riferite tante. <br /></p>
<p>Stefania Limiti ha parlato di microfoni ad alta ricezione installati nell’appartamento del primo piano per “origliare” in quello brigatista. E parla anche di controllo dei bidoni della spazzatura. La cosa avveniva utilizzando un “falso” camion della Nettezza Urbana e falsi spazzini. <br /></p>
<p>Un giorno, nel coordinare le operazioni di prelevamento della spazzatura, ci fu un tamponamento tra il camion ed un’<span style="font-weight: bold;">alfasud “caffelatte”</span> che si aggirava in strada. Nacque un piccolo litigio che rischi&ograve;, secondo il sig. Mario, di allarmare i brigatisti compromettendo l’operazione. Entrambi i mezzi erano di disponibilit&agrave; degli uomini impegnati nel controllo dell’appartamento.<br /></p>
<p>Il sig. Mario parla anche della preparazione di un blitz che, giorno dopo giorno, appariva sempre pi&ugrave; vicino. In previsione di ci&ograve;, uno dei compiti del gruppo era di contattare gli inquilini, con molta discrezione, per predisporre un temporaneo allontanamento dalle loro abitazioni mettendoli al riparo da rischi ed evitando intralci. <br /></p>
<p>Di osservazioni ce ne sarebbero molte. Volendo delimitare il campo, possiamo provare ad iniziare con un paio:</p>
<p>- un’alfasud beige compare in via Fani subito dopo la fuga del commando, un’auto del Ministero dell’Interno in “borghese” dalla quale alcuni testimoni vedono scendere persone che sembrano poliziotti (ne parlo sia in Vuoto a perdere che in Via Fani ore 9.02 scritto con l’amico Romano Bianco). Quest’auto rappresenta uno di quegli interrogativi che &egrave; stato possibile porsi solo a distanza di 30 anni. Un’alfasud chiara &egrave; legata alle minacce ricevute dal figlio dell’edicolante Paolo Pistolesi, testimone chiave dell’agguato di via Fani. Se si trattasse della stessa macchina avremmo diversi indizi che portano in una stessa direzione: qualcuno nello Stato sapeva dell’agguato e sapeva della prigione, non &egrave; intervenuto in via Fani e non &egrave; intervenuto in via Montalcini. Si &egrave; limitato ad osservare;</p>
<p>- in un appartamento furono installate delle attrezzature (microfoni e registratori), altri inquilini furono avvicinati per valutare la possibilit&agrave; di un loro spostamento. Se ne deve dedurre, se cos&igrave; fosse, che tutte queste persone abbiano subito pesanti minacce in quanto nulla di tutto ci&ograve; &egrave; mai stato riferito agli inquirenti che hanno interrogato, pi&ugrave; volte, i condomini di quello stabile. </p>
<div><span style="font-weight: bold;">Sono passati 33 anni e credo sia giunto il momento di lanciare un appello sia ai commilitoni di Mario sia agli inquilini di via Montalcini n. 8</span>: lo so che &egrave; difficile, che ci vuole molto coraggio, che forse a distanza di tanti anni potrebbe non servire nemmeno per scoprire la verit&agrave; su quella vicenda. Ma proviamoci, con tutte le cautele del caso nei confronti delle persone. Abbiate fiducia. <br />Forse se a parlare &egrave; uno solo, il rischio di essere “insabbiato” o di subire conseguenze &egrave; concreto. Ma se a parlare sono in tanti, queste voci hanno davvero l’opportunit&agrave; di cambiare la storia. E mai come in questo momento il nostro Paese ne avrebbe davvero bisogno.</div>]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=138]]></link>
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	<dc:date>2011-03-28T14:37:15+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[E se abolissimo i giorni della memoria?]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" src="/public/pfontana01.jpg" alt="" />La sapete una cosa? <br />Comincio a pensare che dovrebbero essere aboliti i giorni della memoria... <br />Questo in generale, ma per quanto riguarda il nostro Paese, in particolare.<br /><br />Ma vi sembra che qualcuno abbia voglia di ricordare davvero? <br />A furia di ricordare ci si potrebbe accorgere di una verit&agrave; sotto il naso e magari incazzarsi (presente Poe, La lettera rubata?). Un esempio?  Un presidente del consiglio piduista (cio&egrave; che usava le istituzioni per fare business all'ombra della legalit&agrave;), un ministro della difesa ex fascista, tra i pi&ugrave; facinorosi, di quel fascismo degli anni '70 che ancora si rifaceva a J. Borghese, alle teste vuote della XMAS, e alla repubblica(?) di Sal&ograve;.  <br />Per non parlare delle strumentalizzazioni, delle parole non credibili di chi utilizza queste occasioni come vetrine personali.  <br /><br />Vale davvero la pena ricordare?  A quanto pare non serve o non basta. E l'ultima intervista di Licio Gelli parrebbe confermare che le cose non cambieranno mai (><a href="http://www.vuotoaperdere.org/articoli/Articolo.asp?ArtID=202">leggi</a><)<br /><br />Secondo me sarebbe molto meglio se gli italiani iniziassero a leggere. Ma &egrave; molto pi&ugrave; facile fare una finta manifestazione che impegnarsi davvero a cambiare le cose. <br /><br />Buoni ricordi a tutti]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=137]]></link>
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	<dc:date>2011-01-30T16:47:08+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Intervista a Giacomo Pacini: affari molto "Riservati"]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" alt="" src="/public/uar.jpg" />Ho iniziato a conoscere <span style="font-weight: bold;">Giacomo Pacini</span> tramite i commenti sul sito. Grazie a FaceBook ho potuto scoprire pi&ugrave; a fondo ilsuo modo di lavorare e le sue competenze. Quando l&rsquo;amico Paolo Cucchiarelli mi ha preannunciato l&rsquo;uscita di un lavoro sull&rsquo;Ufficio Affari Riservati mi chiesi subito chi fosse stato cos&igrave; &ldquo;matto&rdquo; da caricarsi l&rsquo;onere di scavare in quello che per me era un grosso buco documentale su uno degli apparati pi&ugrave; potenti e misteriosi (forse il pi&ugrave; potente e perci&ograve; misterioso) della nostra Repubblica.<br />Quando ho saputo che l&rsquo;autore era Giacomo ho avuto la certezza che si dovesse trattare di un lavoro ineccepibile e la curiosit&agrave; di leggerlo &egrave; stata immediata. Un testo completo (per quanto si possa apprendere su simili strutture), onesto, rigoroso. Un lavoro che non ti aspetti da un giovanissimo come Giacomo ma che, evidentemente, storici pi&ugrave; maturi e &ldquo;contemporanei&rdquo; alla struttura non hanno avuto il coraggio o le competenze per scriverlo.<br /><br />Lo consiglio a tutti perch&eacute; pur non essendo un romanzo la sua lettura &egrave; piacevole, la struttura &egrave; ben articolata tra l&rsquo;uso delle fonti e l&rsquo;analisi, l&rsquo;indice del lavoro &egrave; chiaro e consente di spostarsi rapidamente da un argomento all&rsquo;altro. In questo pu&ograve; essere assimilato pi&ugrave; ad un manuale che ad un saggio storico.