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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Manlio  24/09/2008, in Storia (5114 letture)
Mio zio paterno, Antonio Castronuovo, è sempre stato attivo in politica e ricordo ancora, quando da bambino mi recavo al "paese" a casa di mia nonna, le sue interminabili liste di libri di politica, i quotidiani sempre sotto il suo braccio (a mo' di baguette) e le sue discussioni con il prete del paesino di 800 anime e l'allora sindaco democristiano. Era segretario della locale sezione di Carbone (Pz) paese del quale divenne sindaco nel '90 per opera di una riedizione di quel compromesso storico che solo 12 anni prima aveva portato tanti problemi alla nazione.

Spesso, soprattutto in estate, lui non c'era e mia nonna mi diceva che era andato in viaggio nell'est europeo per "studiare". Io ero troppo piccolo per interessarmi di quelle cose ma mi chiedevo cosa potesse avere da studiare a 30 anni  e perché non lo facesse in Italia.

Solo recentemente ho scoperto quale era il vero scopo dei suoi viaggi ed in particolare di uno a Sofia nell'ottobre del 1973, poco dopo l'incidente (attentato) cui era stato vittima il segretario del partito Berlinguer.
Tenetevi forte (e soprattutto si tengano forte coloro che monitorizzano il sito quotidianamente): Antonio Castronuovo si recava nei paesi dell'est per addestramenti clandestini, incaricato dai dirigenti filo-bulgari dell'epoca che, sostanzialmente, facevano capo ad Armando Cossutta.

Questa estate ho provato ad approfittare dell'esperienza e della cultura politica di mio zio, in una classica riunione di famiglia tutt'altro che clandestina. Gli ho chiesto cosa ne sapesse della Gladio Rossa, per avere una sua opinione, derivante anche dall'aver vissuto così in "diretta" quegli anni. La sua risposta mi ha sconcertato.
"Come, non lo sai che ero un gladiatore rosso che si andava ad addestrare nei campi bulgari?".

In un primo momento pensai di aver capito male, ma il suo sguardo non sembrava contemplare lo scherzo.
Poi ha cambiato espressione e con un sorriso che tratteneva a stento una forte risata ha aggiunto: "Hai letto il libro di Giovanni Fasanella sull'attentato a Berlinguer? Bene lui ha trovato il modo di insinuare, in maniera chiara e che lascia pochi dubbi, che un mio viaggio a Sofia nel '73 lasciasse sottintendere la partecipazione ad un campo di addestramento per gladiatori rossi..."

Scusa, scusa. Come? L'ennesimo scoop del giornalista di Panorama o una svista clamorosa?

Tornato a casa,
rimproverandomi di essermi perso la "perla", mi sono procurato il libro in questione e me lo sono letto con calma. Nell'edizione uscita in allegato con L'Unità nel 2006, a pagina 40 ho appreso allibito:
"[Cossutta] organizzava "viaggi-scambio", caldeggiando una degna accoglienza anche per una serie di oscuri dirigenti di sezioni di ogni angolo d'Italia, che presentava come "compagni che svolgono un'importante funzione". Quale fosse la natura dell'importante funzione di Umberto Pinna, segretario della sezione Serrenti di Cagliari o di Antonio Castronuovo, segretario della sezione Carbone di Potenza (per citare solo due dei personaggi che compaiono nelle lettere), Cossutta non lo specificava. Si trattava di militanti della cosiddetta Gladio Rossa, inviati nei paesi dell'Est per dei corsi di addestramento?"

Una prima osservazione mi è venuta da un termine preciso, 'oscuro', che può essere utilizzato sia per indicare il fatto che una persona non sia sotto la luce dei riflettori (quindi un po' nascosto dalla grande platea) ma anche e soprattutto per indicare una persona ambigua che ha da nascondere qualcosa. Mi ricorda quanto mi raccontò l'Avv. Guiso in un nostro colloquio ribadendomi quanto disse in Commissione Stragi:
L'8 maggio il "Corriere della Sera" pubblica un articolo in cui io da illustre cassazionista divento oscuro avvocato di provincia e Tobagi mi dice, in sostanza: "Caro Giannino, ti stanno preparando il piattino. Ti vogliono fermare"

Sono davvero sconcertato da tanta semplificazione.
Oltretutto essendo mio zio regolarmente in vita e assolutamente non in clandestinità  (nonostante avrebbe dovuto esserlo con un passato del genere) Fasanella avrebbe dovuto, come minimo, provare a contattarlo per avere una sua versione. Non che fosse obbligato, intendiamoci, ma se avesse voluto davvero portare un contributo di conoscenza e non di rimescolamento delle cose credo sarebbe stato il minimo.
Allora ho provato io a chiedere a lui qualcosa, anche perché credo la faccenda sia grave in quanto una simile leggerezza avrebbe potuto potrebbe portare a conseguenze poco piacevoli, considerando che c'era un'indagine in atto da parte della magistratura.

Come accennato in precedenza, mio zio approfittava dell'estate per andare a visitare paesi comunisti ed in genere si appoggiava a compagni delle sezioni del nord che erano più attive rispetto alla sua realtà lucana. Era una pratica diffusa all'interno del PCI, una tappa obbligata per chi volesse fare vita politica attiva e critica. In quel periodo si trovava a Milano e, tramite i militanti della locale sezione che frequentava, venne a sapere che il partito stava organizzando un viaggio di scambio-culturale a Sofia e che cercavano un compagno lucano disponibile ad aggregarsi. Lui fece qualche telefonata in segreteria regionale ma nessuno dei militanti lucani all'epoca aveva il passaporto. Nessuno, tranne lui, che avendo abitudine a viaggiare ne era in possesso.
A quel punto decide di sfruttare l'occasione e di aggregarsi alla comitiva. Una delegazione di 7 compagni di varie sezioni italiane, guidata da Antonio Papalia, segretario della Federazione di Padova.



La "russa" Moskovic, Balilla d'oltre cortina

La visita durò circa due settimane e gli italiani furono portati in giro per fabbriche, scuole, uffici del partito, sempre con grande seguito e controllati in ogni movimento: basti pensare che i bulgari utilizzavano le famose auto Moskovic e i sette italiani erano divisi in tre auto su ciascuna delle quali c'era un interprete ed un compagno bulgaro di accompagnamento. Il corteo si apriva e chiudeva con un'altra auto.
Mio zio, per le sue attività di studio che ancora lo caratterizzano e lo impegnano per quasi tutta la giornata, era solito fare diverse domande. Ad alcune di esse, ritenute "scomode" nell'ambito dei rapporti tra i partiti, il capo delegazione dopo averle etichettate come "spegiudicate" impedì all'interprete di formularle ("Compagno Castronuovo, evitiamo queste domande poco opportune...").

Insomma, mi sembra di aver capito che l'unico addestramento che si trovò a fare lo zio, fu quello nell'utilizzo adeguato della forchetta sicuramente perso a causa del cibo bulgaro che non era certamente all'altezza dei mitici "maccheroni al sugo" di mia nonna!
Di quel viaggio, lo zio conserva un dettagliato diario che ogni sera compilava al rientro in albergo. Una quantità sostanziosa di appunti che mi auguro un giorno possano far capire alla solita cricca di storici e giornalisti alla ricerca di facili scoop che i viaggi-scambio dell'epoca erano una cosa seria e che c'erano dei militanti di base che li frequentavano arricchendo il proprio bagaglio culturale e portando delle voci critiche verso ciò che non ritenevano giusto nell'applicazione dell'ideale comunista.

