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Mio zio, dirigente della Gladio Rossa...
Di Manlio (del 24/09/2008 @ 19:24:19, in Storia, linkato 5181 volte)
Mio zio paterno, Antonio Castronuovo, è sempre stato attivo in politica e ricordo ancora, quando da bambino mi recavo al "paese" a casa di mia nonna, le sue interminabili liste di libri di politica, i quotidiani sempre sotto il suo braccio (a mo' di baguette) e le sue discussioni con il prete del paesino di 800 anime e l'allora sindaco democristiano. Era segretario della locale sezione di Carbone (Pz) paese del quale divenne sindaco nel '90 per opera di una riedizione di quel compromesso storico che solo 12 anni prima aveva portato tanti problemi alla nazione.

Spesso, soprattutto in estate, lui non c'era e mia nonna mi diceva che era andato in viaggio nell'est europeo per "studiare". Io ero troppo piccolo per interessarmi di quelle cose ma mi chiedevo cosa potesse avere da studiare a 30 anni e perché non lo facesse in Italia.

Solo recentemente ho scoperto quale era il vero scopo dei suoi viaggi ed in particolare di uno a Sofia nell'ottobre del 1973, poco dopo l'incidente (attentato) cui era stato vittima il segretario del partito Berlinguer.
Tenetevi forte (e soprattutto si tengano forte coloro che monitorizzano il sito quotidianamente): Antonio Castronuovo si recava nei paesi dell'est per addestramenti clandestini, incaricato dai dirigenti filo-bulgari dell'epoca che, sostanzialmente, facevano capo ad Armando Cossutta.

Questa estate ho provato ad approfittare dell'esperienza e della cultura politica di mio zio, in una classica riunione di famiglia tutt'altro che clandestina. Gli ho chiesto cosa ne sapesse della Gladio Rossa, per avere una sua opinione, derivante anche dall'aver vissuto così in "diretta" quegli anni. La sua risposta mi ha sconcertato.
"Come, non lo sai che ero un gladiatore rosso che si andava ad addestrare nei campi bulgari?".

In un primo momento pensai di aver capito male, ma il suo sguardo non sembrava contemplare lo scherzo.
Poi ha cambiato espressione e con un sorriso che tratteneva a stento una forte risata ha aggiunto: "Hai letto il libro di Giovanni Fasanella sull'attentato a Berlinguer? Bene lui ha trovato il modo di insinuare, in maniera chiara e che lascia pochi dubbi, che un mio viaggio a Sofia nel '73 lasciasse sottintendere la partecipazione ad un campo di addestramento per gladiatori rossi..."

Scusa, scusa. Come? L'ennesimo scoop del giornalista di Panorama o una svista clamorosa?

Tornato a casa,
rimproverandomi di essermi perso la "perla", mi sono procurato il libro in questione e me lo sono letto con calma. Nell'edizione uscita in allegato con L'Unità nel 2006, a pagina 40 ho appreso allibito:
"[Cossutta] organizzava "viaggi-scambio", caldeggiando una degna accoglienza anche per una serie di oscuri dirigenti di sezioni di ogni angolo d'Italia, che presentava come "compagni che svolgono un'importante funzione". Quale fosse la natura dell'importante funzione di Umberto Pinna, segretario della sezione Serrenti di Cagliari o di Antonio Castronuovo, segretario della sezione Carbone di Potenza (per citare solo due dei personaggi che compaiono nelle lettere), Cossutta non lo specificava. Si trattava di militanti della cosiddetta Gladio Rossa, inviati nei paesi dell'Est per dei corsi di addestramento?"

Una prima osservazione mi è venuta da un termine preciso, 'oscuro', che può essere utilizzato sia per indicare il fatto che una persona non sia sotto la luce dei riflettori (quindi un po' nascosto dalla grande platea) ma anche e soprattutto per indicare una persona ambigua che ha da nascondere qualcosa. Mi ricorda quanto mi raccontò l'Avv. Guiso in un nostro colloquio ribadendomi quanto disse in Commissione Stragi:
L'8 maggio il "Corriere della Sera" pubblica un articolo in cui io da illustre cassazionista divento oscuro avvocato di provincia e Tobagi mi dice, in sostanza: "Caro Giannino, ti stanno preparando il piattino. Ti vogliono fermare"

Sono davvero sconcertato da tanta semplificazione.
Oltretutto essendo mio zio regolarmente in vita e assolutamente non in clandestinità (nonostante avrebbe dovuto esserlo con un passato del genere) Fasanella avrebbe dovuto, come minimo, provare a contattarlo per avere una sua versione. Non che fosse obbligato, intendiamoci, ma se avesse voluto davvero portare un contributo di conoscenza e non di rimescolamento delle cose credo sarebbe stato il minimo.
Allora ho provato io a chiedere a lui qualcosa, anche perché credo la faccenda sia grave in quanto una simile leggerezza avrebbe potuto potrebbe portare a conseguenze poco piacevoli, considerando che c'era un'indagine in atto da parte della magistratura.