<br />Non potevo esimermi dal porre a Giacomo alcune questioni. Come al solito mi auguro di aver interpretato anche le domande dei lettori ai quali resta, come sempre, la possibilit&agrave; di proporre nuove domande e riflessioni.<br /><br /><span style="font-style: italic;">Giacomo Pacini. Ricercatore Storia contemporanea, laureato presso l&rsquo;universit&agrave; di Pisa, si occupa di storia dell&rsquo;Italia Repubblicana con particolare riferimento alle vicende degli anni settanta.</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">Ha svolto ricerche sulle violenze contro i civili durante la seconda guerra mondiale.</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">Tra le sue pubblicazioni</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">-	&ldquo;Le origini della operazione Stay Behind (1943-1956)&rdquo;, pubblicato sulla rivista &ldquo;Contemporanea&rdquo;, Il Mulino, n. 4/2007.</span><br style="font-style: italic;" /><span style="font-style: italic;">-	&ldquo;Le organizzazione paramilitari segrete nell&rsquo;Italia Repubblicana&rdquo;, Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2008. </span><br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Tra i tanti argomenti che interessano la storia d&rsquo;Italia, mai erano state dedicate delle pagine ad un apparato come l&rsquo;Ufficio Affari Riservati. Secondo te, come mai?</span><br /><br />Se &egrave; vero che fino al 1996, quando Aldo Giannuli rinvenne il noto archivio di via Appia, la documentazione era molto esile (e, spesso, di scarsa attendibilit&agrave;), &egrave; in effetti sorprendente la poca attenzione che nel corso degli anni vi &egrave; stata alle vicende dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati (Uar). Eppure stiamo parlando di un organismo che dal 1948 al 1974 &egrave; stato il vertice della polizia politica italiana.<br />Tuttavia, il fatto che se ne sia parlato cosi poco pu&ograve; anche voler dire che gli uomini dell&rsquo;Uar hanno saputo fare molto bene il loro lavoro di &ldquo;spioni&rdquo;.<br />In una vecchia intervista Federico Umberto D&rsquo;Amato (che dell&rsquo;Uar &egrave; stato il pi&ugrave; qualificato dirigente) disse che uno spione degno di questo nome deve tenere sempre un piede nella legalit&agrave; e tre fuori, ma non deve mai farsi beccare, come invece era accaduto a praticamente tutti i vertici dei servizi segreti militari. <br />Ecco, diciamo che l&rsquo;Uar era composto da veri e propri spioni, da &ldquo;sbirri&rdquo; di professione che, sono sempre parole di D&rsquo;Amato, &ldquo;sapevano di diritto e di investigazione&rdquo;, a differenza di quanto avveniva nel Sid (il servizio segreto militare) dove poteva capitare che a doversi occupare di investigazioni politiche fossero militari che provenivano dal genio, ammiragli laureati in ingegneria navale o pluridecorati generali che magari conoscevano alla perfezione le strategie belliche, ma che non avevano la minima idea di cosa fosse una indagine informativa di natura politica. Con risultati spesso disastrosi (vedi i casi Giannettini, Pozzan ecc. ecc.). Mentre gli uomini dell&rsquo;Uar erano &ldquo;professionisti&rdquo; del settore e, appunto, non si facevano mai &ldquo;beccare&rdquo; (o quasi). <br />Per fare un esempio, se i legami e le complicit&agrave; che, negli sessanta/settanta, vi furono fra alcune parti dell&rsquo;estremismo di destra ed il Sid sono ormai documentati, prove documentali (e sottolineo documentali) di una conclamata collusione tra l&rsquo;Uar ed il neofascismo non sono mai state trovate. Emblematico il caso del fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie; di un suo presunto legame col ministero dell&rsquo;Interno si &egrave; parlato numerose volte (perfino un ex funzionario dell&rsquo;Uar ha sostenuto che Delle Chiaie aveva contatti col Viminale), ma non &egrave; mai emerso un documento capace di provarlo con certezza.<br />  <br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nel libro descrivi con grande accuratezza documentale la storia dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati sin dalle sue origini. Quale &egrave; stato il suo ruolo nel tempo e, se &egrave; cambiato, secondo te per quale motivo?</span><br /><br />L&rsquo;Uar nacque nel 1948 sulle ceneri della &ldquo;vecchia&rdquo; Divisione Affari Generali e Riservati che operava sotto il fascismo ed il suo compito essenziale era quello di coordinare il lavoro degli Uffici Politici delle questure. A fine anni cinquanta, tuttavia, quando al vertice dell&rsquo;Ufficio giunse un nucleo di funzionari provenienti dalla questura di Trieste (chiamati dall&rsquo;allora ministro dell&rsquo;Interno Tambroni e tra i quali vi era una figura molto importante per la storia degli apparati di polizia, Walter Beneforti), l&rsquo;Uar sub&igrave; un profondo mutamento, sganciandosi completamente dalle questure e diventando una vera e propria polizia parallela al diretto ed esclusivo servizio del Viminale, indipendente rispetto a qualunque altro apparato informativo allora esistente in Italia.<br />La struttura operativa creata dai &ldquo;triestini&rdquo; rimase sostanzialmente immutata anche dopo il loro allontanamento dagli Affari Riservati. <br />A fine anni sessanta, cos&igrave;, l&rsquo;Uar era divenuto una sorta di organizzazione piramidale con D&rsquo;Amato al vertice e numerose &ldquo;squadre periferiche&rdquo; attive in varie citt&agrave; italiane, composte da sottufficiali di pubblica sicurezza (autonomi dalle questure, visto che il loro quartier generale era situato in anonimi uffici privati) che gestivano tutti gli informatori disseminati all&rsquo;interno di partiti politici, quotidiani, sindacati o movimenti extraparlamentari. I componenti dell&rsquo;Uar, peraltro, avevano tutti la qualifica di ufficiale di Polizia Giudiziaria, ma potevano anche non informare la magistratura qualora venissero in possesso di notizie inerenti un reato, muovendosi come agenti di un vero e proprio servizio di sicurezza, cosa che, per&ograve;, l&rsquo;Uar (da un punto di vista legale) non era. <br /><br /><span style="font-weight: bold;">Federico Umberto D&rsquo;Amato &egrave; stato un personaggio molto potente che ha acquistato un ruolo importante nel 1963 (dal 1966 &egrave; diventato il capo della struttura). Nel 1963 c&rsquo;&egrave; stato il primo governo Moro con l&rsquo;apertura ai socialisti e nel 1964 il tentativo di golpe De Lorenzo. Che ruolo ha avuto l&rsquo;Ufficio Affari Riservati, ed in particolare D&rsquo;Amato, in questa determinante fase storica?