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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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\\ Home Page : Storico : Attualità (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Ieri mattina è scattato un nuovo blitz delle forze dell’ordine che hanno tratto in arresto un altro gruppo di presunti brigatisti tra i quali spiccano i nomi di Luigi Fallico (47), Beniamino Vincenzi, (38), Bruno Bellomonte (60) arrestati a Roma e Riccardo Porcile (39) e Gianfranco Zoia (55) arrestati a Genova. Una sesta persona è finita ai domiciliari per limiti di età ed altre 15 persone risultano indagate come fiancheggiatori. Tra di loro i nomi che hanno destato più sensazione sono quelli di Ernesto Morlacchi (35 anni, figlio di uno dei fondatori delle BR milanesi Pierino) e suo cugino Kamo Capossi.

Il gruppo era seguito da un paio d’anni quando gli inquirenti intercettarono una telefonata al negozio di cornici di Fallico. All’altro capo c’era Gianfranco Zoja, genovese armiere del gruppo, ed il contenuto della conversazione insospettì molto gli agenti soprattutto perché Fallico era un ex UCC degli anni ’80 e conosceva Nadia Lioce, del gruppo delle nuove BR-PCC che assassinarono i giuslavoristi D’Antona e Biagi.
Zoja stesso, nel 2004, andò a porre una lapide nel cimitero di Trespiano alla memoria di Mario Galesi, il brigatista che restò ucciso assieme all’agente della PolFer Emanuele Petri in occasione dell’arresto della Lioce il 2 marzo del 2003.

Una delle armi sequestrate. Attenzione al tetano...

Il gruppo era trainato da Fallico il cui impegno nella ricostruzione dei contatti con vecchi esponenti delle BR nel tentativo di ricostruire un progetto di lotta armata era noto agli inquirenti. Nelle intercettazioni si parlava di un possibile attentato da porre in atto in occasione del G8 che si sarebbe dovuto tenete in Sardegna e che poi è stato spostato in Abruzzo.

Oltre agli ovvi complimenti alle forze dell’ordine per questa importante azione preventiva, si sono levati i soliti cori di strumentalizzazione che, ormai, tenderei a definire in perfetto stile “post-strategia-della-tensione”.

I punti, per così dire, all’ordine del giorno sono stati grossomodo i seguenti:
1) le BR non sono mai morte e c’è un serio pericolo di ritorno della lotta armata
2) dobbiamo continuare a tenere la guardia alta ed essere severi nei confronti delle forme di protesta perché dietro si celano terroristi pronti a riportarci nel clima degli anni di piombo
3) il legame con le BR del passato è sempre evidente ma, stavolta, c’è la novità del coinvolgimento del figlio di uno dei brigatisti fondatori, assieme a Renato Curcio, delle BR a Milano ed in sostanza è come se, questa volta a differenza di altre, ci fosse anche una continuità materiale oltre che storica con le vecchie Brigate Rosse.

Vogliamo provare a rispondere seriamente a queste osservazioni?

1) Nella nostra società la spinta rivoluzionaria è sempre stata presente e sempre lo sarà perché siamo nati da una guerra civile che ha visto lottare fianco al fianco, in nome di un nemico comune, persone che avevano obiettivi totalmente differenti. La strategia di breve periodo era assimilabile, ma nel lungo periodo una buona parte di coloro che hanno combattuto il fascismo speravano in una “vera rivoluzione” per raggiungere una società di ispirazione marxista. Poi è successo che quella seconda rivoluzione non c’è mai stata perché i dirigenti del PCI post-liberazione diedero un altolà ed in molti restarono con le pive nel sacco ma non restituirono le armi. Le sotterrarono in attesa di tempi migliori. Poi successe anche che una buona parte di quelli che stavano dalla parte degli sconfitti, furono assimilati nelle strutture della nuova Repubblica, sempre in nome di quell’interesse comune di sconfiggere il nemico d’oltre cortina. Se si fosse avuto il coraggio di fare un Control-Alt-Canc, forse le cose sarebbero cambiate.
Ci saranno sempre dei giovani (e anche meno giovani) che fanno dell’ideale rivoluzionario un sogno e soprattutto una pratica politica. Non potremmo farci mai nulla. Ma la differenza con il passato è che mentre prima potevano contare su ampie fasce di consenso, infiltrarsi fino ad alti livelli delle istituzioni e della società, contare su un contesto internazionale che poteva garantirgli forza e finanziamenti, oggi appaiono solo dei “piccoli illusi” che non capiscono di fare il gioco del nemico, cioè di chi vuole gestire la società per conto degli interessi capitalistici.
Ma le avete viste le armi? Ridicoli residui bellici mezzi arrugginiti, ed è per questo, forse, che gli agenti che li mostravano ai fotografi erano incappucciati, per evitare di prendere il tetano. A parte le organizzazioni di stampo mafioso, il resto dei nemici si sono dimostrati più virtuali che reali ed è per questo che il travestimento da nuclei speciali mi è apparsa più una trovata di marketing che una necessità imposta dall’occasione.
Nessun rischio serio di ritorno di lotta armata, ma possibilità che l’esaltazione individuale porti a delle nuove tragedie che fanno male, in primo luogo alle vittime, ed in secondo luogo proprio a quegli strati di popolazione più deboli cui un rivoluzionario tende il braccio.

