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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Manlio  28/03/2011, in Attualita' (1803 letture)
 

Lo scorso 12 marzo, sul sito dell’editore ChiareLettere, la giornalista Stefania Limiti ha pubblicato >un’intervista ad un testimone di eccellenza della vicenda Moro<. All’epoca dei fatti era un militare di leva che fu chiamato, assieme ad altri 9 commilitoni, a partecipare ad un’operazione speciale. I dieci giovanotti furono portati a Roma e fu assegnato loro un compito delicato e, probabilmente, pericoloso: sorvegliare un appartamento prospiciente a Villa Bonelli, che si riteneva essere la cosiddetta “prigione del popolo”.

 

La notizia in sé non è una grande novità. Ne aveva già parlato la stessa Limiti in un quasi clandestino trafiletto sul settimanale L’Espresso (avevo anche >commentato< la faccenda sul blog nel novembre del 2009).

L’obiettivo del trafiletto, da quello che mi è parso, credo che fosse il tentativo di smuovere l’inchiesta sul dossier prodotto da questo testimone.


Naturalmente, quel primo accenno fu sufficiente a sguinzagliare il fiuto di tanti segugi che per passione o lavoro si interessano del caso Moro. E così in tanti hanno iniziato a lavorare su quel trafiletto.

Ed, infatti, per “gli addetti ai lavori” la questione non rappresenta un “mistero”. Si sanno molte cose oltre a quelle che ha raccontato la brava Stefania alla quale deve essere riconosciuto il coraggio di rendere di dominio pubblico le informazioni stimolando, con il suo articolo, ad approfondire gli importanti elementi che quello che lei chiama “il signor Mario” ha avuto modo di raccontarle.

Ritengo che adesso se ne possa parlare un po’, con la dovuta cautela e rispettando il testimone e tutto ciò che ha ritenuto di raccontare.

La storia parte da molto lontano, dall’autunno del 2008 quando Mario, a seguito del mare di pubblicazioni che seguirono il trentennale di questa dolorosa vicenda, decise di rendere pubblico ciò che da 30 anni custodiva tra i ricordi personali. E di cose, Mario, ne ha ricordate e riferite tante.

Stefania Limiti ha parlato di microfoni ad alta ricezione installati nell’appartamento del primo piano per “origliare” in quello brigatista. E parla anche di controllo dei bidoni della spazzatura. La cosa avveniva utilizzando un “falso” camion della Nettezza Urbana e falsi spazzini.

Un giorno, nel coordinare le operazioni di prelevamento della spazzatura, ci fu un tamponamento tra il camion ed un’alfasud “caffelatte” che si aggirava in strada. Nacque un piccolo litigio che rischiò, secondo il sig. Mario, di allarmare i brigatisti compromettendo l’operazione. Entrambi i mezzi erano di disponibilità degli uomini impegnati nel controllo dell’appartamento.

Il sig. Mario parla anche della preparazione di un blitz che, giorno dopo giorno, appariva sempre più vicino. In previsione di ciò, uno dei compiti del gruppo era di contattare gli inquilini, con molta discrezione, per predisporre un temporaneo allontanamento dalle loro abitazioni mettendoli al riparo da rischi ed evitando intralci.

Di osservazioni ce ne sarebbero molte. Volendo delimitare il campo, possiamo provare ad iniziare con un paio:

- un’alfasud beige compare in via Fani subito dopo la fuga del commando, un’auto del Ministero dell’Interno in “borghese” dalla quale alcuni testimoni vedono scendere persone che sembrano poliziotti (ne parlo sia in Vuoto a perdere che in Via Fani ore 9.02 scritto con l’amico Romano Bianco). Quest’auto rappresenta uno di quegli interrogativi che è stato possibile porsi solo a distanza di 30 anni. Un’alfasud chiara è legata alle minacce ricevute dal figlio dell’edicolante Paolo Pistolesi, testimone chiave dell’agguato di via Fani. Se si trattasse della stessa macchina avremmo diversi indizi che portano in una stessa direzione: qualcuno nello Stato sapeva dell’agguato e sapeva della prigione, non è intervenuto in via Fani e non è intervenuto in via Montalcini. Si è limitato ad osservare;

- in un appartamento furono installate delle attrezzature (microfoni e registratori), altri inquilini furono avvicinati per valutare la possibilità di un loro spostamento. Se ne deve dedurre, se così fosse, che tutte queste persone abbiano subito pesanti minacce in quanto nulla di tutto ciò è mai stato riferito agli inquirenti che hanno interrogato, più volte, i condomini di quello stabile.

Sono passati 33 anni e credo sia giunto il momento di lanciare un appello sia ai commilitoni di Mario sia agli inquilini di via Montalcini n. 8: lo so che è difficile, che ci vuole molto coraggio, che forse a distanza di tanti anni potrebbe non servire nemmeno per scoprire la verità su quella vicenda. Ma proviamoci, con tutte le cautele del caso nei confronti delle persone. Abbiate fiducia.
Forse se a parlare è uno solo, il rischio di essere “insabbiato” o di subire conseguenze è concreto. Ma se a parlare sono in tanti, queste voci hanno davvero l’opportunità di cambiare la storia. E mai come in questo momento il nostro Paese ne avrebbe davvero bisogno.
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Di Manlio  30/01/2011, in Attualità (1375 letture)
La sapete una cosa?
Comincio a pensare che dovrebbero essere aboliti i giorni della memoria...
Questo in generale, ma per quanto riguarda il nostro Paese, in particolare.

Ma vi sembra che qualcuno abbia voglia di ricordare davvero?
A furia di ricordare ci si potrebbe accorgere di una verità sotto il naso e magari incazzarsi (presente Poe, La lettera rubata?). Un esempio? Un presidente del consiglio piduista (cioè che usava le istituzioni per fare business all'ombra della legalità), un ministro della difesa ex fascista, tra i più facinorosi, di quel fascismo degli anni '70 che ancora si rifaceva a J. Borghese, alle teste vuote della XMAS, e alla repubblica(?) di Salò.
Per non parlare delle strumentalizzazioni, delle parole non credibili di chi utilizza queste occasioni come vetrine personali.

Vale davvero la pena ricordare? A quanto pare non serve o non basta. E l'ultima intervista di Licio Gelli parrebbe confermare che le cose non cambieranno mai (>leggi<)

Secondo me sarebbe molto meglio se gli italiani iniziassero a leggere. Ma è molto più facile fare una finta manifestazione che impegnarsi davvero a cambiare le cose.

Buoni ricordi a tutti
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Ho iniziato a conoscere Giacomo Pacini tramite i commenti sul sito. Grazie a FaceBook ho potuto scoprire più a fondo ilsuo modo di lavorare e le sue competenze. Quando l’amico Paolo Cucchiarelli mi ha preannunciato l’uscita di un lavoro sull’Ufficio Affari Riservati mi chiesi subito chi fosse stato così “matto” da caricarsi l’onere di scavare in quello che per me era un grosso buco documentale su uno degli apparati più potenti e misteriosi (forse il più potente e perciò misterioso) della nostra Repubblica.
Quando ho saputo che l’autore era Giacomo ho avuto la certezza che si dovesse trattare di un lavoro ineccepibile e la curiosità di leggerlo è stata immediata. Un testo completo (per quanto si possa apprendere su simili strutture), onesto, rigoroso. Un lavoro che non ti aspetti da un giovanissimo come Giacomo ma che, evidentemente, storici più maturi e “contemporanei” alla struttura non hanno avuto il coraggio o le competenze per scriverlo.

Lo consiglio a tutti perché pur non essendo un romanzo la sua lettura è piacevole, la struttura è ben articolata tra l’uso delle fonti e l’analisi, l’indice del lavoro è chiaro e consente di spostarsi rapidamente da un argomento all’altro. In questo può essere assimilato più ad un manuale che ad un saggio storico.
Non potevo esimermi dal porre a Giacomo alcune questioni. Come al solito mi auguro di aver interpretato anche le domande dei lettori ai quali resta, come sempre, la possibilità di proporre nuove domande e riflessioni.

Giacomo Pacini. Ricercatore Storia contemporanea, laureato presso l’università di Pisa, si occupa di storia dell’Italia Repubblicana con particolare riferimento alle vicende degli anni settanta.
Ha svolto ricerche sulle violenze contro i civili durante la seconda guerra mondiale.
Tra le sue pubblicazioni
- “Le origini della operazione Stay Behind (1943-1956)”, pubblicato sulla rivista “Contemporanea”, Il Mulino, n. 4/2007.
- “Le organizzazione paramilitari segrete nell’Italia Repubblicana”, Prospettiva Editrice, Civitavecchia, 2008.


Tra i tanti argomenti che interessano la storia d’Italia, mai erano state dedicate delle pagine ad un apparato come l’Ufficio Affari Riservati. Secondo te, come mai?

Se è vero che fino al 1996, quando Aldo Giannuli rinvenne il noto archivio di via Appia, la documentazione era molto esile (e, spesso, di scarsa attendibilità), è in effetti sorprendente la poca attenzione che nel corso degli anni vi è stata alle vicende dell’Ufficio Affari Riservati (Uar). Eppure stiamo parlando di un organismo che dal 1948 al 1974 è stato il vertice della polizia politica italiana.
Tuttavia, il fatto che se ne sia parlato cosi poco può anche voler dire che gli uomini dell’Uar hanno saputo fare molto bene il loro lavoro di “spioni”.
In una vecchia intervista Federico Umberto D’Amato (che dell’Uar è stato il più qualificato dirigente) disse che uno spione degno di questo nome deve tenere sempre un piede nella legalità e tre fuori, ma non deve mai farsi beccare, come invece era accaduto a praticamente tutti i vertici dei servizi segreti militari.
Ecco, diciamo che l’Uar era composto da veri e propri spioni, da “sbirri” di professione che, sono sempre parole di D’Amato, “sapevano di diritto e di investigazione”, a differenza di quanto avveniva nel Sid (il servizio segreto militare) dove poteva capitare che a doversi occupare di investigazioni politiche fossero militari che provenivano dal genio, ammiragli laureati in ingegneria navale o pluridecorati generali che magari conoscevano alla perfezione le strategie belliche, ma che non avevano la minima idea di cosa fosse una indagine informativa di natura politica. Con risultati spesso disastrosi (vedi i casi Giannettini, Pozzan ecc. ecc.). Mentre gli uomini dell’Uar erano “professionisti” del settore e, appunto, non si facevano mai “beccare” (o quasi).
Per fare un esempio, se i legami e le complicità che, negli sessanta/settanta, vi furono fra alcune parti dell’estremismo di destra ed il Sid sono ormai documentati, prove documentali (e sottolineo documentali) di una conclamata collusione tra l’Uar ed il neofascismo non sono mai state trovate. Emblematico il caso del fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie; di un suo presunto legame col ministero dell’Interno si è parlato numerose volte (perfino un ex funzionario dell’Uar ha sostenuto che Delle Chiaie aveva contatti col Viminale), ma non è mai emerso un documento capace di provarlo con certezza.


