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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Manlio  20/03/2012, in Attualitŕ (1499 letture)
Anche i più dotati dal punto di vista dell’immaginazione, non sarebbero mai arrivati a pensare di poter acquistare un giorno un volantino originale delle Brigate Rosse. E invece a partire dal prossimo 29 marzo tutto ciò sarà (?) possibile. La casa milanese Bolaffi, cederà all’asta un lotto di 17 documenti brigatisti datati tra il 1974 ed il 1978 compreso uno proveniente dal rapimento Moro. E non uno qualsiasi ma proprio quello con il quale il 15 aprile i brigatisti annunciarono la condanna a morte del presidente della DC. Il prezzo di partenza è di 1.500€.
Non mi sarei stupito se una cosa del genere fosse avvenuta in un paese come la Germania che con quegli anni ha chiuso i conti, ha capito le ragioni degli uni e degli altri e ha serenamente accettato che una parte (seppur minoritaria) di una generazione ha cercato di ribellarsi facendo ricorso alle armi, senza per questo far ricorso a spiegazioni dietrologiche, grandi vecchi o occulte trame internazionali. E un documento come quello potrebbe rientrare nella casistica dei documenti storici.

Ma è davvero possibile che in un paese come l’Italia, in cui si cerca ancora la verità su tanti tragici episodi della storia contemporanea, si possa permettere di svendere un pezzo di storia chiusa dal punto di vista dei tribunali ma non ancora dal lato della verità storica e politica?

Possiamo considerarli documenti storici o forse “corpi di reato”? E se ci fosse qualcosa di inedito (documenti nuovi o parzialmente nuovi rispetto a quelli divulgati all’epoca)?

E poi il problema della fonte. Da dove provengono questi reperti?
In occasione delle operazioni di fabbrica i volantini venivano distribuiti direttamente “in loco” e potevano perciò essere raccolti da chiunque.
Nel sequestro Moro, però, i comunicati venivano distribuiti in più città in contemporanea e quindi l’unica possibilità di intercettare un originale era farlo sfuggire al sequestro delle Forze dell’Ordine. Quindi commettere un reato.

Sono certo che la Polizia Giudiziaria impiegherà poche ore a sequestrare il tutto ed avviare le dovute indagini. Ma se tutto ciò sarà permesso, allora mi aspetto che a breve sarà possibile acquistare nuovi reperti inediti: bossoli di via Fani, qualche scatto privato che riprende la scena immediatamente dopo l’agguato (tanto il magistrato non considerò quelle foto inutili ai fini delle indagini?), un’uniforme da aviere dismessa, una testina per macchina da scrivere…

E nel frattempo, poiché il caso Moro è ancora oggetto di lotta e divisione politica, la solita domanda echeggia tra coloro che ne studiano i risvolti da anni: ennesima strumentalizzazione monetizzata o messaggio trasversale (stavolta un “innocuo” manifestino, la prossima qualche pagina autografa)?
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Non sono un esperto della vicenda piazza Fontana e quindi non entrerò nel merito "tecnico" del dibattito. In questo articolo, oltre che riaggregare i vari momenti dell’attacco di Sofri al libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana” ed il successivo film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, vorrei fare una riflessione sulle modalità di questo dibattito, e da quale punto di vista sia portato avanti. Con l’obiettivo preciso, ed evidente a tutti, di non far capire.

>L’articolo di Sofri che introduce il suo testo<
>L’articolo di Repubblica<
>Articolo di Eugenio Scalfari<
>L’ebook di Sofri<
>L’articolo di Ezio Mauro su Repubblica<
>La polemica tra Sofri e Cucchiarelli ripresa da dagospia<
>La risposta pubblica di Paolo Cucchiarelli sul sito cadoinpiedi >
> L’ebook di Cucchiarelli con le risposte a Sofri<


Da anni sostengo che sia necessario richiudere quella ferita comunemente nota come “anni di piombo” (definizione che non condivido in quanto generalizzata e che non aiuta a comprendere la storia). Non per esercizio storico e neanche perché su quel periodo debba calare l’oblio ma, al contrario, perché dobbiamo liberarci da quelle strumentalizzazioni che imbrigliano la vita politica semplificandola a divisioni curva nord-curva sud (che portano ai disastri che tutti abbiamo sotto gli occhi) e anche perché dobbiamo consegnare alle future generazioni una verità condivisa che non sia solo quella scritta nei tribunali di Stato, dove si tende a dividere i buoni dai cattivi, anche perché in genere i buoni sono tali finché restano al di là di una linea sottile che può spostarsi anche a causa di un solo documento…
Ma la storia e la politica sono più complesse di un’aula di Tribunale.