2) Le forme di protesta, anche le più estreme purchè nel rispetto delle leggi, in una democrazia rappresentano la garanzia dell’opposizione, del controllo e di quel campanello d’allarme che chi governa dovrebbe tenere presente per avere sempre la misura degli stati d’animo delle piazze. Ricordiamo che la TV non è la realtà, ma solo ciò che qualcuno ha deciso di farci vedere della realtà (e alle volte non è neanche quello, ma sarebbe un discorso troppo lungo). Se in una manifestazione contro il G8 o contro il decreto Gelmini vediamo qualcuno che si lancia delle sedie o che sfascia una vetrina o che, ancora, prova a “caricare” la Polizia, non vuol dire che quella forma di protesta è da bollare come terroristica, ma più semplicemente che quella forma di protesta vede la partecipazione (più o meno legittima) di individui che rappresentano “segmenti violenti” presenti in tutta la nostra società. Non dobbiamo sentirci gratificati e più tranquilli se la Polizia risolve con arresti e pestaggi ed il Governo propone una legge come il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” che limiterebbe il diritto a manifestare facendolo diventare una discrezionalità del Prefetto.
E’ certo, però, che dobbiamo continuare a tenere “alta la guardia” perché degli episodi isolati, purtroppo, non possono essere totalmente esclusi.

3) Come prima cosa è utile ricordare che Ernesto Morlacchi è semplicemente stato inserito nel registro degli indagati e non è stato preso nessun provvedimento nei suoi confronti. E un indagato è innocente, almeno fino a prova contraria. Poiché dubito che gli investigatori non abbiano letto il libro del fratello Manolo, la storia di “Ernestino il clandestino” non credo fosse una novità per loro. La conoscenza con certi personaggi deve averli portati ad ulteriori approfondimenti.
Ma se il legame con il passato è ancora vivo, è solo ed esclusivamente in virtù di un motivo. Quel passato non si è chiuso, nessuno ha avuto il coraggio di fare i conti con la propria storia (e non parlo dei brigatisti, evidentemente). Nessuno ha interesse a fare i conti con la verità anche perché in Italia si ha uno strano concetto di “verità condivisa”: non la si assimila alla somma delle verità di tutti i protagonisti, ma si tende ad identificarla con la verità che fa comodo a tutti i protagonisti. Fino a quando chi stava dall’altra parte (i vecchi partiti, i rappresentanti dei vecchi Governi, le istituzioni, i servizi, la magistratura, le organizzazioni massoniche e le lobbies economiche) non sarà disposto a raccontare la propria storia, che non è proprio limpida quella di Gesù Cristo, dovremmo rassegnarci ad avere emuli di ogni forma di estremismo.
Oggi si può ancora essere rivoluzionari, sognare una società diversa e più giusta, ma è sbagliato pensare che questo obiettivo possa essere raggiungibile con le armi e la “lotta di popolo armata”. Chiudere i conti sugli anni ’70 vuol dire riscrivere una storia condivisa che nessuno potrà più impugnare e strumentalizzare a seconda di come tira il vento. I nostalgici resteranno sempre, ma a nessuno verrà più l’idea di utilizzare gli stessi strumenti del passato, perché si sono dimostrati storicamente inutili.


Non commento, invece, la definizione delirante (oltre che strumentale) del leghista Boni:
«Chiudere definitivamente i centri sociali che il più delle volte si sono dimostrati essere un ricettacolo per violenti e delinquenti, che non esitano a mettere a ferro e fuoco le nostre città»
.

La Lega dice di fare molto lavoro sui giovani e nelle fabbriche per dare risposte alle richieste delle fasce sociali più deboli. Che si rimbocchi le maniche, allora, e se vuole estirpare il male della violenza, si preoccupi di lavorare per limitare al minimo “l’acqua in cui nuotano i pesci rivoluzionari”, ma non si illuda di poter chiudere l’oceano.

>> Speciale Arresti dell'11 giugno <<
>> Articolo di Giorgio Guidelli su Il Resto del Carlino <<
 
Di Manlio  11/06/2009, in Attualità (1366 letture)
Mi ha scritto Giorgia Celli, una delle tante cittadine di Ostia che non hanno condiviso la scelta della presenza di Ligio Gelli nella cittadina del litorale laziale.

La città si mobiliterà dandosi appuntamento davanti al Teatro Manfredi per una manifestazione pacifica alla quale hanno aderito già in molti.

Pubblico volentieri l'appello che mi è arrivato perchè ritengo che esprima molto bene i concetti chiave ed i valori che hanno guidato i promotori.

APPELLO ALLA CITTA'

Sabato 30 Maggio 2009, fra lo stupore e l’indignazione di tutti, veniva annunciato nell’aula consiliare del 13° Municipio, con la partecipazione ufficiale del presidente Giacomo Vizzani e di numerosi esponenti della maggioranza, la consegna del premio culturale “Città di Ostia” a Licio Gelli, uno dei personaggi più vergognosi della storia d’Italia.

Licio Gelli ha combattuto nelle “camice nere” al fianco del generale Franco contro la Repubblica Spagnola; ha militato nella Repubblica di Salò divenendo ufficiale di collegamento fra il fascismo ed il reich di Hitler; è stato protagonista delle trame più oscure e nere della storia del nostro paese: dal crac del banco ambrosiano, a Gladio, alla stagione dei tentati golpe e dello stragismo. Licio Gelli è stato condannato per depistaggio per la strage di Bologna. E’ “maestro venerabile” della Loggia Massonica P2 che aveva l’obiettivo, attraverso un disegno eversivo, di ribaltare l’assetto democratico del nostro paese.

I cittadini che si riconoscono nei valori non negoziabili della Costituzione e della Democrazia, rifiutano di associare il nome della nostra città a tale personaggio; respingono con la massima fermezza l’assegnazione di un riconoscimento per la “poesia” a tale spregevole individuo, “scrittore” soltanto di pagine vergnose della storia italiana.

Giudichiamo di una gravità inaudita il sostegno politico ed isituzionale dato all’iniziativa dal presidente Vizzani e dalla maggioranza del 13° Municipio, di cui registriamo, a tutt’oggi, l’assenza di una chiara e netta dichiarazione di dissociazione isituzionale e politica.