Nel libro descrivi con grande accuratezza documentale la storia dell’Ufficio Affari Riservati sin dalle sue origini. Quale è stato il suo ruolo nel tempo e, se è cambiato, secondo te per quale motivo?

L’Uar nacque nel 1948 sulle ceneri della “vecchia” Divisione Affari Generali e Riservati che operava sotto il fascismo ed il suo compito essenziale era quello di coordinare il lavoro degli Uffici Politici delle questure. A fine anni cinquanta, tuttavia, quando al vertice dell’Ufficio giunse un nucleo di funzionari provenienti dalla questura di Trieste (chiamati dall’allora ministro dell’Interno Tambroni e tra i quali vi era una figura molto importante per la storia degli apparati di polizia, Walter Beneforti), l’Uar subì un profondo mutamento, sganciandosi completamente dalle questure e diventando una vera e propria polizia parallela al diretto ed esclusivo servizio del Viminale, indipendente rispetto a qualunque altro apparato informativo allora esistente in Italia.
La struttura operativa creata dai “triestini” rimase sostanzialmente immutata anche dopo il loro allontanamento dagli Affari Riservati.
A fine anni sessanta, così, l’Uar era divenuto una sorta di organizzazione piramidale con D’Amato al vertice e numerose “squadre periferiche” attive in varie città italiane, composte da sottufficiali di pubblica sicurezza (autonomi dalle questure, visto che il loro quartier generale era situato in anonimi uffici privati) che gestivano tutti gli informatori disseminati all’interno di partiti politici, quotidiani, sindacati o movimenti extraparlamentari. I componenti dell’Uar, peraltro, avevano tutti la qualifica di ufficiale di Polizia Giudiziaria, ma potevano anche non informare la magistratura qualora venissero in possesso di notizie inerenti un reato, muovendosi come agenti di un vero e proprio servizio di sicurezza, cosa che, però, l’Uar (da un punto di vista legale) non era.

Federico Umberto D’Amato è stato un personaggio molto potente che ha acquistato un ruolo importante nel 1963 (dal 1966 è diventato il capo della struttura). Nel 1963 c’è stato il primo governo Moro con l’apertura ai socialisti e nel 1964 il tentativo di golpe De Lorenzo. Che ruolo ha avuto l’Ufficio Affari Riservati, ed in particolare D’Amato, in questa determinante fase storica?

Ufficialmente nessun ruolo. In quegli anni, infatti, l’Uar, almeno stando alla documentazione di cui disponiamo, visse una sorta di fase di transizione, mentre un rinnovato “protagonismo” in campo spionistico lo riacquisì solo nella seconda metà degli anni sessanta grazie appunto ad una figura come Federico Umberto D’Amato, il quale seppe sfruttare con grande abilità le conseguenze della grave crisi in cui precipitò il Sifar (dal 1965 Sid) dopo lo scoppio del noto scandalo delle schedature illecite di migliaia di italiani e la rivelazione del cosiddetto Piano Solo. Coi servizi segreti militari gravemente compromessi agli occhi della opinione pubblica (e con gran parte della stampa che cominciò a parlare apertamente del Sid come di una struttura “deviata”, se non perfino composta da golpisti), D’Amato riuscì a tessere con grande abilità la sua tela, ridando all’Uar un ruolo da protagonista ed acquisendo un potere che mai nessun dirigente degli Affari Riservati aveva raggiunto.
D’Amato, tuttavia, fu ufficialmente a capo dell’Uar solo per un breve periodo a cavallo fra 1971 e 1972. Infatti, pur essendo fin dagli anni sessanta la figura preminente dei servizi informativi del Viminale egli preferì mantenere sempre un ruolo defilato, tenere la sua figura poco esposta, lasciando la direzione dell’Uar in mano ad altri funzionari (i vari Lutri, Catenacci, Vigevano) che, di fatto, erano alle sue dipendenze. Fu anche grazie a questa sua sorta di basso profilo che, negli anni settanta, riuscì a rimanere sostanzialmente immune da inchieste giudiziarie o da campagne giornalistiche ostili (come quelle che, ad esempio, si abbatterono sugli uomini del Sid). L’unica volta che finì nel mirino della magistratura fu nel 1976, quando fu accusato di peculato nell’ambito di un filone collaterale di una più vasta indagine su intercettazioni telefoniche abusive effettuate da uomini dei servizi. L’accusa era di aver indebitamente usato, nel 1973, fondi del ministero per acquistare 180 microspie che sarebbero state utilizzate per intercettazioni mai autorizzate dall’autorità giudiziaria. L’inchiesta, tuttavia, si sgonfiò nel giro di pochissimo tempo.


Taviani in Commissione Stragi escluse che l’organizzazione dell’Ufficio Affari Riservati potesse filtrare le notizie raccolte sul territorio per trasmettere alla magistratura solo ciò che i vertici dell’apparato ritenevano opportuno. Eppure il dubbio resta. Possibile che un’organizzazione così verticistica abbia resistito alla tentazione di “gestire le informazioni” per aumentare il proprio potere?

Il dubbio è più che legittimo visto che proprio per la sua organizzazione verticistica l’Uar era certamente in grado di tenere per sè le informazioni più scottanti e riservate senza fornirle alla magistratura (per poi magari usarle ad “altri” fini).
È nota, ad esempio, la vicenda delle borse di Padova su cui mi soffermo a lungo nel libro. Già pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, infatti, la commessa ed il titolare di una valigeria di Padova riferirono alla locale questura di aver venduto, due giorni prima della strage, delle borse simili a quelle usate per nascondere gli ordigni usati negli attentati del 12 dicembre. La questura padovana trasmise questa rilevante informazione all’Uar che però la tenne per sé, fino a quando, alcuni anni dopo, essa non riemerse quasi per caso. Ne seguì una inchiesta che tuttavia non approdò a nulla e che non coinvolse mai D’Amato (anche perché, come detto, egli, almeno ufficialmente, non era al vertice dell’Uar e a dover rispondere di quanto avvenuto fu l’allora direttore Elvio Catenacci).
Quanto a Taviani, se nel suo libro di memorie ha sostenuto di essere sicuro che mai D’Amato nascose delle prove, nella parte della sua audizione in Commissione Stragi tenutasi in seduta segreta, alla specifica domanda del Presidente Giovanni Pellegrino se, visto il modus operandi dell’Uar non vi fosse stato il rischio che gli Affari Riservati fossero in grado di nascondere le informazioni più scottanti sottraendole all’autorità giudiziaria, l’allora Senatore a vita dette questa testuale risposta: “di questo a me è giunta eco solo per quanto riguarda Milano e la Lombardia. Ed è per questo che ho sciolto l’Ufficio Affari Riservati”.

Veniamo alla strategia della tensione. Nel libro parli di infiltrazione e di polizia parallela. Come venivano gestite queste operazioni? Vi era trasparenza o si può parlare di vera e propria clandestinità?

Studiando le attività dei servizi segreti (ed in particolare dall’Uar) negli anni della strategia della tensione è spesso difficile distinguere il confine che passava tra una legittima attività di infiltrazione in un gruppo terroristico ed una attività clandestina di provocazione.
Faccio un esempio; vi sono documenti da cui risulta che in alcuni incontri di alto livello del cosiddetto Club di Berna (come era convenzionalmente denominata una struttura “creata” da D’Amato, il cui compito era coordinare ed armonizzare il lavoro delle principali polizie europee) venne auspicata (e programmata) la necessità di una infiltrazione nei gruppi eversivi di sinistra da parte di agenti di polizia. Il che è cosa normale, se non fosse che, in certi casi, si arrivava anche ad ammettere la possibilità che l’eventuale infiltrato potesse essere uno specialista in uso di armi ed esplosivi. Circostanza che, sebbene non vi sia alcuna prova documentale, può far sorgere qualche dubbio sul labile confine che, certe volte, può esserci tra infiltrato e provocatore.
Emblematico, a suo modo, il caso della fonte Anna Bolena, al secolo Enrico Rovelli, il principale infiltrato dell'Uar tra gli anarchici milanesi del Ponte della Ghisolfa. Sarebbe stata infatti tale fonte a indirizzare le indagini sulla strage di Piazza Fontana verso la pista anarchica, nonchè a dare informazioni del tutto inventate che descrivevano Dario Fo nientemeno che come il vero capo delle Brigate Rosse. Inoltre ci sono documenti da cui risulta che sempre Anna Bolena avrebbe attribuito agli anarchici quasi tutti gli attentati dinamitardi avvenuti in Italia nel corso del 1969, anche quelli di cui è oggi certa la matrice di estrema destra. Questo dimostrerebbe che Rovelli non era un “semplice” confidente, ma un vero e proprio infiltrato responsabile dei depistaggi successivi a Piazza Fontana. Va anche detto, tuttavia, che Rovelli, davanti all'autorità giudiziaria, pur ammettendo il suo rapporto con l’Uar, ha negato di aver fornito quelle informazioni ed ha sostenuto di essere lui per primo vittima degli Affari Riservati, in quanto essi avrebbero usato il suo nome come paravanto mentre la mente dei depistaggi era solo ed esclusivamente il vertice dell'Uar.

Nella quarta di copertina c’è un interrogativo che oserei definire “decisivo” nella comprensione del ruolo dell’Ufficio Affari Riservati: “Che ruolo ha avuto l’UAR nella drammatica stagione della strategia della tensione?”. Vogliamo provare a dare una seppur sintetica risposta ai nostri lettori?