Come accennato in precedenza, mio zio approfittava dell'estate per andare a visitare paesi comunisti ed in genere si appoggiava a compagni delle sezioni del nord che erano più attive rispetto alla sua realtà lucana. Era una pratica diffusa all'interno del PCI, una tappa obbligata per chi volesse fare vita politica attiva e critica. In quel periodo si trovava a Milano e, tramite i militanti della locale sezione che frequentava, venne a sapere che il partito stava organizzando un viaggio di scambio-culturale a Sofia e che cercavano un compagno lucano disponibile ad aggregarsi. Lui fece qualche telefonata in segreteria regionale ma nessuno dei militanti lucani all'epoca aveva il passaporto. Nessuno, tranne lui, che avendo abitudine a viaggiare ne era in possesso.
A quel punto decide di sfruttare l'occasione e di aggregarsi alla comitiva. Una delegazione di 7 compagni di varie sezioni italiane, guidata da Antonio Papalia, segretario della Federazione di Padova.



La "russa" Moskovic, Balilla d'oltre cortina

La visita durò circa due settimane e gli italiani furono portati in giro per fabbriche, scuole, uffici del partito, sempre con grande seguito e controllati in ogni movimento: basti pensare che i bulgari utilizzavano le famose auto Moskovic e i sette italiani erano divisi in tre auto su ciascuna delle quali c'era un interprete ed un compagno bulgaro di accompagnamento. Il corteo si apriva e chiudeva con un'altra auto.
Mio zio, per le sue attività di studio che ancora lo caratterizzano e lo impegnano per quasi tutta la giornata, era solito fare diverse domande. Ad alcune di esse, ritenute "scomode" nell'ambito dei rapporti tra i partiti, il capo delegazione dopo averle etichettate come "spegiudicate" impedì all'interprete di formularle ("Compagno Castronuovo, evitiamo queste domande poco opportune...").

Insomma, mi sembra di aver capito che l'unico addestramento che si trovò a fare lo zio, fu quello nell'utilizzo adeguato della forchetta sicuramente perso a causa del cibo bulgaro che non era certamente all'altezza dei mitici "maccheroni al sugo" di mia nonna!
Di quel viaggio, lo zio conserva un dettagliato diario che ogni sera compilava al rientro in albergo. Una quantità sostanziosa di appunti che mi auguro un giorno possano far capire alla solita cricca di storici e giornalisti alla ricerca di facili scoop che i viaggi-scambio dell'epoca erano una cosa seria e che c'erano dei militanti di base che li frequentavano arricchendo il proprio bagaglio culturale e portando delle voci critiche verso ciò che non ritenevano giusto nell'applicazione dell'ideale comunista.

Che poi potesse esistere una Gladio Rossa e che militanti comunisti potessero recarsi "clandestinamente" nell'Est europeo, questo è un altro discorso.
Ma ritengo che, poichè tali personaggi non erano stupidi, gli addestramenti non fossero organizzati con tanto di lettera ufficiale e di materiale che sarebbe diventato, un giorno, patrimonio dell'archivio storico del partito che, almeno ufficialmente, non conosceva simili "entità parallele". La presenza di carte "ufficiali" secondo me sarebbe solo la dimostrazione che se ci fosse stata una organizzazione paramilitare del PCI, magari in collegamento con equivalenti strutture della terza internazionale, come minimo la direzione centrale del partito ne era a conoscenza e l'approvava. E quindi, anche il candido Berlinguer, non era esente da colpe.

E, anzi, a sentire i racconti dei vecchi militanti, il PCI era una cosa seria e, soprattutto, unitaria. Non esistevano le correnti ma solo delle visioni personali diverse tra i dirigenti della segreteria centrale. Chiunque fosse in disaccordo con la linea ufficiale del partito, ne era automaticamente fuori. Se ci sono stati dei dirigenti o dei militanti di primo piano che si sono mossi lungo strade poco "chiare" lo hanno fatto esclusivamente sotto il tacito consenso della direzione che, vuoi per calcolo vuoi per impossibilità, non avendo espulso i responsabili ne ha consentito l'operato.
Se c'è stata una Gladio Rossa o se ci sono stati legami stretti tra militanti del PCI e brigatisti, sfatiamo il mito che il tutto sarebbe avvenuto in maniera clandestina e occulta al partito. Quando ho chiesto ad alcuni senatori dell'epoca cosa ne pensassero delle rivelazioni che l'ex direttore dell'Asinara Cardullo ha confidato proprio a Fasanella (il senatore triestino definito "il vecio", ritenuto da Cardullo ai vertici delle Br) ho solo ricevuto conferme che dei contatti e delle idee del collega di partito, tutti erano a conoscenza.
Perché nessuno è mai intervenuto?

E allora è più giusto, per l'onore della verità, andare a "pescare nel mucchio" rimescolando i fatti e creando nuova confusione o iniziarsi a chiedere seriamente quale sia stato il vero atteggiamento del PCI nei confronti di quei movimenti e quegli anni e quali comportamenti siano stati decisi e portati avanti alle "Botteghe Oscure"?