Che poi potesse esistere una Gladio Rossa e che militanti comunisti potessero recarsi "clandestinamente" nell'Est europeo, questo è un altro discorso.
Ma ritengo che, poichè tali personaggi non erano stupidi, gli addestramenti non fossero organizzati con tanto di lettera ufficiale e di materiale che sarebbe diventato, un giorno, patrimonio dell'archivio storico del partito che, almeno ufficialmente, non conosceva simili "entità parallele". La presenza di carte "ufficiali" secondo me sarebbe solo la dimostrazione che se ci fosse stata una organizzazione paramilitare del PCI, magari in collegamento con equivalenti strutture della terza internazionale, come minimo la direzione centrale del partito ne era a conoscenza e l'approvava. E quindi, anche il candido Berlinguer, non era esente da colpe.

E, anzi, a sentire i racconti dei vecchi militanti, il PCI era una cosa seria e, soprattutto, unitaria. Non esistevano le correnti ma solo delle visioni personali diverse tra i dirigenti della segreteria centrale. Chiunque fosse in disaccordo con la linea ufficiale del partito, ne era automaticamente fuori. Se ci sono stati dei dirigenti o dei militanti di primo piano che si sono mossi lungo strade poco "chiare" lo hanno fatto esclusivamente sotto il tacito consenso della direzione che, vuoi per calcolo vuoi per impossibilità, non avendo espulso i responsabili ne ha consentito l'operato.
Se c'è stata una Gladio Rossa o se ci sono stati legami stretti tra militanti del PCI e brigatisti, sfatiamo il mito che il tutto sarebbe avvenuto in maniera clandestina e occulta al partito. Quando ho chiesto ad alcuni senatori dell'epoca cosa ne pensassero delle rivelazioni che l'ex direttore dell'Asinara Cardullo ha confidato proprio a Fasanella (il senatore triestino definito "il vecio", ritenuto da Cardullo ai vertici delle Br) ho solo ricevuto conferme che dei contatti e delle idee del collega di partito, tutti erano a conoscenza.
Perché nessuno è mai intervenuto?

E allora è più giusto, per l'onore della verità, andare a "pescare nel mucchio" rimescolando i fatti e creando nuova confusione o iniziarsi a chiedere seriamente quale sia stato il vero atteggiamento del PCI nei confronti di quei movimenti e quegli anni e quali comportamenti siano stati decisi e portati avanti alle "Botteghe Oscure"?
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Da qualche giorno a questa parte, precisamente da quando Mario Calabresi  (figlio del commissario Luigi ucciso il 18 maggio '72 a Milano) ha pubblicato un articolo sulle vittime del terrorismo su Repubblica, si è animato sui giornali nazionali un interessante dibattito sul "caso Calabresi" e sul fatto se il suo omicidio possa essere considerato un atto di terrorismo o un "delitto politico". Adriano Sofri ha infatti risposto all'articolo di Mario Calabresi e da li si sono susseguiti un discreto numero di interventi...



Ho provato a mettere insieme una rassegna stampa con tutti gli articoli (leggi...) pubblicati dai diversi quotidiani per sostenere il dibattito che la prima risposta di Sofri ha generato.

Stavolta non voglio fare commenti data la complessità dell'argomento.
La mia impressione, da osservatore esterno, è che stia per succedere qualcosa che potrebbe avere a che fare con la vicenda.

Qualcosa, evidentemente, di molto grosso.
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Il '68 quarant'anni dopo

Prendendo spunto dal suo ultimo libro "'68, l'anno che ritorna"  (Rizzoli, 2008) ho provato a chiedere a Franco Piperno fondatore di Potere Operaio e leader del movimento romano, quale sia l'eredità positiva e negativa che il movimento di contestazione del '68 ci ha lasciato.
Oltre che per aver attraversato da protagonista gli anni della contestazione, Franco Piperno è anche noto per l'impegno civile che lo caratterizza nei dibattiti cui è chiamato a partecipare. Pur non avendo scritto molti libri è uno dei principali osservatori dei movimenti di resistenza critica al processo di globalizzazione che non si fonda sulla condivisione dal basso
. '68 l'anno che ritorna, è un testo che parte dall'esperienza sessantottina e dal suo significato nel tentativo di fare un bilancio politico, culturale e sociale di un sogno infranto di giovinezza e rivoluzione di chi, come lui, si è schierato dalla parte dei perdenti perchè i posti della ragione erano già tutti esauriti.


Sono passati 40 anni ma ancora c’è chi difende il ’68 attribuendogli il merito di aver reso possibili molte riforme sociali di cui godiamo tutt’ora, e chi lo attacca indicandolo come causa principale dei “disastri” che hanno attraversato l’Italia negli anni successivi e che in parte ci portiamo sino ad oggi. Quale è l’eredità positiva che il ’68 ci ha lasciato?
Franco Piperno: La critica alla modernità. Il ’68 proprio perché era un movimento di giovani intellettuali ha attaccato lucidamente il nucleo della sofferenza moderna che è l’astrazione della modernità. L’idea dei diritti dell’uomo e tutto il resto che ha messo su un imperialismo quanto mai chiuso e ideologico. Criticare i diritti dell’uomo tra le tribù indiane sopravvissute è totalmente ridicolo in quanto caratterizzate da una concezione della vita e dei legami sociali completamente diversi, poco basata sull’individuo e molto sul collettivo. Quello che ha elaborato l’Europa nel ‘700 è un’idea di divisione dei poteri di rappresentanza legata irriducibilmente alla stessa Europa. Faccio un esempio. La distinzione tra potere giudiziario e potere esecutivo è semplicemente che in Europa i nobili vengono sistemati a fare i giudici e invece il Re acquista questa capacità esecutiva che prima non c’era. Quindi si arriva alla rappresentanza che sono in realtà i borghesi del ‘700, il Re che è la tradizione della mano pubblica e poi i giudici che sono i nobili che sono privati degli altri poteri e gli si dà il potere di giudizio. Pensare che invece il risultato della scienza politica è valida per l’Oceania come per la Lapponia è talmente ridicolo e provinciale che più non si può.
Stiamo assistendo alle rovine di questo tentativo perché quello che sta accadendo con la globalizzazione è giusto la messa in evidenza della sua incapacità di funzionare. E ancora ne vedremo delle belle. Ma il ’68 ha fatto questo 40 anni fa, è talmente evidente che quando riprenderà una critica pratica alla nostra società saranno i magazzini del 68 a fornire gli strumenti e i sentimenti per affrontare questa guerra.

Il “68” ha portato con se elementi negativi che hanno prodotto effetti visibili anche nella nostra società?
F.P.: Certo. Molti, come succede nei momenti di grande cambiamento. Intanto l’elemento della violenza che ferisce non solo chi la patisce ma anche chi la pratica. Penso alle ferite interne, ovviamente, ai mutamenti di carattere e della sofferenza che è implicita nella violenza sociale, non in quella criminale che ha altre radici ed è sempre limitata nel tempo. Qui si è trattato di un fenomeno di massa. Poi, come accade nelle sconfitte, è che la sconfitta non è semplicemente il fatto che tu “non sei riuscito” ma anche che interiorizzi questo e passi dall’altra parte! Ci sono pentiti di vario genere che occupano posti rilevanti. Fortunatamente in Italia, come in Giappone in Germania non sono tanti. In Francia ce ne sono certamente di più. Ma quello è di nuovo un aspetto della sofferenza dal punto di vista dell’anima sociale per cui quelli che hanno tentato di migliorare le cose o di farne una radicale trasformazione, oggi inneggiano a Di Pietro e alla legge all’ordine. Quello è un dolore, non è solo il fatto che uno si sia pentito. E’ semplicemente che Lanfranco Pace è stato con Berlusconi e in questo stare con Berlusconi ci sentiamo tutti coinvolti, come accade quando un tuo amico commette una sorta di tradimento delle sue idee, idee che una volta vi avevano resi amici.
Poi si potrebbe continuare col fatto che la reazione al ’68, tanto in Italia quanto all’estero, ha comportato un peggioramento delle libertà, ma questo è tipico di ogni rivoluzione sconfitta. Il ’68 ha provocato tanto male ma nessuna trasformazione avviene usando i guanti.