Tra i documenti inediti che riporto nel libro ve ne è uno, risalente al 1955 e la cui autenticità è certa, che sembra anticipare di quasi 15 anni gli scenari della strategia della tensione, visto che, stando a quanto si legge, all’epoca, i servizi americani stavano reclutando militanti di estrema destra da inserire in strutture segrete che avrebbero dovuto provocare artificialmente disordini sul territorio italiano per favorire l’ascesa di un governo forte. Gli stessi vertici dell’Uar si dicevano preoccupati per queste incaute azioni dei servizi angloamericani.
Venendo, tuttavia, agli anni settanta ed al possibile ruolo dell’Uar, sulla base degli elementi disponibili è plausibile ritenere che gli Affari Riservati fossero quantomeno a conoscenza di quello che sarebbe accaduto il 12 dicembre 1969.
Secondo un ex generale del Sid, tale Nicola Falde, “l’attentato di Piazza Fontana sarebbe stato organizzato dall’Uar e poi il Sid si sarebbe incaricato di coprire il tutto”, ma significative sono anche le dichiarazioni dell'ex dirigente dell'Ufficio Politico della questura di Roma, Domenico Spinella, che ha rivelato che, negli anni settanta, ogni qual volta a Roma avvenivano degli attentati, D’Amato era solito inviare all’Ufficio politico della Capitale alcuni suoi agenti di fiducia per collaborare alle indagini. Tuttavia, ha sostenuto Spinella, l’allora capo dell’Ufficio politico, Bonaventura Provenza (già funzionario dell’Uar), pur non potendo rifiutare quella collaborazione, faceva di tutto affinchè gli uomini di D’Amato non interferissero, poichè temeva che essi avrebbero potuto attuare “un qualche tentativo di depistaggio delle indagini".
Sui possibili depistaggi dell’Uar dopo Piazza Fontana, poi, rimando alle già citate vicende delle borse di Padova e della fonte Anna Bolena.
Dalla documentazione, inoltre, emerge che nel marzo 1970 due dei più noti estremisti di destra romani, i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, all'epoca latitanti in Spagna, chiesero un contatto con gli apparati di polizia promettendo delle rivelazioni sugli attentati del 1969. Come luogo di incontro venne scelto il posto di Polizia al Passo del Brennero. Non sappiamo con certezza se questo contatto si concretizzò, anche se è provato che, pochi giorni dopo la “richiesta” dei Di Luia, un alto dirigente dell’Uar quale Silvano Russomanno si recò effettivamente al posto di polizia del Brennero. È dunque quantomai plausibile ritenere che vi sia andato per incontrare i Di Luia. Tuttavia, non esiste alcun documento che permetta di capire di cosa si discusse in quell’incontro, del quale, ovviamente, la magistratura non fu minimamente messa al corrente.
Molto interessante, infine, è un documento dell’Uar fino ad oggi inedito inerente il golpe Borghese da cui risulterebbe che dietro quella vicenda non c’era l’intento di favorire una svolta autoritaria, ma, attraverso l’uso strumentale della estrema destra, l’obiettivo era rafforzare l’assetto di potere allora esistente in Italia

Ufficio Affari Riservati e caso Moro. Sei riuscito ad individuare delle possibili connessioni tra il ruolo degli inquirenti e le attività dell’Ufficio? L’Ufficio Affari Riservati, secondo te, si è mosso più di quanto non ne sappiamo durante i 55 giorni? E se si, con quali finalità?

Nel giugno 1974 dopo la strage di Brescia, l’Uar, almeno ufficialmente, era stato sciolto ed al suo posto Taviani aveva “creato” l’Ispettorato Antiterrorismo diretto dal questore Emilio Santillo, mentre D’Amato era stato mandato a dirigere la Polizia di Frontiera. Durante la vicenda Moro, dunque, l’originario Uar non esisteva più; all’epoca, infatti, era appena stato istituito l’Ucigos che, anche in conseguenza della riforma dei servizi di fine 1977, aveva preso il posto dell’Ispettorato di Santillo.
Altro discorso è capire che ruolo ebbe D’Amato durante i 55 giorni del sequestro dello statista democristiano, in particolare all’interno dei tanto discussi Comitati di crisi creati presso il Viminale. Cossiga in Commissione Stragi sostenne che durante il caso Moro D’Amato era fuori dai giochi poiché ormai era diventato “unpolitically correct” collaborare con lui (a causa del veto posto dalle sinistre, soprattutto dai socialisti, sulla sua figura), mentre, ha aggiunto l’ex presidente della Repubblica, se ci si fosse potuti avvalere dell’apporto di una personaggio del suo calibro, le indagini avrebbero preso un’altra piega.
Tuttavia, in una missiva riservata che D’Amato inviò nel 1981 all’allora ministro dell’interno Virginio Rognoni egli scriveva di aver continuato ad occuparsi di investigazioni politiche anche dopo lo scioglimento dell’Uar ed aggiungeva che negli ultimi anni:
“non c'e' stato argomento di rilevanza di cui non sia stato chiamato ad occuparmi: dalle origini, la natura, i collegamenti internazionali del terrorismo, al caso Moro; dalla strutturazione, competenza, funzionamento dei nuovi servizi segreti, al mantenimento e sviluppo di rapporti con i servizi paralleli ed alleati”.
Dunque, è lui stesso a sostenere di essersi occupato del caso Moro; eppure ad oggi non esiste alcun documento e nessuna testimonianza capace di documentare quali compiti D’Amato svolse durante i 55 giorni del rapimento del Presidente della DC.

Nel libro si parla di collegamenti tra Federico Umberto D’Amato, Zorzi e Avanguardia Nazionale. Ma anche Sofri ha recentemente rivelato di aver ricevuto da parte di D’Amato la proposta di cooperare per l’esecuzione di un omicidio. Quindi l’Ufficio Affari Riservati aveva collegamenti non ortodossi sia a destra che a sinistra?

Non c’e’ dubbio. D’altronde, anche in questo caso è lo stesso D’Amato a confermarlo nella già citata lettera inviata a Rognoni nel luglio 1981 e che riporto all’inizio del libro. Rognoni, all’epoca, aveva chiesto a D’Amato di fornire spiegazioni sul perché si fosse iscritto alla loggia P2 (il nome di D’Amato infatti comparve nelle note liste ritrovate nel marzo 1981 a Castiglion Fibocchi negli uffici della Giole di Licio Gelli). D’Amato scrisse allora una polemica lettera di risposta, affermando di essersi incontrato con Gelli al solo ed esclusivo fine di raccogliere informazioni sulle attività della P2 e che se per questo doveva essere considerato un sodale del Venerabile allora Rognoni lo avrebbe dovuto considerare anche un fiancheggiatore del terrorismo rosso o nero, visto che, sempre a fini informativi, aveva avuto rapporti con l’estrema destra e con l’estrema sinistra.
Queste le parole testuali di D’Amato;
“Operando in modo autonomo e personale, ho preso contatto e ho sviluppato rapporti in tutti i settori e con ogni persona che ritenevo utile a tali fini. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta, io, come chiunque peraltro svolga compiti di tale genere, potrei essere considerato, caso per caso, fiancheggiatore di Autonomia Operaia o del terrorismo palestinese, agente del servizio americano o sovietico, emissario di questo o di quel partito politico (…)”
In Commissione Stragi, Andreotti (che con D’Amato ebbe pessimi rapporti) definì inquietante questo documento.
In effetti colpisce il modo sfrontato ed allusivo con il quale l’ex capo dell’Uar si rivolgeva al ministro dell’Interno in carica, “invitandolo” a smetterla di accusarlo, perché, si legge chiaramente tra le righe, altrimenti lui sarebbe stato in grado di far “tremare” il palazzo.

Un lavoro unico nella storia d’Italia e per questo motivo immagino abbia incontrato delle difficoltà nel reperimento delle fonti. Quanto è stato complicato il “puro lavoro da storico”?
Come è stato accolto il libro? Ritieni di aver, in qualche modo, svolto un lavoro scomodo?

In passato gli storici hanno avuto una forte riluttanza ad occuparsi di vicende quali servizi segreti/strategia della tensione ecc., sia perché si tratta di argomenti in cui è forte il rischio di prestarsi ad interpretazioni dietrologiche tese solo alla ricerca dello scoop a sensazione, sia perché si riteneva non fosse possibile “fare storia” su avvenimenti troppo recenti e sui quali la documentazione è scarsa e di bassa attendibilità scientifica.
Oggi, finalmente, anche fra gli storici le cose stanno cambiando e, d’altronde, ormai uno dei problemi principali è spesso proprio la sovrabbondanza di materiale e la conseguente necessità, specie allorché si maneggiano documenti dei servizi, di un rigoroso vaglio critico che consenta di separare ciò che è attendibile dalle classiche “patacche”. Quanto al rischio del sensazionalismo, io credo che dietrologia ci sia quando si parte da una idea precostituita e poi si vanno a cercare le prove che ci danno ragione. A quel punto si procede attraverso deduzioni e si elimina o sottovaluta tutto quello che, apparentemente, smentisce la nostra tesi di partenza. Per fare un esempio su un argomento che conosci molto bene; prendi il caso Moro. Se, prima ancora di guardare le carte, io mi convinco che Moro lo ha rapito la Cia, sarò poi in grado di trovare decine di elementi che apparentemente mi danno ragione, perché sistematicamente non considero o svaluto quelli che mi danno torto. Al tempo stesso se, sempre prima di guardare le stesse carte di cui sopra, sono già certo che dietro al caso Moro c’e’ il KGB, sarò a mia volta in grado di trovare altrettante evidenze che confermano la mia tesi di partenza, sempre perché andrò sistematicamente a eliminare quelle che mi danno torto.
Ecco, senza falsa modestia credo, nell’analizzare la storia dell’Uar, di non aver commesso il “classico” errore metodologico di partire dalle conclusioni e poi di andare a trovare i documenti che supportano le mie tesi di partenza.
Per questo non penso di aver scritto un libro “scomodo” e spero non venga considerato come tale. D’altronde, sebbene nel libro vi siano numerosi documenti inediti (alcuni, credo, di particolare rilievo) la mia intenzione non era quella di fare la “rivelazione sensazionale” (e ringrazio l’editore che mai mi ha chiesto, magari al fine di incentivare le vendite, una cosa simile), ma di provare a lumeggiare una parte di storia italiana che fino ad oggi aveva goduto di limitata attenzione.
Quanto all’accoglienza del libro, non mi posso lamentare, visto che, a parte qualche media che lo ha del tutto ignorato, è stato comunque ottimamente recensito da buona parte della stampa nazionale.
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Giuseppe Ferrara è, tra coloro che ho conosciuto grazie ai miei studi sulla vicenda Moro, una delle persone che mi hanno stupito di più.
Dotato di un bagaglio culturale impressionante, di una finezza di pensiero che lascia a bocca aperta e di una freschezza intellettuale sicuramente più dinamica ed effervescente della mia, nonostante i quasi 30 anni di differenza.

E', per intenderci, una persona che quando parla ha sempre qualcosa da insegnare. Nel suo mestiere (ovviamente) ma anche e soprattutto nelle molteplici vicende che in molti hanno solo letto sui libri e che lui ha vissuto da contemporaneo, ha avuto la possibilità di parlare con i protagonisti e in molti casi di studiare per le inchieste dei suoi lavori cinematografici.

Qualche giorno fa mi ha spedito delle riflessioni che riguardano il ruolo della Banda della Magliana (da molti ipotizzato) nella vicenda Moro. Non tanto nel suo aspetto politico, ovviamente, quanto in quello più strettamente criminale.

Prima di passare alle sue considerazioni, voglio premettere un piccolo (mica tanto) particolare che può aiutare a leggere meglio quanto Ferrara avrà da dirci.
Nel libro "L'Anello della Repubblica" (uscito nel 2009 per Chiarelettere) Stefania Limiti ha messo insieme una serie di elementi così sintetizzabili. Dopo il rapimento, l'Anello viene attivato per la ricerca della prigione dove i brigatisti avevano rinchiuso Aldo Moro. L'Anello si attiva chiamando in causa la Camorra che, a sua volta, si mette in contatto con il suo uomo di collegamento con la Banda della Magliana a Roma. Questi ultimi fanno emergere il nome di via Gradoli. L'informazione viene riportata a Roma ma, a questo punto, l'Anello è stoppato.
E' evidente, a questo punto, che a partire da quel momento in un'ipotetica trattativa per la ricerca della prigione e la sorte del Presidente della DC entra in gioco la Banda della Magliana.