Allo stesso modo crediamo indispensabile, di fronte a quello che sta accadendo, schierarsi e prendere parola; rivendicare un altro modo di fare cultura ed un’ idea altra di città e di società. Cosi come è indispensabile difendere gli spazi di democrazia e di partecipazione e, insieme, le esperienze importanti realizzate dal basso sul nostro territorio.

Facciamo appello a tutte le realtà civiche ed artistiche, A TUTTI I CITTADINI E LE CITTADINE, affinchè esprimano la propria Iindignazione aderendo al nostro appello e costruendo insieme una mobilitazione civile e partecipata.

SABATO 13 GIUGNO ORE 17

DI FRONTE AL TEATRO MANFREDI DI OSTIA

(via dei Pallottini 10, difronte alla stazione Lido Centro).

MANIFESTAZIONE

RECITAL DI POESIE ED HAPPENING


Rete democratica
(hanno già aderito)
prime adesioni: ANPI Roma e Ostia, Ass. Caponnetto, Unione Inquilini, Caritas territoriale di Ostia Comitato amici della Madonnetta, ass. Severiana, Comitato civico entroterra 13, CCNO (Comitato Cittadini Nuova Ostia), Affabulazione, , Ostia che cammina, Le Sirene, amici di B. Grillo XIII Municipio e Lista Civica Beppe Grillo Roma cinque stelle, Sinistra e Libertà, LIBERA Municipio 13, Partito Democratico, missione sociale La Ciurma, Italia dei Valori, L’allegra banderuola, Verdi Municipio XIII, Gruppo Studentesco di Iniziativa Sociale del Liceo 'A. Labriola', Rifondazione Comunista Ostia e Acilia, Osservatorio civico 13, italialaica.it; Ass. Gruppo Laico di Ricerca; ass. S.i.a.m.o, , Giovani di via Senofane; Coordinamento dei Gruppi di Facebook per le dimissioni di Berlusconi, Partito Socialista del XIII° Municipio, Cobas Sanità Ostia, i Giovani per la Costituzione, Magazzino dei Semi, L'Alternativa' Onlus; Progetto 'Alina', Citto Maselli, Don Roberto Sardelli, Radici nel cemento
 
Il 13 giugno p.v. si terrà il  Premio Internazionale Città di Ostia, e nella sezione cultura il premio internazionale spetterà al poeta LICIO GELLI, attualmente agli arresti domiciliari perchè condannato dalla Cassazione per la sua opera di depistaggio nel processo per la Strage della Stazione di Bologna.

Non mi sembra sia una notizia da commentare.
Chiuso per lutto
, si potrebbe scrivere se questo blog avesse la ribalta nazionale, in memoria delle 85 vittime della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

L'unico commento che ritengo opportuno è il disprezzo ed il disgusto provato per persone come Licio Gelli ed ancor più per chi pensa dio poter utilizzare la sua immagine per pubblicizzare un inesistente premio di provincia che con questa edizione, forse, troverà qualche piccolo spazio nei lanci ANSA. Così quegli oscuri (nel senso che stanno all'ombra dei riflettori) politicanti locali che si agitano dietro poltrone così piccole da stare troppo strette avranno i loro 5 minuti di visibilità nazionale e potranno vantarsi di aver portato alla ribalta mediatica un insignificante premio, che da quest'anno sarà ancora più insignificante.

Indipendentemente dalla qualità letteraria delle sue opere, io credo che qualsiasi uomo di cultura dovrebbe vergognarsi di sedere allo stesso tavolo di chi, come Gelli, ha contribuito ad ammazzare una seconda volta, con i suoi depistaggi, 85 cittadini che quel 2 agosto, probabilmente, andavano in vacanza dopo un anno di duro lavoro.
Fossi uno di loro, sabato prossimo, darei buca e chiederei che fosse letto al pubblico un comunicato che potrebbe suonare più o meno così:

"Gentili Organizzatori del Premio Internazionale Città di Ostia,
mi spiace non poter essere presente alla Vs meritevole manifestazione, ma purtroppo stasera sono morto assieme alla coscienza sociale di tanti connazionali che vorrebbero si superare le divisioni del passato, ma che proprio non se la sentono di vedersi passare sopra il bulldozer della rimozione storica elevando a figura di nobile poeta una persona, attualmente in detenzione domiciliare, ed il cui passato si commenta da solo.
A meno che, per par condicio, non sia prevista la premiazione di altri personaggi di spicco per la nostra moralità quali, ad esempio, tale Salvatore Riina o tale Bernardo Provenzano. In tal caso sarei pronto ad accettare dal Signore, il miracolo della resurrezione
Con ossequioso rispetto"

Vorrei invitarvi ad inviare una mail e/o un fax di protesta ufficiale al Presidente del XIII Municipio di Roma On.le Vizzani. Forse si è ancora in tempo per impedire che un tale personaggio si esibisca in pubblico il 13 giugno.

municipio.13@comune.roma.it
Ostia
Via Angelo Celli, 2/c,
telefono 0669613333 o 065622701,
fax 065622339

Allego la protesta dei cittadini di Ostia

 
Si è parlato di riconciliazione, nelle settimane scorse. Si è invitato chi poteva parlare a dire quello che sapeva. Si è sollecitato chiunque, nel nome della riappacificazione storica, a contribuire affinchè la verità sulle principali tragedie italiane prevaricasse i piccoli interessi di bottega.