Questa mancata conciliazione con quegli avvenimenti (e la conseguente verità storico-politica di cosa avvenne a livello di personaggi, organizzazioni, istituzioni e classe politica ed intellettuale in genere) fa si che si debba assistere, accompagnati da un profondo senso di voltastomaco, a patetiche interpretazioni da operetta portate avanti da personaggi di Stato nel cui club, evidentemente, possiamo iscrivere “ad honorem” il buon Adriano Sofri.
Pensate ad immaginare (io non ci sono riuscito) cosa accadrebbe se il 16 marzo di un qualunque anno, su un quotidiano nazionale, Renato Curcio scrivesse un lungo articolo per contestare la tesi di un’inchiesta che tenta di portare nuovi elementi che permettono di guardare l’agguato ad Aldo Moro ed alla sua scorta da un nuovo punto di vista. Magari un po’ più scomodo per molti personaggi in causa. E magari un certo gruppo di “penne” famose si accodasse alle parole di Curcio.

Voi direte. «Ma che c’entra, Curcio è il fondatore delle BR, è parte in causa, ha una diretta responsabilità nel percorso che portò le BR dalla loro nascita fino all’agguato…». Sofri, è bene ricordarlo, è stato condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi, dalla cui finestra la notte del 15 dicembre 1969 “volò” Pino Pinelli, anarchico fermato dalla polizia e trattenuto illegalmente in Questura (erano abbondantemente scaduti i termini del fermo) a seguito delle indagini per la bomba alla BNA di piazza Fontana a Milano (e le altre trovate sia a Milano che a Roma il 12 dicembre 1969).
Sofri si è sempre dichiarato innocente rispetto all’accusa ma, a differenza di altri, non è scappato all’estero e ha scontato tutta la pena infittagli: il 16 gennaio di quest’anno il Tribunale di Firenze ha firmato il provvedimento di fine pena.
Nel 2009, in un’intervista al Corriere della Sera si è assunto la corresponsabilità morale di quella tragedia.

Tanto per dirla fino in fondo, Sofri ha anche scritto un bel libro sulla vicenda Pinelli (La notte che Pinelli) che però si conclude con un inaspettato “Non so” proprio sulla domanda più importante: cosa accadde quella notte? Proprio da lei, Sofri, non ce l’aspettavamo. Un gesto da coniglio per lei che dalle pagine di Lotta Continua promosse una feroce campagna contro il commissario con frasi del peso di “Calabresi sarai suicidato”. E come dimenticare l’articolo del 20 dicembre 1969 intitolato "Bombe finestre e lotta di classe", dove confutò la versione ufficiale del suicidio paragonando la morte di Pinelli ai crimini dello stalinismo e del fascismo? In quello stesso articolo Sofri trasse spunto dalle intenzioni politiche della bomba per legittimare la lotta , anche violenta, del “Proletariato e delle Classi subalterne”.

Quindi lei è parte in causa, ci sta dentro fino al collo, nella vicenda di piazza Fontana che ingloba sia l’assassinio di Pinelli che quello di Calabresi.

Ad oggi lo Stato non sa, o quanto meno sa ma non è stato in grado di punire i responsabili di quelle bombe del 12 dicembre. Si sa che sono bombe di destra, messe da militanti riconducibili all’organizzazione Ordine Nuovo con la complicità di settori “deviati” dei servizi segreti all’epoca sotto il controllo dei militari.
Piccola parentesi. Non esistono i “servizi deviati”. I servizi segreti fanno quello che devono fare anche se questo cozza con l’interesse di molti e risponde alle logiche di pochi, obbediscono a degli ordini, fanno il lavoro sia pulito che sporco. Solo quando queste cose vengono a galla, la protezione dei vertici che hanno diretto l’orchestra rende d’obbligo l’aggiunta dell’aggettivo deviati e giustifica le epurazioni di facciata che non cambiano nulla nella sostanza. Chiusa parentesi.