</span><br /><br />Ufficialmente nessun ruolo. In quegli anni, infatti, l&rsquo;Uar, almeno stando alla documentazione di cui disponiamo, visse  una sorta di fase di transizione, mentre un rinnovato &ldquo;protagonismo&rdquo; in campo spionistico lo riacquis&igrave; solo nella seconda met&agrave; degli anni sessanta grazie appunto ad una figura come Federico Umberto D&rsquo;Amato, il quale seppe sfruttare con grande abilit&agrave; le conseguenze della grave crisi in cui precipit&ograve; il Sifar (dal 1965 Sid) dopo lo scoppio del noto scandalo delle schedature illecite di migliaia di italiani e la rivelazione del cosiddetto Piano Solo. Coi servizi segreti militari gravemente compromessi agli occhi della opinione pubblica (e con gran parte della stampa che cominci&ograve; a parlare apertamente del Sid come di una struttura &ldquo;deviata&rdquo;, se non perfino composta da golpisti), D&rsquo;Amato riusc&igrave; a tessere con grande abilit&agrave; la sua tela, ridando all&rsquo;Uar un ruolo da protagonista ed acquisendo un potere che mai nessun dirigente degli Affari Riservati aveva raggiunto.<br />D&rsquo;Amato, tuttavia, fu ufficialmente a capo dell&rsquo;Uar solo per un breve periodo a cavallo fra 1971 e 1972. Infatti, pur essendo fin dagli anni sessanta la figura preminente dei servizi informativi del Viminale egli prefer&igrave; mantenere sempre un ruolo defilato, tenere la sua figura poco esposta, lasciando la direzione dell&rsquo;Uar in mano ad altri funzionari (i vari Lutri, Catenacci, Vigevano) che, di fatto, erano alle sue dipendenze. Fu anche grazie a questa sua sorta di basso profilo che, negli anni settanta, riusc&igrave; a rimanere sostanzialmente immune da inchieste giudiziarie o da campagne giornalistiche ostili (come quelle che, ad esempio, si abbatterono sugli uomini del Sid).  L&rsquo;unica volta che fin&igrave; nel mirino della magistratura fu nel 1976, quando fu accusato di peculato nell&rsquo;ambito di un filone collaterale di una pi&ugrave; vasta indagine su intercettazioni telefoniche abusive effettuate da uomini dei servizi. L&rsquo;accusa era di aver indebitamente usato, nel 1973, fondi del ministero per acquistare 180 microspie che sarebbero state utilizzate per intercettazioni mai autorizzate dall&rsquo;autorit&agrave; giudiziaria. L&rsquo;inchiesta, tuttavia, si sgonfi&ograve; nel giro di pochissimo tempo.<br /><br /><br /><span style="font-weight: bold;">Taviani in Commissione Stragi escluse che l&rsquo;organizzazione dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati potesse filtrare le notizie raccolte sul territorio per trasmettere alla magistratura solo ci&ograve; che i vertici dell&rsquo;apparato ritenevano opportuno. Eppure il dubbio resta. Possibile che un&rsquo;organizzazione cos&igrave; verticistica abbia resistito alla tentazione di &ldquo;gestire le informazioni&rdquo; per aumentare il proprio potere?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />Il dubbio &egrave; pi&ugrave; che legittimo visto che proprio per la sua organizzazione verticistica l&rsquo;Uar era certamente in grado di tenere per s&egrave; le informazioni pi&ugrave; scottanti e riservate senza fornirle alla magistratura (per poi magari usarle ad &ldquo;altri&rdquo; fini).<br />&Egrave; nota, ad esempio, la vicenda delle borse di Padova su cui mi soffermo a lungo nel libro. Gi&agrave; pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, infatti, la commessa ed il titolare di una valigeria di Padova riferirono alla locale questura di aver venduto, due giorni prima della strage, delle borse simili a quelle usate per nascondere gli ordigni usati negli attentati del 12 dicembre. La questura padovana trasmise questa rilevante informazione all&rsquo;Uar che per&ograve; la tenne per s&eacute;, fino a quando, alcuni anni dopo, essa non riemerse quasi per caso. Ne segu&igrave; una inchiesta che tuttavia non approd&ograve; a nulla e che non coinvolse mai D&rsquo;Amato (anche perch&eacute;, come detto, egli, almeno ufficialmente, non era al vertice dell&rsquo;Uar e a dover rispondere di quanto avvenuto fu l&rsquo;allora direttore Elvio Catenacci).<br />Quanto a Taviani, se nel suo libro di memorie ha sostenuto di essere sicuro che mai D&rsquo;Amato nascose delle prove, nella parte della sua audizione in Commissione Stragi tenutasi in seduta segreta, alla specifica domanda del Presidente Giovanni Pellegrino se, visto il modus operandi dell&rsquo;Uar non vi fosse stato il rischio che gli Affari Riservati fossero in grado di nascondere le informazioni pi&ugrave; scottanti sottraendole all&rsquo;autorit&agrave; giudiziaria, l&rsquo;allora Senatore a vita dette questa testuale risposta: &ldquo;di questo a me &egrave; giunta eco solo per quanto riguarda Milano e la Lombardia. Ed &egrave; per questo che ho sciolto l&rsquo;Ufficio Affari Riservati&rdquo;.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Veniamo alla strategia della tensione. Nel libro parli di infiltrazione e di polizia parallela. Come venivano gestite queste operazioni? Vi era trasparenza o si pu&ograve; parlare di vera e propria clandestinit&agrave;?</span><br /><br style="font-weight: bold;" />Studiando le attivit&agrave; dei servizi segreti (ed in particolare dall&rsquo;Uar) negli anni della strategia della tensione &egrave; spesso difficile distinguere il confine che passava tra una legittima attivit&agrave; di infiltrazione in un gruppo terroristico ed una attivit&agrave; clandestina di provocazione. <br />Faccio un esempio; vi sono documenti da cui risulta che in alcuni incontri di alto livello del cosiddetto Club di Berna (come era convenzionalmente denominata una struttura &ldquo;creata&rdquo; da D&rsquo;Amato, il cui compito era coordinare ed armonizzare il lavoro delle principali polizie europee)  venne auspicata (e programmata) la necessit&agrave; di una infiltrazione nei gruppi eversivi di sinistra da parte di agenti di polizia. Il che &egrave; cosa normale, se non fosse che, in certi casi, si arrivava anche ad ammettere la possibilit&agrave; che l&rsquo;eventuale infiltrato potesse essere uno specialista in uso di armi ed esplosivi. Circostanza che, sebbene non vi sia alcuna prova documentale, pu&ograve; far sorgere qualche dubbio sul labile confine che, certe volte, pu&ograve; esserci tra infiltrato e provocatore. <br />Emblematico, a suo modo, il caso della fonte Anna Bolena, al secolo Enrico Rovelli, il principale infiltrato dell'Uar tra gli anarchici milanesi del Ponte della Ghisolfa. Sarebbe stata infatti tale fonte a indirizzare le indagini sulla strage di Piazza Fontana verso la pista anarchica, nonch&egrave; a dare informazioni del tutto inventate che descrivevano Dario Fo nientemeno che come il vero capo delle Brigate Rosse. Inoltre ci sono documenti da cui risulta che sempre Anna Bolena avrebbe attribuito agli anarchici quasi tutti gli attentati dinamitardi avvenuti in Italia nel corso del 1969, anche quelli di cui &egrave; oggi certa la matrice di estrema destra. Questo dimostrerebbe che Rovelli non era un &ldquo;semplice&rdquo; confidente, ma un vero e proprio infiltrato responsabile dei depistaggi successivi a Piazza Fontana. Va anche detto, tuttavia, che Rovelli, davanti all'autorit&agrave; giudiziaria, pur  ammettendo il suo rapporto con l&rsquo;Uar, ha negato di aver fornito quelle informazioni ed ha sostenuto di essere lui per primo vittima degli Affari Riservati, in quanto essi avrebbero usato il suo nome come paravanto mentre la mente dei depistaggi era solo ed esclusivamente il vertice dell'Uar.