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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Manlio  03/09/2007, in Interviste (5302 letture)

Il contesto degli anni a cavallo tra la fine dei '60 e l'inizio dei '70 era caratterizzato dalle lotte operaie nelle grandi fabbriche, le lotte per la casa e per il lavoro e, in un secondo momento, le lotte studentesche. Un periodo segnato anche dalle stragi, interpretate da molti come la risposta violenta dello Stato a quelle lotte...

 

R. Affrontare la complessità dello scontro che lei accenna con queste premesse,(i movimenti, la reazione, le stragi ecc) e tutti gli elementi che lo hanno attraversato, più che una risposta necessiterebbe un libro. Cercherò di limitarmi a sintetizzare il tutto attraverso delle date che diano per sommi capi lo schema dei vari passaggi che quella realtà ha secondo me espresso. 

“Tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ‘70” credo che sia un conteggio limitativo, non solo sul piano temporale, ma anche su quello politico e sociale di quel fenomeno.

E’ vero che il “Movimento” visto con la M maiuscola porta il ‘68-’69 come data della sua più elevata visibilità, ma io ritengo che per coglierne la complessità e la sua immensa capacità di tenuta e durata protrattasi 15 anni, le date da osservarne come “preludio” vengano ben prima.

E’ all’inizio degli anni ’60 che secondo me si chiude in Italia la fase del primo dopoguerra, quella della “ricostruzione” nella quale pur in presenza di contraddizioni e lotte, quella per la sopravvivenza, è ancora dominante. E’ da li che iniziano a vedersi i primi segnali di una società in una profonda fase di passaggio sociale e politico prodotto dallo sviluppo del nuovo modo di produzione capitalistico (la catena di montaggio, l’operaio massa) con tutte le contraddizioni che questo produrrà. Il luglio ’60 con i suoi scontri di piazza e i suoi morti è sì la risposta al governo Tambroni ed al ritorno dei fascisti sulla scena politica governativa, ma è ancor più il segnale di una nuova figura sociale che sta materializzandosi e prendendo forma nel paese. I ragazzi con le “magliette a striscie” sono l’espressione di una brace che fora la cenere e comincia ad esprimere e rivendicare dei bisogni che sono indotti dallo sviluppo che è avvenuto nella società capitalista nel dopoguerra.

Una brace che porta segnali che sono sociali, generazionali, culturali, ma che, messi assieme divengono un grumo che pone problemi politici, con la P maiuscola, non quella del palazzo. 

Come sempre tutti i fenomeni storici sono la somma di mille contraddizioni vecchie e nuove, nazionali ed internazionali, che si amalgamano, si contorcono, e producono il potenziale dell’esplosione. Ma il nuovo che esprime quel fenomeno dei primi anni ‘60 è prorompente ed è da lì secondo me che inizia il percorso sociale e politico che poi porterà agli sviluppi del ‘68-’69. 

Piazza Statuto è del ’62, e non è sola, ed è chiaramente il segno ormai di una rottura totale, da parte delle nuove figure sociali che stanno nascendo, con la politica del Pci e le vecchie forme organizzative della sinistra del primo dopoguerra nel nostro paese. E’ attorno a queste nuove figure che inizia anche nel mondo intellettuale una trasformazione degli interessi di ricerca, la quale porterà al sorgere di strumenti di analisi come quella dei “Quaderni”, etc.  

Capire questo è secondo me importante per spiegarsi il livello di sedimentazione che quella realtà ha prodotto, e i tempi della sua tenuta.         

Le stragi. Le stragi sono la risposta dello Stato, di una parte di esso, in quella fase, allo sviluppo della realtà di scombussolamento sociale e politico in corso. L’obiettivo che si pongono con quegli atti, è quello di “bloccare” il paese. Impedire che le tensioni che lo stanno attraversando possano spingerlo verso una sua trasformazione rivoluzionaria. Costringere sotto ricatto le forze politiche istituzionali, in particolare il Pci, ad ergersi a difensore dello stato di cose presente, contro il pericolo di una sua trasformazione reazionaria. E’ un nodo importante questo da cogliere.

La situazione sociale e politica del momento è rivoluzionaria. Le stragi servono ad impedirne un suo sviluppo. Trent’anni dopo lo stesso Cossiga parlerà del ruolo “stabilizzante” di quelle stragi. Ritengo che mai parola d’ordine di quel periodo fu più centrata che l’identificarle appunto come “stragi di Stato”.    

 

Lo scenario storico vede le lotte sociali al centro di uno scontro politico-sociale di livello elevatissimo. La politica, ed il PCI in particolare, si mostrò sorda alle richieste provenienti da quelle lotte. Ci fu un arrocco, più che un tentativo di comprendere e rispondere...

Il PCI, per molti giovani di sinistra dell'epoca, rappresentò un po' una delusione. Larghe parti della sinistra estrema entrarono in contraddizione con la linea ufficiale del partito. Il '68, in questo senso, rappresentò una rottura con il partito e gli anni successivi furono il tentativo di proporre un'alternativa...

 

R. Il Pci era stato costruito e si era sviluppato nel primo dopoguerra in un bagaglio storico e sociale che veniva messo fortemente in discussione da quelle nuove figure operaie e giovanili che lo sviluppo capitalista di quegli anni aveva prodotto.

L’operaio del Pci era stato quello che nel ’45 aveva difeso le fabbriche dai tedeschi, le aveva ricostruite dopo i bombardamenti, come “ricchezza del paese”, anche se di proprietà di padroni che prima erano stati un buona parte fascisti. La figura classica dell’operaio del Pci era quella dell’operaio professionista che “creava” produzione, che “partecipava” allo sviluppo del paese che proveniva dalla guerra e dalla miseria.

Il risultato di questi sacrifici andava al padrone, ma per lui “militante”, queste erano solo le premesse del sol dell’avvenire, o nella parte più cosciente, della ricchezza prodotta nel paese, da raccogliere poi in un futuro prossimo con … “la presa del potere”.

La nuova figura dell’operaio massa, sorta con lo sviluppo della produzione capitalista del dopoguerra, radeva al suolo questa ideologia, la base di questi “valori”.

Il nuovo operaio non era più “solo” uno sfruttato che doveva fare propria, attraverso la lotta politica e sociale, quella produzione. Ne era una figura “estranea”. La nuova organizzazione della produzione e del lavoro, la catena di montaggio non gli appartenevano: ne viveva solo la sua estraniazione, assommata ai ritmi dello sfruttamento, dell’emarginazione e dalla precarietà delle condizioni nelle quali viveva. Questo in relazione con una società che si sviluppava e produceva ricchezza… per pochi. Rabbia e lotta “spontanea”, che parte da bisogni primari, (la sopravvivenza, la casa..) ma che prende presto coscienza della sua potenzialità: il padrone per produrre la sua ricchezza non può in quella fase fare a meno di lui. Questo rende politico lo scontro.

Le parole d’ordine che lo attraversano non sono solo sul salario, sono oggettivamente, e pian piano per molti anche soggettivamente, di potere.

I “bisogni” del salario, dei ritmi, visti come staccati dalle “leggi” della produzione e del mercato. 

Questo il Pci non poteva capirlo. Era estraneo alla sua storia ed al suo percorso sia di analisi che di esperienza politica. Lo sviluppo del capitalismo produceva un nuovo quadro sociale, e questo a sua volta, si immergeva in una condizione internazionale (vedi tracollo del colonialismo, Cina, Vietnam, America Latina) che rendeva potenzialmente rivoluzionaria la situazione.

E’ questo secondo me che va tenuto presente per comprendere la “sordità” del Pci di fronte a quella realtà. Non poteva guidarla perché non poteva nella sua interezza concepirla.           

 
 

L'esperienza delle Brigate Rosse nasce dalle lotte sociali, nei quartieri e nelle grandi fabbriche fuori dalle logiche partitiche ed istituzionali. Le "avanguardie" che portano avanti quel tipo di lotte non si pongono come una rottura dal PCI ma sono un'altra cosa rispetto al PCI. Quali sono state le logiche che hanno portato dalle lotte sociali alla scelta della lotta armata?

Scelta che si relaziona con l'evoluzione delle lotte che portano alla formazione di una sinistra comunemente definita extraparlamentare all'interno della quale si rafforza il pensiero che "era possibile vincere". In un certo senso voi proponente una sinistra offensiva mentre la sinistra istituzionale, da voi criticata, mostrava un eccesso di gioco difensivo...

 

R. Le Brigate Rosse nascono da un percorso interno a quella situazione. E’ un percorso nel sociale, nella materialità dello scontro in corso, ma è ancor più il prodotto di una interpretazione tutta politica della fase nella quale ci troviamo, che ne fanno i suoi militanti.

E’ da li che ne vengono i passaggi e le scelte. Il prodotto di una analisi delle condizioni esistenti in quel momento, ed una scelta politica che abbiamo ritenuto la naturale conseguenza.

Le lotte in corso in quel periodo in se, non sono “soggettivamente” contro il Pci, ne sono fuori oggettivamente.

Sono “fuori dalle logiche partitiche ed istituzionali”, ma non sono fuori dalla politica.