Lei, Sofri, difende questa tesi. Perché? Cosa cambia nella sua percezione sensoriale di quegli avvenimenti e di quegli anni se le cose fossero andate diversamente?

E se un giornalista serio, competente, autonomo come Paolo Cucchiarelli, che non deve difendere nessun interesse né personale né di amici porta a termine un’inchiesta nella quale ci sono elementi nuovi, messi assieme in una logica del tutto nuova che porta ad uno scenario diverso da quello di cui lei si fa garante, è automatico che debba essere insultato, denigrato offeso sia personalmente che professionalmente. Eh si, perché una cosa è criticare altra cosa è attaccare sulla base di forzature maliziose di letture parziali di parti dell’inchiesta.

Lei, Sofri, è anche un vile. Perché non ha contestato le tesi del libro quando uscì, ossia nel maggio del 2009? Perché allora non conveniva, sarebbe equivalso a pubblicizzarlo e quindi a rendere più imbarazzanti alcune complicità. Ma quando Marco Tullio Giordana, regista serio e rispettabile, decide di mandare nelle sale un film come “Romanzo di una strage” che si ispira all’inchiesta di Cucchiarelli (pur discostandosi in alcuni punti non minori) allora il problema non è più la tesi dell’inchiesta ma il fatto che questa sia fruibile dal grande pubblico. E’ questo il nodo ed è questo che le fa scattare l’odio che traspare dalle sue parole.
Quindi a lei, Sofri, non interessa nulla della verità ma solo l’opportunità delle cose e la loro strumentalizzazione.

Lasciamo stare la presunta responsabilità che Cucchiarelli attribuisce a Valpreda ed all’innocuo “petardo” che avrebbe messo nella BNA. Vediamo, invece, la trappola che ad insaputa del ballerino anarchico sarebbe scattata secondo una logica (quella del raddoppio), un modulo operativo che i servizi segreti avrebbero messo in atto in una classica operazione “false flag”.
Questa trappola, organizzata da chi ai vertici militari auspicava per l’Italia una svolta autoritaria simile a quella che solo due anni prima portò la Grecia in mano ai colonnelli o quattro anni dopo il Cile in mano a Pinochet, fu scoperta e fu proprio Aldo Moro a bloccare le tentazioni del Presidente del Consiglio Rumor e della Repubblica Saragat di proclamare qualsiasi stato di emergenza che potesse favorire quel disegno eversivo.
Quindi la politica sapeva, le istituzioni sapevano ma non denunciarono. E perché? Forse perché dietro tutto c’era la mano fin troppo evidente della CIA che sia in Grecia che, successivamente in Cile, non intervenne direttamente ma pilotò i golpe attraverso le forti influenze che aveva nei due Paesi?
E non è stato proprio il Generale Maletti, recentemente, a denunciare la limitata sovranità dell’Italia su ciò che riguardava gli interessi degli americani nel nostro Paese e quindi il controllo della nostra “democrazia”?

E che cosa ci dice poi di tale Robert Hugh Cunningham junior che figura tra i soci della “Tipografia 15 giugno” e che, assieme al padre omonimo era dietro a tutte le tipografie che stampavano Lotta Continua? Entrambi i Cunningham erano referenti della CIA in europa tanto da essere nominato (il figlio) responsabile del partito repubblicano in Europa per l'informazione dal neoeletto presidente Reagan. Strana coincidenza, davvero.

Chi difende a spada tratta, senza discutere, senza dialettizzarsi, la verità di Stato (che, si badi bene, verità non è perché si parla solo di ipotesi e presunzioni), è un “Uomo di Stato”.
E lo è nel senso delle responsabilità che tale ruolo comporta, nel dover misurare le parole, nel dover distogliere dalla verità per un senso del dovere che deve portare alla tutela del bene comune rispetto all’interesse personale.