Il 27 maggio (l’altro ieri) viene annunciato il primo libro della collana inchieste di Ponte alle Grazie, un lavoro immane sulla strage di piazza Fontana, la madre di tutte le stragi. Paolo Cucchiarelli era consapevole, prima dell’uscita del libro, che la sua tesi potesse risultare scomoda sia a destra che a sinistra. Ma i dati oggettivi della sua inchiesta hanno portato all’ipotesi delle due bombe. E lui ha avuto il coraggio di metterla sul tavolo per discutere, sperando che dagli “elementi dissonanti” della sua inchiesta qualcosa o qualcuno potesse inserire i tasselli mancanti (prevalentemente nomi e cognomi) che non spetta di certo ad un giornalista fare.

E invece niente. Neanche la soddisfazione del preannuncio di una querela o un articolo in prima pagina che smonta ad una ad una le analisi di Cucchiarelli.
Tempi duri, questi, per un giornalista d’inchiesta.

Poche testate hanno riportato la notizia, qualcuna con una forma di diffidenza “a prescindere”. Pochi blog hanno dato risalto all’ipotesi, fosse pure per affossarla.

Mi viene in mente il clamore che fece, a settembre, l’uscita della riedizione del libro dell’infame, che nulla conteneva di nuovo se non la notizia che Peci s’era beccato un tumore che diceva di aver sconfitto (la parola sconfitta, però, è da utilizzare con cautela in certe patologie).
Paroloni, recensioni, urla. E, soprattutto, la presunzione di invitare tutti gli ex brigatisti a raccontare la verità, come aveva fatto Peci. L’ex, malaticcio, pentito da prendere ad esempio. Salvo il fatto che nel suo libro Peci non dicesse nulla di nuovo rispetto a quanto già non si sapesse e che dopo trent’anni le indicibili verità non possono ancora essere rivelate.

Quando uno, invece, cerca seriamente di portare un contributo alla verità (magari migliorabile, per carità) cosa accade? Che piuttosto di scegliere il confronto si opta per la più comoda strada della non curanza.

Non mi si venga a dire che in questo Paese c’è la volontà di riappacificazione, di voler voltare pagina. Io credo che ci sia una precisa strategia: quella di saltare le pagine che non fa piacere leggere e rileggere la storia sulla base di come si vorrebbe che queste fossero scritte.
E’ destabilizzante, per il nostro Paese, che qualcuno dica che quelle pagine sono state scritte e sarebbe il caso che ci si prendesse la briga di leggerle. Sono passati 40 anni, sarebbe il caso, come dice Cucchiarelli, che la prassi della politica riprendesse ad essere fondata sul rispetto della verità.

Alcuni link interessanti di approfondimento:
Interviste dopo la conferenza stampa del 28 maggio 2009 a Milano
Intervista di Alessandro Forlani per "Pagine in frequenza"
Piazza Fontana: la giustizia alza bandiera bianca
La strage dai capelli bianchi
30 Giugno 2001: Tre ergastoli per Piazza Fontana
Piazza Fontana 30 anni dopo

 
Non è neanche un giorno che si parla dell'inchiesta di Paolo Cucchiarelli su piazza Fontana che già si sono scatenati "i dilettanti allo sbaraglio", cioè quella categoria di persone che, dall'alto della loro saccenza, pensano di poter irridere un lavoro di 10 anni, solo perchè da un articolo su un quotidiano, hanno capito tutto.

Non so chi sia materialmente l'estensore del post tratto dal blog BlitzQuotidiano che pubblico qui sotto, ma di chiunque si tratti devo dire che lo prenderò ad esempio sul come non fare giornalismo e sul come non trattare un argomento come lo stragismo e tutti i morti che si è portato dietro.

Dunque, a questo  link, trovate la seguente "perla".

Terrorismo/ Chi mise la bomba a Piazza Fontana? Risposta del “Corriere”: fascisti e anarchici, le bombe erano due. E il dramma diventa commedia
Chi mise la bomba nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre del 1969? Chi uccise e ferì, chi organizzò la strage? I fascisti o gli anarchici, la destra o la sinistra eversiva? Da 40 anni si rincorrono opinioni, ricostruzioni, processi. Ora un’inchiesta del Corriere della Sera risolve salomonicamente la questione e applica la “par condicio” della bomba. Insomma, chi la mise? Elementare Watson, la misero tutti perchè le bombe erano due, una fascista e una anarchica. La prima fece scoppiare la seconda.
Come e perchè le due bombe si sono date appuntamento lo stesso giorno nella stessa banca non risulta chiarissimo. Chiarissimo è invece che con la trovata delle due bombe due la storia diventa finalmente revisionata ed equanime: una bomba per uno non fa male a nessuno. Una pagina intera di giornale per sostenere tutti colpevoli: Freda e Ventura ma anche Valpreda e Pinelli. Una pagina intera per raccontare un dramma italiano come fosse una commedia, una commedia all’italiana. Se non ci fossero quei poveri morti di mezzo, lo sceneggiatore del nuovo copione potrebbe essere la premiata coppia dei fratelli Vanzina.

Possiamo dire che è un "pezzo da manuale"?

La paternità dell'inchiesta viene attribuita al "Corriere della Sera", la tesi delle due bombe è definita "salomonica", quindi nata con l'obiettivo di posizionarsi come giusta ed imparziale, poco chiaro risulterebbe come le due bombe sarebbero arrivate nella stessa banca.

Alla certezza che l'autore del post non ha letto il libro, si aggiunge il sospetto (neanche troppo infondato) che non abbia neanche letto l'articolo del Corriere. La cosa più sconvolgente è l'idea che questa persona si è fatta di inchiesta giornalistica. Che sarebbe possibile, cioè, sintetizzare un'inchiesta come quella per una strage che fa 17 morti, in una pagina di quotidiano (anzi, per l''autore una pagina intera sembrerebbe anche troppa per le tesi riportate...).  Neanche il Commissario Basettoni riuscirebbe a condensare un'inchiesta sul colpo grosso a Topolinia in una sola puntata di Topolino. Ma secondo l'autore del post (del quale mi piacerebbe davvero  conoscere il nome) il Corriere sarebbe riuscito ad arrivare alla verità in un'inchiesta dove si sono arenati 11 processi, e riassumere i risultati in una sola pagina.