Come, è tutto da definire. O, almeno, io non lo so.
Ma mi sembrava una premessa utile per "leggere" meglio le riflessioni di Giuseppe Ferrara che riporto integralmente di seguito.

"il caso Moro è ancora avvolto nel mistero?
A mio avviso no.
Tutti sappiamo che è stato un golpe. Persino uno studioso cauto come De Lutiis ha significativamente intitolato il suo ultimo libro IL GOLPE DI VIA FANI. Certo, le prove giudiziarie mancano. Ma non si sono volute acquisire o si sono volute sottovalutare. A cominciare dalla famiglia Moro. Che si è comportata malissimo, tradendo lo scomparso che, ricordo bene, forse nell’ultima lettera a Nora punta l’indice accusatore contro la DC. Ma la famiglia non ha avuto nessun coraggio e praticamente ha “coperto” il partito. Partecipando l’anno scorso a un dibattito alla presenza di una delle figlie di Moro ne ho avuto conferma. Alle mie sottolineature di ambiguità di Don Mennini, la figlia lo ha difeso a spada tratta.

Però ogni tanto, a volte quando meno te l’aspetti, escono delle verità.

Anche solo riflettendo.

Per esempio sulla Banda della Magliana.

Fin da quando uscì il mio film nelle sale, il regista Agosti mi disse che era stata la banda della Magliana ad uccidere Moro. Non so da chi avesse avuto questa informazione, ma anche se avesse raccolto una “voce”, cioè avesse recepito una convinzione popolare, la notizia ha un forte valore indiziario e va presa molto sul serio.

Ecco perché.

Stefano Grassi, nel bellissimo libro IL CASO MORO- UN DIZIONARIO ITALIANO, alla voce B. della M., scrive: “Nel quartiere, controllato in modo capillare da questo particolare tipo di malavita collegato a settori deviati dei servizi segreti e all’eversione nera, è situata la prigione del popolo di via Montalcini. Nelle immediate vicinanze di via Montalcini abitano numerosi esponenti della banda: a via Fuggetta 59 ( a 120 passi da via Montalcini) Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Antonio Mancini; in via Luparelli 82 ( a 230 passi dalla prigione del popolo) Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135 ( a 150 passi) Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere piduista Carboni; infine in via Montalcini 1 c’è villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra” (pagg.62-63,Mondadori,2008).

La “rivelazione” della prigione del popolo venne fatta da Morucci e Faranda al giudice Imposimato. Io stesso (nel 1985, mentre preparavo il film, proprio seguendo il suggerimento di Imposimato) ho potuto fare un sopraluogo nell’appartamento e constatare che sul pavimento c’erano ancora le tracce della falsa parete applicata dai brigatisti per creare un’intercapedine segreta.

Usando la logica, e guardando sulla cartina topografica l’ubicazione delle vie abitate dai banditi, via Montalcini risulta circondata dalle loro abitazioni; appare evidente che la scelta della “prigione del popolo”, dove però non abbiamo alcuna certezza che Moro vi abbia passato almeno qualcuno dei 55 giorni, non sia stata fatta dalle br ma dai maglianesi, che appunto volevano controllare a vista la “prigione” (a questo punto eventuale) e quindi Moro nonché i brigatisti.

Non solo. Poiché la ferocia dei banditi e il volume di fuoco che sarebbero stati capaci di produrre è addirittura mitico, appare chiaro che chi gestiva il rapimento era proprio la Banda ( e cioè i servizi diciamo così deviati, che con la Banda hanno rapporti strettissimi, come si deduce da tanti episodi ). Le br sono in realtà esse stesse prigioniere della Banda. E quindi delle forze politico-finanziare occulte che volevano la morte di Moro. Infatti sull’UNITA’ del 26 settembre 1982 Emanuele Macaluso ha dichiarato: ”Noi siamo fra coloro che non hanno mai creduto che a rapire e ad uccidere il presidente della Dc siano state solo le Brigate Rosse che organizzarono l’infame impresa. Abbiamo sempre pensato che gli autonomi obiettivi politici delle Br coincidessero con quelli di potenti gruppi politico-affaristici nazionali ed internazionali, che temevano una svolta politica in Italia” (citato anche nel volume POTERI FORTI, POTERI OCCULTI E GEOFINANZA, Mafia Connection ed., Pavia, 1996,pag.232). Conferma di tutto questo viene dalla lettura del volume IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO di G. Fasanella e G.Rocca (Einaudi, Torino , 2003). Tra l’altro si viene a sapere che proprio in via Caetani esisteva un appartamento segreto (di proprietà della Duchessa Caetani) che durante la guerra aveva ospitato l’agente OSS Peter Tompkins e che potrebbe aver ospitato anche Moro prima dell’esecuzione. Sicuramente la Duchessa aveva persino l’accesso ad un un garage ( quello servito a nascondere la Renault rossa prima dell’assassinio, sul quale naturalmente nessuno ha indagato).

Che Moro abbia frequentato poco la prigione di Via Montalcini (se l’ha frequentata) è ormai certo (passare 55 giorni in un loculo senz’aria lo avrebbe stremato, invece la perizia del cadavere ha stabilito che Moro era in buone condizioni). Le altre “prigioni” sono almeno due: una (forse quella stabile, dove potrebbe aver passato la maggior parte dei giorni - spostare Moro sarebbe sempre stato un rischio) situata sulla costa laziale (sempre la perizia appura che sia le scarpe sia i pantaloni di Moro sia la Renault rossa hanno tracce bituminose e di terriccio che rimandano ad un luogo vicino a Palinuro) e una dove potrebbe aver atteso il momento dell’assassinio che secondo i brigatisti sarebbe avvenuto nel garage di via Montalcini. Bugia ridicola per tre motivi : il primo è che la Banda come ha scelto il covo di via Montalcini così sceglie il covo presso Palinuro; il secondo perché il garage di Via Montalcini è molto piccolo, quindi scomodo per sparare a Moro col cofano aperto, ed è molto esposto a visite di estranei ; infine portare il cadavere di Moro sanguinante da via Montalcini a via Caetani, cioè per diversi chilometri con molta polizia in allarme, è ovvio che fosse un rischio da evitare assolutamente; infatti la logica ci dice che il garage dove è stato ucciso Moro non può essere che in Via Caetani (cioè nel Ghetto ebraico) a pochi metri dal posteggio dove poi sistemare la Renault rossa.

Su chi abbia sparato a Moro i brigatisti hanno indicato ben tre di loro e questo dimostra sia pure solo indiziariamente che la loro testimonianza è inattendibile. Molto più attendibili i messaggi lanciati da un appartenente alla banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, che lascia in un taxi un borsello con oggetti che “alludono a momenti diversi del rapimento e del sequestro Moro: i dodici proiettili, sparati da due armi diverse, con i quali Moro è stato ucciso; la testina rotante con cui sono stati scritti i comunicati (…); le due fotografie di Moro scattate dai brigatisti, il comunicato del lago della Duchessa; i medicinali che necessitano al prigioniero; i fazzoletti di carta con cui sono state temponate le ferite dopo l’esecuzione; un pacchetto di sigarette della marca fumata da Moro” (S.Grassi, op. cit., pag 155). Con questi documenti o notizie che potevano essere in mano a Chichiarelli ( es. : la foto originale della Polaroid) solo per aver gestito in prima persona sequestro e assassinio, sono, oltre che un oscuro messaggio, la confessione del delitto stesso. Quando dichiara di conoscere la marca dei fazzolettini tampone, Chichiarelli ci fa sapere che è lui che li ha messi sul cadavere di Moro, al punto da farci sospettare che sia proprio il killer del presidente ( o almeno che ha fatto parte del commando maglianese).

Questa “crescita” dell’importanza della B.della M. nel caso Moro apre uno scenario diverso e inquietante che fa valutare in modo nuovo altri episodi (tra cui primeggia il falso comunicato n.ro 7). Ma anche la scoperta del covo di Via Gradoli si configura sotto un’altra luce ( per es.: vuoi vedere che Chichiarelli aveva le chiavi dell’appartamento ed è stato lui, o qualcuno come lui, a provocarne la scoperta?)

La banda era potentissima anche in Vaticano, per i rapporti con Marcinkus (venuti fuori nella rubrica tv CHI L’HA VISTO) e, com’è noto, per aver fatto seppellire nientemeno che uno di loro nella basilica di San Paolo (alla stregua di un santo o di un cardinale!)."
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Le stragi (con i loro segreti) di Ustica e Bologna hanno visto superare il traguardo dei 30 anni. E le ricorrenze sono, in genere, il tremolante momento in cui le istituzioni continuano ad alimentare il desiderio di verità e giustizia dei familiari delle vittime ben sapendo che mai e poi mai nessun personaggio dello Stato muoverà un dito in quella direzione.

Se con Moro si era assistito ad una buona operazione di marketing con la pubblicazione online degli archivi della Commissione Stragi (dopo "soli" 7 anni dalla chiusura dei lavori) e con l'istituzione della giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, con Bologna si è praticamente toccato il fondo.

Per la prima volta nessun Ministro è stato presente alla cerimonia di commemorazione. L'assenza del Governo è stata giustificata in diversi modi sotto il minimo comune denominatore dei fischi ricevuti in tutte le edizioni precedenti.

Quello che però mi ha colpito particolarmente sono le dichiarazioni del sotto segretario Carlo Giovanardi, che riporto testualmente:

BOLOGNA:GIOVANARDI,GOVERNO HA FATTO BENE A NON ANDARE (ANSA) - ROMA, 2 AGO - «Ogni anno a Bologna si è riproposto il triste spettacolo di una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici. La strage, che colpì cittadini inermi di tutte le età e di tutti i partiti , sin dai funerali del 6 agosto, a cui partecipai come neo eletto consigliere regionale dell'Emilia Romagna, fu strumentalizzata per creare una bolgia di insulti e sputi nei confronti del Governo di allora, che colpirono particolarmente Craxi e Cossiga. Bene ha fatto quest'anno il Governo a non partecipare ad un rito che per troppi non è un momento di ricordo e commemorazione delle vittime di quella tragedia». Lo dice il sottosegretario arlo Giovanardi.