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nella quarta di copertina c&rsquo;&egrave; un interrogativo che oserei definire &ldquo;decisivo&rdquo; nella comprensione del ruolo dell&rsquo;Ufficio Affari Riservati: &ldquo;Che ruolo ha avuto l&rsquo;UAR nella drammatica stagione della strategia della tensione?&rdquo;. Vogliamo provare a dare una seppur sintetica risposta ai nostri lettori?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />Tra i documenti inediti che riporto nel libro ve ne &egrave; uno, risalente al 1955 e la cui autenticit&agrave; &egrave; certa, che sembra anticipare di quasi 15 anni gli scenari della strategia della tensione, visto che, stando a quanto si legge, all&rsquo;epoca, i servizi americani stavano reclutando militanti di estrema destra da inserire in strutture segrete che avrebbero dovuto provocare artificialmente disordini sul territorio italiano per favorire l&rsquo;ascesa di un governo forte. Gli stessi vertici dell&rsquo;Uar  si dicevano preoccupati per queste incaute azioni dei servizi angloamericani.<br />Venendo, tuttavia, agli anni settanta ed al possibile ruolo dell&rsquo;Uar, sulla base degli elementi disponibili &egrave; plausibile ritenere che gli Affari Riservati fossero quantomeno a conoscenza di quello che sarebbe accaduto il 12 dicembre 1969. <br />Secondo un ex generale del Sid, tale Nicola Falde, &ldquo;l&rsquo;attentato di Piazza Fontana sarebbe stato organizzato dall&rsquo;Uar e poi il Sid si sarebbe incaricato di coprire il tutto&rdquo;, ma significative sono anche le dichiarazioni dell'ex dirigente dell'Ufficio Politico della questura di Roma, Domenico Spinella, che ha rivelato che, negli anni settanta, ogni qual volta a Roma avvenivano degli attentati, D&rsquo;Amato era solito inviare all&rsquo;Ufficio politico della Capitale alcuni suoi agenti di fiducia per collaborare alle indagini. Tuttavia, ha sostenuto Spinella, l&rsquo;allora capo dell&rsquo;Ufficio politico, Bonaventura Provenza (gi&agrave; funzionario dell&rsquo;Uar), pur non potendo rifiutare quella collaborazione, faceva di tutto affinch&egrave; gli uomini di D&rsquo;Amato non interferissero, poich&egrave; temeva che essi avrebbero potuto attuare &ldquo;un qualche tentativo di depistaggio delle indagini&quot;. <br />Sui possibili depistaggi dell&rsquo;Uar dopo Piazza Fontana, poi, rimando alle gi&agrave; citate vicende delle borse di Padova e della fonte Anna Bolena. <br />Dalla documentazione, inoltre, emerge che nel marzo 1970 due dei pi&ugrave; noti estremisti di destra romani, i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, all'epoca latitanti in Spagna, chiesero un contatto con gli apparati di polizia promettendo delle rivelazioni sugli attentati del 1969. Come luogo di incontro venne scelto il posto di Polizia al Passo del Brennero. Non sappiamo con certezza se questo contatto si concretizz&ograve;, anche se &egrave; provato che, pochi giorni dopo la &ldquo;richiesta&rdquo; dei Di Luia, un alto dirigente dell&rsquo;Uar quale Silvano Russomanno si rec&ograve; effettivamente al posto di polizia del Brennero. &Egrave;  dunque quantomai plausibile ritenere che vi sia andato per incontrare i Di Luia. Tuttavia, non esiste alcun documento che permetta di capire di cosa si discusse in quell&rsquo;incontro, del quale, ovviamente, la magistratura non fu minimamente messa al corrente.<br />Molto interessante, infine, &egrave; un documento dell&rsquo;Uar fino ad oggi inedito inerente il golpe Borghese da cui risulterebbe che dietro quella vicenda non c&rsquo;era l&rsquo;intento di favorire una svolta autoritaria, ma, attraverso l&rsquo;uso strumentale della estrema destra, l&rsquo;obiettivo era rafforzare l&rsquo;assetto di potere allora esistente in Italia<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Ufficio Affari Riservati e caso Moro. Sei riuscito ad individuare delle possibili connessioni tra il ruolo degli inquirenti e le attivit&agrave; dell&rsquo;Ufficio? L&rsquo;Ufficio Affari Riservati, secondo te, si &egrave; mosso pi&ugrave; di quanto non ne sappiamo durante i 55 giorni? E se si, con quali finalit&agrave;?</span><br /><br />Nel giugno 1974 dopo la strage di Brescia, l&rsquo;Uar, almeno ufficialmente, era stato sciolto ed al suo posto Taviani aveva &ldquo;creato&rdquo; l&rsquo;Ispettorato Antiterrorismo diretto dal questore Emilio Santillo, mentre D&rsquo;Amato era stato mandato a dirigere la Polizia di Frontiera.  Durante la vicenda Moro, dunque, l&rsquo;originario Uar non esisteva pi&ugrave;; all&rsquo;epoca, infatti, era appena stato istituito l&rsquo;Ucigos che, anche in conseguenza della riforma dei servizi di fine 1977, aveva preso il posto dell&rsquo;Ispettorato di Santillo.<br />Altro discorso &egrave; capire che ruolo ebbe D&rsquo;Amato durante i 55 giorni del sequestro dello statista democristiano, in particolare all&rsquo;interno dei tanto discussi Comitati di crisi creati presso il Viminale. Cossiga in Commissione Stragi sostenne che durante il caso Moro D&rsquo;Amato era fuori dai giochi poich&eacute; ormai era diventato &ldquo;unpolitically correct&rdquo; collaborare con lui (a causa del veto posto dalle sinistre, soprattutto dai socialisti, sulla sua figura), mentre, ha aggiunto l&rsquo;ex presidente della Repubblica, se ci si fosse potuti avvalere dell&rsquo;apporto di una personaggio del suo calibro, le indagini avrebbero preso un&rsquo;altra piega.<br />Tuttavia, in una missiva riservata che D&rsquo;Amato invi&ograve; nel 1981 all&rsquo;allora ministro dell&rsquo;interno Virginio Rognoni egli scriveva di aver continuato ad occuparsi di investigazioni politiche anche dopo lo scioglimento dell&rsquo;Uar ed aggiungeva che negli ultimi anni:<br />&ldquo;non c'e' stato argomento di rilevanza di cui non sia stato chiamato ad occuparmi: dalle origini, la natura, i collegamenti internazionali del terrorismo, al caso Moro; dalla strutturazione, competenza, funzionamento dei nuovi servizi segreti, al mantenimento e sviluppo di rapporti con i servizi paralleli ed alleati&rdquo;.<br />Dunque, &egrave; lui stesso a sostenere di essersi occupato del caso Moro; eppure ad oggi non esiste alcun documento e nessuna testimonianza capace di documentare quali compiti D&rsquo;Amato svolse durante i 55 giorni del rapimento del Presidente della DC.  <br /><br /><span style="font-weight: bold;">Nel libro si parla di collegamenti tra Federico Umberto D&rsquo;Amato, Zorzi e Avanguardia Nazionale. Ma anche Sofri ha recentemente rivelato di aver ricevuto da parte di D&rsquo;Amato la proposta di cooperare per l&rsquo;esecuzione di un omicidio. Quindi l&rsquo;Ufficio Affari Riservati aveva collegamenti non ortodossi sia a destra che a sinistra?