Proprio perché non si pongono il problema della “mediazione” della politica, sono oggettivamente politiche a tutti gli effetti: sono antagoniste. Sono senza mediazione possibile. Il “salario uguale per tutti”, “la casa si prende, l’affitto non si paga”… due delle tante parole d’ordine espresse da quel movimento, sono fuori dalla possibile contrattazione sindacale. La classe operaia non si “dialettizza” con la controparte padronale: esige direttamente una trasformazione totale della sua condizione di vita.

Questo è chiaro che il movimento lo vive come un’onda prodotta dalle sue condizioni precarie ( emigrato emarginato e senza una casa, schiavo di un lavoro che lo rende un ingranaggio della catena, ecc) che esige trasformare. Ma è proprio da questo inizio delle lotte che prendono vita due fenomeni importanti, i quali trasformano oggettivamente lo scontro: 1) la scoperta da parte del movimento della sua forza e di conseguenza della potenzialità dirompente che contiene la sua lotta; 2) la presa d’atto da parte della sua avanguardia cosciente che questo potenziale può esprimersi su problematiche ben più ampie, in grado di modificare nella sostanza politica lo stato di cose presente: la questione del potere.

E’ quello che è successo allora. Ed è da questo, che susseguono le scelte politiche ed organizzative che man mano poi prenderanno forma.

La questione della lotta armata sta nel processo, ma è un suo sviluppo. E’ una scelta soggettiva, ma che è via via sviluppata dalla condizione dello scontro. Ma qua siamo già sulle forme organizzative.

Le prime Brigate Rosse nascono nelle grandi fabbriche del nord come forma organizzata, all’interno delle lotte, in grado di tenere lo scontro in atto di fronte alla controffensiva padronale che sta sviluppandosi (licenziamenti delle avanguardie, denunce e processi, ecc). Costruire cioè un contropotere organizzato all’interno della fabbrica che sia in grado di condizionare le scelte e il comportamento della controparte. Questa è la prima fase delle Brigate Rosse.

Lo scontro col Pci e con il sindacato in questa condizione è tutto politico: mettere in evidenza come un’altra forma organizzata all’interno della classe operaia sia in grado di sostenere quelle esigenze operaie che loro stanno svendendo al padronato.

E’ da questa realtà che man mano si dipana la maturazione di un processo prodotto da mille rivoli.

Il primo è che la lotta, portata a quel livello, prende anche nella sua sostanza l’altezza dello scontro politico, quella di un dualismo di potere sulla lotta per il comando; il secondo è che la contraddizione esce dalla fabbrica, attraversa la vita sociale della metropoli, divenendo così sempre più contraddizione politica con l’istituzione che la governa. Questi sono i fenomeni oggettivi che sorgono da quei passaggi. Ma non sufficienti per spiegarne gli sviluppi.

Infatti in quella condizione, anche buona parte della sinistra antagonista di quegli anni (Potere Operaio; Lotta Continua, ecc ecc), in un modo o nell’altro c’era arrivata, seppur con forme organizzate tra loro differenti.

Quello che fanno i militanti delle Brigate Rosse è un passaggio oltre. L’analisi che esse fanno è tutta politica, ed essa, li porta alla conclusione che ci sono i potenziali e le condizioni per trasformare quelle lotte sociali ed economiche in scontro politico per il potere.

Qui sta il filo rosso per seguire man mano lo sviluppo dei percorsi e delle scelte successivamente fatte dall’Organizzazione . Ovviamente questa scelta soggettiva si è via via misurata, scontrata e condizionata, dagli sviluppi dello scontro in atto nel paese, e dalle scelte politiche della controparte. Basti vedere P.za Fontana, ecc. Ma la cosa che ci tengo a chiarire è che il nodo delle scelte effettuate all’origine è tutto politico, e ne sta a monte, anche se ci si relaziona.

Forse, con l’aria che tira oggi, molti se leggeranno questo ci prenderanno per pazzi, ma noi (per fortuna e con orgoglio) eravamo “figli del novecento” e cioè pensavamo non solo che fosse possibile, ma anche che fosse necessario e giusto, come si dice ironizzando Lenin: “prendere il palazzo d’inverno”, cioè il potere politico dello stato.

Questa penso sia la chiave interpretativa prima, di “quali sono state le logiche che (ci) hanno portato dalle lotte sociali alla scelta della lotta armata”.

 
 

La sinistra istituzionale non rispose alle istanze provenienti dalle lotte: non seppe o non volle?

 

R. Quello che io posso interpretare delle scelte che il Pci fece in quegli anni è che siano state il risultato naturale di un miscuglio di problematiche composito, che erano poi il prodotto di tanti elementi: sviluppo del suo percorso storico, della sua composizione sociale, della collocazione politica del paese, ecc. Il ruolo di “frontiera” nel campo della politica internazionale nel quale si trova il nostro paese, in un mondo diviso in blocchi, con tutto ciò che significava e con le scelte conseguenti fatte al proposito da Togliatti, e man mano sviluppate dal partito dopo Salerno; l’ambito sociale e storico nel quale si è costruito il suo militante, (la “Costituzione” la “politica dei sacrifici”)… Tutti “principi” in contraddizione stridente con le problematiche che poneva l’operaio della catena di montaggio o lo studente di Valle Giulia in quegli anni.

Ritengo che in questo quadro di problematiche, nel partito non potesse che dominare l’incapacità di capire questa nuova realtà e i fenomeni che essa conteneva. 

Ciò che aveva di fronte era un movimento soggettivamente antagonista a quelle regole.

Date queste premesse, dal partito, come naturale, tendeva ad emergere una contraddizione che è “storica”, purtroppo, nel movimento comunista: chi negli ambiti sociali “miei” non è d’accordo con me è sicuramente un “nemico” o un provocatore prezzolato. Una storia che conosciamo bene.  

Con questa chiave di lettura è chiaro che poi non possa altro che determinarsi una classe dirigente del partito molto incancrenita, ed incapace non solo di dialettizzarsi con gli avvenimenti sociali, ma anche solo di “governare” quelle tensioni e quelle modifiche dirompenti, che in qualche modo lo coinvolgono. (Basti vedere dal suo interno la contraddizione “Manifesto”)    

 
 

Per molto tempo (e forse ancora oggi in qualche maniera accade ciò) le Brigate Rosse sono state sedicenti, cosiddette. Il 16 marzo, ad esempio, il Corriere della Sera utilizza le virgolette e scrive: Il Paese rifiuta il ricatto delle "Brigate Rosse". Perchè questo alone di mistero...

 

R. C’è un dato in politica, nella storia del movimento comunista, che è oggettivo: non ammettere la differenza di visione politica o sociale all’interno dell’ambito nel quale sei radicato.

Una brutta malattia, ma purtroppo esisteva… ed esiste. 

E’ chiaro che partendo da questa premessa, chi si muove diversamente da te in quell’area, è l’avversario da estirpare.

Il passo successivo è che ovviamente non può essere che… “al servizio del nemico”

Un caso che può dare luce di questo, sta proprio qui a Reggio Emilia, da dove vengo io. La maggioranza di noi (5/6) ,che eravamo divenuti nomi noti come brigatisti, venivamo dal Pci, e tutta la città lo sapeva benissimo… Il mistero di Pulcinella. Eppure pubblicamente esistito per anni.

Ritengo comunque che, al di là della propaganda dei mezzi di comunicazione, in quegli anni ci siano state situazioni e condizioni nel paese tra loro molto differenti. Un problema è ciò che appare sui giornali, un altro è ciò che sanno, pensano o vivono, quegli operai e quei cittadini che oggettivamente si relazionano nelle fabbriche o nei quartieri con la nostra presenza attiva di propaganda e di combattimento. Nelle grandi fabbriche del nord, la presenza brigatista era ben conosciuta ed accettata, anche se non necessariamente sempre condivisa, da buona parte degli operai presenti. Non è un caso che è proprio quando arriviamo a Guido Rossa che recepiamo, seppur in ritardo, il grosso mutamento in corso nella realtà del paese. Che una fase politica si stava chiudendo. O in molti settori era già chiusa.

Per arrivare a come poi i giornali o i mezzi di comunicazione della classe al potere gestiva l’informazione, è chiaro che essa veniva usata come strumento di guerra contro l’avversario.

E’ una legge di tutte le guerre, affermare e propagandare che il nemico, è prezzolato, brutto e cattivo. Su questo basti leggere ciò che successivamente Cossiga, una volta smesso il suo ruolo di ministro, e ancor più una volta sconfitti noi, scrive. Arriva tra le altre cose ad affermare placidamente degli svariati incontri e riunioni svoltesi in quegli anni tra lui e Pecchioli per concordare quali falsità mettere in circolazione con l’obiettivo politico di screditarci e isolarci. Niente di nuovo sotto il sole.    

 
 

La risposta del PCI alle lotte nelle fabbriche fu il tentativo di realizzare un'unione tra le classi, anche sulla base dell'esperienza del Cile che, a detta del PCI, dimostrava come non fosse possibile andare al potere se non con un accordo con la borghesia. La sinistra rivoluzionaria, invece, riteneva che c'erano le condizioni per continuare lo scontro ad un livello superiore...