STRAGE BOLOGNA: GIOVANARDI,NO A STRUMENTALIZZAZIONI SINISTRA GOVERNO SI È RIFIUTATO DI PRESTARSI A GIOCO IGNOBILE (ANSA) - ROMA, 2 AGO - «È un dovere ribellarsi a miserabili strumentalizzazioni». Lo precisa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi che già stamattina aveva commentano positivamente l'assenza del governo dalla cerimonia che si è tenuta stamattina a Bologna. «È un dovere morale e civile - aggiunge Giovanardi in una nota - ribellarsi alla miserabile strumentalizzazione che, fin dai giorni successivi alla strage di Bologna, una certa sinistra ha fatto delle vittime di quell'orribile attentato. Se quest' anno c'è stata maggiore compostezza e sobrietà è proprio perchè il Governo si è rifiutato di prestarsi a questo ignobile gioco, offensivo soprattutto del dolore dei familiari delle vittime». «Voglio aggiungere - continua l'esponente del governo - che sono stanco di subire insulti dai vari Fiano, eredi di un partito che ha sostenuto i più screditati regimi totalitari e, per lungo tempo, sottovalutato il terrorismo assassino, battuto dalla limpida testimonianza democratica di governi e uomini delle istituzioni che hanno saputo reagire alla violenza eversiva in un quadro di totale rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione».

Provo sconcerto, non lo nego. E vergogna.
Giovanardi  parla di " una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici". Le proteste hanno coperto praticamente tutte le ricorrenze almeno degli ultimi 20 anni e vorrei ricordare al sotto segretario che dal 1996 per ben 7 anni il Governo è stato di centro sinistra. Le proteste non erano indirizzate al singolo rappresentante politico ed alla sua fazione, ma ad un intero sistema istituzionale che nulla ha mai fatto per far emergere responsabilità e spiegare il perchè di certi fatti.

In un periodo nel quale stanno emergendo delle importanti novità, delle nuove piste e delle nuove responsabilità molto vicine alle persone in cui si identificava un certo "doppio Stato" l'essere assenti vuol dire inequivocabilmente una sola cosa. Lo Stato, indipendentemente dal colore dei burattini che lo rappresenteranno di volta in volta, non ha nessuna intenzione di rendere onore alle vittime e giustizia al resto del Paese. la verità non la vuole. Punto.
Molto meglio continuare le strumentalizzazioni, manipolando a proprio piacimento il dolore e la fame di verità di una parte di popolazione che non ne vuole sapere di rassegnarsi al silenzio.

E del resto le parole di Giovanardi sono solo la conferma di quanto già espresse il Ministro Rotondi all'indomani della morte della signora Eleonora Moro. "Lei è vissuta senza sapere la verità e i segreti sopravviveranno a lungo dopo la sua morte".

Le istituzioni per essere più chiare di così avrebbero potuto fare solo una cosa: dire i nomi dei colpevoli.

No, cari amici. Se gli italiani hanno perso la capacità di indignarsi di fronte a molte cose, che almeno siano consapevoli delle bugie che dal Palazzo gli propinano quotidianamente su tutti i fronti...
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Non avrei mai immaginato di ricevere e, soprattutto, pubblicare un comunicato stampa proveniente dagli abitanti di una via di periferia esasperati dalle situazioni che ne rendono precaria e pericolosa l'abitabilità.

Ma la strada si chiama via Gradoli, si trova a Roma sulla Cassia...

Questa volta preferisco non commentare i bene informati cittadini che, e questo deve essergli riconosciuto come merito, hanno saputo utilizzare senza strumentalizzazioni il passato tracciando un solco molto preciso e limpido (?) del perchè quella strada si trova oggi ad essere crocevia di molteplici e loschi interessi.


COMITATO PER VIA GRADOLI
Comunicato stampa n. 4 - 14 giugno 2010
L'esasperazione degli abitanti

Il 7 giugno quattro volanti sono intervenute in Via Gradoli per sedare una lite causata dalle minacce rivolte da alcuni stranieri a cittadini infastiditi dagli schiamazzi. Permane il degrado: non sono state rimosse le bombole GPL dai seminterrati, sono ripresi barbecue e discoteche estive, continua la locazione dei cubicoli oggetto dell'ordinanza di sgombero del 65; infine sono comparsi nuovi trans.
Gli abitanti della via, insofferenti ed esasperati, minacciano azioni eclatanti.
Si precisa che le indagini svolte dal Comitato non hanno alcun secondo fine se non quello di sollecitare l’amministrazione a intervenire per risanare la strada.

I misteri della via
Vecchi e nuovi misteri avvolgono edifici già coinvolti nei casi Moro, fondi neri del Sisde e Marrazzo. Tra i primi, sono stati evidenziati i legami tra Vincenzo Parisi (ex capo del Sisde e della Polizia, proprietario di 5 immobili ai civici 96 e 75) e il suo fiduciario, Domenico Catracchia, a oggi ancora proprietario di numerose unità immobiliari nella via; questi, nel 1994, fu oggetto di un procedimento, poi archiviato, volto ad accertare la responsabilità penale quale organizzatore di una agenzia per il favoreggiamento di immigrazione clandestina. Nelle perquisizioni fu rinvenuta un'agenda contenente nomi di proprietari occulti di appartamenti, società immobiliari, rendiconti, nominativi di funzionari di polizia e di magistrati.

Con riferimento a oggi, svelato quello relativo alla proprietà della casa di Natalì, si è accertato che la proprietà di un altro appartamento del 96, già occupato da trans, è riconducibile, mediante una concatenazione di srl, alla società lussemburghese Esquiline s.a.; il revisore dei conti è stato Achille Severgnini (già consigliere della Magiste International), l'amministratore è Marco Sterzi; il capitale sociale è costituito da 16.000 azioni, tutte della fiduciaria milanese SER-FID spa, salvo una di Sterzi.

È comparso nelle cronache Gennaro Mockbel; la sorella Lucia nel 1978 abitò in Via Gradoli 96 in un appartamento contiguo a quello delle BR e datole in comodato da una società del Sisde. La ragazza era informatrice del commissario Elio Cioppa, iscritto alla P2.

Le domande
1. Guido Severgnini, fondatore dello studio commercialista, aveva quale collega Michele Sindona?
2. Quale rapporto intercorre tra Achille ed Ernesto Severgnini?
3. Per conto di chi la SER-FID spa controlla l'Esquiline s.a.?
4. È vero che Catracchia fu difeso da Antonio Juvara, massone iscritto alla Loggia "Trionfo Ligure" aderente al Grande Oriente d'Italia, e che questi ottenne la restituzione dei documenti sequestrati e la repentina archiviazione del procedimento giudiziario?
5. È vero che Lucia Mockbel è sposata con Giancarlo Scarozza, figlio di Maria Antonietta Finocchi, e che è parente di Michele Finocchi, ex capo di gabinetto del Sisde, indagato per l'omicidio Alberica Filo Della Torre?
6. L'Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna ha ancora interessi nella via?
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Di Manlio  01/06/2010, in Attualità (2048 letture)
Post tratto da Pensieri vagabondi (Blog di Marco Cazora)

Il 12 maggio del 1977, in una manifestazione indetta dai radicali per ricordare il III anniversario del referendum sul divorzio, trovò la morte la studentessa Giorgiana Masi. E’ solo una delle tante vittime dei moti di piazza degli anni ’70, ma la sua morte è caratterizzata da circostanze mai chiarite e sulle quali una sentenza si è espressa in maniera sbalorditiva.

Giorgiana Masi non è vittima di schieramenti contrapposti, come si potrebbe facilmente immaginare. Ad ucciderla sono stati colpi d’arma da fuoco (calibro 22) sparati con l’intenzione di uccidere mentre, di spalle, fuggiva dalle cariche della Polizia.

Quei colpi ferirono altre due persone: un poliziotto ed un'altra manifestante. Il corteo si tenne nonostante il divieto di manifestazioni pubbliche entrato in vigore dal precedente 21 aprile quando fu ucciso un agente di Polizia e ne furono feriti altri cinque.
L’inchiesta sui fatti del 12 maggio ’77 si concluse il 9 maggio del 1981 per impossibilità di procedere (non fu individuato nessuno dei responsabili).

Parlavamo della sentenza. Eccone un tratto che, a rileggerlo a distanza di 33 anni, aumenta lo sgomento e la rabbia. Sgomento per ciò che caratterizzava le dinamiche del potere (ancora attive?), rabbia perché a farne le spese fu un’innocente ed indifesa studentessa.

«È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizione del Partito Radicale, che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine.»



Cosa c’entra l’Emerito? Era Ministro degli Interni, mica Iddio! Non era ovunque e non poteva sapere tutto!
Si può dissentire?

Oltre alle responsabilità penali, esistono anche quelle politiche. Nel senso che ci sono persone che hanno il dovere di sapere, hanno il dovere di prevenire. Non glielo ha imposto il medico, lo hanno scelto da soli nel momento esatto in cui hanno accettato certe cariche.
Quindi un Ministro dell’Interno che non è in grado di assicurare che personaggi estranei (?) alle forze dell’Ordine operino in maniera sovversiva, dovrebbe essere calciato a pedate nel deretano ed il suo volto affisso in quel “Wall of incapable” affinchè nessuno possa dimenticarne l’assoluta incapacità nel rappresentare le istituzioni.
E non essere premiato sino alle più alte cariche dello Stato.

Ma il motivo più grave che ci porta a dover parlare ancora dell’Emerito, non è questo.

A saper leggere bene le parole del giudice Claudio D’Angelo, sembra proprio che quel 12 maggio del ’77 non sia stato altro che l’ennesimo episodio della strategia della tensione che ha tenuto in bilico il nostro Paese (senza sovranità) e che il sangue bipartizan sia stato versato solo nell’ottica del ricatto tra blocchi contrapposti che si contendevano il predominio sul nostro territorio, in una guerra tutt’altro che fredda combattuta sullo scenario mondiale.
Cossiga ha più volte accennato ai fatti di quel giorno con le solite allusioni, mezze affermazioni degne del più codardo dei pentiti: quello che racconta ciò che gli torna comodo per l’esclusivo tornaconto personale e dei benefici di legge.
La studentessa Giorgiana Masi

Nel 2003 fu un po’ criptico:
«Non li ho mai detti alle autorità giudiziarie e non li dirò mai i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica»

Ma nel gennaio del 2007, in un'intervista al Corriere della Sera fu molto chiaro dichiarando di essere una delle cinque persone che sono a conoscenza del nome dell'assassino di Giorgiana Masi.
E tutti ricordiamo ancora bene il 24 ottobre del 2008 quando fu prodigo di consigli per il Ministro degli Interni Maroni su come affrontare le manifestazioni di piazza che il movimento l’Onda promosse per protestare contro la riforma Gelmini.

Allora Emerito?
Lo so che è difficile per un coniglio diventare leone, ma noi non pretendiamo questo. Vorremmo solo che il prossimo carnevale metta il suo bel vestitino da Re della Foresta e trovi il coraggio per parlare. Cosa è successo quel 12 maggio 1977? Quali forze del “doppio stato” hanno utilizzato quella manifestazione perché tornasse comodo ad alti settori delle Istituzioni? E già che c’è, ci racconti anche di Aldo Moro, di Ustica e di Bologna. Ci accontenteremmo di questo, per cominciare.