Forse è vero che "una bomba per uno non fa male a nessuno". Ma articoli come questo fanno male alla storia ed al giornalismo.

Un'aggiunta del 29 maggio, per la cronaca.
Dopo il mio post di ieri, gli autori dell'articolo in questione hanno modificato il testo rettificando sia la fonte che ha prodotto l'inchiesta sia aggiungendo delle formattazioni al testo.



Mi auguro che la rettifica più importante, e cioè dell'attribuzione dell'inchiesta a Paolo Cucchiarelli, sia dovuta ad una rilettura più attente dell'articolo del Corriere e che questo possa suggerire maggiore attenzione le prossime volte nel riportare le notizie...
 
Dopo mesi di riservatezza assoluta (e vi assicuro che mantenere un segreto del genere l'è dura) è finalmente in tutte le librerie il libro inchiesta sulla "madre di tutte le stragi", ovvero la strage del 12 dicembre 1969 che uccise 17 persone e che ne portò altre due come quella dell'anarchico Pinelli e del commissario Calabresi.

Settecento pagine di inchiesta, una enormità, soprattutto se si pensa che 300 pagine infarcite di virgolettati presi dai libri sono le inchieste alle quali siamo abituati. Un'opera colossale, da studiare con attenzione ed umiltà uscita dal genio di Paolo Cucchiarelli. Un lavoro da affrontare con grande umiltà perchè non deve essere preso come l'ennesima tesi di comodo (o accomodante) ma come il risultato di uno studio lungo e di un lavoro sul campo, analizzando i dati ed i fatti ed ascoltando tanti protagonisti ed osservatori privilegiati.

Tante novità, come quella ripresa da tutte le agenzie che riguarda la presenza di due bombe, una di matrice anarchica (ad effetto dimostrativo) ed una fascista (Ordine Nuovo, per uccidere). Io non ho ancora letto il libro ma le anticipazioni accennatemi da Cucchiarelli lasciano immaginare uno scenario davvero devastante per le conoscenze acquisite in 40 anni di depistaggi.

Cucchiarelli dimostra come il principale obiettivo politico di tutta l’operazione fosse Aldo Moro, che, nel novembre del 1968, aveva varato la “strategia dell’attenzione” nei confronti del Pci. Con le loro bombe i neofascisti  tentarono di far ricadere tutta la colpa della strage sugli anarchici e sull’editore di sinistra Giangiacomo Feltrinelli. Ecco perché, da molti mesi, nelle presentazioni del mio libro sto proponendo una proporzione suggeritami da Cucchiarelli e che, a prima vista, poteva sembrare azzardata e illogica: "piazza Fontana sta a Moro come via Fani sta a Moro". Insomma, di materiale nuovo e di grande qualità ne abbiamo abbastanza e abbiamo tutto il tempo per studiarlo e fare le nostre analisi.

Vorrei che tutti ci prendessimo un impegno. Studiare con attenzione i contenuti e poi parlarne, rifletterci su, condividere o confrontarci sulle differenze. Una sola preghiera: leggiamo il libro, prima di tutto.
 
Lorenzo Conti, figlio dell’ex Sindaco di Firenze Lando Conti ucciso dalle BR nel 1986, in una lettera a Napolitano (nella quale ha espresso forti critiche nella gestione della II giornata per le vittime del terrorismo) ha riproposto un ritornello che da tanti anni si sente in Italia: chiudiamo gli anni di piombo facendo emergere la verità ma rinunciando a condannare i colpevoli dei crimini confessati.
Se non fosse perché trattasi apertamente di un'ipotesi irrealizzabile, sarebbe un’affermazione da standing ovation.

Perché il concetto "verità in cambio di impunità" è una pura illusione? Procediamo con ordine.

Si porta sempre l’esempio del Sudafrica e del modo voluto da Nelson Mandela come strumento strategico per la riconciliazione nazionale dopo l'apartheid. In Sudafrica, però, ci si dimentica che la parola riconciliazione non fu affidata alla giustizia ma ad una Commissione (la Truth and Reconciliation Commission) che per le stesse parole del suo Presidente Desmond Tutu «fu istituita come meccanismo per gestire le ingiustizie del passato; perché altrimenti quelle stesse ingiustizie avrebbero continuato ad affliggere il nuovo governo e a minacciare le fragili strutture della nuova democrazia del Sudafrica» e come precisò ancor meglio lo stesso Mandela «nonaveva l’obiettivo della giustizia ma della verità: la verità dei fatti, la verità imbavagliata e incatenata nelle camere di tortura e nei luoghi occulti dove operavano gli aguzzini dell’apartheid»
Altra peculiarità della soluzione sudafricana fu che per ottenere l'amnistia da condanne per la violazione dei diritti umani non era necessario il pentimento né il rimorso, né tantomeno il perdono che, a volte, veniva accordato dalle stesse vittime o dai loro parenti. Veniva richiesta invece l'ammissione dettagliata, completa e pubblica dei propri crimini. Era questa l’auto-punizione esemplare, un’esperienza traumatica che rappresentava, contemporaneamente, anche il superamento dei propri atti.