 

R. Quello è un passaggio. L’analisi di Berlinguer sul colpo di stato in Cile è sicuramente una accelerazione di questo percorso. Ma non è secondo me la sua origine. Da parecchio tempo il partito traccheggiava tra l’ambiguità e il vivere di rendita. “La resistenza”, “la Costituzione”, “la Pace”, tutti elementi sicuramente radicati nella sua anima di fondo, tra i suoi militanti, ma che partivano tutti da un dato molto preciso e fatto proprio già da Togliatti quando è venuto via dall’Unione Sovietica: un pianeta diviso in blocchi; e noi appartenevamo a quello occidentale.

Le tensioni “Secchiane”… “ha da venir baffone”… ecc ecc, erano sovrastruttura all’interno del partito che coinvolgevano una certa base, e ancor più noi giovani, ma non era la linea e le prospettive del suo progetto politico.

La trasformazione sociale che produce quel movimento esce da questo impianto.

La sinistra rivoluzionaria che da quella realtà prende forma, per davvero ragiona e vive, immaginando la possibilità di una rivoluzione totale. Qualcosa che modifichi, nella sostanza, il modo di produzione esistente, la collocazione internazionale del paese, i rapporti in atto tra le classi sociali. Quello che si esprimeva non era una tattica diversa all’interno della trasformazione della stessa società. Erano due strategie differenti per due società differenti. Qui sta il nodo.   

 

Quando si parla degli "anni di piombo" si parla quasi sempre di Brigate Rosse e delle altre organizzazioni rivoluzionarie, contando i morti e criminalizzando un'intera generazione. Quando qualcuno esce di galera o fa qualcosa come personaggio pubblico (alludo alla recente semiliberta' concessa alla Balzerani o alle tante conferenze di Curcio) si sollevano i soliti cori di coloro che vorrebbero veder marcire in galera gli ex militanti di organizzazioni di lotta armata.
Il fatto che in Italia vi siano state stragi di "Stato", attentati, tentativi di golpe, repressione contro anche forme pacifiche di lotta sociale sembra interessare davvero poco e scandalizzare ancor meno. C'e' qualcosa che non torna, o no?

R. Molto semplice: perché un movimento rivoluzionario che attacca “il palazzo”, che pone come elemento base della sua stessa esistenza il tentativo di scardinare le basi della società capitalista, è un nemico totale, assoluto. La sua presenza antagonista mette in discussione gli elementi basilari del potere, dello Stato. Va annientato, non solo organizzativamente, ma ancor più va creato su di lui il terrore per le generazioni a venire, impedire così con ogni mezzo che possano avere anche solo la malsana tentazione di poterci riprovare.

Le stragi, i tentati o recitati golpe, le repressioni contro anche le forme pacifiche di movimento e lotte sociali, stanno nel DNA dello Stato, del potere politico e delle sue stesse leggi di esistenza.

In Italia è da quando ero ragazzo che si parla di “servizi segreti deviati”, ma nessuno ha mai avuto la malaugurata idea di “raddrizzarli”. Perché così servono, e così continueranno a servire. Ogni tanto, al massimo, c’è qualche grido “al lupo”, ma più che altro per far sentire qualche rumore di sottofondo che ricalibri all’interno del quadro politico i rapporti di forza tra strutture, apparati e forze politiche. Niente più.

 

.. e quando si parla di Brigate Rosse, si finisce sempre per parlare della vicenda Moro. Ma la storia delle BR è un'altra, fatta di centinaia di azioni contro esponenti che nell'ambito delle lotte sociali erano visti come nemici...

 

R. Il sequestro Moro è una azione che avviene nel 1978. Le Brigate Rosse sono presenti nello scontro italiano dal 1969-70, quando partono nella attività combattente con gli incendi delle macchine dei capi officina alla Pirelli, alla Sit-Siemens di Milano….

Quasi dieci anni di presenza, di azioni grosse e piccole, di disarticolazione o di propaganda, di scelte sviluppate nella conduzione dello scontro, con passaggi politici man mano praticati.

Il fronte di intervento è stato vasto e articolato per tutta la storia dell’organizzazione, dalle fabbriche e le sue strutture di direzione, alla Confindustria, agli “apparati della repressione”: Carabinieri, Magistratura, personale delle carceri, Polizia.

Se man mano che lo scontro si sviluppa, si arriva a Moro, è perché nella nostra analisi politica dello scontro in atto, è da tempo che noi abbiamo individuato la Democrazia Cristiana come anello centrale e “cuore” politico dello stato imperialista che combattiamo.

Obiettivo di conseguenza centrale da disarticolare. 

Quando si arriva a Via Fani infatti, le azioni contro la Democrazia Cristiana da noi portate a compimento nel paese sono già state decine e decine (macchine bruciate, perquisizioni di sedi, ferimenti di dirigenti, ecc). 

E’ da quell’analisi e dal percorso combattente sviluppato in quegli anni che si arriva a Via Fani, alla “questione Moro”. Tolto dal contesto quell’azione diviene un’altra cosa da quella che è invece veramente stata per noi nella sua programmazione e conduzione.

 

Lei ha più volte affermato che le Brigate Rosse hanno raccontato la loro storia, una storia politica. Ma qualcun altro, forse, la sua storia non l'ha raccontata per nulla, soprattutto in relazione al caso Moro. Ma di questo non si può chieder conto alle Brigate Rosse...

 

R. Raccontare quella storia, da parte del quadro politico dei partiti e delle strutture istituzionali allora presenti nello scontro in atto, vorrebbe dire “mettere in piazza” i progetti e gli interessi, anche di “bottega” che li hanno in quel momento coinvolti.

A modo suo, e ovviamente con progetti ed interessi suoi, a tentare di aprire dal lato del potere una rilettura di quegli avvenimenti almeno più basata sui fatti avvenuti realmente, ci ha provato Cossiga dopo che aveva concluso il suo iter istituzionale. C’è stato una reazione a spron battuto da parte di tutte le forze politiche allora in campo, dalla destra alla sinistra… anche estrema, per farlo passare per pazzo. Non è un caso. Soluzione migliore, piuttosto che confrontarsi realmente con gli avvenimenti di quegli anni, e che costa loro meno sul piano politico, è invece lo spingere l’informazione, la propaganda, per alimentare la teoria dei “misteri”e dei “complotti”.

Noi abbiamo sempre affermato in modo chiaro il perché, e l’obiettivo politico che ci siamo preposti con quell’attacco. Le uniche “voci discordanti” dall’interno vengono da uno come Franceschini, il quale era in galera da cinque anni quando avvengono i fatti, e le sue “voci” arrivano svariati anni dopo gli avvenimenti, quando era oramai giunta la sconfitta e la fine dell’organizzazione. Ricostruzioni… per il miglior offerente.

Tornando invece ad un ragionamento serio: Aldo Moro è stato rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. Questo deve essere chiaro. E l’ultimo atto, della sua uccisione, l’hanno fatto assumendosene la piena responsabilità e come compimento dell’attacco che avevano portato. Il tutto, ovviamente, perché di fronte ad un rifiuto di qualsiasi altra soluzione da parte del quadro politico, abbiamo ritenuto non ci fosse altro sbocco possibile.

Detto questo, quando avvengono dei fatti di quella portata, nella politica, può succedere che soggetti con interessi contrapposti tra loro, salgano sulla scena e cerchino di averne un tornaconto.

Questa non è collusione, o l’essere “manovrati” o “eterodiretti”, è la legge banale della politica.

Quali erano i progetti in campo? Il nostro, molto chiaro e lo abbiamo urlato e dichiarato mille volte: distruggere la DC, mettere in crisi il quadro politico allora al potere.

Quali erano le altre forze in campo allora, in quella situazione, che hanno spinto cercando di condizionare ed indirizzare gli sviluppi e la conclusione di quell’azione?   

Primo, il Pci, padre e padrone della “politica della fermezza”, scelta che ha impedito qualsiasi altra possibilità di sviluppo all’azione, in quella situazione. Politica che in quel contesto gli ha permesso di assumersi un ruolo di primo piano, condizionando le scelte di tutto il quadro politico allora presente. Scelta “centrata”, anche se poi la ha pagata sonoramente nel suo sviluppo negli anni che sono seguiti. Non da meno Andreotti, che all’interno del suo partito ha ovviamente utilizzato quella situazione per modificarne i suoi rapporti di forza interni.

C’è chi dice, forze economiche,… gli americani… può darsi…

E penso che l’elenco a chi volesse proseguirne la ricerca potrebbe allungarsi parecchio.

Anche il fronte “opposto”, del resto aveva suoi interessi per orientare la conclusione dell’operazione. Basti vedere l’entrata in scena, completamente contrapposta di Bettino Craxi, in quel contesto. Anch’essa era altrettanto indirizzata da un interesse di partito, o detto in termini volgari “di bottega”. Quello di porsi come contraltare al processo politico in atto.

Penso sia questo “groviglio” di interessi e di progetti politici l’aspetto primo del perché “qualcun altro, forse, la sua storia non l’ha raccontata per nulla”. E la stravolge tutt’ora per battaglie di palazzo.      

 
 

Si parla di giornate della memoria, di amnistia, di soluzione politica e, puntualmente, si assiste a battaglie da curva sud. Chiudere con quegli anni deve essere una priorità per riappacificarsi con il passato e costruire insieme una memoria condivisa e le responsabilità collettive (come dice anche Maria Fida Moro). Ma come superare quegli anni?