Poi potrà decidere lei stesso se mantenere il travestimento o tornare alle più comode vesti di coniglio

Più volte è intervenuto in difesa dei brigatisti che furono protagonisti della vicenda Moro contro chi li ha accusati di essere solo il braccio armato di menti di ben altro livello. Un riconoscimento politico che ha un significato preciso: erano un fenomeno autentico, non erano pilotati, ma sono stati “fregati” da qualcosa di più grande di loro. Una esplicita ammissione del fatto che l’Emerito ben conosce chi li ha fregati e come lo ha fatto. Non fosse altro perché è stato proprio lui il primo ad essere “giocato”.
Non si può pretendere di sapere dalle BR che contrastavano lo Stato chi, da dentro le istituzioni (o dall’esterno ma con un cordone ombelicale ancora non reciso), ha “giocato sporco” determinando l’uccisione di Aldo Moro.
Ma se è stato beffato anche Cossiga, vuol dire che è stato beffato lo Stato. E se si può capire il perché 30 anni fa queste cose l’Emerito non potesse dirle (era un coniglio, meglio ancora un cane abituato ad abbaiare a comando in cambio del biscottino al tartufo…) è vergognoso che alle soglie del crepuscolo della sua inutile esistenza tenga ancora la bocca tappata.
Forse, oggi, è questo l’ordine che fedelmente continua ad eseguire.
La sua missione non è terminata.

Si goda i “biscottini”, Emerito. Potrebbero essere gli ultimi.

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Di Manlio  08/05/2010, in Interviste (3208 letture)
Il cosiddetto "Memoriale Moro" è stato, specialmente negli ultimi anni, oggetto di studi ed analisi da vari punti di vista.

Mancava, sicuramente, una lettura delle parole che Aldo Moro scrisse dalla "Prigione del Popolo" che contribuisse alla interpretazione della personalità che caratterizzò Moro prigioniero.

E' possibile, da quelle lettere e dagli scritti, comprendere meglio il dramma umano che il Presidente della DC si trovò a vivere in quei 55 giorni?

Con quale atteggiamento psicologico Moro affrontò la sua battaglia per la vita?

In definitiva, la figura di Aldo Moro esce rafforzata o indebolita se la si interpreta dai suoi scritti come prigioniero delle BR?

A queste domande, e a molte altre, ha cercato di dare una risposta il prof. Rocco Quaglia, docente di psicologia presso l'Università di Torino in un bel libro uscito lo scorso anno per le edizioni Lindau.
"Due volte prigioniero" si intitola il suo lavoro che con molta professionalità e pacatezza ripercorre la prigionia di Aldo Moro attraverso i suoi scritti. Il ritratto che ne emerge restituisce al prigioniero la dimensione umana che a partire da quei lunghi giorni gli è stata, a poco a poco, sottratta.


Le lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, sono state oggetto di molteplici studi storici, politici e filologici. Il suo tentativo di analisi degli scritti per ricavarne un profilo psicologico di Moro è però molto originale. Che cosa l’ha spinta in questa analisi?


Moro fu un personaggio politico, e la sua vicenda fu considerata con riferimento unicamente al suo ruolo sociale, come se “il politico” dovesse esaurire la sua intera personalità. La conseguenza fu che ogni comportamento non rientrante all’interno di una logica politica fu rinnegato, sconfessato, condannato. Mai dai politici Moro fu considerato nella sua dimensione di “essere umano”, evidenziando qualità e aspetti che, da un lato, lo avrebbero reso una persona, dall’altro, avrebbero agevolato un’identificazione con lui. Il ruolo ha così soppiantato e oscurato l’individuo, e ancora oggi si parla del politico e non dell’uomo, privandolo dei suoi sentimenti, cioè della sua parte più vera. Ora, è precisamente di questa parte che ho voluto interessarmi, e le domande che mi sono posto sono diventate altre:
«Quali furono le strategie adottate da Moro in una situazione di assoluta emergenza?», «I suoi comportamenti tradirono segni di un disturbo post-traumatico da stress?»,
«Con quali risorse seppe fronteggiare l’angoscia e non cedere a un crollo psicotico?».
Le risposte sono tutte contenute nelle lettere: Moro ha dimostrato di possedere una personalità ben integrata, e ciò gli consentì di conservare fino alla fine un controllo sulla realtà e sui suoi eventi. Moro non ha mai manifestato, attraverso le sue lettere, indizi di una qualche forma di squilibrio, com’è stato talora sbrigativamente suggerito; comunicare questa “verità” mi è sembrato doveroso nei confronti di un uomo che ha saputo, in una situazione d’inaudita violenza, rivelarsi sul piano emotivo e affettivo di una straordinaria maturità.


Cosa si aspettava all’inizio del suo lavoro? E quali bilanci si sente di fare ora che l’ha ultimato?

Ho scritto il libro – come ho accennato - perché impressionato dall’equilibrio psichico manifestato da Moro, dalla sua lucida razionalità nell’esaminare le opportunità di una liberazione, dal suo dominio emotivo nell’affrontare situazioni d’insopportabile angoscia, dall’atteggiamento né sprezzante né remissivo, né intimorito né compiacente sia verso i “vecchi amici” sia verso i “giovani nemici”. Tutto sembrava fosse stato detto della vicenda Moro, eppure di Moro nulla era stato riferito. Questa fu l’anomalia che suggerì la mia curiosità. Non avevo un’ipotesi di lavoro, né una tesi da dimostrare, e l’idea del libro cominciò a prendere corpo soltanto quando iniziai a rendermi conto che il Moro che gli ex amici dichiaravano di non conoscere era in realtà il Moro autentico. Scoprii così un Moro che progressivamente mi convinse come psicologo e mi coinvolse come uomo. Mi sorpresero in lui sensibilità e intelligenza: era dotato di una personalità di notevolissimo spessore, e di una coscienza fuori dell’ordinario. La mia intenzione fu di ripresentare l’uomo che gli amici non riconobbero, invitandoli – a distanza di anni – a guardare e a osservare meglio “se questo è un uomo”.
Mi aspettavo una maggiore disponibilità nell’accoglienza di un Moro ritratto da un diverso punto di vista; mi sbagliavo. Devo riconoscere che Moro, a più di trent’anni dalla sua morte, non è ancora un argomento di cui si parla volentieri. Alcuni “amici”, tra quelli politicamente impegnati, mi hanno scritto, riproponendo puntualmente le ragioni adottate a suo tempo nei confronti di Moro, senza peraltro comprendere neppure un solo intento del mio libro; altri mi hanno comunicato, in vari modi, il loro completo disinteresse per tutta “l’incresciosa” vicenda. La presentazione del libro non ebbe luogo, poiché il relatore si è disimpegnato. Un solo quotidiano accolse di pubblicizzare il volume, ma senza produrre commenti propri. Il disinteresse per Moro è così grande che il mio libro non è stato esposto in nessuna libreria della mia città. Moro non è ancora morto, poiché si continua a ucciderlo.


Si era interessato già da prima del caso Moro o è una vicenda che l’ha interessata solo limitatamente alle sue analisi?

Avevo di Aldo Moro una conoscenza approssimativa e vaga. Attraverso i giornali dell’epoca, avevo seguito gli eventi che si riferivano al suo sequestro e alla sua morte, ma senza alcuna passione. Sapevo della vasta letteratura prodotta sul caso Moro, ma non avevo mai letto nulla, fino a quando, l’anno scorso, per caso, non lessi le lettere scritte durante la sua prigionia. Io sono uno psicologo e di conseguenza, leggendo, non prestai attenzione agli aspetti politici della questione, non m’interessavano; d’altra parte i “fatti” erano ormai lontani. Mi lasciai così coinvolgere soprattutto dalla vicenda umana di Moro: iniziai a valutare “quelle lettere”, da cui trasparivano intatti e vivi i sentimenti dell’uomo, unicamente con riferimento al prigioniero, ai suoi vissuti e alle ragioni invocate per la sua liberazione.
Il mio interesse per l’uomo Moro, tuttavia, non è terminato con la stesura del libro; al contrario, è iniziato con la sua pubblicazione. Io non sono in grado di comprendere quel che sta accadendo intorno al mio libro, ma trovo inquietanti i segnali che mi arrivano. Ho scritto molti libri, e non soltanto di psicologia, ma avverto che questa volta è diverso: qualcosa di Moro dà ancora tanto fastidio.


Il suo lavoro parte dal voler ribaltare l’atteggiamento comunemente attribuito a Moro, cioè “il non voler morire”, in un altro “il voler vivere”. Sembra una differenza sottile. A cosa porta, in termini di analisi, questo differente punto di partenza?

Sembra una differenza sottile, è vero, ma comporta un atteggiamento diametralmente opposto. È stato affermato che Moro non volesse morire, ed è stato di conseguenza dipinto un uomo in preda della propria paura, pronto a qualsiasi compromesso, anche a colludere con i brigatisti, pur di salvarsi. Chi non vuol morire è dominato dalla paura della morte, o almeno in questo modo noi lo immaginiamo. Ora, anche una lettura frettolosa e superficiale delle lettere sa offrire di Moro un’immagine totalmente estranea a quella che è stata ossessivamente illustrata. Io non ho trovato nessun elemento capace di rilevare in Moro la paura della morte. La morte stessa di Moro, in qualunque versione raccontata, è testimonianza di una grande padronanza emotiva e dell’accettazione di un destino, di cui egli resta Signore.
Dire che Moro desiderasse vivere comporta un diverso ritratto, quello di un uomo che non sente ancora di aver esaurito i motivi e i compiti per i quali diventa necessario esistere. Moro non era identificato alla propria maschera sociale, al personaggio noto agli ex amici; le dimensioni di Moro erano qualificate prioritariamente dai ruoli naturali, che la vita assegna, con riferimento a una famiglia. Moro non sentiva di avere motivi per morire, ma ne aveva molti per vivere. Chi pensa che Moro abbia scelto la famiglia e non lo Stato sbaglia. Moro non viveva per un’immagine, e non avvertì mai il bisogno di idolatrare la propria immagine politica; le sue ragioni erano guidate da un sentimento d’impegno nei confronti di coloro che gli erano stati affidati. La sua preoccupazione, che si estendeva a tutto ciò che rientrava nel concetto di famiglia, era vera. Moro era una persona sincera nei suoi affetti e nelle sue dichiarazioni; se noi non siamo in grado di credergli, o peggio, di non comprendere, il limite è tutto nostro.


La “Sindrome di Stoccolma” attribuita al prigioniero e con la quale si cercò di delegittimare l’autonomia di pensiero di Aldo Moro, è da lei letta “al contrario”. In pratica furono le BR a essere quasi “dipendenti” dalle volontà e, più generale, dalla personalità del loro prigioniero. Che cosa avrebbe potuto comportare un rovesciamento della “Sindrome di Stoccolma” al tempo del sequestro?