Perché contesta così in maniera così accalorata l’ipotesi di un modulo operativo del raddoppio che avanza Cucchiarelli? Forse perché lei stesso ne fu vittima inconsapevole e se ne è accorto troppo tardi?
Troppo tardi per denunciarlo (il punto di non ritorno era stato già superato), troppo tardi per “sputtanarlo” (ne sarebbe crollata un’immagine ed una verginità di presunta autonomia da farvi passare tutti per coglioni) ma mai troppo tardi per difenderlo tutelando il segreto.

Per tornare a scomodare renato Curcio, ricorderà quella famosa intervista a Frigidaire (eravamo degli anni ’90, quindi a guerra abbondantemente finita) nella quale il fondatore delle BR lanciò la sua spiegazione sull’impossibilità di chiudere con quel passato di arrivare a capire come sono andate realmente le cose in vicende come piazza Fontana e Calabresi per una “sorta di complicità fra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo. Quella parte degli anni ’70, quella parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce, cose che noi non riusciamo a dire perché non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che tutti sappiamo.”

Forse Curcio (essendo estraneo a quelle vicende) non ha le parole o le prove. Ma lei, caro Sofri, sicuramene non ha le palle per dirlo.


E ci sono due modi per accettare la propria impotenza: o chiudersi non affrontando più l’argomento oppure fare il salto della barricata per cercare un riconoscimento politico che è l’unica cosa che può chiedere ancora alla storia.

Lei ha detto che su piazza Fontana avrebbe rivelato quello che sapeva, ma al momento giusto. Credo che quel momento sia arrivato e non si possa più attendere.

Sarebbe un suo dovere morale nei confronti di tutti quei ragazzi che l’hanno vista come un maestro e di cui porta (almeno in parte) la responsabilità delle scelte, nei confronti delle vittime, nei confronti dell’intero Paese se è vero che il suo obiettivo all’epoca (e quello di tutti gli altri militanti della sinistra extra parlamentare) era quello di costruire una nuova società, non semplicemente cambiare le regole a quella esistente.
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Che dire? Non molto rispetto a quanto già scrissi nel luglio del 2009 >Leggi articolo<.

E’ da poco stata >pubblicata un’agenzia< che preannuncia l’intervista esclusiva a patrizio Peci che uscirà integralmente sul settimanale “Oggi” da domani in edicola.
La sostanza è questa. Peci torna sulla vicenda del fratello Roberto, al quale lo scorso anno è stata intitolata la via nella quale nel 1981 fu rapito (l’ex vai Boito ora via Roberto Peci), per rivolgersi alla nipote convinta della non violenta innocenza del padre e dell’infamità di uno zio che, con le sue azioni malvagie, ne decretò la morte.

Voglio che si conosca tutta la verità, soprattutto che la conosca la figlia di mio fratello. Deve sapere che lui aveva condiviso tutte le mie scelte, dalla lotta armata alla dissociazione. […] mia nipote di suo padre non sa niente. Non è vero quello che pensa o che le hanno fatto credere. Non è vero che c’è stato un fratello infame e uno buono, come Caino e Abele. È un falso storico, avallato purtroppo dal libro di Walter Veltroni L’inizio del buio, che ha scambiato la realtà con la sua immaginazione. […] Eravamo due comunisti rivoluzionari. All’assalto alla Confapi di Ancona, prima che io entrassi nelle Br, ha partecipato anche lui.

Parole molto dure rispetto alle celebrazioni che di recente sono state fatte in occasione dell'inaugurazione della via intitolata a Roberto Peci.
>Video<
>Articolo<

Le stesse parole, però, che scrissi nel mio articolo. Ma la figlia di Roberto Peci, Roberta, commentando il mio articolo mi attaccò duramente invitandomi a tacere ed informarmi meglio...

E secondo me non c’era niente di scandaloso, nel senso che era evidente la storia dei due fratelli ed era evidente che pur avendo iniziato insieme un certo percorso le strade si erano divise piuttosto presto e prima che il più piccolo facesse le stesse scelte del fratello maggiore. Chi ha studiato e cercato di capire non può sostenere che Roberto Peci fosse un brigatista, di certo non io. Ma da qui a dire che era un non violento, che non ha mai avuto a che fare con scelte ed azioni violente, ce ne passa. La storia di Roberto Peci può essere assimilata a quella di tanti altri giovani di quegli anni, giovani che hanno creduto di poter combattere il sistema con le armi, che vincere era possibile. In pochi hanno poi portato le loro scelte sino alle estreme conseguenze, in molti, invece, si sono fermati prima del punto di non ritorno (un’azione di sangue o la scelta forzata di entrare in clandestinità).