 

R. Io ed altri compagni/e abbiamo speso anni della nostra attività, dopo la dichiarazione da parte nostra della chiusura di quella esperienza, perché si aprisse un dibattito che desse la possibilità al paese di storicizzare e cogliere perché un fenomeno di quella portata avesse attraversato l’Italia in tutti quegli anni. Coinvolgendo nel suo percorso decennale migliaia di donne e di uomini che ne erano stati i protagonisti.

Questa scelta, anche pagandone un prezzo, assumendo cioè spesso posizioni politiche e ruoli che non sempre erano condivisi da molti dei militanti, protagonisti di quel bagaglio.

Il tutto ovviamente senza voler invertire ruoli o giudizi da dare tra le controparti sui fatti avvenuti.

Pensavamo che capire vuol dire anche superare quella fase, coglierne i nodi sociali e politci che l’hanno generata. Questo ritengo sarebbe stato un interesse per tutto il paese, anche per le forze politiche che lo governano. Non si nasconde una storia di quella portata scopandola sotto il tappeto.

Ritengo che il non averlo voluto e saputo fare da parte delle forze politiche, sociali e culturali che “stavano dall’altra parte”, non ha solo stravolto gli avvenimenti di tutti quegli anni, ma ha anche reso più confuso e debole il quadro politico istituzionale.

Il prossimo anno è il trentennale di Via Fani… ci siamo oramai abituati che massimo una volta all’anno “riesplode” il problema, si scambiano accuse tra forze politiche o apparati, si immettono sulla scena possibili “misteri”… o ruoli svolti. E in questa condizione, il ciclo si ripete e si ripeterà all’infinito. Senza soluzione.

Oggi non ci credo più, non credo che sia possibile, neppure all’interno della sinistra affrontare quei nodi. Per me è una sconfitta , ma io in fondo sono un soggetto, e mi porto la mia storia personale e politica, con tutti i suoi drammi e pregi, sulle spalle. Molto peggio ritengo sia per lo sviluppo del paese e del suo quadro sociale e politico, incancrenito da quegli anni. Basti vedere le reazioni scomposte dei mezzi di comunicazione e delle forze politiche in campo, ogni qualvolta avviene una pisciatina che possa far risalire a quegli anni, per dimostrare lo stato nel quale si trovano. 

Ritengo che pur avendone sofferto e soffrendone direttamente di persona, in un dolore che è famigliare (ed è ben altra cosa dal fatto politico) sia ben più lucida e lungimirante su questo, la signora Moro quando accenna al percorso di costruire una memoria condivisa ed una responsabilità collettiva. Non per invertire ruoli, posizioni politiche, o metri di giudizio, ma per andarne oltre veramente.

 

Per venire poi, come accenna nella domanda, alle giornate della memoria “sul terrorismo” di recente applicazione da parte del Parlamento, provo una grossa tristezza. In un paese che è vissuto e si è trovato orientato lo scenario politico attraverso stragi, fasciste, ma anche “di Stato”, si diceva una volta, - che potremmo elencare partendo da Peteano, ma possiamo “limitarci” guardando a quelle degli anni ’70 con P.za Fontana, P.za della Loggia, San Benedetto Val di Sambro, la stazione di Bologna, ecc ecc, le quali hanno provocato la morte di centinaia di cittadini inermi- e si arriva a nominare come la giornata del ricordo e contro il terrorismo, come suo simbolo, la giornata della morte di Aldo Moro, chiarisce quanta cenere si intenda mettere sulla storia e su quella del vero terrorismo avvenuto nel paese.   

 

A proposito dell'apertura del dibattito avviato subito dopo aver dichiarato la conclusione dell'esperienza armata, voi avete cercato di aprire una discussione politica. Ma le forze politiche, sociali e culturali non hanno saputo (o voluto) raccogliere. Lei, nel 1993, nel motivare la sua volontà di non parlare in sede giudiziaria affermò che eravate pronti ad affrontare quegli avvenimenti invitando gli Andreotti, i Forlani a partecipare al dibattito in aula. Ma evidentemente l'aula giudiziaria, per ragioni strutturali, non era la sede adatta ad un processo di quel genere. Cosa vi aspettavate dagli Andreotti e dai Forlani, quale tipo di contributo?

R. Il dibattito che abbiamo tentato di aprire nel momento in cui abbiamo dichiarato chiusa la nostra esperienza, era rivolta ai movimenti sociali, alle forze della sinistra anche istituzionale, ed aveva come obiettivo primario il tentativo di storicizzare, per superarlo, il fenomeno della lotta armata che aveva attraversato il paese in tutti quegli anni, coinvolgendo migliaia di operai e studenti. Fenomeno che aveva condizionato fortemente la realtà sociale e politica in Italia.

Ripercorrere una storia alla sua estinzione politica ed organizzativa, anche per oltrepassarla.

Cosa che non è stata fatta, non la si è voluta affrontare, e questo sul piano politico dà secondo me anche spazio oggi, a chiunque lo voglia, di sentirsene “rappresentante” o “discepolo”. 

E’ chiaro che poi, da questo lavoro poteva sorgere un passaggio che coinvolgesse tutto il quadro politico istituzionale del paese e che portasse, al suo compimento, ad una “soluzione” in grado di affrontare anche la questione della detenzione e del carcere dei suoi protagonisti.

Ma questo è un altro punto rispetto alla nostra richiesta in quel momento specifico, e cioè durante lo svolgimento del processo, di chiamare a testimoniare in aula i dirigenti politici della DC e del potere politico di quegli anni. La nostra chiamata in aula allora era più legata ad un tentativo di trasformare un atto giudiziario, come la magistratura, secondo la sua funzione e logica, stava conducendo il processo, in un atto politico, come del resto il sequestro Moro era stato nel corso del suo compimento. Coinvolgendone in questo modo “la controparte” che ne aveva condizionato sviluppo e conclusione.  

 

Se nel 1987 i detenuti politici dichiarano congiuntamente "i militanti delle BR coincidono con i detenuti delle BR" e, quindi, in un certo senso nessuno è più autorizzato ad utilizzare quel simbolo e quel nome, perché dopo oltre 15 anni si parla ancora di Nuove Brigate Rosse? E' un progetto senza contesto sociale?

 
 

R. Quella storia si è chiusa, e si è chiusa non solo per noi, ma per tutte le organizzazioni combattenti espressione della realtà di quegli anni, con una sconfitta. E potremmo dire ancora un pò prima del 1987. Ma noi ci assumemmo allora la responsabilità di quella dichiarazione perché effettivamente venivano arrestati in quei giorni gli ultimi compagni/e che la rappresentavano.

Ciò che avviene dopo è un’altra storia. Questo è importante capire. A me non interessa giudicarla, o esprimere valutazioni morali o “sentenze” sui suoi protagonisti. Anzi, ritengo sia giusto sul piano umano sempre solidarizzare quando della gente come i compagni arrestati in questi anni vive delle condizioni di vita durissime in carcere. Ritengo però anche che l’analisi politica delle condizioni e delle forze in campo debba stare sempre al primo posto per esprimere valutazioni sui fatti.

E’ una fase storica che si è chiusa allora. Sono condizioni sociali e politiche sulle quali quella realtà è sorta e si è potuta esprimere, che sono terminate. Qualsiasi giudizio se ne voglia dare, la lotta armata in Italia, è stata possibile perché un’area sociale e di classe vasta gli è stata per diversi anni attorno. Acqua alimentatrice, ma anche girino del pesce. Questa realtà non esiste più. Una rivoluzione non si inventa. Si relaziona alle condizioni ed ai soggetti che si trova di fronte.

Quella si è chiusa, non per nostra volontà, ma perché siamo stati sconfitti e la realtà che si è sviluppata nel nostro paese e nel mondo in tutti gli anni che ne sono seguiti è un’altra.

Con questo non voglio certo dire in meglio… ma la realtà non si inventa a proprio piacimento.

 

Del “fare notizia” o clamore che poi ne sussegue, ogni volta che viene arrestato uno, che quasi sempre poi non ha mai sparato un colpo, o perché da qualche parte è apparsa una “scritta”, di questo già ne parlavo prima... ed è tutta un’altra storia. Mi sa tanto che sia il cane che si mangia la coda… o meglio, una classe politica ingabbiata su se stessa che urla al lupo per non cercare di capire perché un giorno è stata morsa.

 
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Di Manlio  15/06/2007, in Interviste (2563 letture)

1) Avv. Biscotti, lei che è stato parte civile degli ultimi processi contro le Brigate Rosse, oggi parlando di BR si fa riferimento spesso a Nuove Brigate Rosse così come trent'anni fa si parlava di "sedicenti" Brigate Rosse. Dai riscontri processuali come è opportuno definirle: nuove, vecchie o, semplicemente, Brigate Rosse?