La fabbrica è stato uno dei terreni di scontro che studenti e militanti di Potere Operaio hanno utilizzato per battersi al fianco degli operai nelle lotte per il salario, per i diritti sul lavoro, ecc. Come è cambiata la fabbrica dal ’68 ad oggi?
F.P.: Di fatto la fabbrica si è computerizzata ed è venuto meno l’elemento di fatica fisica del corpo che era un fondamento importante per la presa di coscienza degli operai. La fabbrica si è come denaturata non solo nel senso quantitativo ma soprattutto perché la nuova tecnologia fa si che l’intervento dell’operaio (ma non so se è più possibile chiamarlo così. Forse dovremmo dire dell’impiegato…) sia del tutto ausiliario rispetto alle macchine. Questo comporta anche la scomparsa dell’innovazione operaia che era, in fondo, la base dell’orgoglio collettivo degli operai. Nella vecchia fabbrica l’operaio cercava in tutti i modi di risparmiare gesti per diminuire la fatica e questo richiedeva una capacità oltre cha manuale anche intellettuale. Tutto funzionava nel senso che gli operai cercavano trucchi per risparmiare lavoro, i capireparto annotavano questi trucchi. Dopo di che il nuovo protocollo dei gesti operai nella fabbrica fordista aveva interiorizzato questa scoperta operaia. Quella che Arquati con una bella espressione chiama “l’innovazione operaia”. Questo non è più possibile perché se pensiamo ad una fabbrica che costruisce laser il rapporto dell’esperienza dell’operaio è totalmente insignificante perché, contrariamente alla vecchia concezione della fabbrica, un operaio non sa neanche cosa è un laser e non riesce a dominare intellettualmente l’oggetto che costruisce. E questo in realtà va di pari passo con il ridimensionamento del bisogno di lavoro e quindi il bisogno di lavoro diventerà impellente per coloro che vogliono arricchirsi mentre per gli altri, poiché la società chiede meno lavoro, può essere un’occasione di estrema emarginazione o di un rapporto diverso col reddito. La società oggi è abbastanza ricca da garantire il necessario. Le crisi che noi abbiamo sono crisi di eccedenza che dipendono anche dai nostri consumi, che aumentano sempre di più e necessitano di migliori stipendi, comportano un riproporre senza fine lo stesso modello con le macchine che ci intasano. L’altra possibilità, naturalmente, è un altro modello di consumo, un altro rapporto con la merce che non è un concetto di austerità ma una cosa di qualità diversa. E’ più importante preservare la struttura delle nostre città dell’interno, al sud, che sono realizzate con l’idea della “città con gli orti” come Gerusalemme. C’è una vecchia idea mediterranea dove l’auto consumo è un elemento importante e non marginale o addirittura folkloristico. Mangiare un pomodoro raccolto dal proprio orto, per chiunque l’abbia fatto, non ha alcun rapporto col pomodoro che compriamo al supermercato. L’immagine vera di questo è Napoli, considerata città povera per cui la Comunità Europea manda miliardi di euro che servono per costruire le reti di consenso, a dare una specie di salario sociale a coloro che stanno col Governatore o con l’anti-Governatore. La conseguenza di questa situazione è che i rifiuti ricoprono gli esseri viventi. La quantità di consumi è così sproporzionata che la povertà di Napoli appare un problema fittizio ed il problema vero è un cattivo consumo collettivo. Come qualcosa che attraversa le persone dove ci sono alcuni innocenti e altri colpevoli. Siamo in una situazione nella quale dobbiamo cambiare abitudini e questo cambiamento di abitudini ha un carattere sovversivo perché ha la possibilità di sottrarsi al mercato. Non abbiamo bisogno di tutte queste merci, il bisogno è costruito artificialmente e per questo dà luogo a delle cose abissalmente contraddittorie. Attraverso i canali umanitari diamo dei soldi all’Africa per aiutare le popolazioni a non morire di fame. Poi mettiamo dei dazi sui prodotti agricoli che provengono dall’Africa per proteggere i nostri pseudo-agricoltori. Ma il modo più giusto di aiutarli non sarebbe vendere i loro prodotti ad un prezzo concorrenziale che loro ti offrono? Ma questo vorrebbe dire modificare gli equilibri politici in Francia dove gli agricoltori hanno un peso importante nella società. Siamo di fronte ad una gigantesca irrazionalità. Quello che crea sofferenza è l’astrazione che viene dall’avere definito alcuni concetti vuoti che si autonomizzano. Forse una rappresentazione più efficace ancora rispetto a quella di Napoli è data dal traffico. L’automobile all’inizio è stata un elemento di libertà del corpo per lo spostamento. Poco tempo fa ho letto una statistica del comune di Roma che dice che nel 1914, quando le auto era molto poche, si percorrevano da 15 a 18 Km in un’ora. Attualmente l’auto percorre in media circa 3 Km l’ora e se consideriamo che a piedi, con passo normale, se ne percorrono più di 4 è evidente che il traffico è diventato una trappola.
Però è difficilissimo, paradossalmente non tanto per il ricco che forse è anche più disponibile, dire al povero che deve andare a piedi perché la prende come una regressione sociale. E questo è un dato oggettivo, generalizzato, lo si ritrova anche nei piccoli paesini dai caratteri ancora medievali completamente intasati da macchine.

Per concludere, una domanda sulla politica attuale. Che ruolo può avere oggi la sinistra e cosa comporterà il fatto che la sinistra cosiddetta “antagonista” non abbia più rappresentanza istituzionale?
F.P.: Solo del bene. Intanto è evidente che c’è una crisi non nella sinistra radicale ma nella sinistra. Basta guardarli: dai Socialisti a Rifondazione sono dei rappresentanti in cerca di chi rappresentare. Hanno sempre fatto il mestiere di “rappresentanti”. E’ tutta una cosa storta fin dall’inizio. Mentre viceversa ci sono dei militanti che si sentono come orfani. Il punto è che bisogna pensare in una condizione di post-sinistra, non è riproponibile il modello statalista e soprattutto non è riproponibile l’idea della sinistra che i problemi si risolvono aumentando la ricchezza. I problemi di ridistribuzione della ricchezza non sono legati alla quantità di ricchezza ma alle relazioni tra le persone. Noi potremmo star meglio con una produzione persino diminuita rispetto a quella attuale. E’ tutta una cosa diversa, in cui si tratta di ricostruire una cultura ed una sensibilità. Probabilmente da questo punto di vista il volontariato, anche quello cattolico, è molto più vicino ad un altro modo non statalista ma comunitario di porre il problema ad un superamento della dimensione della nazione che è stato l’altro aspetto centralistico della nostra storia. Noi poi l’abbiamo preso pari pari dai francesi senza ereditare però da loro il rigore nella concezione dell’amministrazione pubblica. Il mio amico Deleuse un giorno mi disse che il guaio italiano è che l’Italia è stata concepita come un intreccio tra la capacità organizzativa piemontese e la fantasia napoletana. Poi però è andata a finire che la capacità organizzativa ce l’hanno messa i napoletani e la fantasia i piemontesi. Puoi pensare che disastro…
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In un'intervista di Davide Frattini pubblicata dal Corriere della Sera il 14 agosto, l'ex leader dell'FPLP Bassam Abu Sharif (foto accanto), tra le altre cose, affronta la questione sollevata da Carlos in una sua intervista recente all'ANSA (leggi post) secondo la quale un "commando" di agenti del SISMI molto vicini ad Aldo Moro erano pronti a liberare, con un blitz, brigatisti in carcere per condurli a Beirut dove un aereo con, tra gli altri, il Col. Giovannone, li avrebbe trasportati in uno stato pronto ad accoglierli.
Il clamoroso blitz fallì a causa di unimprudenza proprio di Bassam Abu Sharif. Almeno secondo la versione di Carlos.