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />Non c&rsquo;e&rsquo; dubbio. D&rsquo;altronde, anche in questo caso &egrave; lo stesso D&rsquo;Amato a confermarlo nella gi&agrave; citata lettera inviata a Rognoni nel luglio 1981 e che riporto all&rsquo;inizio del libro. Rognoni, all&rsquo;epoca, aveva chiesto a D&rsquo;Amato di fornire spiegazioni sul perch&eacute; si fosse iscritto alla loggia P2 (il nome di D&rsquo;Amato infatti comparve nelle note liste ritrovate nel marzo 1981 a Castiglion Fibocchi negli uffici della Giole di Licio Gelli).  D&rsquo;Amato scrisse allora una polemica lettera di risposta, affermando di essersi incontrato con Gelli al solo ed esclusivo fine di raccogliere informazioni sulle attivit&agrave; della P2 e che se per questo doveva essere considerato un sodale del Venerabile allora Rognoni lo avrebbe dovuto considerare anche un fiancheggiatore del terrorismo rosso o nero, visto che, sempre a fini informativi, aveva avuto rapporti con l&rsquo;estrema destra e con l&rsquo;estrema sinistra.<br />Queste le parole testuali di D&rsquo;Amato;<br />&ldquo;Operando in modo autonomo e personale, ho preso contatto e ho sviluppato rapporti in tutti i settori e con ogni persona che ritenevo utile a tali fini. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta, io, come chiunque peraltro svolga compiti di tale genere, potrei essere considerato, caso per caso, fiancheggiatore di Autonomia Operaia o del terrorismo palestinese, agente del servizio americano o sovietico, emissario di questo o di quel partito politico (&hellip;)&rdquo;<br />In Commissione Stragi, Andreotti (che con D&rsquo;Amato ebbe pessimi rapporti) defin&igrave; inquietante questo documento.<br />In effetti colpisce il modo sfrontato ed allusivo con il quale l&rsquo;ex capo dell&rsquo;Uar si rivolgeva al ministro dell&rsquo;Interno in carica, &ldquo;invitandolo&rdquo; a smetterla di accusarlo, perch&eacute;, si legge chiaramente tra le righe, altrimenti lui sarebbe stato in grado di far &ldquo;tremare&rdquo; il palazzo.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Un lavoro unico nella storia d&rsquo;Italia e per questo motivo immagino abbia incontrato delle difficolt&agrave; nel reperimento delle fonti. Quanto &egrave; stato complicato il &ldquo;puro lavoro da storico&rdquo;?</span><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-weight: bold;">Come &egrave; stato accolto il libro? Ritieni di aver, in qualche modo, svolto un lavoro scomodo?</span><br style="font-weight: bold;" /><br />In passato gli storici hanno avuto una forte riluttanza ad occuparsi di vicende quali servizi segreti/strategia della tensione ecc., sia perch&eacute; si tratta di argomenti in cui &egrave; forte il rischio di prestarsi ad interpretazioni dietrologiche tese solo alla ricerca dello scoop a sensazione, sia perch&eacute; si riteneva non fosse possibile &ldquo;fare storia&rdquo; su avvenimenti troppo recenti e sui quali la documentazione &egrave; scarsa e di bassa attendibilit&agrave; scientifica. <br />Oggi, finalmente, anche fra gli storici le cose stanno cambiando e, d&rsquo;altronde, ormai uno dei problemi principali &egrave; spesso proprio la sovrabbondanza di materiale e la conseguente necessit&agrave;, specie allorch&eacute; si maneggiano documenti dei servizi, di un rigoroso vaglio critico che consenta di separare ci&ograve; che &egrave; attendibile dalle classiche &ldquo;patacche&rdquo;.  Quanto al rischio del sensazionalismo, io credo che dietrologia ci sia quando si parte da una idea precostituita e poi si vanno a cercare le prove che ci danno ragione. A quel punto si procede attraverso deduzioni e si elimina o sottovaluta tutto quello che, apparentemente, smentisce la nostra tesi di partenza. Per fare un esempio su un argomento che conosci molto bene; prendi il caso Moro. Se, prima ancora di guardare le carte, io mi convinco che Moro lo ha rapito la Cia, sar&ograve; poi in grado di trovare decine di elementi che apparentemente mi danno ragione, perch&eacute; sistematicamente non considero o svaluto quelli che mi danno torto. Al tempo stesso se, sempre prima di guardare le stesse carte di cui sopra, sono gi&agrave; certo che dietro al caso Moro c&rsquo;e&rsquo; il KGB, sar&ograve; a mia volta in grado di trovare altrettante evidenze che confermano la mia tesi di partenza, sempre perch&eacute; andr&ograve; sistematicamente a eliminare quelle che mi danno torto. <br />Ecco, senza falsa modestia credo, nell&rsquo;analizzare la storia dell&rsquo;Uar, di non aver commesso il &ldquo;classico&rdquo; errore metodologico di partire dalle conclusioni e poi di andare a trovare i documenti che supportano le mie tesi di partenza.<br />Per questo non penso di aver scritto un libro &ldquo;scomodo&rdquo; e spero non venga considerato come tale. D&rsquo;altronde, sebbene nel libro vi siano numerosi documenti inediti (alcuni, credo, di particolare rilievo) la mia intenzione non era quella di fare la &ldquo;rivelazione sensazionale&rdquo; (e ringrazio l&rsquo;editore che mai mi ha chiesto, magari al fine di incentivare le vendite, una cosa simile), ma di provare a lumeggiare una parte di storia italiana che fino ad oggi aveva goduto di limitata attenzione. <br />Quanto all&rsquo;accoglienza del libro, non mi posso lamentare, visto che, a parte qualche media che lo ha del tutto ignorato, &egrave; stato comunque ottimamente recensito da buona parte della stampa nazionale.<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=136]]></link>
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	<dc:date>2011-01-03T07:47:36+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Caso Moro e Banda della Magliana. Un contributo di Giuseppe Ferrara]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" src="/public/beppeferrara.jpg" alt="" />Giuseppe Ferrara &egrave;, tra coloro che ho conosciuto grazie ai miei studi sulla vicenda Moro, una delle persone che mi hanno stupito di pi&ugrave;.<br />Dotato di un bagaglio culturale impressionante, di una finezza di pensiero che lascia a bocca aperta e di una freschezza intellettuale sicuramente pi&ugrave; dinamica ed effervescente della mia, nonostante i quasi 30 anni di differenza.<br /><br />E', per intenderci, una persona che quando parla ha sempre qualcosa da insegnare. Nel suo mestiere (ovviamente) ma anche e soprattutto nelle molteplici vicende che in molti hanno solo letto sui libri e che lui ha vissuto da contemporaneo, ha avuto la possibilit&agrave; di parlare con i protagonisti e in molti casi di studiare per le inchieste dei suoi lavori cinematografici.<br /><br />Qualche giorno fa mi ha spedito delle riflessioni che riguardano il ruolo della Banda della Magliana (da molti ipotizzato) nella vicenda Moro. Non tanto nel suo aspetto politico, ovviamente, quanto in quello pi&ugrave; strettamente criminale.<br /><br />Prima di passare alle sue considerazioni, voglio premettere un piccolo (mica tanto) particolare che pu&ograve; aiutare a leggere meglio quanto Ferrara avr&agrave; da dirci.