Beh, forse trent'anni fa la parola "sedicenti" era da considerarsi più una valutazione "politica" di chi come nel PCI pur sapendo non voleva vedere e riconoscere che le azioni delle Brigate Rosse erano compiute da soggetti culturalmente formatisi a sinistra. Le BR di Lioce, Galesi e Morandi comunemente definite Nuove Brigate Rosse, hanno comunque origini profonde e non necessariamente legate alle prime azioni dei nuclei comunisti combattenti del 1992 e del 1994 nel momento in cui si sono strutturate come gruppo di avanguardia rivoluzionaria. Molto probabilmente l'attività di contiguità alla lotta armata da parte di questi soggetti trova piccoli riscontri sin dal 1986 quando durante le indagini per l'omicidio dell'ex Sindaco di Firenze Lando Conti, sia la Lioce che Morandi furono oggetto di perquisizione da parte degli investigatori. Ricordo che per quell'omicidio furono condannati i Brigatisti Cappello e Ravalli che a mio giudizio debbono considerarsi i leaders delle BR della metà degli anni '80 (omicidio Hunt, Tarantelli, Conti e Ruffilli). E dal loro arresto è seguita una fase di riorganizzazione fino alla nascita dei nuclei comunisti combattenti che, con l'esplicita approvazione delle loro azioni da parte dei leaders di cui parlavo, irriducibili in carcere, diventano Brigate Rosse Partito Comunista Combattente con l'omicidio D'Antona. La mia opinione è che questo filo di continuità arriva fino alle Brigate Rosse storiche e probabilmente l'anello di congiunzione tra le vecchie BR (fino al 1983) e quelle di Cappello e Ravalli potrebbe essere Barbara Balzarani che dalle gabbie due giorni dopo l'uccisione di Conti è l'unica a rivendicarne l'omicidio.

2) E' opinione comune che il filone toscano sia rimasto sostanzialmente inesplorato nella vicenda delle Brigate Rosse degli anni '70. E sembra che un legame di continuità territoriale con le Brigate Rosse attuali veda effettivamente protagonista la Toscana. Cosa c'e' di vero e, soprattutto, quale e' stato il ruolo del Comitato Rivoluzionario Toscano nella vicenda delle Brigate Rosse?

Diciamo che l'area toscana delle Brigate Rosse ancorchè oggetto di un importante processo celebrato a metà degli anni '80 ha lasciato qualche zona dove non è stato possibile fare piena chiarezza. Non è certamente una coicidenza che il rigenerarsi dell'organizzazione delle Brigate Rosse ha avuto come punto di riferimento l'area toscana. Come è ormai noto nella letteratura sull'argomento, il Comitato Rivoluzionario Toscano, nella vicenda delle Brigate Rosse, ha avuto un ruolo di grande rilievo soprattutto durante il sequestro Moro perchè, è pacificamente ammesso, il comitato esecutivo durante la prima fase del sequestro si riuniva proprio a Firenze in una base messa a disposizione dal Comitato Rivoluzionario Toscano.

3) Si riferisce all'abitazione che ospitò vertici delle BR nei 55 giorni, quella di via Barbieri di disponibilità dell'arch. Giampaolo Barbi?

Questo è quello che sembra essere emerso dagli atti della Commissione Parlamentare presieduta dal Senatore Pellegrino all'esito delle audizioni del Dott. Tindari Baglioni e del Dott. Chelazzi dove si afferma che fino all'epoca del sequestro Moro l'unico covo a disposizione fosse proprio quello di Via Barbieri (quello di Corso Unione Sovietica è successivo).

Io ritengo che fino all'epoca del sequestro Moro esisteva un altro appartamento a Firenze nella disponibilità delle BR che potrebbe avere le stesse caratteristiche descritte da Moretti. Ora le dico un'assoluta novità in merito che ho riscontrato e che sicuramente meriterà grande attenzione da parte degli studiosi per tutti i risvolti che ne comporta.

Gallinari nel suo ultimo libro "Un contadino nella metropoli" racconta che per ragioni di organizzazione fino all'autunno del '77 viveva insieme alla Brioschi e al "Rossino" (Bonisoli) in un appartamento a Firenze messo a disposizione da Giovanni, e nella nota del testo su questo passaggio, specifica che Giovanni era Senzani e che di fatto era il padrone di casa. Questo appartamento si trovava in una via a lato del costruendo Carcere di Sollicciano (zona che non ha niente a che vedere con Via Barbieri). Lascio immaginare ai più attenti cosa ciò può significare. Onde evitare querele mi limito soltanto ad evidenziare quanto emergerebbe dalle dichiarazioni di Gallinari: prima di tutto che Senzani era in relazione di fatto, sin dall'autunno del '77, con un membro del Comitato Esecutivo (Bonisoli) e con un membro del commando di Via Fani oltre che carceriere di Moro (Gallinari) e che esisteva un covo BR a Firenze dove si riunivano brigatisti di primissimo ordine, di cui Senzani era il padrone di casa, certamente fino all'autunno del '77. Non essendoci alcuna notizia della sua scoperta anche successivamente, ciò lascerebbe pensare che questo covo potrebbe essere stato attivo anche dopo l'autunno del '77, proprio alle soglie dell'operazione Moro.

4) Nell'ambito delle sue ricerche ha avuto modo di portare un'importante novità relativa alle registrazioni degli interrogatori di Moro. Ha evidenziato come le audiocassette contenenti gli interrogatori potrebbero essere tra quelle sequestrate in via Gradoli. Dal dicembre 2005 (data della pubblicazione di un articolo su Panorama) che lei sappia, qualcuno e' andato a verificare se tra i reperti esiste ancora traccia di quelle 18 cassette presenti nel verbale? Si e' tentato di recuperarne il contenuto? Insomma, come e' andata a finire?

Sul punto io mi sono limitato soltanto a far emergere la circostanza che a mio giudizio ritenevo e ritengo comunque utile, qualunque potesse essere il contenuto di quei passaggi registrati in una di quelle 18 cassette. So che in qualche modo è stato portato all'attenzione formale alla Procura di Roma ma al momento non so altro. La circostanza di questa cassetta con la "voce maschile che parla con compagni di alcuni articoli" è molto suggestiva, ma vi rimando ad una mia lunga intervista a Radio radicale* in sono sono spiegati tutti i dettagli.

5) Lei sta preparando un libro nel quale racconterà le sue riflessioni legate all'analisi dei documenti processuali. Quali elementi di novità, a grandi linee, secondo lei emergono da una lettura attenta ed approfondita che solo l'occhio di un avvocato può fare delle carte dei Tribunali? Sia in relazione al caso Moro che, più in generale, sulla vicenda complessiva delle BR?

Una novità sul caso Moro ve l'ho già anticipata, e vi assicuro, e lei certamente ben lo saprà, che non è facile argomentare sul caso Moro senza rischiare di essere male interpretati. Io ritengo che una lettura attenta degli atti sia processuali (ed è ciò che più piace) che parlamentari possa ancora oggi far emergere nuove circostanze, anche importanti. Io sono convinto che il caso Moro deve essere riaperto, solo la verità completa può portare alla vera giustizia.

6) Lei ha potuto osservare la vicenda delle BR certamente da un punto di vista diretto. Che idea si è fatto dell'autenticità del fenomeno e, in particolare, dello scenario che vide le BR protagoniste del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro?

Anche qui il discorso sarebbe lungo e complesso, però ritengo che le BR siano un fenomeno comunque del tutto italiano senza etero-estero-direzioni. Certo, non vi è dubbio che sia l'est che l'ovest non "stravedessero" per Moro e che di fatto sussisteva una loro accondiscendenza più o meno tacita al tragico sviluppo del rapimento.

7) Rispetto alla chiusura degli anni di piombo lei si è sempre dichiarato contrario perchè è ancora necessario fare piena luce su quelle vicende. Secondo lei quali soggetti devono ancora raccontare tutto e, soprattutto, cosa devono ancora raccontare al Paese?

Come dicevo prima soltanto tutta la verità può portare alla giustizia sostanziale per tutto quello che è accaduto nei c.d. Anni di Piombo. Ci sono però ancora tante zone oscure e anche tanti soggetti coinvolti che non hanno mai pagato perchè mai individuati e che probabilmente possono aver contribuito a fare delle Brigate Rosse l'unica organizzazione terroristica che ha saputo rigenerarsi negli ultimi trent'anni. E ci sono anche tanti soggetti che ancora sanno e non parlano.

E qui il pensiero di tutti deve andare alle vittime del terrorismo e al loro sacrificio perchè sono gli unici che ancora sopportano, troppo spesso in silenzio, il peso del piombo di quegli anni. Il loro sacrificio ha consentito alla democrazia di questo paese di tenere dritta la schiena e non esito a definirli come nuovi padri della patria.

8) Il Ministro Amato ha recentemente lanciato un allarme terrorismo sia in relazione agli arresti di febbraio sia delle minacce indirizzate a molteplici destinatari. Secondo lei esistono le condizioni per un allarme sociale e per l'introduzione di misure speciali di repressione?

Il clima, purtroppo, è sostanzialmente identico a quello dell'inizio degli anni '70, anche gli slogan sono gli stessi (e ahimè anche gli uomini dato che Maurizio Ferrari, brigatista che ha scontato trent'anni di carcere era lì tra i più acclamati del corteo de L'Aquila). Non me la sento di escludere che nella vasta area di "insofferenza" prima o poi qualcuno potrebbe "scavalcare il fosso" facendosi di fatto arruolare dagli spezzoni ancora in vita (e ce ne sono) delle Brigate Rosse. Il clima si sta facendo molto molto pesante. Ovviamente spero di sbagliarmi.