Leggiamo cosa ha dichiarato l'ex leader dell'FPLP al Corriere.

Ancora Carlos ha raccontato all'Ansa che l'ultimo tentativo del Sismi per salvare Moro è saltato per una sua «imprudenza » . Ci sarebbe stato un accordo per scarcerare alcuni brigatisti e portarli a Beirut.
«Avrei potuto salvare Moro. Nessuna imprudenza. Ho chiamato un numero, ho lasciato un messaggio dopo l'altro. Nessuna risposta. Davvero strano: una linea speciale e nessuno risponde ».

Qual è stato il ruolo del Fronte popolare nella trattativa con le Brigate Rosse?
«E' complicato. Posso dire che eravamo pronti a fare quello che veniva richiesto »

Quindi l'imprudenza di Bassam Abu Sharif sarebbe stata quella di telefonare ad un numero speciale per lasciare dei messaggi ma nessuno ha risposto? Quindi qualcuno era a conoscenza dell'operazione ma boicottò il canale di comunicazione...

La mia impressione è che vi fosse davvero una trattativa molto riservata (se era stata attivata una linea speciale) che coinvolgeva le forze palestinesi "amiche" di Moro e che la trattativa fosse ad ottimo punto. Tanto che il messaggio di cui parla Bassam Abu Sharif forse rappresentava l'ok definitivo per il via all'operazione. Ma qualcuno, evidentemente, non lo fece arrivare a destinazione.

La cosa che colpisce in queste poche righe è che Sharif non smentisce la vicenda del blitz (e non mi sembra poco!) e, soprattutto, che forze interne allo Stato e nemiche di Moro siano riuscite a bloccare anche questa possibilità per giungere alla liberazione del Presidente democristiano.
Come già erano riusciti a fare per la trattativa socialista, i tentativi di Cazora, la mediazione proposta dal Vaticano.

Ufficialmente, certo, non si poteva far nulla perchè equivaleva a dare alle BR quel riconoscimento politico che avrebbe mandato in rovina lo Stato (?). Ma non veniteci più a raccontare, per favore, che "non si poteva cedere al ricatto brigatista" quando in realtà se energie non sono state spese per cercare la prigione o per tentare strade umanitarie per salvare la vita a Moro molte, invece, ne sono state adoperate per bloccare ogni tentativo, anche minimo, in grado di aprire qualche crepa sul masso che era stato già posto, a scanso di equivoci, sul sepolcro di Moro prima ancora che i suoi assassini materiali arrivassero alla decisione di ucciderlo.
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Di Manlio  14/07/2008, in Interviste (3670 letture)
Nicola Biondo e Massimo Veneziani hanno, probabilmente, aperto una vera e propria voragine all'interno dei "meccanismi operativi occulti" che hanno caratterizzato il "Palazzo" durante i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. Scrivendo un libro sulla figura di Tony Chichiarelli che ha, tra gli altri, due grandissimi pregi:
- l'aver scavato attorno ad una figura volutamente sino a questo momento trascurata
- l'aver messo insieme una ricostruzione della sua vita che dimostra che il falsario non ha solo prestato la sua manovalanza agli apparati dello Stato, ma in più di un'occasione, ha intersecato attivamente non solo il caso Moro ma anche altri delitti politici avvenuti nel nostro Paese.

Un atto di coraggio, quello di Biondo e Veneziani. Una vera e propria iniziativa politicamente "scorretta", che va al di fuori delle righe proprio perché oltre le cose già scritte spesso si celano molte risposte o, più semplicemente, la possibilità di porsi le stesse domande sotto un altro punto di vista.
Il falsario di Stato (edizioni Cooperfiles) è un libro da "gustare". Perché si legge tutto d'un fiato, perché non è un romanzo ma un tentativo, riuscitissimo, di raccontare una storia vera, partendo dalle fonti, ma senza le pretese di dover dimostrare qualcosa. Semplicemente, mostrare.
In questa intervista, alla quale gli autori hanno risposto congiuntamente, ho cercato di approfondire i "dietro le quinte" e di offrire al lettore uno strumento in più per conoscere meglio la storia di un falso delinquente.

Ultimo dettaglio non da poco, il libro è in corsa per il premio Scerbanenco per il miglior noir edito. Credo sia importante per tutti coloro che si occupano di queste vicende che un lavoro di questo tipo possa ricevere un premio che merita e possa portare attenzione su una figura come quella di Tony Chicchiarelli sulla quale ci sarebbe ancora molto da scoprire... Per chi lodesidera, questo è il link dove votare
http://www.noirfest.com/cerba.asp

1) In tanti anni nessuno è andato a fondo nella conoscenza del “personaggio” Chichiarelli. Semplice sbadataggine o volontà di non approfondire una storia “scomoda”?
"Il falsario di stato" è la prima biografia su Tony Chichiarelli. Altri studiosi si sono interessati a questo incredibile personaggio, finanche Giancarlo De Cataldo nel suo Romanzo Criminale ne individua il ruolo di frontiera a metà tra apparati dello Stato, Br e banda della Magliana. Noi abbiamo acceso un riflettore su Chichiarelli perché siamo convinti che la sua storia andava raccontata: perché interseca alcuni tra i più gravi delitti politici del nostro paese e poi perché la vita e la morte di Chichiarelli sono in un certo modo indicative della commistione tra mondo legale e illegale. E’ un perfetto personaggio da romanzo criminale, un eccezionale e dimenticato protagonista del nostro far west contemporaneo. Tony è un ragazzo sveglio, ambizioso e generoso che nasconde nello stesso tempo una personalità contorta e una mente votata al crimine: dalla seconda metà degli anni ’70 si lega ad alcuni personaggi che daranno vita alla banda della Magliana, come Danilo Abbruciati, ad estremisti di destra a confidenti dei servizi segreti e lui stesso inizia a definirsi un fiancheggiatore delle Brigate Rosse. Certo, ci sono degli esempi negativi: quelli di alcuni “studiosi” che affrontando il caso Moro e più in generale gli anni di piombo hanno appena sfiorato il personaggio Chichiarelli, evitando attentamente di parlarne. Queste amnesie non ci meravigliano provenendo da personaggi che nella loro ricerca si pongono un obiettivo a prescindere, quello di dimostrare che tutto è chiaro nella storia italiana e ciò che non lo è semplicemente lo ignorano, lo fanno scomparire. Il Falsario di Stato è la storia di uomini piccoli piccoli i cui nomi non compariranno mai nei manuali dei Licei e delle Università. Ed è un peccato, perché senza di loro, senza i loro gesti, molto della storia ufficiale, perde il suo senso profondo: diventa incompleta, ripulita e parziale..

2) Appare chiaro, dal vostro libro, che Chichiarelli disponesse di complicità “molto in alto” e che potesse permettersi, nelle sue azioni, un atteggiamento molto spregiudicato e che, per contro, non ritenesse di dover correre rischi particolari. Come mai?
Chichiarelli è insieme un bandito e un soldato. Un bandito che vive nel sottobosco criminale romano e un soldato che lo Stato usa per alcuni lavori sporchi. Sapeva di correre dei rischi altissimi e nello stesso tempo che in virtù dei suoi incarichi riservati era un intoccabile. Chi lo ha protetto possiamo solo provare ad immaginarlo. Noi abbiamo invece individuato i nomi di alcuni esponenti delle forze dell’ordine che, pur avendo elementi schiaccianti sulla sua condotta criminale, non lo hanno mai fermato. Documenti importanti sulla carriera criminale di Chichiarelli sono scomparsi. La stessa indagine sulla sua morte è stata archiviata: il giudice che ha indagato ha scritto “le zone d’ombra sono rimaste”.

