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Una storia dannata che dovrebbe finire...
Di Manlio (del 12/07/2009 @ 22:18:08, in Attualitā, linkato 2247 volte)
Dopo 28 anni di silenzio, grazie al film di Luigi Maria Perotti “L’infame e suo fratello” (>leggi intervista a Perotti<) si torna a parlare del primo pentito delle BR, del fratello ucciso dopo 55 giorni di prigionia dalle BR di Senzani e, per la prima volta, entra in scena Roberta Peci, figlia di quel Roberto la cui tragedia fu ignorata dall’intera nazione.  A differenza di quello che si era verificato nello stesso periodo per l’assessore campano della DC, Ciro Cirillo. >Leggi la news<

Roberta chiede che al padre sia intitolata l’attuale via Boito, la strada nella quale Roberto fu rapito il 10 giugno del 1981.
E’ un tentativo di non rimuovere la memoria, più che di ristabilire la verità.
Poi Roberta, presente al sedicesimo Premio Libero Bizzarri DocFilmFest-Academy a San Benedetto del Tronto, si è lasciata andare ad altre dichiarazioni che in parte rappresentano dei messaggi ai soliti destinatari, in parte errori di valutazione storica dei fatti.

«Roberto Peci non era militante delle Br - ha spiegato la figlia -. Non credeva nella violenza. È stato una vittima innocente delle Br», che ha pagato «un prezzo irragionevole, troppo alto. Era un'antennista di 25 anni, morto ammazzato come un cane».

Premetto che la mia prima necessità è il rispetto verso dolore di una ragazza che nasce senza padre e che cresce portandosi appresso un aggravio di dolore per non potersi dare una giustificazione al fatto di non aver mai potuto ricevere una carezza dal genitore.
Premesso questo, non mi sento di condividere il fatto che non essendo Roberto Peci un militante delle BR fosse un convinto non violento. L’aver assaltato la sede della Confapi di Ancona in quel contesto storico e con le tipiche modalità di una banda eversiva, voleva dire essere coscienti che da li in poi il grande salto era possibile. Ed infatti il fratello Patrizio quel salto lo fece. Che poi si possa essere convinto che quella non fosse la strada giusta, che avesse meditato di mettere su famiglia e di lavorare da antennista è un altro discorso.

Non citando mai il nome dello zio Patrizio, Roberta rincara la dose: «Se il fratello di mio padre non si fosse pentito, Roberto Peci sarebbe ancora vivo […] non mi aspetto niente, non mi ha mai cercato. Come avrebbe potuto, se ancora sostiene che se potesse tornare indietro non cambierebbe nulla!».

E’ bene ricordare come Patrizio Peci si sia rifatto una vita, ha un lavoro, viva sotto falsa identità ed è ancora protetto dai carabinieri. Lui e la sua famiglia, in questi 28 anni, si sono chiusi nel silenzio e tutti i privilegi di cui ha goduto appaiono motivati più dalla necessità di dare protezione ad un segreto che all’incolumità personale.
Nei confronti di un ex brigatista pentito, lo Stato non si è mai preoccupato più di tanto dopo aver raccolto le sue, in molti casi misere, rivelazioni. Dai più fatte solo per il desiderio di evitare un ergastolo che da reali motivazioni di coscienza. Anzi, molti di essi, sono stati lasciati morire in carcere, massacrati dai compagni irriducibili, affogati nell’acqua del cesso, impiccati o sgozzati. Episodi ugualmente tragici a quelli di Roberto Peci.

E allora sorge il sospetto, che dietro la storia dei fratelli Peci, ci sia qualcosa di ancora indicibile, autorizzato ad altissimi livelli, portato avanti senza scrupoli. Qualcosa che a distanza di 28 anni non può essere ancora rivelato apertamente.

Se la famiglia Peci non ha potuto sfogare la propria rabbia e vedere assicurati alla giustizia anche coloro che causarono, con le loro scelte crudeli forse giustificate dal voler combattere con ogni mezzo e ad ogni costo il fenomeno brigatista, una vicenda terrificante come quella che vide protagonista Roberto, altri forse ritengono che i tempi siano maturi e iniziano ad assaporare il gusto delle proprie rivelazioni.
E così, uno dei protagonisti di quella storia, decide di contattare un bravo e coraggioso giornalista, Giorgio Guidelli, raccontando quello che Giorgio ha raccontato a noi il 24 aprile scorso, leggendo le dichiarazioni testuali della sua fonte. >ascolta la serata sulla storia di Roberto Peci<
Una roba da brividi che, ovviamente, nessuno raccoglierà perché nessuno vuole scottarsi le mani (o anche di peggio).

E, infatti, 28 anni fa ai funerali di Roberto non vi fu nessuna rappresentanza istituzionale (ad eccezione di Boato e Pinto). Neanche come forma di ringraziamento e di vicinanza verso la famiglia di uno che aveva consentito a quello stesso Stato di colmare le lacune che avevano da sempre impedito un’efficace azione contro le BR.
Lo Stato fu latitante durante il sequestro, abbandonando i Peci al loro destino, perché decise che la verità non valeva la vita di un operaio, mentre la sconfitta poteva essere messa in conto per liberare un assessore napoletano. Sempre a patto del silenzio, però. Perché anche Ciro Cirillo ha recentemente detto che anche Moro sarebbe potuto essere liberato se si fosse stati disponibili a pagare un riscatto come nel suo caso. Ma ha anche precisato di non voler aggiungere altro perché, pur avendo ottant’anni, ci tiene a morire di morte naturale.

Insomma, cara Roberta Peci. Se fossi in te, penso che il modo migliore che avrei per ricordare ed onorare la memoria di mio padre sarebbe la ricerca della verità che, è vero, potrebbe rivelarsi molto amara, ma che restituirebbe giustizia a chi per quella morte non ha mai pagato il giusto prezzo.