 

* L'intervista dell'Avvocato Valter Biscotti è stata pubblicata sul sito di RadioRadicale ed è rilasciata con licenza Creative Commons attribuzione 2.5

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Di Manlio  28/05/2007, in Interviste (3300 letture)

1) Lei ha scritto un primo volume, "Odissea nel caso Moro", nel quale ha effettuato un lungo viaggio all'interno della documentazione della Commissione Stragi. Cosa l'ha spinta a questo impegnativo e lungo lavoro?

La consapevolezza che tra le carte raccolte dall’organismo parlamentare c’erano le risposte agli interrogativi in circolazione. Per effetto della chiusura della Commissione senza l’approvazione né la discussione di una o più relazioni conclusive, l’enorme massa di eterogenea documentazione raccolta durante i lunghi anni della sua esistenza sarebbe risultata difficilmente padroneggiabile da chi, a differenza di me, non ne avesse seguito quotidianamente l’afflusso e l’evoluzione. Tale patrimonio, perciò, avrebbe rischiato di disperdersi. Decisi quindi di cimentarmi personalmente nel salvataggio del salvabile e sottoposi i primi risultati all’attenzione del professor Giovanni Sabbatucci - persona che unisce la generosità alla straordinaria competenza professionale che tutti sanno- da me conosciuto quando ero studente di Storia dei partiti politici all’Università. Il positivo giudizio di Sabbatucci mi diede la fiducia per andare avanti.
 

2) Quali difficoltà ha comportato il dover analizzare un volume così massiccio di documenti?

Una grande fatica, ovviamente, e qualche incertezza iniziale nella strutturazione di capitoli e paragrafi. Tuttavia, direi che la quantità della documentazione abbia creato e crei tuttora più problemi ad altri che a me.

 

3) Prima di affrontare il suo lavoro, quale era la sua opinione sulla vicenda Moro?

 Quando giunsi in Commissione Stragi ne sapevo ben poco, ed ero impressionato dalla fama dei personaggi che vi ruotavano e dalle teorie “dietrologiche” che ascoltavo. Il fatto che il più delle volte costoro leggessero le carte in maniera molto diversa da come le leggevo io mi induceva ad attribuire loro una superiore profondità. A poco a poco, però, a furia di riscontrare nelle evidenze sotto i miei occhi tutt’altre cose rispetto a quelle interpretazioni, cominciai a domandarmi se a sbagliarmi fossi io o se fossero loro. 

 

4) I suoi testi sostengono la tesi del "quasi tutto è chiaro", che non e' certamente quella della maggior parte degli studiosi che hanno affrontato la vicenda. Se tutto e' stato chiarito ed e' nei documenti, perchè c'è ancora la necessità di creare sempre nuovi misteri attorno ad una tragedia di queste dimensioni?

Non pretendo che tutti siano d’accordo con me circa l’insussistenza di risvolti del caso Moro che  possano definirsi “misteri” ma, da un punto di vista scientifico, affermo che l’unica necessità per ogni studioso è quella di avvicinarsi il più possibile alla verità, quale che essa si riveli, senza prediligere per principio un determinato tipo di esito della ricerca piuttosto che un altro. Dunque, la creazione di nuovi e mirabolanti scenari piuttosto che il consolidamento di quelli già esistenti  (o viceversa) non dovrebbe essere avvertita alla stregua di una necessità. Ciò sarebbe fuorviante.

Non si può ignorare peraltro che il sensazionalismo, purtroppo ampiamente diffuso nel sistema dell’informazione, anche nel caso del delitto Moro si adatta bene a discutibili logiche editoriali. A livello individuale, analogamente, in alcuni casi gioca l’altrettanto criticabile idea che solo la scoperta di chissà quali misteri possa legittimare il proprio ruolo professionale; in altri casi, agisce il desiderio di distinguersi da quei poveri ingenui che sarebbero gli altri. E scatta così un meccanismo descritto da un aforisma di Flannery O’ Connor: quando una persona che è intelligente si mette in testa di esserlo, non c’è più modo di farla ragionare.

 

5) Ritengo che i brigatisti siano stati protagonisti assoluti della vicenda e che sia certo che non abbiano preso "ordini" da apparati esterni alla loro organizzazione. Non le sembra pero' inverosimile che strutture trasversali alle istituzioni non siano state in grado di essere piu' efficienti ed arrivare a gestire una trattativa direttamente con i vertici delle BR? Con modalità e finalita' di cui pero' nulla e' emerso e potrebbe essere forse questa l'area di indicibilità 'che ancora resta sul caso Moro. Cosa ne pensa?

Che sul caso Moro resti un’ <<area di indicibilità>> è un’opinione Sua e di altri, da me rispettata ma non condivisa.

Quanto all’eventualità di trattative segrete, non è questione di astratta verosimiglianza, la quale oltre tutto si attaglierebbe sia all’ipotesi che i servizi di sicurezza siano riusciti ad agganciare i vertici delle BR sia all’ipotesi opposta, specie considerando le pessime condizioni nelle quali essi versavano in quel periodo. Tra l’astrattamente verosimile ed il vero c’è in ogni caso un bel salto, ed è assai più significativo il fatto che, come Lei giustamente rileva, riguardo alle fantomatiche trattative tra brigatisti e servizi segreti <<nulla è emerso>> nonostante circa trent’anni di esplorazioni in tale direzione condotte da stuoli di ricercatori. Peraltro, le BR volevano un riconoscimento politico il quale, per sua natura, non poteva che essere pubblico, e lo volevano dalla <<DC e dal suo governo>>, come ripeterono in tutte le salse e in tutte le occasioni. L’oggetto della loro richiesta, dunque, era noto a tutti ed era incompatibile con il raggiungimento di un accordo segreto.

 

6) Sono note le sue divergenze dal pensiero del Senatore Flamigni e i lettori più informati ricorderanno un confronto a distanza tra voi due andato in onda su Radio Radicale. Perchè le vostre ricerche non sono state l'occasione per aprire un confronto intellettuale e produttivo per fare dei passi avanti nella ricerca della verità? Ho l'impressione che adesso esistano due schieramenti contrapposti (chi concorda con lei e chi con Flamigni) e questo non fa altro che allontanare ancor piùchi ha tesi fra loro contrapposte...

Nei miei lavori mi sono sempre confrontato ampiamente con le tesi di Flamigni. I suoi libri  contengono utili informazioni, la sua recente iniziativa di informatizzare gli indici dei 130 volumi degli atti della Commissione Moro faciliterà le ricerche future, e i dissensi non mi fanno disconoscere che anche a lui si deve l’approfondimento delle conoscenze sul caso Moro fino all’elevato grado attuale. Infatti, quando contemporaneamente al mio Odissea nel caso Moro uscì una nuova edizione del suo La tela del ragno, dalle colonne di <<Avvenimenti>> salutai l’evento come una buona notizia. Non sono stato ripagato di eguale moneta, ma poco importa.

Mi auguro che il pubblico guardi ai contenuti di ciò che lui ed io scriviamo, più che alla forma polemica in cui può capitarci di esprimere le nostre divergenze.

 

7) Secondo lei, chi oggi ha avuto da guadagnare sulla vicenda Moro e chi, ad esclusione della famiglia, ne ha invece subito conseguenze negative?

Politicamente, nel breve termine l’imboscata di via Fani condusse ad una rapida approvazione  della fiducia al governo Andreotti che il 16 marzo si presentava alla Camera con prospettive altrimenti incerte; nel medio termine, il corso della politica italiana si è mantenuto nel solco degli accordi tra Moro e Berlinguer, i quali avevano concordato di collaborare fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato prevista per la fine del 1978, per poi fare il punto della situazione e decidere entrambi liberamente se proseguire su quella strada oppure no (per la cronaca, nel 1979 furono i comunisti a scegliere di rompere e di andare alle elezioni anticipate che poi persero, non i democristiani); nel lungo termine, l’Italia fu interessata da una serie di trasformazioni epocali in gran parte dovute a fattori indipendenti dalla vicenda Moro, quali una congiuntura economica internazionale e nazionale espansiva anziché recessiva come era stata negli anni Settanta, una ristrutturazione industriale le cui logiche prevalsero sulle resistenze sindacali, una nuova e più tesa fase delle relazioni tra Est e Ovest, nonché altri fenomeni ancora, tali da configurare un quadro assai diverso rispetto a quello cui si erano applicate le ricette di Moro. Parafrasando una celebre frase di Moro stesso, gli anni a venire dopo il 1978 non sarebbero stati nelle sue mani neppure se egli fosse rimasto sulla scena.

La scomparsa di Aldo Moro ha lasciato quel tipo di vuoto, incolmabile, che rimane alla scomparsa di una personalità elevata a prescindere dalle sue fortune politiche del momento.  

Tengo a sottolineare altresì che l’uccisione di Moro non giovò ai suoi sequestratori ed assassini, i quali  erano partiti con l’ambizione di suscitare sommovimenti rivoluzionari a catena in tutto il Paese e, al contrario, si ritrovarono politicamente più isolati di prima.