3) Contatti con la Banda della Magliana, con i servizi, con informatori dei servizi, ed anche con personaggi coinvolti nel Golpe Borghese. Autore di due comunicati (il falso n. 7 ed il falso n. 10), si autodefinisce simpatizzante delle stesse Br. E forse entra addirittura in contatto con il memoriale. Potrebbe lo stesso Chichiarelli aver avuto un ruolo “cerniera” nella vicenda Moro?
Che abbia avuto un ruolo non c’è alcun dubbio. E non solo quello di abile falsario: Chichiarelli è un uomo d’azione che compra e vende armi, che frequenta ambienti dell’estrema sinistra romana, il bacino di reclutamento delle Br, e nello stesso tempo è in ottimi rapporti personali con uno dei capi della Magliana, quello che più di altri boss ha avuto un ruolo in molte faccende “politiche”, Danilo Abbruciati. E’ possibile solo coltivare l’ipotesi che Chichiarelli avesse rapporti diretti con alcuni brigatisti. Rimane il fatto che, secondo alcune nostre fonti nell’entourage del falsario, questi abbia avuto effettivamente contatti con le Br.

4) Nel 2004 Andreotti ha dichiarato che, durante la trattativa Vaticano-Br, il contatto delle Br cercò di accreditarsi preannunciando la pubblicazione del falso comunicato della Duchessa. E' possibile che Chichiarelli abbia giocato un ruolo anche in questa partita? Se sì, per conto di chi e con quale fine?
L’idea di legare il falso comunicato alla disponibilità della Santa Sede al pagamento di un riscatto in cambio della vita di Moro è stata di Andreotti. Sicuramente il Presidente ha buoni motivi per farlo. Un dato però è certo: il Presidente ha sempre taciuto un particolare e cioè di aver ricevuto il giorno prima della beffa del Lago della Duchessa una telefonata che preannunciava come un bluff quello che sarebbe stato il comunicato numero 7 scritto da Chichiarelli. Questo particolare viene alla luce solo per bocca dello stesso senatore a vita nel 2004. Per quanto riguarda la fazione che Chichiarelli ha servito nel redigere il falso comunicato è ormai noto che il padrino di quell’operazione è Steve Pieczenick, l’esperto americano chiamato da Francesco Cossiga al Viminale durante il sequestro Moro. L’americano ha affermato che quel comunicato fu una sua idea con l’obiettivo – dice –“ di lasciare che Moro morisse con le sue rivelazioni”. Se Pieczenick ammette di essere stato l’ideatore, Tony Chichiarelli ne è stato l’esecutore.

5) Secondo una perizia riportata nel libro, il primo comunicato in codice e il settimo comunicato Br (quello vero, non quello falso) sono opera della stessa mano. Questo fa immaginare che Chichiarelli possa aver svolto un ruolo tutt'altro che marginale nel caso Moro. Si può ipotizzare un Chichiarelli addirittura interno alle Br e non un "disturbatore" esterno?
Le perizie sono prodotti umani e come tali passibili di critiche e di errori.
Tony ha svolto un importante ruolo nel caso Moro: solo la manifesta timidezza intellettuale di alcuni nega questo dato di fatto. Non abbiamo certezze assolute sul fatto che Chichiarelli fosse “interno” alle Br. Alcuni indizi porterebbero a questa conclusione ma non bastano. Tony firma svariati documenti brigatisti, alcuni dei quali minacciano di rendere noto il memoriale e le modalità della scoperta del covo di via Gradoli. Segue e probabilmente conosce Mino Pecorelli, fa ritrovare una serie di documenti su alcuni progetti di attentato a note personalità, vende armi a destra e a manca, compie la più grande rapina mai realizzata in Italia e la firma con la stella a cinque punte: tutto questo lo fa su ordine di qualcuno. E’ scaduto il tempo per conoscere nomi e cognomi dei suoi padroni, dei mandanti. Possiamo solo collegare i fatti e cercare di interpretarli. Chichiarelli è stato un soldato che ad un certo punto doveva morire, forse perché aveva esaurito il suo lavoro e poteva ricattare qualcuno. La sua è una storia nera, di un ragazzo a suo modo romantico e generoso che attraversa come una meteora alcune tra le pagine più oscure della nostra storia. E’ rimasto sullo sfondo perché in fondo è rimasto un perdente, un servitore delle logiche distorte del Potere: ha contributo a scrivere un pezzo importante della nostra buffa e crudele storia Patria e non è molto edificante per il potere che la sua storia venga conosciuta.

6) Secondo voi a chi faceva realmente capo il falsario?
L’utilizzo di criminali da parte di uno stato in alcuni delicati affari è una costante in questo Paese e non solo. Non troveremo mai le prove per rispondere a questa domanda: l’importante è pero conoscere queste storie.

7) Ci sono degli elementi che pur essendo stati raccolti nella sua ricerca non è stato possibile inserire nel libro? Per motivi di “documentabilità” o per indicibilità?
Certo, capita a tutte le ricerche! Capita anche quando si scrive un romanzo, dover tacere alcune cose. Nel nostro caso basta dire che sono stati smarriti verbali di perquisizione nell’abitazione del falsario, è introvabile il testo del suo interrogatorio fatto dalla Polizia e sono stati smarriti alcuni reperti riguardanti il suo omicidio: abiti, proiettili e altro ancora.

8) Ritiene che Chichiarelli potesse lavorare non tanto per il servizio italiano quanto per una “sovra-struttura” dei servizi, sostanzialmente occulta, ed è per questo che non è stato possibile dare alla sua vicenda, nel corso degli anni, la giusta importanza e condurre adeguate indagini?
Non lo so. Noi siamo riusciti a dimostrare che Chichiarelli è stato un “falsario di Stato”. Questo è già un passo. La mia sensazione è anche che le indagini sulla sua morte non sono state all’altezza della complessità del caso.

9) Se è acquisita la conoscenza del falsario come autore materiale del falso comunicato n. 7, si è invece più volte ipotizzato che abbia potuto anche essere l’autore delle due fotografie scattate a Moro durante la prigionia. E che abbia mantenuto per se altri scatti originali. Cosa può esserci di vero in questa ipotesi?
Tony fa ritrovare acclusa alla rivendicazione “brigatista” della rapina alla Brink’s Securmark due frammenti di foto polaroid che ritraggono un drappo brigatista. In precedenza nel 1979 fa ritrovare un borsello che conteneva tra le altre cose una rivendicazione del delitto Pecorelli e due cubi flash per Polaroid. E’ il suo "modus operandi": far ritrovare degli oggetti che rimandano alla vicenda Moro. Io non credo che Tony sia stato all’interno della prigione delle Br, credo invece che sia stato molto vicino ad alcuni brigatisti. Il comunicato numero 7 poteva scriverlo qualsiasi normale falsario e in cambio avrebbe avuto un compenso. Tony no, lui continua per anni a lasciare messaggi minacciosi e sibillini come a dire: “io so come sono andate le cose a Moro, a Pecorelli”.
Per tornare alle foto che lui fa ritrovare: nessuna perizia è mai stata fatta su quei frammenti, non sono mai stati posti a confronto con le due fotografie che le Br scattarono a Moro e inviarono ai giornali

10) Recentemente l’esperto americano Pieczenik si è attribuito l’idea di dover realizzare un falso comunicato per far scattare la sua trappola alle Br. Secondo voi quale può essere il legame tra l’ideatore e l’autore materiale del comunicato?
Il legame è nei fatti. L’americano è l’ideatore di quell’operazione che Tony porta a termine e che poi continua per anni. La più grande beffa politica, quella del lago della Duchessa, ha nomi e cognomi. Che poi le reazioni politiche e quelle degli studiosi e dei mass media siano vicine allo zero, non importa. Speriamo che il nostro libro possa colmare in parte questa mancanza. Spesso passano alla storia i grandi generali e dei soldati nessuno si ricorda più. Tony è stato un soldato dimenticato di quella guerra, nobile e nerissima insieme, che lo Stato ha ingaggiato contro l’eversione in Italia tra gli anni ’70 e ’80. Per vincere quella guerra sono serviti anche i banditi, i criminali, i “pirati” come Danilo Abbruciati, Tony Chichiarelli e molti altri.