<br />Nel libro &quot;L'Anello della Repubblica&quot; (uscito nel 2009 per Chiarelettere) Stefania Limiti ha messo insieme una serie di elementi cos&igrave; sintetizzabili. Dopo il rapimento, l'Anello viene attivato per la ricerca della prigione dove i brigatisti avevano rinchiuso Aldo Moro. L'Anello si attiva chiamando in causa la Camorra che, a sua volta, si mette in contatto con il suo uomo di collegamento con la Banda della Magliana a Roma. Questi ultimi fanno emergere il nome di via Gradoli. L'informazione viene riportata a Roma ma, a questo punto, l'Anello &egrave; stoppato.<br />E' evidente, a questo punto, che a partire da quel momento in un'ipotetica trattativa per la ricerca della prigione e la sorte del Presidente della DC entra in gioco la Banda della Magliana.<br /><br />Come, &egrave; tutto da definire. O, almeno, io non lo so.<br />Ma mi sembrava una premessa utile per &quot;leggere&quot; meglio le riflessioni di Giuseppe Ferrara che riporto integralmente di seguito.<br /><br />&quot;il caso Moro &egrave; ancora avvolto nel mistero?  <br />A mio avviso no. <br />Tutti sappiamo che &egrave; stato un golpe. Persino uno studioso cauto come De Lutiis ha significativamente intitolato il suo ultimo libro IL GOLPE DI VIA FANI. Certo, le prove giudiziarie mancano. Ma non si sono volute acquisire o si sono volute sottovalutare. A cominciare dalla famiglia Moro. Che si &egrave; comportata malissimo, tradendo lo scomparso che, ricordo bene, forse nell&rsquo;ultima lettera a Nora punta l&rsquo;indice accusatore contro la DC. Ma  la famiglia  non ha avuto nessun coraggio e praticamente ha &ldquo;coperto&rdquo; il partito. Partecipando l&rsquo;anno scorso a un dibattito alla presenza di una delle figlie di Moro ne ho avuto  conferma.  Alle mie sottolineature di ambiguit&agrave; di Don Mennini, la figlia lo ha difeso a spada tratta.<br /><br />Per&ograve; ogni tanto, a volte quando meno te l&rsquo;aspetti, escono delle verit&agrave;.<br /><br />Anche solo riflettendo.<br /><br />Per esempio sulla Banda della Magliana.<br /><br />Fin da quando usc&igrave; il mio film nelle sale, il regista Agosti mi disse che era stata la banda della Magliana ad uccidere Moro. Non so da chi avesse avuto questa informazione, ma anche se avesse raccolto una &ldquo;voce&rdquo;,  cio&egrave; avesse recepito una convinzione popolare, la notizia ha un forte valore indiziario e va presa molto sul serio.<br /><br />Ecco perch&eacute;.<br /><br />Stefano Grassi, nel bellissimo libro IL CASO MORO- UN DIZIONARIO ITALIANO, alla voce  B. della M., scrive: &ldquo;Nel quartiere, controllato in modo capillare da questo particolare tipo di malavita collegato a settori deviati dei servizi segreti e all&rsquo;eversione nera, &egrave; situata la prigione del popolo di via Montalcini. Nelle immediate vicinanze di via Montalcini abitano numerosi esponenti della banda: a via Fuggetta 59 ( a 120 passi da  via Montalcini) Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Antonio Mancini; in via Luparelli 82 ( a 230 passi dalla prigione del popolo) Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del boss Pippo Cal&ograve;); in via Vigna due Torri 135 ( a 150 passi) Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere piduista Carboni; infine in via Montalcini 1 c&rsquo;&egrave; villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra&rdquo; (pagg.62-63,Mondadori,2008).<br /><br />La  &ldquo;rivelazione&rdquo; della prigione del popolo venne fatta da Morucci e Faranda al giudice Imposimato. Io stesso (nel 1985, mentre preparavo il film, proprio seguendo il suggerimento di Imposimato) ho potuto fare un sopraluogo nell&rsquo;appartamento e constatare che sul pavimento c&rsquo;erano ancora le tracce della falsa parete applicata dai brigatisti per creare un&rsquo;intercapedine segreta.<br /><br />Usando la logica, e guardando sulla cartina topografica l&rsquo;ubicazione delle vie  abitate dai banditi, via Montalcini risulta circondata dalle loro abitazioni;  appare evidente che la scelta della &ldquo;prigione del popolo&rdquo;, dove per&ograve; non abbiamo alcuna certezza  che Moro vi abbia  passato almeno qualcuno dei 55 giorni, non sia stata fatta dalle br ma dai maglianesi, che appunto volevano controllare a vista la &ldquo;prigione&rdquo; (a questo punto eventuale) e quindi Moro nonch&eacute; i brigatisti.<br /><br /> Non solo. Poich&eacute; la ferocia dei banditi e il volume di fuoco che sarebbero stati capaci di produrre &egrave; addirittura mitico, appare chiaro che chi gestiva il rapimento era proprio la Banda ( e cio&egrave; i servizi diciamo cos&igrave; deviati, che con la Banda hanno rapporti strettissimi, come si deduce da tanti episodi ). Le br sono in realt&agrave; esse stesse prigioniere della Banda. E quindi delle forze politico-finanziare occulte che volevano la morte di Moro. Infatti sull&rsquo;UNITA&rsquo; del 26 settembre 1982 Emanuele Macaluso ha dichiarato: &rdquo;Noi siamo fra coloro che non hanno mai creduto che a rapire e ad uccidere il presidente della Dc siano state solo le Brigate Rosse che organizzarono l&rsquo;infame impresa. Abbiamo sempre pensato che gli autonomi obiettivi politici delle Br coincidessero con quelli di potenti gruppi politico-affaristici nazionali ed internazionali, che temevano una svolta politica in Italia&rdquo; (citato anche nel volume POTERI FORTI, POTERI OCCULTI E GEOFINANZA, Mafia Connection ed., Pavia, 1996,pag.232). Conferma di tutto questo viene dalla lettura del volume IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO di G. Fasanella e G.Rocca (Einaudi, Torino , 2003). Tra l&rsquo;altro si viene a sapere che proprio in via Caetani esisteva un appartamento segreto (di propriet&agrave; della Duchessa Caetani) che durante la guerra aveva ospitato l&rsquo;agente OSS Peter Tompkins e che potrebbe aver ospitato anche Moro prima dell&rsquo;esecuzione.  Sicuramente la Duchessa aveva persino l&rsquo;accesso ad un un garage ( quello servito a nascondere la Renault rossa prima dell&rsquo;assassinio, sul quale naturalmente nessuno ha indagato).<br /><br />Che Moro abbia frequentato poco la prigione di Via Montalcini (se l&rsquo;ha frequentata) &egrave; ormai certo (passare 55 giorni in un loculo senz&rsquo;aria lo avrebbe stremato, invece la perizia del cadavere ha stabilito che Moro era in buone condizioni). Le altre &ldquo;prigioni&rdquo; sono almeno due: una (forse quella stabile, dove potrebbe aver passato la maggior parte dei giorni -  spostare Moro sarebbe sempre stato un rischio) situata sulla costa laziale (sempre la perizia appura che sia le scarpe sia i pantaloni di Moro sia la Renault rossa hanno tracce bituminose e di terriccio che rimandano ad un luogo vicino a Palinuro) e una dove potrebbe aver atteso il momento dell&rsquo;assassinio che secondo i brigatisti sarebbe avvenuto nel garage di via Montalcini. Bugia ridicola per tre motivi : il primo &egrave; che la Banda come ha  scelto il covo di via Montalcini cos&igrave; sceglie il covo presso Palinuro; il secondo perch&eacute; il garage di Via Montalcini &egrave; molto piccolo, quindi scomodo per sparare a Moro col cofano aperto, ed &egrave; molto esposto a visite di estranei ; infine portare il cadavere di Moro sanguinante da via Montalcini a via Caetani, cio&egrave; per diversi chilometri con molta polizia in allarme, &egrave; ovvio che fosse  un rischio da evitare assolutamente; infatti la logica ci dice che il garage dove &egrave; stato ucciso Moro non pu&ograve; essere che in Via Caetani (cio&egrave; nel Ghetto ebraico) a pochi metri dal posteggio dove poi sistemare la Renault rossa.