Da ultimo, osservo che al di là delle coordinate che ho tracciato, la domanda su chi abbia avuto conseguenze negative o invece guadagnato dalla morte di Moro può avere molteplici risposte, data la statura del personaggio, le quali non possono essere messe retroattivamente in relazione con la dinamica del sequestro e del delitto: ad esempio, il fatto che Moro fosse un autorevolissimo candidato alla successione di Giovanni Leone al Quirinale non deve indurci a sospettare di Sandro Pertini. Ci mancherebbe solo questa!   
 

8) Quando sarà possibile chiudere la vicenda Moro? E, soprattutto, in che modo?

Se per chiusura si intende l’individuazione dei responsabili, ancora manca all’appello qualche componente delle BR che partecipò all’operazione (mi riferisco essenzialmente ai due motociclisti presenti in via Fani con funzioni di appoggio e di controllo delle eventuali reazioni dei passanti), mentre per il resto ci siamo. Se parliamo in senso storiografico, il mosaico è pressocché completo. Il tutto, naturalmente, fino a prova contraria, il che vale per tutte le umane cose: quelle che non ammettono prova contraria sono le fedi o, peggio, le mere ostinazioni.

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Di Manlio  25/04/2007, in Interviste (3406 letture)

1) Come nasce l’idea di un sito sulle BR?

Tommaso Fera: Il sito nasce quasi per caso, nel momento in cui anni fa per pura passione e curiosità iniziai a fare ricerche su internet sulle Br. Mi trovai di fronte a poche informazioni, quasi nessun documento, difficoltà nello scegliere libri sull’argomento. Da qui l’idea di creare questo “spazio”. Inizialmente come semplice bacheca per i miei appunti, poi − notando l’interesse che il sito riscuoteva − decidemmo di fare qualcosa di meglio strutturato e funzionale.

2) Vi è mai capitato di essere definito “il sito delle Br”?

T. F.: Purtroppo sì. Il sequestro del sito fu presentato all’opinione pubblica proprio come la chiusura di un “sito delle Br” o, nella migliore delle ipotesi, come sito “filo brigatista”. E ancora oggi capita di ricevere mail di questo tono, anche se più raramente rispetto a qualche anno fa. La cosa naturalmente ci infastidisce e non poco. Basterebbe veramente una lettura anche sommaria del sito per capire che ci si trova di fronte esclusivamente ad un sito storico.

3) Il caso Moro occupa un grande spazio all’interno dei contenuti del sito. Ovviamente quando si parla di BR si parla soprattutto di caso Moro. Quale è la vostra opinione su quella vicenda?

Giuliano Boraso: Incontro sempre un gran disagio quando qualcuno mi chiede un parere sulla vicenda del sequestro-omicidio di Aldo Moro. Prima di tutto perché non credo di possedere gli strumenti necessari per dare una risposta sensata alla domanda. E in secondo luogo perché tali e tanti sono i contributi che la storiografia sull’argomento ha offerto che mi sembra sempre di ripetere cose già dette e ridette all’infinito. L’unica cosa che mi sento di dire è che trovo deprimente che il dibattito storiografico su una vicenda così importante per la storia recente del Paese si sia ridotta a una sorta di regolamento di conti tra “dietrologi” e… qual è il contrario di “dietrologo”? “Avantista”? “Avantologo”? Insomma, alla fine tutto si riduce sempre alla formula di un derby calcistico, e la cosa mi riempie di amarezza. Viene detto tutto e il contrario di tutto, con il risultato di creare un assordante rumore mediatico che riduce al grado zero la trasmissione di contenuti.

4) Hai scritto un libro “Mucchio selvaggio” molto approfondito e tra i pochi che ha parlato dell’organizzazione PL, spesso pensata minore, ma che in realtà non era meno importante delle BR. Per quale motivo un libro su PL e quale è stato il tuo approccio?

G. B.: La tua domanda contiene già parte della risposta: abbiamo pensato a un libro su Prima Linea appunto perché la storia di PL rappresentava e rappresenta ancora una strana anomalia nell’ambito della bibliografia dedicata agli anni di piombo, un vuoto storiografico difficilmente comprensibile in un Paese in cui si parla e si scrive di tutto. E questo vale sia per la memorialistica degli ex militanti (così scarna rispetto a quella degli ex brigatisti), sia per i contributi storico-giornalistici. Eppure PL, sia per numero di militanti che per estensione del proprio bacino di influenza e raccolta, sia per il suo attivismo militare, ha rappresentato qualcosa di importante nello scenario della lotta armata della seconda metà degli anni Settanta.

Inoltre la storia di Prima Linea, forse più e meglio di quella delle Br, permette di capire il filo rosso che unisce una fetta importante della storia della sinistra extraparlamentare (con particolare riferimento a Lotta continua) all’esperienza della lotta armata. E forse, a ben vedere, sta proprio qui la ragione prima di quella specie di amnesia storiografica che ha caratterizzato la rivisitazione della storia di PL.

5) Il fondatore di PL, Sergio Segio, ha duramente attaccato il tuo libro sia in occasione di interviste che all’interno del suo nuovo lavoro pubblicato da Rizzoli. Vuoi spiegare quali motivi erano alla base della sua critica?

G. B.: Qui mi metti in crisi: tali e tante, e così veementi, sono state le critiche di Segio che non so nemmeno da dove iniziare. Facciamo prima a dire che all’ex comandante Sirio del mio libro ha fatto schifo tutto: la ricostruzione storica, il linguaggio, l’interpretazione, l’approccio eccetera. Una cosa tengo a dirla: al suo posto avrei probabilmente reagito alla stessa maniera, magari cercando di alleggerire i toni, ma mantenendo inalterati i contenuti. Non perché dal mio punto di vista le opinioni di Segio siano condivisibili (non sono arrivato ancora a questo livello di autolesionismo). Ma perché anche quel tipo di reazione rientra all’interno di un modo d’essere che, al di là degli anni che passano, è difficile togliersi di dosso. Quella storia ci appartiene, dice Segio, è tocca a noi raccontarla. Non esiste che a farlo sia il primo, anonimo pischello che ha la fortuna di farsi ascoltare da un editore.

6) In tanti anni online con il sito, quale il più grande insegnamento che avete ricevuto e quale la più grande delusione?

G. B.: Questa, al contrario della precedente, è facile.

Delusione: leggere ancora qualche mail che ci accusa di essere filo-brigatisti, terroristi, e via dicendo. Insomma, constatare che in Italia, nel 2007, la piaga dell’analfabetismo è ancora diffusa. Basterebbe leggere le poche righe contenute nella pagina “Info” del sito per capire chi siamo e le ragioni della nostra presenza in Rete.

Insegnamento: che esistono tante persone con una voglia di conoscenza insoddisfatta per ciò che riguarda la storia recentissima del Paese. Che l’istituzione scolastica continua a ignorare questa richiesta di conoscenza, anche e soprattutto a livello universitario. Che c’è tanta passione in giro, e voglia di capire, conoscere, confrontarsi, al di là e contro l’informazione preconfezionata che gira nei media tradizionali.

T. F.: Condivido in pieno, non credo ci sia altro da aggiungere. Si va avanti e si lavora al sito proprio perché spinti da queste richieste di conoscenza.

7) Parliamo del sequestro del sito da parte della Polizia Postale di Milano. È come se la Polizia sequestrasse la casa di un privato perché qualcuno ha imbratta il suo muro con scritte inneggianti la lotta armata…

T. F.: Quella del sequestro è stata nel bene o nel male un evento che ci ha insegnato qualcosa. Mia opinione personale è che se il sito avesse avuto un nome diverso e fosse stato meno popolare a nessuno sarebbe venuto in mente un operazione del genere. Il sequestro credo sia stato semplicemente un “segno”. L’opinione pubblica andava in qualche modo rassicurata, bisognava dimostrare che qualcosa si stava facendo (non dimentichiamo che il sito fu chiuso una settimana dopo il delitto Biagi e i pochi risultati ottenuti nel combattere le “nuove Br” dopo l’omicidio D’Antona era sotto gli occhi di tutti). Interessanti sono state anche le reazioni alla notizia del sequestro: mentre la carta stampata perseverava sul filone “sito delle Br” nella Rete ci fu una vera e propria rivoluzione, arrivando a considerare il sequestro una vera e propria opera di censura.

8) Due sono le polemiche (relative agli anni della lotta armata) che hanno caratterizzato questi ultimi mesi: la nomina di ex militanti ad incarichi istituzionali e il presunto voler tappare la bocca, da parte dei media, alle famiglie delle vittime in favore di grande risonanza per le esternazioni degli ex. Cosa ne pensate?

G. B.: Per ciò che riguarda il primo punto, la nomina di ex militanti ad incarichi istituzionali, penso che non si debba usare la categoria giusto/sbagliato, ma qualcosa che gli si avvicina. In casi come questo parlerei di opportunità/inopportunità, o se preferisci userei una categoria di giudizio che in Italia è sempre stata storicamente sbeffeggiata: la categoria del senso del pudore, del limite dettato dalle circostanze. Niente in contrario, quindi, al Renato Curcio che spiega agli studenti dell’università di Lecce il senso del suo attuale (e straordinario) lavoro di ricerca, o la sua esperienza di ex militante. Niente in contrario a una Susanna Ronconi che si rimette in gioco, spende la professionalità di operatrice nel campo della tossicodipendenza e del disagio giovanile e la mette al servizio di una struttura pubblica.