Come sono andate le cose in Italia? La giustizia ha processato oltre 6.000 persone infliggendo valanghe di ergastoli ed anni di carcere, ha istituito le carceri speciali all’interno delle quali le violenze sono continuate, spesso, a parti invertite.
Quando coloro che avevano impugnato le armi, hanno capito che l’esperienza era finita e che occorreva ammettere la propria sconfitta e lavorare insieme per la chiusura di quegli anni come frutto di un’esperienza collettiva, la politica ha completato il lavoro iniziato dai magistrati negando fino alla nausea l’esistenza di un conflitto sociale e sottolineando come tutti i crimini commessi fossero solo il frutto dell’opera di pochi delinquenti isolati dal resto della società. L’unica variante era sul tentativo di attribuire oltre confine la direzione e la guida di questi “manovali della rivoluzione” (naturalmente a carico di una delle due grandi potenze a seconda della parte dalla quale si stava).

Per quanto riguarda la verità, ci sarebbe da scrivere un trattato enciclopedico ad iniziare dal porsi alcune domande fondamentali. 1) Chi dovrebbe dire la prima verità? 2) Si dovrebbe parlare dei propri crimini o sarebbe preferibile si potesse chiamare in causa anche terze persone? 3) Nel caso dovrebbe trattarsi esclusivamente di gente viva (in modo che siano possibili delle repliche)?
Problemi non da poco. Proviamo a discuterne.

Il primo punto. Che ne dite se a parlare per primo sia chi, fino ad ora, ha detto di meno o ha sempre negato tutto? Non sarebbe un cattivo punto di partenza. Dalla parte degli ex terroristi in molti hanno scelto la strada della dissociazione o del pentimento e, Peci a parte ma per i motivi che tutti conosciamo, nessuno ha avuto in premio l’impunità. Mai sono stati tirati in ballo personaggi esterni alle organizzazioni, persone della società che pur non avendo aderito alle scelte militari potrebbero averne condizionato o favorito alcune azioni. Cosa potrebbe emergere da queste ammissioni? Mah, padroni di casa, suggeritori culturali, prestanome. Sinceramente non credo aiuterebbe più di tanto la riconciliazione sapere se il direttore di una testata giornalistica abbia ospitato incontri tra brigatisti e altri personaggi più o meno ai margini della lotta armata. Anzi, la loro impunità servirebbe quasi certamente ad accentuare le divisioni politiche odierne fondate sul rassicurante alibi delle guerre del passato. C’è qualcun altro che non ha mai parlato? A pensarci bene, direi proprio di si.

Le recenti acquisizioni di documenti e l’inchiesta che Stefania Limiti ha ben rappresentato nel suo “L’Anello della Repubblica” dimostrano che in Italia sono sempre esistite delle strutture illegali e clandestine alle dipendenze di pochi personaggi politici (adesso si capisce anche perché per 40 anni al governo ci siano state sempre le stesse persone) che hanno avuto ruoli importanti in vicende chiave della nostra democrazia. E se nel caso Cirillo l’aver mediato segretamente con Giovanni Senzani e la Nuova Camorra di Raffaele Cutolo e l’aver sborsato oltre un miliardo di lire ha portato alla liberazione del politico democristiano, nei casi di Moro e Kappler le cose sono andate diversamente.
Intendiamoci. E’ lecito che uno Stato si doti di strutture segrete, se queste devono utilizzare la segretezza per garantire, attraverso dei sacrifici, il bene di tutti. Ma se queste sono alle dipendenze d una ristretta cerchia politica e non possono essere al servizio della magistratura perché inesistenti, ed aggiungiamoci anche che si dovrebbero occupare di affari sporchi come incidenti e omicidi, allora io le chiamerei sovversive.

Io credo che lo Stato non ci abbia detto ancora nulla. E anche se i problemi siano potuti provenire da singoli disegni criminosi operati da strutture dell’intelligence o di forze armate convenzionali e non, dubito che i vertici della politica non ne siano venuti a conoscenza e, di conseguenza, non abbiano autorizzato certe strategie. Magari correggendole e assicurando protezioni.
Caro Conti, come si sentirebbero le famiglie delle vittime di piazza della Loggia o di piazza Fontana se qualche funzionario di Stato accogliesse il suo invito e dicesse una verità imbarazzante? Sareste pronti a sobbarcarvi anche questo peso? E a che servirebbe? Ad accendere ancora di più il conflitto?

No, caro Conti. Non ce la possiamo permettere la verità in questo Paese. Non farebbe comodo a nessuno. E’ il “punto di equilibrio di Nash” della nostra storia recente, che permette a tutti di ricavare il massimo dall’assurda situazione nella quale ci ritroviamo. Spesso sento la gente chiedersi se i terroristi hanno vinto. Credo abbiano vinto tutti, credo sia stata trovata la strada per far pagare il meno possibile a tutti quando alla fine il più forte ha prevalso.

Anche se non credo alla verità come gesto di auto-accusa, le posso assicurare che sono invece fiducioso che qualcuno sarà capace di sbrogliare alcune importanti matasse. Non un punto di arrivo, ma un bel punto partenza. Tanto per cominciare.
Che ne dice di riaggiornarci al prossimo weekend? Sono con degli amici intorno ad un tavolo ed un simpatico spiritello mi ha appena rivelato il nome di una piazza, un anno ed una data di fine maggio.
Non so voi, ma io mi segno l’appuntamento, senò rischio di prendere altri impegni.
 
Il 20 maggio 1999 ebbi una giornata molto travagliata e fui “fuori servizio” per 24 ore.
La mattina seguente la radiosveglia, sintonizzata sul GR1 delle 7.00, mi riportò nel mondo con la notizia dell’uccisione di Massimo D’Antona, per mano delle BR. Dopo aver escluso un viaggio nella DeLorean di Marty McFly e Doc Brown e il fatto che si potesse trattare di materiale di archivio, dire che rimasi esterrefatto è voler minimizzare lo stato d’animo che mi accompagnò per tutta la giornata.