<br /><br />Su chi abbia sparato a Moro i brigatisti hanno indicato ben tre di loro e questo dimostra sia pure solo indiziariamente che la loro testimonianza &egrave; inattendibile. Molto pi&ugrave; attendibili i messaggi lanciati da un appartenente alla banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, che lascia in un taxi un borsello con oggetti che &ldquo;alludono a momenti diversi del rapimento e del sequestro Moro: i dodici proiettili, sparati da due armi diverse, con i quali Moro &egrave; stato ucciso; la testina rotante con cui sono stati scritti i comunicati (&hellip;); le due fotografie di Moro scattate dai brigatisti, il comunicato del lago della Duchessa;  i medicinali che necessitano al prigioniero; i fazzoletti di carta con cui sono state temponate le ferite dopo l&rsquo;esecuzione; un pacchetto di sigarette della marca fumata da Moro&rdquo; (S.Grassi, op. cit., pag 155). Con questi documenti o notizie che potevano essere in mano a Chichiarelli ( es. : la foto originale della Polaroid) solo per aver gestito in prima persona sequestro e assassinio,  sono, oltre  che un oscuro messaggio, la confessione del delitto stesso. Quando dichiara di conoscere la marca dei fazzolettini tampone, Chichiarelli ci fa sapere che &egrave; lui che li ha messi sul cadavere di Moro, al punto  da farci sospettare che sia proprio  il killer del presidente ( o almeno che ha fatto parte del commando maglianese).<br /><br />Questa &ldquo;crescita&rdquo; dell&rsquo;importanza della B.della M. nel caso Moro apre uno scenario diverso e inquietante che fa valutare in modo nuovo altri episodi (tra cui primeggia il falso comunicato n.ro 7). Ma anche la scoperta del covo di Via Gradoli si configura sotto un&rsquo;altra luce ( per es.: vuoi vedere che Chichiarelli aveva le chiavi dell&rsquo;appartamento ed &egrave; stato lui, o qualcuno come lui, a provocarne la scoperta?)<br /><br />La banda era potentissima anche in Vaticano, per i rapporti con Marcinkus (venuti fuori nella rubrica tv CHI L&rsquo;HA VISTO) e, com&rsquo;&egrave; noto,  per aver fatto seppellire nientemeno che uno  di loro nella basilica di San Paolo (alla stregua di un santo o di un cardinale!).&quot;]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=135]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=135</guid>
	<dc:date>2010-09-06T18:00:31+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
</item>
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	<title><![CDATA[Strage Bologna: le vergognose parole di Giovanardi]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" border="5" align="left" src="/public/giovanardi.jpg" style="width: 146px; height: 146px;" alt="" />Le stragi (con i loro segreti) di Ustica e Bologna hanno visto superare il traguardo dei 30 anni. E le ricorrenze sono, in genere, il tremolante momento in cui le istituzioni continuano ad alimentare il desiderio di verit&agrave; e giustizia dei familiari delle vittime ben sapendo che mai e poi mai nessun personaggio dello Stato muover&agrave; un dito in quella direzione.<br /><br />Se con Moro si era assistito ad una buona operazione di marketing con la pubblicazione online degli archivi della Commissione Stragi (dopo "soli" 7 anni dalla chiusura dei lavori) e con l'istituzione della giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, con Bologna si &egrave; praticamente toccato il fondo.<br /><br />Per la prima volta nessun Ministro &egrave; stato presente alla cerimonia di commemorazione. L'assenza del Governo &egrave; stata giustificata in diversi modi sotto il minimo comune denominatore dei fischi ricevuti in tutte le edizioni precedenti.<br /><br />Quello che per&ograve; mi ha colpito particolarmente sono le dichiarazioni del sotto segretario Carlo Giovanardi, che riporto testualmente:<br /><br />
<div style="margin-left: 40px;"><span style="font-weight: bold;">BOLOGNA:GIOVANARDI,GOVERNO HA FATTO BENE A NON ANDARE</span> (ANSA) - ROMA, 2 AGO - «Ogni anno a Bologna si &egrave; riproposto il triste spettacolo di una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici. La strage, che colp&igrave; cittadini inermi di tutte le et&agrave; e di tutti i partiti , sin dai funerali del 6 agosto, a cui partecipai come neo eletto consigliere regionale dell'Emilia Romagna, fu strumentalizzata per creare una bolgia di insulti e sputi nei confronti del Governo di allora, che colpirono particolarmente Craxi e Cossiga. Bene ha fatto quest'anno il Governo a non partecipare ad un rito che per troppi non &egrave; un momento di ricordo e commemorazione delle vittime di quella tragedia». Lo dice il sottosegretario arlo Giovanardi.<br /></div>
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<div style="margin-left: 40px;"><span style="font-weight: bold;">STRAGE BOLOGNA: GIOVANARDI,NO A STRUMENTALIZZAZIONI SINISTRA GOVERNO SI È RIFIUTATO DI PRESTARSI A GIOCO IGNOBILE</span> (ANSA) - ROMA, 2 AGO - «È un dovere ribellarsi a miserabili strumentalizzazioni». Lo precisa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi che gi&agrave; stamattina aveva commentano positivamente l'assenza del governo dalla cerimonia che si &egrave; tenuta stamattina a Bologna. «È un dovere morale e civile - aggiunge Giovanardi in una nota - ribellarsi alla miserabile strumentalizzazione che, fin dai giorni successivi alla strage di Bologna, una certa sinistra ha fatto delle vittime di quell'orribile attentato. Se quest' anno c'&egrave; stata maggiore compostezza e sobriet&agrave; &egrave; proprio perch&egrave; il Governo si &egrave; rifiutato di prestarsi a questo ignobile gioco, offensivo soprattutto del dolore dei familiari delle vittime». «Voglio aggiungere - continua l'esponente del governo - che sono stanco di subire insulti dai vari Fiano, eredi di un partito che ha sostenuto i pi&ugrave; screditati regimi totalitari e, per lungo tempo, sottovalutato il terrorismo assassino, battuto dalla limpida testimonianza democratica di governi e uomini delle istituzioni che hanno saputo reagire alla violenza eversiva in un quadro di totale rispetto delle libert&agrave; garantite dalla Costituzione».<br /><br /></div>