Per le domande 4 e 5 ringrazio Antonino Iovino che, tra i lettori, ha risposto al mio invito di porre alcune domande all'ospite dell'intervista.
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Di Manlio  10/07/2008, in Attualità (1358 letture)
Al traguardo degli 80 anni, il Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga, che i più ricorderanno per la brillante gestione del Ministero dell’Interno all’epoca del caso Moro, è diventato un loquace interlocutore del giornalista Aldo Cazzullo al quale nel giro di poco più di sei mesi ha concesso ben due interviste incentrate sul periodo più buio della nostra storia contemporanea: i cosiddetti anni di piombo.
Nella prima intervista si ricordano “i mille comunisti che conoscevano la prigione di Aldo Moro”, la convinzione che “il falso comunicato del Lago della Duchessa fu una mossa per salvare Moro”, e che “Igor Markevic, il musicista, ospitò probabilmente nella sua casa di Firenze la riunione in cui fu decisa la morte di Moro”. E questo solo per citare le principali esternazioni dell’ex ‘picconatore’.



In questa nuova intervista, invece, al caso Moro è dedicata solo una riflessione con la quale, in maniera netta e per l’ennesima volta, Cossiga non smentisce le dichiarazioni di Steve Pieczenik (senza tuttavia confermarle esplicitamente).
Ma l’Emerito si spinge a riflessioni importanti anche su altre vicende. Tangentopoli che sarebbe stata innescata con la complicità di USA e Cia. A dire il vero un’analisi molto seria che attribuirebbe agli americani l’innesco dello scandalo per favorire il ricambio di una classe politica che ormai si reggeva sul sistema del finanziamento ai partiti, non più utile all’alleato in un’ottica post caduta del ‘Muro’ l’avevo già letta e, pertanto, non parrebbe neanche una novità assoluta.

La strage di Bologna attribuita ad un errore dei palestinesi ma escludendo il ruolo degli americani ipotizzatoinvece da Carlos in una recente intervista all’ANSA . La stima per D’Alema e l’inconsistenza di Veltroni, per concludere ai figli attivi in politica, uno di sinistra e l’altro di destra al quale si dichiara più vicino.

Mi sorge una domanda, anzi due.
Perché Cossiga sta togliendo dal cellophane, in diversi momenti, piccoli pezzi di antiquariato senza far capire esplicitamente se si tratta di un originale Luigi XVI o più modestamente di una vecchia sedia in legno massiccio come tante ancora si trovano nella casa della vecchia nonna?
L’Emerito sta mandando piccoli messaggi per far intendere ai destinatari che tra un po’ saranno travolti dai loro stessi segreti e lui potrà fregiarsi della classica “io l’avevo già detto”? Oppure, al contrario, sta contribuendo a “mischiare sempre lo vero con lo falso acciocchè nessuno sappia più quale è lo vero e quale è lo falso”?

Non ci resta che aspettare la prossima puntata. Sperando di non dover attendere altri sei mesi…
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Di Manlio  30/06/2008, in Attualità (1758 letture)
E’ stata pubblicata ieri sull’agenzia ANSA, un’intervista del giornalista Paolo Cucchiarelli al terrorista Ilich Ramirez Sanchez meglio noto come Carlos ‘Lo sciacallo’. (leggi profilo di Carlos)

L’iter dell’intervista è stato molto lungo e laborioso. Attraverso l’avvocato di Carlos Sandro Clementi, Cucchiarelli ha fatto pervenire le sue domande al terrorista rinchiuso nel carcere francese di Poissy. La signora Sophie Blanco ha tradotto in spagnolo sia le richieste che le successive risposte di Carlos, che infine ha voluto la versione finale per poterla sottoscrivere.
Quindi sull’autenticità delle parole di Carlos, nessun dubbio.

Cosa è emerso di nuovo dalle affermazioni di Carlos?
Molte cose (puoi leggere qui l’intervista integrale di Cucchiarelli), ma la notizia più importante è che, secondo il terrorista venezuelano, nelle ultime 48 ore del sequestro Moro, era ormai pronta un’operazione condotta da agenti del SISMI (definiti da Carlos “patriotti anti-NATO”) che avrebbero dovuto ‘sottrarre’ dalle carceri alcuni brigatisti italiani per essere condotti a Beirut dove un jet con a bordo membri dell’FPLP ed il Col. Giovannone, li avrebbe condotti, sotto la protezione dei servizi italiani, in un Paese che si sarebbe occupato di riceverli.
Il tutto sarebbe avvenuto sotto la guida dello stesso Giovannone ed altri ufficiali del SISMI che si recarono a Beirut più volte.
Ma Bassam Abu Sharif dirigente dell’OLP, cui l’FPLP pur facendone parte era da sempre in contrasto a causa della differente visione delle modalità di liberazione del popolo palestinese, fece filtrare l’informazione alle stazioni NATO in Libano, la cosa giunge rapidamente in Italia ed il blitz viene bloccato.
A seguito di ciò le BR, che ritenevano questo l’ultimo concreto spiraglio per una conclusione positiva del sequestro, uccisero il loro prigioniero ed i personaggi dei servizi che si erano resi protagonisti dell’operazione, furono allontanati dal SISMI.


L'autorizzazione posta da Carlos al termine dell'intervista

Una notizia bomba, non c’è che dire, che troverebbe conferma in una lunga serie di comportamenti:
  • vi fu una vera e propria epurazione dei servizi non giustificata dal fatto che questi erano stati creati da pochissimi mesi
  • il comandante dell’operazione era l’Amm. Fulvio Martini, vice direttore del SISMI, che fu allontanato dal SISMI. Egli era uomo di fiducia dell’On. Craxi che fu l’unico uomo politico che si impegnò nel trovare una forma di trattativa per salvare la vita a Moro. Fu proprio Craxi, divenuto Presidente del Consiglio, a richiamare Martini alla guida del SISMI
  • acquista un senso molto logico il famoso gerundio “eseguendo la sentenza” che i brigatisti utilizzarono nel loro ultimo comunicato. In pratica quando l’operazione sembrava avviata verso una positiva conclusione, ritenendo di essere già stati oggetto di numerosi bluff, i brigatisti decisero che questa sarà l’ultima possibilità concreta per evitare l’uccisione di Moro. Si tratta, dal loro punto di vista, di una specie di “decisione con riserva”, un ultimatum affinché non si trattasse dell’ennesimo bluff
  • il fatto di uccidere Moro la mattina presto senza attendere l’esito della riunione della Direzione della DC, diventa adesso leggibile e logica. I brigatisti ricevettero, nel corso della notte, la notizia della spiata e del conseguente stop all’operazione. Non avendo avuto, nelle parole di Bartolomei del 7 maggio, alcun segnale che la mattina del 9 qualche esponente democristiano si sarebbe potuto esporre politicamente con una dichiarazione a favore della trattativa, decisero che contropartite concrete non ve ne fossero più e si videro costretti a procedere all’esecuzione della loro sentenza