A me quello che non va giù sono altre cose, del tutto diverse: le provocazioni, le forzature, quella continua voglia di protagonismo che prima trovava sbocco nell’uso delle armi e ora opta per altre vie, istituzionali, legalitarie. Non mi va giù il presenzialismo elevato a ragione di vita, atteggiamento che ho purtroppo riscontrato in alcuni santoni della lotta armata riciclati nelle vesti di opinionisti e guru mediatici.

9) Quali i progetti futuri per brigaterosse.org?

G. B.: Il nostro non è tanto un progetto, quanto un sogno: creare un gruppo di lavoro stabile, affiatato, per allargare il progetto e creare un vero e proprio centro di documentazione sulla storia degli anni Settanta che vada ben oltre l’esperienza dei gruppi armati. Ci pensiamo da tempo, ma incontriamo grandi difficoltà dovute al poco tempo a disposizione e alle limitate risorse a cui possiamo fare affidamento con costanza. Spero che col tempo qualcosa si possa muovere in questa direzione.

10) C’è un modo per chiudere con quegli anni, scoprire tutta la verità e voltare pagina?

G. B.: No, a mio parere non c’è. Almeno per il momento e per i prossimi due decenni. Troppi ancora i ricatti in gioco, troppe potenziali vittime di queste estorsioni sono ancora in vita, non c’è speranza di arrivare a breve a un punto fermo. Il dibattito sugli anni Settanta e sulla violenza politica che li ha attraversati è ancora ostaggio di una voglia di regolare i conti che ne altera e distorce i contenuti.

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Di Manlio  16/03/2007, in Interviste (1457 letture)

Il regista Giuseppe Ferrara parla del caso Moro e lo fa con la chiarezza di sempre e la schiettezza di chi ha sempre lavorato senza "prendere ordini". Ha realizzato capolavori come "Il caso Moro", "Cento giorni a Palermo", "Giovanni Falcone", "I banchieri di Dio" ed è sicuramente uno dei personaggi più colti e trasparenti di una sinistra attenta attenta e coraggiosa, forse oggi quasi del tutto scomparsa. Scheda

1) Il caso Moro è uno degli avvenimenti che più hanno segnato la storia contemporanea del nostro paese. Centinaia di libri ma solo 3 film. Tra questi solo il suo ha cercato di raccogliere e presentare in maniera organica e senza preconcetti la vicenda. Perchè una così poca produzione artistica destinata al grande pubblico?

Non credo che tre film sullo stesso argomento siano pochi. Se poi si aggiunge un misterioso filmato (una fiction in diversi capitoli) girato dal regista Aurelio Grimaldi in Inghilterra (non ancora uscito e forse destinato all'oblio) nonchè un programma tv in preparazione per Mediaset (sempre fiction), direi che l'argomento ha avuto molta attenzione dai massmedia. L'ultima fiction di Mediaset, chiaramente schierata a confondere le acque, ha già provocato una reazione negativa della figlia di Moro, Maria Fida.
Se poi si aggiungono le puntate di PORTA A PORTA (Rai Uno) e dell'INFEDELE (La 7), tempestivamente dedicate a BUONGIORNO NOTTE, di netta approvazione del film di Bellocchio, seguite da almeno due tre milioni di spettatori, mi pare che al tema Moro cinema e tv abbiano dato grande spazio.
Se mai, la maggioranza di questo spazio è stata dedicata a chi sosteneva e sostiene la tesi anticomplotto, visto che soltanto il mio CASO MORO e PIAZZA DELLE CINQUE LUNE di Martinelli sono favorevoli ad una ipotesi che con disprezzo viene definita dietrologica (non conosco la posizione di Grimaldi). Sono convinto che l'opera di Martinelli non debba essere liquidata come disorganica e preconcetta: è un film viziato da un eccesso di spettacolarità e invenzione, basandosi però su una griglia storica assolutamente veritiera e rispettabile.
Concludendo, non si deve lamentare la mancanza di attenzione dei mass media all'argomento, ma la netta prevalenza data agli "innocentisti", a coloro che chiamano fuori dalla vicenda i poteri politici e forti, che invece sono i reali mandanti del delitto. Prevalenza che del resto risulta schiacciante anche nel campo editoriale (attenzione, però i libri sull'assassinio di Moro non superano la ventina).


2) Le conoscenze odierne sulla vicenda sono sicuramente superiori rispetto al 1986. Fare un film oggi sul caso Moro sarebbe più semplice o più difficile?

L'accoglienza entusiastica del film di Bellocchio, anche da parte della sinistra (che ovviamente ha commesso i suoi errori storici e si porta dentro pesanti complessi di colpa) dimostra chiaramente che tutti i poteri hanno archiviato il caso. Moro è stato ucciso SOLO dalle Brigate Rosse, punto e basta. Oggi fare un film veritiero sul caso Moro non sarebbe nè più facile nè più difficile, sarebbe impossibile.


3) Dal suo film e dal suo libro (che riassume i risultati della sua inchiesta) emerge chiaramente un ruolo determinante della P2, non in termini di "eterodirezione" ma di influenza esterna diretta ad intervenire sui gangli del potere. Quale è stato il ruolo della P2, secondo lei?

Le ultime indagini e le ultime notizie uscite dal segreto indicano nel servizio di intelligence chiamato ANELLO il responsabile della morte di Moro. Naturalmente l'ANELL0 era parallelo alla P2, il cui ruolo - nel vero e proprio golpe che è l'assassinio di Moro - svolge un ruolo attivo e determinante (come penso di aver dimostrato nel mio volume). Quello che però in quella sede non ho detto con chiarezza è che sia all'ANELLO che alla P2 faceva capo Giulio Andreotti.


4) Perchè non è stato mai possibile appurarlo fino in fondo?

Perchè Andreotti è un intoccabile. E' la sintesi del potere e dei misteri delle Prima Repubblica. C'è come un patto di ferro tra le forze politiche ed economiche che sancisce l'insondabilità di questi misteri. Del resto i poteri che hanno deciso la morte di Moro non hanno mai avuto interruzione dal dopoguerra ad oggi. Gli armadi a chiusura stagna che tengono ben serrati gli scheletri sono nascosti nelle profondità del Palazzo.


5) Al momento dell'agguato di via Fani un testimone chiave ha assistito alla scena da pochi metri. Nel suo libro racconta di come Alessandro Marini, invece, fu più volte minacciato e costretto a cambiare la propria versione. Perchè? Cosa aveva visto e chi non aveva interesse che potesse emergere?

Marini aveva riconosciuto, facendone nome e cognome, un brigatista. Che non era delle BR. La mia ipotesi è che fosse un infiltrato dei servizi segreti.


6) Chi ha pagato nell'affaire Moro? E chi non ha pagato per niente?

Hanno pagato Moro e la sua famiglia. Ha pagato il PCI che è stato emarginato per sempre fino alla sua decomposizione automatica. Non hanno pagato per niente Andreotti , Cossiga e Gelli.


7) Nel 2005 ha realizzato un film dedicato a Guido Rossa per celebrare il centenario della CGIL, film che sta trovando molte difficoltà nella distribuzione. A distanza di 20 anni cosa è cambiato nel suo modo di vedere e pensare a quegli anni.

E' cambiato il mio giudizio su Berlinguer, che a torto pensavo avesse subito l'intimidazione piduista e dei servizi USA. Invece, anche per merito di Rossa, militante sindacale di una lungimiranza straordinaria, oggi sono un convinto berlingueriano. La sua campagna per un'affermazione della morale nell'azione politica è ancor oggi di un'attualità sconcertante. Ed ho molti motivi per credere che la sua "scomodità" (soprattutto nei confronti di Craxi) gli sia costata la vita.

8) Brigate Rosse vecchie e nuove. Un tema, purtroppo, di attualità Secondo lei c'è un ritorno dei malesseri sociali che furono alla base di certe scelte oppure si tratta solo di gruppi isolati e fuori dalla storia che prestano il fianco a strumentalizzazioni di ogni genere?

No, le nuove BR sono come le pustole piene di pus che compaiono sulla pelle del viso a causa di una malattia interna che non trova altro modo per manifestarsi. Diceva Citati su LA REPUBBLICA che la nostra è una società dominata da asfissianti burocrati. E' così ed è socialmente letale.


9) In fin dei conti, secondo lei, Moro avrebbe potuto essere salvato?

Penso che Moro vivo sarebbe stato un pericolo per il riassestamento dei poteri piduisti, quelli che poi hanno portato al regime Berlusconi. Un rischio troppo grande che non doveva essere corso. Moro doveva morire in ogni caso. Giustamente sua moglie ha dichiarato in un processo: "Mio marito era una pietra da inciampo".

10) Quale può essere il ruolo di chi, a vario titolo e livello, si occupa di non far cadere nel dimenticatoio ciò che è successo?

Non si tratta solo di difendere la memoria del passato, ma di affermare anche i valori della democrazia che purtroppo in Italia non hanno mai prevalso. Invito tutti a leggere il bel libro di Gustavo Zagrebelsky IMPARARE LA DEMOCRAZIA e a trarne indicazioni operative.

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