Fino all’arresto della Lioce (la morte del suo compagno Galesi e dell’agente Petri) e con un altro omicidio di mezzo, quello del consulente Marco Biagi (collega di D’Antona), si è stati tutti assaliti dallo stesso interrogativo: “Chi sono questi e chi c’è dietro?”.
Solo la Commissione Stragi aveva colto nel segno scovando un fil rouge con l’ultima fase di attività brigatista prima della “ritirata strategica”. Il cosiddetto filone fiorentino.

Poi gli altri arresti (Mezzasalma, Morandi, Saraceni, Banelli, Broccatelli, ecc.), i processi e le condanne, il pentimento della Banelli.

Poi una nuova ondata di arresti nel febbraio del 2007 (ben 15 tra cui i cinquantenni Davanzo,Latino e Ghiradi ma anche giovani ventenni come Mazzamauro e Salotto) con i quali sarebbero state sventate possibili nuove azioni militari.

Le recenti polemiche dovute alle mancate estradizioni di Marina Petrella e Cesare Battisti da parte del Governo francese e quello brasiliano hanno contribuito ad arroventare il clima sociale già fin troppo acceso. Gli ultimi fatti delle proteste studentesche di Roma (l’Onda) contro il decreto Gelmini e i conseguenti scontri con gli studenti di destra di Blocco Studentesco, ed il disordine seguito al tentativo di forzare i blocchi della polizia a Torino in occasione del G8 University Summit hanno definitivamente allontanato ogni possibilità di dialogo perché, in un clima da strategia della tensione, cercare di comprendere anni passati o conflitti presenti comporta l’essere etichettati come “pericolosi sovversivi”.

E, sempre di questi giorni, l’imbrattamento della lapide dedicata alla memoria del Commissario Luigi Calabresi con la scritta “Calabresi assassino” probabilmente per opera di chi nel 1972 non era ancora nato o aveva da poco tolto il pannolino.



Arresti e disordini di piazza possono essere il segno che il rischio di un ritorno del terrorismo, ma più precisamente della lotta armata, sia ancora elevato nel nostro Paese?

Ecco alcune recenti dichiarazioni in merito:
Roberto Maroni «C'è chi parla del terrorismo e della violenza degli anni '70 come di una stagione chiusa, ma ci sono segnali inquietanti da indagini nelle scorse settimane, che indicano che non possiamo stare così tranquilli, segnali che ci fanno considerare che l'attenzione nei confronti di questo fenomeno non può essere abbassata. Abbiamo altri appuntamenti significativi come il G8 dell'Aquila e ci attrezziamo per affrontarli, ma temo che episodi di violenza come quello di oggi a Torino potranno ripetersi». (19 maggio ANSA)


Massimo D’Alema «O il ministro degli Interni ha degli elementi, e quindi deve informare il Parlamento, oppure dovrebbe usare una maggiore cautela» (19 maggio ADNKronos)

Valter Veltroni
«C'è un clima d'odio che rischia di degenerare, nella società italiana si sta facendo di nuovo strada una certa deriva giustificazionista della violenza. Sono cose che non possono essere tollerate. «Non consideriamo mai concluso una volta per sempre il rischio del terrorismo, non dobbiamo sottovalutare che quando emerge una crisi sociale c'è il rischio della violenza» (19 maggio ADNKronos)

Olga D’Antona «Non si può abbassare la guardia in questo Paese dove il terrorismo sembra entrare in immersione ma poi come un fenomeno carsico riemerge. Non si può solo seguire l’emergenza ma ci vuole un’azione di prevenzione»

Paolo Ferrero «Grazie a Dio oggi mi pare il terrorismo in Italia non ci sia, e questo è assolutamente un bene. Non bisogna mettere insieme le contestazioni anche quelle dure che non condivido per nulla, e il terrorismo. Sono due cose diverse e penso che sia sano tenerle distinte» (20 maggio ANSA)

Armando Spataro
«Io penso che sia allarmismo, devo essere sincero ed onesto. E’ ovvio che non si può minimamente abbassare la guardia e anche questo tipo di antagonismo che teorizza la violenza vada tenuto sotto controllo. Ogni democrazia avanzata deve fare i conti, quasi fisiologicamente, con manifestazioni di violenza di questo tipo. Ma attenzione a lanciare allarmi che gli addetti ai lavori sanno tenere nella giusta dimensione ma che potrebbero essere non solo infondati ma favorire fughe verso la rinuncia dei propri diritti pur di sentirsi garantiti sul piano della sicurezza. E’ una vecchia storia». (19 maggio TG2 Punto di Vista)

Ora io non sono un esperto e non sono nemmeno un addetto ai lavori.
Ma il gioco cui stiamo assistendo, non mi piace per niente. Il fatto di sapere che un giorno siamo sotto la minaccia del ritorno degli anni di piombo e l’altro potrebbero esserci i presupposti per una riappacificazione con il passato mi sembra tanto il gioco delle tre carte dove, magari, per pura combinazione una volta ti può anche capitare di vincere ma alla fine è sempre lo Stato che sbanca. Ho detto Stato? Scusate, volevo dire il banco…
 
Ancora una volta nel giro di pochi giorni, c'è chi se ne va in giro con la bomboletta a spray a tentare di emulare ciò che evidentemente ha avuto modo di leggere sui libri (perché dubito che possa trattarsi di persone che hanno vissuto quegli anni). E l'obiettivo, data la ricorrenza del 17 maggio, è ancora Luigi Calabresi, ucciso proprio il 17 maggio del 1972.
Ecco, per la cronaca, i lanci delle principali agenzie nazionali

"È il secondo episodio a Milano in tre giorni: dopo la scritta 'Calabresi assassino' comparsa sul muro esterno della chiesa di Santa Francesca Romana vicino a corso Buenos Aires, ieri è stata imbrattata la targa dedicata al commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972. Sulla lapide di via Cherubini, posta dal comune di Milano nel 2007, è stato disegnato un cerchio con una 'A' al centro. La scritta è stata subito rimossa dagli operatori dell'Amsa. Il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato ha commentato così l'atto vandalico: » Segnali come questo non devono essere sottovalutati«. (Fonte ANSA)"