Ma quello raccontato da Carlos, può davvero essere considerato un segreto indicibile, che avrebbe potuto resistere per ben 30 anni?
Non c’è dubbio. Almeno per tre motivi:
  1. qualcuno aveva davvero deciso che Moro doveva morire, e non solo a livello di strategia ma soprattutto di comportamenti operativi
  2. qualcun altro aveva avviato una trattativa “mostruosamente segreta” della quale non si sarebbe mai dovuto parlare da parte di nessuno
  3. adesso è chiaro come il primo qualcuno abbia sabotato “l’indicibile trattativa” concretamente, decretando volontariamente la morte di Moro

Adesso abbiamo tutti gli elementi per andare più a fondo e trovare l’assassino con ancora in mano la sua bella “smoking gun”.
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In una nuova intervista rilasciata ad Euronews il 10 maggio scorso, l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga torna a parlare dei 55 giorni e risponde alla domanda chiave sul sequestro Moro: "perché non fu salvato?"

Cossiga, in un colloquio in cui è apparso molto schietto e misurato, non fa che fornire una nuova conferma di quanto detto dal suo consulente Steve Pieczenik, che gli americani affiancarono all'allora Ministro dell'Interno per gestire al meglio la crisi politica in cui si trovò il nostro Paese all'indomani del rapimento di Aldo Moro.

In sintesi Moro non morì per effetto di una decisione presa da Cossiga o Andreotti (tesi spesso diffusa nell'opinione pubblica) ma perché non "crollasse lo stato".


Un'osservazione che, forse, può apparire una novità.
Cossiga ha sottolineato che se i socialisti avessero informato le autorità (in questo caso il Viminale) dei loro contatti, data l'importanza di tali personaggi, si sarebbe potuto scoprire il luogo dove i brigatisti avevano rinchiuso Moro.

«Ma davvero?» mi verrebbe da chiedere all'ex Presidente.

Recentemente, lo stesso Cossiga ha dichiarato all'ANSA un particolare relativo alla sera dell'8 maggio:
«Noi avevamo fatto un piano a reticolo. Avevamo suddiviso la città, il centro, in tanti quadrati. E la notte l'Esercito ci dava una mano per bloccare il settore e poi lo si passava al setaccio. Io avevo capito che se Moro era a Roma prima o poi lo si beccava. Infatti qualcuno nelle Br ha detto che la morte di Moro è stata affrettata perchè sentivano il cappio che li stringeva al collo».

Se i brigatisti hanno dovuto affrettare l'esecuzione del loro prigioniero (Maccari parlò addirittura di lampeggianti blu che si intravedevano a poche centinaia di metri da via Montalcini) evidentemente il "quadrato" che si stava per setacciare doveva essere quello giusto.
E allora mi chiedo se quell'operazione di polizia fu finalizzata ad individuare la "prigione del popolo" o se si trattò dell'ennesimo strumento di attuazione della strategia suggerita da Steve Pieczenik: fare pressione sulle BR affinché commettessero l'errore di uccidere il loro prigioniero.

In questa ottica diventa anche molto chiara l'affermazione che l'Avv. Giannino Guiso ha riportato in Commissione Stragi.

«Le BR sono arrivate ad uccidere Moro, a mio parere, perché sono state costrette a farlo;
quindi qualcuno le ha costrette a fare ciò»

Più chiaro di così...
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Di Manlio  21/05/2008, in Articoli (2386 letture)

Nel numero di Aprile di "Cronache e opinioni", mensile del Centro Italiano Femminile, è apparsa una interessantissima intervista di Paola Di Giulio al giornalista dell'ANSA Paolo Cucchiarelli incentrata sul trentennale della vicenda Moro e su quelli che, comunemente, vengono definiti "Misteri". Dall'agguato di via Fani alle foto scomparse, dalla giornata del 18 aprile alle trattative, dall'apertura degli archivi alle ultime ore del Presidente della DC.
> scarica il PDF <

La seconda polaroid di Moro nella "prigione del popolo"

L’idea di fondo di Cucchiarelli è che si è “verificata una concordanza di interessi a far si che nessun protagonista veda svelata al sua quota-parte di segreto” ed è per questo che le cose, con il tempo, diventano un mistero. In realtà in Italia non sono i misteri a reggere la prova del tempo, ma i “segreti concordati”.

Come fare a scardinare questo segreto?
Questo Cucchiarelli non lo dice nell’intervista, per ovvie ragioni di spazio.
Ma, come ha sottolineato in una recente intervista ad Alessandro Forlani su GRParlamento > ascoltala <, sarebbe necessario recuperare la tradizione ormai quasi persa del “giornalismo d’inchiesta”, avvalendosi di un serio e rigoroso metodo di raccolta dei fatti evitando di far si che debbano essere i fatti ad adattarsi alla propria ideologia. Al contrario sarebbe necessario tornare a far parlare i fatti. Perché è mettendo assieme i dati, trovando le connessioni logiche, e compiendo verifiche incrociate delle ipotesi che l’analisi finale può condurre a svelare il mistero.

Utilizzando questo metodo che Cucchiarelli insegna nelle aule di formazione ai giovani giornalisti, Valentina Magrin e Fabiana Muceli hanno svolto una dettagliata inchiesta (che è poi diventata la loro tesi in giornalismo investigativo) che è poi diventata anche un libro “La chiave di Cogne”. > leggi <

Credo che possa essere una strada giusta per giungere alla soluzione del “segreto di Moro”. In Vuoto a perdere (che non è un libro d’inchiesta) questo metodo è stato applicato (devo dire inconsapevolmente) per raccogliere e strutturare i fatti in un contesto non ideologico permettendo al lettore di poter “ascoltare” i fatti e analizzarli autonomamente.

Applicando il metodo suggerito da Cucchiarelli si potrà arrivare offrire alla nazione la verità che sta dietro al “segreto di Moro”? Molto probabilmente si.

In questa vicenda, però, occorrerà superare due ostacoli fondamentali:

1) Cucchiarelli a parte, c’è qualcuno disposto a mettere da parte le proprie teorie con il rischio di di vedersele, alla fine, capovolte completamente?
2) Siamo pronti, come Paese, a sapere fino in fondo la verità o questo provocherebbe ulteriore dolore e conseguenze istituzionali?
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Di Manlio  15/05/2008, in Pensieri liberi (4894 letture)
Ricevo e pubblico con molto piacere, questo articolo di un lettore che ha provato a ripercorrere lo spazio e la memoria tornando, dopo 30 anni, in via Montalcini.