È ormai un dato acquisito che Moro non fu affetto da nessuna “sindrome di Stoccolma”; neppure si trova in lui un comportamento che possa essere letto come un tentativo d’ingraziarsi o di compiacere i suoi carcerieri. Se così non fosse stato, Moro non avrebbe potuto conservare attendibilità e rispetto presso chi lo torturava. Non chiese mai ai suoi sequestratori di liberarlo e così facendo, fornì prova di realismo e di coraggio, ossia di integre capacità cognitive di analisi e di valutazione della situazione. Chiese tuttavia ai suoi ex amici di risolvere un “problema”, che egli non viveva come suo soltanto, ma di tutti, opponendo a una ragione di Stato le ragioni di una Nazione. La storia diede ragione a Moro. Opporre forza è un modo illusorio di vincere le proprie paure, e le Brigate Rosse “hanno fatto” paura. Se soltanto si fosse desiderato comprendere quel che Moro cercava di suggerire, quando chiedeva fiducia in lui, ci si sarebbe reso conto che la sua liberazione sarebbe stata considerata come un atto di debolezza non dello Stato ma dei brigatisti. Il sequestro avrebbe perduto l’alone dell’ideologia e del gesto rivoluzionario, e sarebbe stato declassato a una mera azione di pusillanime “ricatto”. Dopo aver compiuto una strage, nulla poteva disorientare più di una liberazione; perché le Brigate Rosse fossero “credibili” nel loro delirio, non avrebbero mai dovuto aprire una trattativa con il Governo. Moro ebbe un grande ruolo in tutto questo. Il Governo ha reso forte l’immagine delle Brigate Rosse; Moro, da solo, le ha indebolite.


Nelle sue analisi, la speranza di Moro era di tornare ad essere chi era stato e quindi la disumanità della sua prigionia non disintegrò la sua identità. Lei ritiene, quindi, che se Moro fosse stato liberato sarebbe tornato pienamente cosciente del suo ruolo e recuperato appieno tutti i suoi poteri e identità politica?

È difficile rispondere a questa domanda. Intanto, Moro aveva in altre occasioni mostrato la volontà di ritirarsi dalla vita politica attiva. Accusa più volte, nelle sue lettere, Zaccagnini per averlo indotto ad accettare la carica di Presidente della Democrazia Cristiana. Sono tuttavia convinto che se ci fosse stata un’intesa con i “suoi” per la sua liberazione, egli avrebbe potuto continuare a esercitare la sua influenza. La sua intelligenza politica è fuori d’ogni dubbio. Moro aveva conservato, durante i giorni della sua prigionia, integra la sua dignità e autorevolezza, tanto da guadagnare il rispetto e la stima dei suoi carcerieri. Questi seppero riconoscere in Moro ciò che tutti gli altri non videro mai.


Moro era profondamente religioso e credeva nel valore dell’Uomo sopra ogni altra cosa. La pratica religiosa era una presenza costante nella sua vita, sin da giovane. La sua amicizia con Papa Montini era di lunga data e risaliva ai tempi dell’Università. Come ha preso, dal punto di vista religioso, Moro la lettera del Papa? Quel “il Papa ha fatto pochino. Forse ne avrà scrupolo” come può essere interpretato dal punto di vista di un uomo che quel “senza condizioni” ha contribuito a condannare a morte?

Moro ha lottato fino alla fine per evitare un lutto, non elaborabile, alla sua famiglia, e un danno irreparabile al Paese. Il Papa rappresentava l’ultimo tentativo. Penso che Moro abbia affrontato la morte nella pace, perché non aveva più nulla da rimproverarsi: ha fatto tutto quello che era in suo potere. Se desideriamo comprendere le parole di Moro, dobbiamo uscire dal nostro egocentrismo, e fare lo sforzo di valutare quelle parole il più obiettivamente possibile. «Il Papa ha fatto pochino», quel pochino va interpretato alla luce di quel che segue «Forse ne avrà scrupolo». Vi è qui una rima che improvvisamente si apre nella personalità di Moro e ci lascia intravedere una straordinaria sensibilità. Il Papa non ha fatto pochino per lui, ma innanzi tutto per se stesso; in altre parole, ha fatto pochino non con riferimento alle attese del carcerato ma rispetto a quello che, come Papa, avrebbe potuto fare, e per questo potrebbe avere degli scrupoli. Soltanto se cogliamo la preoccupazione di Moro per il Papa, possiamo comprendere quel “forse”. Molti invece hanno interpretato come se la frase dichiarasse: «Il Papa ha fatto pochino. Ne avrà scrupolo». Moro non augura alcuno scrupolo, ma si rammarica della possibilità di essere causa di un’amarezza per il Papa. Inoltre, implicitamente con quell’espressione Moro comunica la consapevolezza della propria morte. In questi dettagli si nasconde e si rivela la grandezza dell’uomo.


Nonostante l’omicidio di 5 uomini di scorta, i brigatisti sembrano cedere alla necessità di voler “adempiere alle ultime volontà” del Presidente. Lei definisce questo atteggiamento “un aspetto che ha la forma della pietà ma senza averne il potere. Infatti, non è pietà umana” e lo indica come il “lato oscuro delle Brigate Rosse”. Che cosa intende dire di preciso?

Dovremmo parlare della personalità dei brigatisti, e questo ci porterebbe lontano; inoltre preferisco ignorarli. Posso soltanto dire, parlando in generale dei terroristi di tutte le specie, che il loro movente primo è un misto di paura e di invidia. Per loro c’è un solo modo per vincere la paura e far cessare l’invidia, distruggere la fonte del potere che si teme e del bene che s’invidia: la fonte può essere identificata sia in una persona sia in un sistema. I terroristi sono affettivamente bambini, perciò manipolabili e pericolosi, per i loro processi cognitivi elementari e il loro fondamentale egocentrismo. Temerli è l’errore più grande, compiacerli la più grande colpa. Moro è il vero vincitore sui suoi carcerieri, li ha emotivamente disorientati e disarmati.


In molte lettere emergono i pensieri più intimi del prigioniero, i più sinceri. In breve, che dipinto è possibile ricavare dell’Uomo Aldo Moro analizzando i particolari più personali che emergono dalle sue lettere?

Il primo titolo del mio libro era: Aldo Moro, una personalità compiuta; poi è stato modificato con l’attuale titolo dall’editore. Se lo sviluppo psichico ha una meta, essa è sicuramente segnata dalla capacità dell’individuo di approdare affettivamente alla condizione di chi, esaurito il proprio credito dalla vita, ne diventa un debitore. Maturare in sé la gratitudine per la vita comporta la nascita del bisogno di sentirsi responsabili per gli altri in genere, per le nuove generazioni in particolare. Ho definito l’atteggiamento di Moro come ispirato dal sentimento di “responsabilità impegnata”, un sentimento proprio di una personalità genitoriale.


In molti passi dei suoi scritti emergono le premure che Moro aveva nei confronti dei suoi familiari. Parole che ci danno l’immagine di un uomo semplice, genuino. E’ comprensibile che all’epoca la cosiddetta “ragion di Stato” abbia impedito un riconoscimento pubblico della veridicità dei sentimenti umani che Moro provava e comunicava all’esterno. Ma questa è una tendenza che a distanza di oltre 30 anni non è mutata. Secondo lei perché?

Non fu “colpa” della ragione di Stato se Moro fu frainteso e rigettato; la ragione di Stato, semmai, fu il pretesto per evitare di comprendere Moro; e invocare ancora oggi, con testardaggine, una tale ragione ci fa capire quanto poco si è convinti. Che cosa dunque ostacolò e ancora impedisce di accogliere la verità dei sentimenti di Moro? Non è possibile! È un problema di livello evolutivo. Il brigatista magari sognava che il figlio abbandonato, una volta adulto, lo avrebbe idolatrato per aver “suo padre” scelto e preferito la lotta armata alla famiglia; una persona “adulta”, invece, non ha esitazione a frantumare l’idolo che lo abita, se il suo riconoscimento esige il sacrificio della propria famiglia. Il gesto eroico della personalità genitoriale sovente si consuma, per il filiale, in un’apparente viltà.


“Da parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno” scrisse Moro in una famosa lettera al Segretario della DC Benigno Zaccagnini e rivolgendosi agli uomini del suo partito. Poi in uno scritto che non è possibile datare con certezza ma che tenderei ad escludere che possa essere considerato un brano del cosiddetto Memoriale, ringrazia i carcerieri dando “atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato”. Probabilmente Moro pensò di aver avuto la meglio “umanamente” con i suoi carcerieri. Come reagì, psicologicamente, quando realizzò che sarebbe stato ucciso?

In quei cinquantacinque giorni di prigionia, Moro ricevette una terribile lezione di vita. Aveva pensato di avere degli amici e scopriva di non averne mai avuto. Di fronte alla morte, esperienza angosciante di per sé, e in una situazione drammatica, Moro conosce la solitudine e il tradimento da parte di chi aveva ricevuto tutta la sua amicizia. Non aveva capito nulla, anzi comprende ora quanto fosse stato ingenuo. Moro non può giustificare né assolvere nessuno, perché non riesce a perdonarsi di aver preferito il Partito, quel partito, alla Famiglia.
Penso che le parole di Moro, spese per i brigatisti, siano autentiche: sono le uniche parole con le quali manifestare i suoi sentimenti senza dover vergognarsi o pentirsi, poiché cristiano. Con il ringraziare i brigatisti, vale a dire coloro che gli hanno tolto tutto, cerca di comunicare qualcosa ai suoi ex amici, è una comunicazione rivolta direttamente al loro spirito. Non ci sono parole per dir loro nel modo più caritatevole possibile: voi siete i peggiori!
Per comprendere Moro, bisogna che passi questa generazione; per comprendere Moro c’è una condizione: conoscere se stessi. Abbiamo proiettato su Moro le nostre paure, i nostri pensieri, i nostri sentimenti; non è facile prendere coscienza che i nostri giudizi sono i nostri più sinceri giudici. Le tenebre non hanno conoscenza né consapevolezza dell’oscurità.


Un’ultima riflessione di carattere personale, stavolta. Che eredità ha lasciato Aldo Moro nella personalità del prof. Quaglia?

Moro ha affidato la sua verità ai pensieri trascritti durante la prigionia, il lettore che vuole in piccola parte avvicinarsi a questa verità è costretto a rivivere, se pure idealmente, la situazione in cui furono concepiti e affidati a fogli di carta. Chi riesce a fare uno sforzo e per alcuni attimi si lascia afferrare dall’angoscia che si addensava in quell’angusto vano, sicuramente non avverte più il desiderio di parlare di Moro, per rispetto, per pudore, per incapacità. Io mi sono, nella mia immaginazione, chiuso in quel bugigattolo per tutto il tempo che ho impiegato a scrivere questo libro; ho imparato osservando quest’uomo mentre cercava di prendersi cura della propria persona, mentre cercava di ascoltare quel che proveniva dall’esterno, mentre cercava di non disperare a ogni visita dei carcerieri, mentre pregava quando nessuno lo scrutava. Non avrei mai voluto scrivere questo libro.
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Di Manlio  12/04/2010, in Recensioni (1710 letture)
Come molti di voi già sapranno, lo scorso 16 marzo è uscito per >Nutrimenti< un lavoro scritto a quattro mani con l’amico Romano Bianco, giornalista con il quale condivido la passione per la vicenda Moro, conosciuto proprio in occasione dell’uscita della prima edizione di “Vuoto a perdere” quando in tanti mi contattarono sia per congratularsi (bontà loro) sia per propormi di condividere idee ed esperienze.