''Nella mattinata di ieri e' stata imbrattata la targa sulla lapide di via Cherubini dedicata al commissario Calabresi. Lapide che il Comune di Milano aveva scoperto nel maggio 2007. L'Amsa ha gia' provveduto a ripulire la scritta che recava un cerchio con una 'A' al centro''. Lo comunica Riccardo De Corato, vice sindaco di Milano. ''A distanza di soli due giorni dalla vergognosa scritta apparsa su una chiesa, in piazza Santa Francesca Romana -sottolinea De Corato- questo ennesimo affronto non puo' che inquietare. E' evidente che in certi ambienti e' stato mal digerito l'alto gesto di valore morale di cui si e' reso protagonista il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha promosso uno storico incontro tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi''. In questo modo ''si continuano ad alimentare infamie, falsita' e doppie verita' -conclude De Corato- soffiando sul fuoco su vicende che dal punto di vista giudiziario e storico sono chiuse. Segnali come questo non devono essere sottovalutati: gli anni di piombo non arrivarono dal nulla, ma furono l'approdo di continui messaggi di odio che alla fine sfociarono nella caccia all'uomo con le spranghe''. Fonte ADNKronos"


Ora a me poco interessa giudicare la gravità morale del fatto in se. Ma vorrei fare due considerazioni, una politica l'altra storica.

Quella politica.
Gli anni di piombo, caro De Corato, non furono "l'approdo di continui messaggi di odio". Si vada a leggere la storia. Caso mai sono l'errata valutazione di un gruppo (neanche tanto esiguo) di giovani che lessero nel crescente clima di contestazione che stava alla base della società di allora e che coinvolgeva le lotte per la casa, per i servizi, per i diritti sul lavoro, per i diritti allo studio, al salario, e via dicendo, la possibilità che si potesse avviare un processo rivoluzionario. E, soprattutto, che tale processo poteva essere portato a compimento. Non alimentiamo il clima d'odio già pesante che viviamo di questi tempi, con paradossi come quello che una "A cerchiata" su una lapide potrebbe dare nuovo vigore a forze che spesso esistono solo nella mente chi ha interesse a strumentalizzare degli atti idioti e moralmente deprecabili.

Quella storica.
Per l'omicidio Calabresi esiste una verità giudiziaria ma non ancora una verità storica. Allora vorrei proporre un gioco (e sottolineo che di gioco si tratta) per "vedere l'effetto che fa". Ipotizziamo che la verità vera sulla fine di Calabresi non sia stata ancora scritta. Che, per esempio, sia Pinelli che Calabresi (le cui vedove il Presidente Napolitano ha recentemente invitato al Quirinale come vittime del terrorismo) siano vittime di Stato, che siano morte per uno stesso motivo e che chi ha deciso la morte del primo sia stato, di fatto, il mandante dell'omicidio del secondo. Una provocazione, la mia. Ma riflettiamo sull'importanza di una verità diversa e sconvolgente rispetto a quella, più comoda e rassicurante, che conosciamo.
Ragioneremmo ancora così? Avremmo ancora degli idioti che a distanza di 37 anni imbrattano delle lapidi? O dei giovani (e vecchi nostalgici) che progettano attentati contro giuslavoristi? Dovremmo ancora invocare il pericolo terrorismo dietro ogni piccolo atto che oltre il teppismo è difficile catalogare?

Di certo vivremmo meglio. E allora non fermiamoci. Andiamo avanti e cerchiamole (e chiediamole) quelle verità di Stato che tutti sappiamo ma che nessuno ha le prove per smascherare. E parliamone, parliamone, e parliamone ancora.

Tutto sta a scoprirla la verità, non a scegliersela.
 
Di Manlio  17/05/2009, in Attualità (1992 letture)
Questa sera nella trasmissione di Radio24 "Storiacce" condotta da Raffaella Calandra, è stata ospite Licia Pinelli moglie del cittadino che entrato in Questura il 12 dicembre 1969 ne uscì morto il 15 dicembre da una finestra del quarto piano.

Non importa come (anche se la signora parla di "picchiato e creduto morto e buttato dalla finestra"). Quello che conta è che un cittadino innocente è entrato vivo in una Questura e ne sia uscito morto.

Il 9 maggio il Presidente Napolitano ha celebrato la seconda giornata per le vittime del terrorismo ed ha invitato al Quirinale sia la vedova Calabresi che la vedova Pinelli. Se per Luigi Calabresi (commissario dalla cui stanza "volò" l'anarchico Pinelli) la storia parla di "morte per terrorismo", fino ad ora non si era mai avuto il coraggio di accostare la fine ddi Giuseppe Pinelli alla stessa causa. Con la conseguenza che se anche Pinelli deve essere considerato vittima del terrorismo, allora ad essere terrorista, per la prima volta, è stato riconosciuto lo Stato italiano.

Non è cosa da poco e credo che il gesto di Napolitano sia stato dettato dalla volontà di non farsi trovare impreparato alla imminente scoperta della verità su Piazza Fontana. Perchè lui sa, e sanno anche Cossiga, Andreotti, i vertici dei servizi. E allora, forse, è meglio iniziare ad invitare i colpevoli a dire la verità, che i tempi sono maturi.
Ma i tempi (come le pere) non maturano per caso. Se un albero si lascia senz'acqua, le pere seccano, ma se le si lasciano troppo tempo sul ramo va a finire che maturano e ti cascano in testa.

Qui sotto l'intervista a Licia Pinelli rilasciata a Radio 24.

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