Via Montalcini 8, Roma

di Patrizio J. Macci

Parto da una strada che si chiama Via Roma Libera, ai piedi della collina di Monteverde. Ho appena lasciato il caos di Trastevere e le sue strade sudice di vita. L'autobus che mi accompagna è uno scassone della Linea 44. Arranca, sgassa, sembra non farcela, poi sterza violentemente a sinistra ed imbocca la salita di Via Dandolo; è un nome che mi piace perchè rotola in bocca come una caramella e spazza via la polvere di Porta Portese. Comincio a immaginare quello che c'era trent'anni fa. Un mese fa sono venuto con un'amica architetto, laureata con una tesi sulla storia di questo quartiere. E' stata rassicurante: "Guarda, a parte gli edifici che avevano le facciate pulite (!) e le automobili decuplicate, il resto è tale e quale!!!".
Sembra di stare a S. Francisco: curve e saliscendi "a strappo", ville con giardini patronali e palazzotti della borghesia romana. Targhe ottonate scintillano sui portoni : avvocati, commercialisti, un notaio recentemente decaduto nelle cronache, un chirurgo estetico in voga. Consulto il block notes e rifletto su come abbiano potuto trasportare il corpo, senza vita e crivellato dai colpi d'arma da fuoco, nel portabagagli di una Renault 4 evitando sballottamenti e perdite di sangue: il mio lapis non riesce a scrivere di seguito per cinque secondi, eppure l'autobus procede e frena lentamente per raccogliere una piccola folla di studenti. Sono stranieri, inglesi o meglio americani, urlano e si lanciano appuntamenti serali. [continua a leggere]
E' rimasto un pertugio per sbirciare dal vetro la vettura è stracolma. Indovino il muso fascista del Palazzone delle Case Popolari, questo c'era eccome! Dominava dall'alto e se allungavi il collo potevi vedere il ferrobedò di Pasolini e il figlio di Tommaso che correva verso il Tevere.
Sciamano via tutti insieme come sono arrivati, appena superiamo uno splendido parco del quale non memorizzo il nome. Penso che loro no non c'erano, non erano ancora nati.
Siamo arrivati alla prima base della collina, c'è il Teatro Vascello e chissà che programmava in quei giorni maledetti. L'autobus si arresta completamente, il conducente impreca: la cosa è grave. C'è un tamponamento, una moto ed il centauro riversi a terra: si attendono soccorsi. Impossibile procedere o andare indietro. Impazzano i clacson, le sirene cominciano a ululare, salgono dall'ospedale S. Camillo.
Ne approfitto per scendere, siamo fermi proprio all'angolo con una stradina che affaccia su due ville vagamente anni settanta. Mi affaccio ed è tutto finito: un fazzoletto di giardino, due bambini un pallone da calcio ed un gatto. Sono lontano mille miglia da Roma e dalle Brigate Rosse.
Cristina è nata dopo il 9 maggio 1978, però forse i suoi genitori si conoscevano, avevano gia cominciato a "fare l'amore". Mi ha detto che lo chiederà alla madre appena sarà a casa, ride divertita: l'idea la intriga assai. Di Moro conosce poco, che è molto di più di quello che la maggior parte dei ventenni impareranno mai.
Ho accettato di portarla, ha una borsa piena di obiettivi e macchinette fotografiche digitali. Mi ha convinto: "prendiamo qualche istantanea" ha detto, pixel spalmati su un monitor evocheranno fantasmi e demoni nascosti dalle probabili ristrutturazioni estetiche.
Incrociamo Piazza S. Giovanni di Dio, ci sono i binari del tram come allora, l'autobus sobbalza e chissà come si sono guardati in faccia i due terroristi se davvero l'hanno attraversata: il pensiero corre all'uomo nel bagagliaio, l'adrenalina che sale mentre la mano stringe la calibro 9 che è fredda maledettamente gelida, anche se siamo a maggio ed è gia esplosa l’estate.
Sale un uomo col borsello accessorio maschile in voga negli anni '70, questo potrebbe essere arrivato con la sua macchina del tempo ed aver parcheggiato nelle strisce blu dopo aver esposto il tagliando orario. Ci avviciniamo, siamo su Via dei Colli Portuensi i negozi si diradano scorgo in uno squarcio il Gazometro lontanissimo, Viale Marconi con le banche comode per essere rapinate una dietro l'altra, la Banda della Magliana aveva intuito. Improvvisamente spariscono i negozi e ci sono solo abitazioni, palazzi senza nessuno spazio commerciale, la corsia stradale si restringe c'è uno spartitraffico con la terra e qualche ciuffo d'erba che ce la mette tutta per uscire fuori. Consulto l'orologio, è quasi mezzoggiorno. A quest'ora Aldo Moro è gia fantasma.
Siamo rimasti noi due e il conducente, la mia fotografa cerca disperatamente qualcosa che non trova dentro la sua borsa da Mary Poppins. Mi sono distratto e l'autobus piega violentemente a destra, altri due secondi ed avremmo buttato giu il muro e la targa di marmo con scritto Via Camillo Montalcini. Frena, ci lascia sul piazzale, l’autista scende e corre ad accendere la sigaretta che stringeva fra le mani da almeno un quarto d'ora. Chissà se il capolinea era proprio qui?? Poi penso no, non c'era e recito a mente dal “Manuale del perfetto brigatista, norme di sicurezza e stile di lavoro”:
(...) la casa deve essere scelta con particolare cura: la STRADA deve prestarsi ad un facile controllo da parte del militante e ad un controllo scoperto da parte del potere; cioè possibilmente non deve essere vicina a bar, luoghi pubblici di vario genere: negozi, istituti, magazzini, fermate d'autobus ecc."
La villa pubblica prospicente ha il parco che degrada verso la Portuense. E’ riportata nei giornali dell'epoca come “prato con sterpaglie”, ma era gia Villa Bonelli.
L'atmosfera è sospesa, sembra di essere a Catania. Un Tomasi di Lampedusa, annoiato e vestito di bianco, potrebbe vergare il suo diario seduto su un divano di vimini. Il traffico di Roma è un rombo lontano che posso scorgere dall'alto se strizzo gli occhi.
Il carcere del popolo è rimasto quello che abbiamo scrutato su fotoingrandimenti e vecchi documentari televisivi. C'è un muraglione che protegge il giardino, arriva fino al marciapiede. Una carrucola al secondo piano ed una corda che penzola, operai romeni portano via i calcinacci da un appartamento. Tutta la costruzione è una fortezza minacciosa in cima ad una montagna. Si intravedono le sbarre alla porta finestra che conduce in giardino.
L’appartamento ha un soggiorno spazioso ed illuminato, facciamo qualche scatto con il palazzo come sfondo. Sono stanco e contrariato mi sembra che non ci sia assolutamente altro da vedere, nulla che non sia stato scritto verbalizzato e digitalizzato. Cristina si muove rapida: avvita uno zoom, qualcuno dall'ultimo piano fa gestacci. L'anniversario ha reso la strada troppo celebre e oggi non siamo i primi a curiosare.
Seguo il muro dell’edificio abbracciandolo, sono praticamente a pochi centimetri dalla casa: se con un pugno potessi bucare la parete entrerei nella prigione di Moro, nella stanza del Presidente. Trevirgolaventiquattro metri quadri sono uno spazio troppo piccolo per uscirne senza i segni che l’anatomopatologo ha cercato invano. Rifletto sconsolato che i terroristi hanno mentito anche su questo.
Forse il Prigioniero non ha scorto la luce che filtrava dalla porta a vetri del giardino ma ha visto la finestra, l'unica che si affaccia a sud dove mani intelligenti hanno collocato una scrivania, c’è un libro aperto. Riesco addirittura a leggere il titolo, è un manuale scolastico di terza elementare. Uno scolaro consuma le ore dove è passata la Storia. Alzo gli occhi e fisso i vetri. Intuisco quello che nessuna delle foto che guarderemo la sera stessa fino a notte fonda è riuscita a fissare se non come sincopi digitali, riflessi di uno specchio che non riesci a interpretare.
Una mano di bambino ha incollato sui vetri due pupazzi, un personaggio di cartoon, una automobilina e un pesciolino.
Hai scritto dalla tua prigione: "Se ci fosse luce...".
Abbraccio la mia fotografa stremata che nel frattempo è crollata sul divano, le rimbocco il plaid e siedo sul pavimento davanti a lei. La luce dell’alba bussa alle imposte, le soffio in un orecchio: "Ti racconto il 16 Marzo 1978 e chi era Aldo Moro, un giorno lo spiegherai a tuo figlio".
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