Poco prima dell’uscita in libreria, Famiglia Cristiana ha dedicato un piccolo spazio per annunciare la novità ai suoi lettori >Leggi<. Non si è trattato di una semplice recensione con delle critiche. A chiamare le cose con il proprio nome si è trattato di un vero “utilizzo privato di mezzo pubblico” in quanto la giornalista (?) che l’ha firmato in realtà ha pensato solo ed esclusivamente a muovere un attacco personale nei miei confronti.


E dire che non la conosco nemmeno e che non ho mai avuto modo di parlarci neppure indirettamente.


Dimenticando con premeditazione che il libro è co-firmato, la TEOFON annachiaravalle (giornalista fondamentalista cattolica, i fondamentalisti evidentemente non sono un’esclusiva islamica…) dedica i primi righi a descrivermi come “consulente d’azienda con il pallino degli scoop. Un Marketing manager che ha deciso di dedicare il suo tempo libero al mistero Moro”.
E perché la signora (o signorina) annachiaravalle ha fatto finta di dimenticare il co-autore? Semplice, perché è un giornalista, e non è elegante criticare un collega. Questo è il vantaggio di essere una casta, anche se oggi quella dei giornalisti somiglia molto di più a una cricca, ma questo è un altro discorso.

Potete ammirare lo stile e la professionalità di questa giornalista che nel suo pezzo sul nostro libro ha fatto suo uno dei sette Vizi Capitali, l’invidia, a questi > 1 < > 2 < > 3 < > 4 < > 5 <. E poiché non voglio utilizzare questo spazio per annoiarvi, potete leggere la mia risposta integrale >qui<.

In questo post mi limito a sottolineare che:

a) il pallino dello scoop? Non mi faccia ridere annachiaravalle
Le ricordo il significato del termine “Linguaggio giornalistico – la pubblicazione in esclusiva di una notizia inaspettata e particolarmente importante” (Devoto-Oli). Le ricordo che è un concetto tipico del suo mondo, di quel mondo che non esita a speculare sul plastico di Cogne o della casa di Brenda in via Gradoli. Non mi appartiene. Del mio precedente lavoro tutto si può dire fuorché sia stato concepito o promosso sotto la logica dello scoop. Contiene analisi accurate di fatti noti ma sottovalutati o volutamente dimenticati (spesso in malafede) da tanti suoi colleghi. E non è un caso se il Sen. Pellegrino ha elogiato molto quel tipo di approccio definendo la mia analisi proprio su via Fani, in più di un’occasione, la più completa ed attendibile sino ad ora fatte. Mi spiace per lei, ma non sono un contrabbandiere di argento falsificato (dalle mie parti si chiamano scangiargentu). Mi piace solo raccontare i fatti e analizzarli guardandoli da più punti di vista possibile senza ingannare o fuorviare il lettore. Questo perchè non sono un giornalista come lei. E per fortuna non lo è neppure Romano.

b) il biglietto cui lei fa riferimento è stato da me erroneamente attribuito, a causa della fretta, a Valerio Morucci. L’errore fa parte di una banale didascalia che nulla ha a che vedere con quanto analizzato nel testo. Un errore sfuggito al sottoscritto ed inserito all’ultimo momento all’inizio del testo perché, a scopo coreografico, poteva essere interessante introdurre il memoriale di Morucci e Faranda con il biglietto che lo accompagnò al suo illustre destinatario Cossiga. Ma non serve a dimostrare nulla. Anzi. Il fatto che sia stato vergato da Suor Teresilla Barillà è molto più grave in termini di analisi: vuol dire che la Suora, con quel biglietto, ha inteso come portato a termine il suo compito. “Missione compiuta, signor Presidente”. Ma di questo parlerò più approfonditamente nella risposta integrale.

c) la signora annachiaravalle ha dato ampia prova della sua capacità di manipolare i fatti. Del mitra arrugginito ha parlato Patrizio Peci che, ricordiamo, è stato ritenuto credibile dalla magistratura al punto di far seguire alle sue affermazioni processi che hanno portato in carcere decide di militanti. Ora scopriamo che la signora annachiaravalle ha deciso di dover scegliere quali affermazioni di Peci possano essere considerare affidabili, quali parzialmente e quali semplici invenzioni. Ovviamente il mitra arrugginito non può essere considerato una prova per il semplice fatto che non ha portato a nessuna incriminazione o condanna. Ma questo basta alla giornalista per professare la sua fede di fondamentalista (demo)cristiana: la scorta era preparata e non vi sono responsabilità da parte delle Istituzioni che, invece, hanno assicurato ad Aldo Moro la massima protezione. Su questo vorrei stendere un velo pietoso e rimandare alla risposta integrale perché, invece, sono molti i fatti che ci fanno pensare diversamente.

d) sempre per rimanere in tema di fondamentalismo (demo)cristiano vogliamo sottolineare come l’attenzione ai dettagli della signora annachiaravalle sia sottomessa ai suoi fini personali? Un esempio? Una testimone che ha visto tutta la scena a cui nessuno aveva dato voce prima del nostro lavoro ha sottolineato come Moro, sceso dalla sua auto, si sia girato intorno a guardare tutta la scena rendendosi conto perfettamente di quanto era avvenuto. Ad un osservatore molto più attento come Antonio D’Orrico, non a caso considerato tra i principali critici letterari italiani, nel suo riquadro su Sette, questa cosa non è sfuggita. Ed è una novità perché permette di piazzare un paletto definitivo sul perché Moro non fece mai riferimento nelle sue lettere agli uomini della sua scorta. Tra Polis e Pietas scese la ragion di Stato, sperando che questa servisse a salvare lo Stato (ed indirettamente anche se stesso). Il dolore per aver visto la morte dei suoi collaboratori sarà stato certamente immenso in lui, sorretto continuamente da un forte sentimento cristiano, ma in quel momento aveva capito perfettamente che la sua vicenda era “cosa della politica”. E, invece, il suo atteggiamento fu usato contro di lui proprio da chi credeva un amico. Come la mettiamo?

d) la conclusione dell’articolo rasenta l’inverosimile. “E si potrebbe continuare. Certo sono dettagli ma per un testo che costruisce proprio sui dettagli dubbi ed interpretazioni, non è cosa di poco conto”. Mi sorge il sospetto che la signora annachiaravalle il libro l’abbia solo sfogliato. Primo: la invito a continuare inviandomi tutte le imprecisioni che ritiene di aver individuato nel testo. Non farò censura come non è mia abitudine, pubblicherò e risponderò a tutto. Secondo: non è un testo che ricostruisce, ma che racconta un episodio dando voce a chi a quell’episodio ha assistito. Tra tanti Prof., Giornalisti, Magistrati, Politici non ci aveva pensato NESSUNO. Ci dovevano pensare due semplici cittadini come Romano Bianco e Manlio Castronuovo? Ma non era un lavoro da giornalisti questo? La parte relativa ai dubbi finali è, in gran parte, un ampliamento di quanto già scritto in Vuoto a perdere ed è indipendente dalle storie raccontate dai testimoni. Perché all’epoca la signora annachiaravalle, che aveva comprato il mio precedente testo, non ha avuto nulla da ridire?

Quello che mi ha stupito più di tutto, in conclusione, non sono state le parole (isolate nella molteplice lista di >recensioni e commenti<) della signora annachiaravalle. Ma il fatto che un attacco personale basato sull’invidia sia stato pubblicato da un giornale come Famiglia Cristiana.
Signora annachiaravalle, mi dia retta, lasci stare il caso Moro, non è roba da fondamentalisti. Si occupi di altri argomenti ben più preoccupanti per le sue “parrocchie”.
La verità verrà fuori ma è inutile aspettarsela da lei.
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Di Manlio  10/03/2010, in Attualità (1503 letture)
… e la cucina italiana a base di pesce fresco è una prelibatezza con cui vale la pena deliziare il palato, almeno una volta nella vita.
Deve essere per questo che, ultimamente, un gran flusso di turisti affolla le spiagge di Managua e ne frequenta i ristoranti italiani che tra le proprie specialità offrono del buon pesce a meno di 25$ a testa.

Dopo la >simpatica proposta< del consigliere provinciale dell’UdC di Terni (che francamente aveva fatto un po’ ridere) qualcuno deve essersi incuriosito e ha deciso di prendersi una pausa dallo stress delle nostre metropoli per fare visita ad Alessio Casimirri, uno dei latitanti più famosi d’Italia (naturalmente famoso tra i pochi che si occupano di “anni di piombo”, per la maggior parte degli italiani il classico “Casimirri chi?”).
Ed evidentemente oltre a gustare del buon pesce, i giornalisti Colombari e Zanotti (non certo tra le firme più note della categoria, non me ne vogliano) devono aver trovato il compagno “Camillo” di ottimo umore, visto che è stato in vena di >raccontare< alcuni frammenti di vita, sua e di suo padre.

Davvero strano, mi verrebbe da dire. Casimirri ha molta nostalgia dell’Italia ma questo non gli impedisce di essere diffidente nei confronti degli ex connazionali che lo vanno a trovare. Se poi si mostrano anche interessati al suo passato e, tra un branzino ed un cefalo, infilano nella discussione due parole come “caso Moro”, il sub che fino a poco prima aveva loquacemente descritto tecniche di pesca e mostrato con orgoglio le sue prede, cambia di colpo espressione e torna ad essere un riservato oste.

Cosa mai avranno avuto in dote questi due bravi giornalisti per spingere un personaggio come Casimirri a non rifiutare il dialogo come accade nella totalità dei casi con turisti interessati più alla sua giovinezza che ai suoi prelibati piatti?

Un particolare mi ha colpito. Casimirri parla di un libro di memorie al quale ha più volte pensato. Ma alla fine sarebbe più affascinato da un’opera cinematografica da Hollywood. Mi è venuto in mente che ha più volte minacciato, chi a tentato di andarlo a riprendere per portarlo in Italia, di pubblicare le sue memorie. Ed, evidentemente, la cosa deve aver spaventato non poco gli agenti nostrani.
Ed allora perché ha parlato con due bravi ma, tutto sommato, non famosi giornalisti italiani? E perché ha alluso alle sue memorie manifestando il desiderio di un film sulla sua vita?

E’ una cosa che mi chiedo da quando ho finito la lettura del pezzo e sinceramente non riesco a trovare una risposta, neppure una traccia. Se qualcosa bolle in pentola lo sapremo presto.

Certo che in prossimità delle ricorrenze, strane manovre aleggiano sempre sul passato quando questo non può essere considerato chiuso.
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