Provo sconcerto, non lo nego. E vergogna. <br />Giovanardi  parla di " una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici". Le proteste hanno coperto praticamente tutte le ricorrenze almeno degli ultimi 20 anni e vorrei ricordare al sotto segretario che dal 1996 per ben 7 anni il Governo &egrave; stato di centro sinistra. Le proteste non erano indirizzate al singolo rappresentante politico ed alla sua fazione, ma ad un intero sistema istituzionale che nulla ha mai fatto per far emergere responsabilit&agrave; e spiegare il perch&egrave; di certi fatti.<br /><br />In un periodo nel quale stanno emergendo delle importanti novit&agrave;, delle nuove piste e delle nuove responsabilit&agrave; molto vicine alle persone in cui si identificava un certo "doppio Stato" l'essere assenti vuol dire inequivocabilmente una sola cosa. Lo Stato, indipendentemente dal colore dei burattini che lo rappresenteranno di volta in volta, non ha nessuna intenzione di rendere onore alle vittime e giustizia al resto del Paese. la verit&agrave; non la vuole. Punto.<br />Molto meglio continuare le strumentalizzazioni, manipolando a proprio piacimento il dolore e la fame di verit&agrave; di una parte di popolazione che non ne vuole sapere di rassegnarsi al silenzio.<br /><br />E del resto le parole di Giovanardi sono solo la conferma di quanto gi&agrave; espresse il Ministro Rotondi all'indomani della morte della signora Eleonora Moro. "Lei &egrave; vissuta senza sapere la verit&agrave; e i segreti sopravviveranno a lungo dopo la sua morte".<br /><br />Le istituzioni per essere pi&ugrave; chiare di cos&igrave; avrebbero potuto fare solo una cosa: dire i nomi dei colpevoli.<br /><br />No, cari amici. Se gli italiani hanno perso la capacit&agrave; di indignarsi di fronte a molte cose, che almeno siano consapevoli delle bugie che dal Palazzo gli propinano quotidianamente su tutti i fronti...]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=134]]></link>
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	<dc:date>2010-08-03T19:23:58+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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	<title><![CDATA[Via Gradoli: cittadini esasperati, chiedono chiarezza]]></title>
	<description><![CDATA[<img hspace="5" align="left" vspace="5" src="/public/viagradoli1B.jpg" style="width: 179px; height: 179px;" alt="" /><br />Non avrei mai immaginato di ricevere e, soprattutto, pubblicare un comunicato stampa proveniente dagli abitanti di una via di periferia esasperati dalle situazioni che ne rendono precaria e pericolosa l'abitabilit&agrave;.<br /><br />Ma la strada si chiama<span style="font-weight: bold;"> via Gradoli</span>, si trova a Roma sulla Cassia...<br /><br />Questa volta preferisco non commentare i bene informati cittadini che, e questo deve essergli riconosciuto come merito, hanno saputo utilizzare senza strumentalizzazioni il passato tracciando un solco molto preciso e limpido (?) del perch&egrave; quella strada si trova oggi ad essere crocevia di molteplici e loschi interessi.<br /><br /><br />
<div style="text-align: center;"><font size="4"><span style="font-weight: bold;">COMITATO PER VIA GRADOLI</span></font><br /></div>
<div style="text-align: center;">Comunicato stampa n. 4  -  14 giugno 2010<br /></div>
<div style="text-align: center;"><span style="font-weight: bold;">L'esasperazione degli abitanti<br /><br /></span></div>
Il 7 giugno quattro volanti sono intervenute in Via Gradoli per sedare una lite causata dalle minacce rivolte da alcuni stranieri a cittadini infastiditi dagli schiamazzi. Permane il degrado: non sono state rimosse le bombole GPL dai seminterrati, sono ripresi barbecue e discoteche estive, continua la locazione dei cubicoli oggetto dell'ordinanza di sgombero del 65; infine sono comparsi nuovi trans.<br />Gli abitanti della via, insofferenti ed esasperati, minacciano azioni eclatanti.<br />Si precisa che le indagini svolte dal Comitato non hanno alcun secondo fine se non quello di sollecitare l’amministrazione a intervenire per risanare la strada.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">I misteri della via</span><br style="font-weight: bold;" />Vecchi e nuovi misteri avvolgono edifici gi&agrave; coinvolti nei casi Moro, fondi neri del Sisde e Marrazzo. Tra i primi, sono stati evidenziati i legami tra Vincenzo Parisi (ex capo del Sisde e della Polizia, proprietario di 5 immobili ai civici 96 e 75) e il suo fiduciario, Domenico Catracchia, a oggi ancora proprietario di numerose unit&agrave; immobiliari nella via; questi, nel 1994, fu oggetto di un procedimento, poi archiviato, volto ad accertare la responsabilit&agrave; penale quale organizzatore di una agenzia per il favoreggiamento di immigrazione clandestina. Nelle perquisizioni fu rinvenuta un'agenda contenente nomi di proprietari occulti di appartamenti, societ&agrave; immobiliari, rendiconti, nominativi di funzionari di polizia e di magistrati.<br /><br />Con riferimento a oggi, svelato quello relativo alla propriet&agrave; della casa di Natal&igrave;, si &egrave; accertato che la propriet&agrave; di un altro appartamento del 96, gi&agrave; occupato da trans, &egrave; riconducibile, mediante una concatenazione di srl, alla societ&agrave; lussemburghese Esquiline s.a.; il revisore dei conti &egrave; stato Achille Severgnini (gi&agrave; consigliere della Magiste International), l'amministratore &egrave; Marco Sterzi; il capitale sociale &egrave; costituito da 16.000 azioni, tutte della fiduciaria milanese SER-FID spa, salvo una di Sterzi.<br /><br />È comparso nelle cronache Gennaro Mockbel; la sorella Lucia nel 1978 abit&ograve; in Via Gradoli 96 in un appartamento contiguo a quello delle BR e datole in comodato da una societ&agrave; del Sisde. La ragazza era informatrice del commissario Elio Cioppa, iscritto alla P2.<br /><br />Le domande<br />1.	Guido Severgnini, fondatore dello studio commercialista, aveva quale collega Michele Sindona?<br />2.	Quale rapporto intercorre tra Achille ed Ernesto Severgnini?<br />3.	Per conto di chi la SER-FID spa controlla l'Esquiline s.a.?<br />4.	È vero che Catracchia fu difeso da Antonio Juvara, massone iscritto alla Loggia "Trionfo Ligure" aderente al Grande Oriente d'Italia, e che questi ottenne la restituzione dei documenti sequestrati e la repentina archiviazione del procedimento giudiziario?<br />5.	È vero che Lucia Mockbel &egrave; sposata con Giancarlo Scarozza, figlio di Maria Antonietta Finocchi, e che &egrave; parente di Michele Finocchi, ex capo di gabinetto del Sisde, indagato per l'omicidio Alberica Filo Della Torre?<br />6.	L'Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna ha ancora interessi nella via?<br />]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=133]]></link>
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	<dc:date>2010-06-17T16:23:07+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Manlio</dc:creator>
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