Nello stesso articolo scrivevo che l’atteggiamento che lo Stato ha sempre avuto nei confronti di questa tragica vicenda è sensibilmente differente dalle altre tante storie di dissociazione e violenza. E quindi mi chiedevo: “E allora sorge il sospetto, che dietro la storia dei fratelli Peci, ci sia qualcosa di ancora indicibile, autorizzato ad altissimi livelli, portato avanti senza scrupoli. Qualcosa che a distanza di 28 anni non può essere ancora rivelato apertamente”.
Questo è un altro dei nodi centrali che più in generale riguarda ciò che ha fatto uno dei protagonisti centrali della vicenda, ossia lo Stato. Cosa ha fatto in quegli anni? Perché dovremmo credere nella sua “candida innocenza”, nella sua totale estraneità a qualsiasi addebito? Di cose poco chiare sul comportamento delle Istituzioni in quegli anni ce ne sarebbero tante. Qualcuno dirà che eventuali “forzature” sono state fatte nel tentativo di perseguire il fine ultimo di sconfiggere la lotta armata. Ma poiché le azioni di contrasto sotterraneo sono iniziate ben prima della nascita dei fenomeni eversivi (piazza Fontana docet) occorrerebbe approfondire meglio come si siano evolute le strategie dello Stato negli anni ’70 e a che punto sono arrivate. Ma questo è un altro discorso.

Non ho avuto niente in contrario sul fatto che sia stata intitolata una via a Roberto Peci, anzi. Può essere un serio tentativo di capire meglio quegli anni, che c’è stata davvero una buona parte di una generazione di giovani che hanno pensato di ribellarsi, che l’hanno fatto senza essere pilotati o eterodiretti, che in gran parte ha capito che non fosse la scelta giusta e che in alcuni casi (come Peci) hanno pagato un prezzo altissimo per questo loro percorso.

Ma senza travisare la realtà, senza scambiare “la realtà con la sua immaginazione”. Questo non è corretto e non porta da nessuna parte.
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Di Manlio  19/04/2012, in Attualitŕ (4551 letture)
Eh già.

Come era prevedibile, Adriano Sofri non risponde.

Dopo che il palcoscenico dei grandi giornali ha dato eco alle sue parole, cosa che non è stata fatta nei confronti della replica di Cucchiarelli (e questo già di per se la direbbe lunga) il maestro tace.

Del resto l'obiettivo l'aveva raggiunto (la vasta platea) ed il suo messaggio era arrivato forte e chiaro. Ma adesso una replica sarebbe far tornare in alto la notizia e vuoi che magari qualcuno tra i suoi lettori più intelligenti non venga preso dal dubbio e compri il libro di Cucchiarelli per capire autonomamente? O, peggio, ne parli ad altri?

Stimolato da un lettore attento, ripubblico la lista delle 5 domande sulle quali a molti piacerebbe conoscere l'illuminante parere di Adriano Sofri. So che è tempo perso, ma oggi pioviggina e non ho di meglio da fare.

Di questi tempi, tocca accontentarsi di sperare in 5 risposte. Che ci vuoi fare.


1. Nel suo scritto lei menziona Umberto Federico D’Amato. Vorrei che chiarisse ulteriormente una vicenda, da lei stesso diffusa nel 2007, per sgombrare il campo proprio
da interpretazioni eccessive e fantasiose, alla Codice Da Vinci, proprio come scrive lei.
Recensendo il libro di Mario Calabresi Spingendo la notte più in là e utilizzando una formula che le è cara, quella della lettera a un immaginario giovane tentato dalla violenza,
ha raccontato un particolare incontro da lei fatto. “Quello Stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare. Lo so. Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi Affari Riservati”.
Fu uno choc. Tre giorni dopo, torna sulla questione e spiega che si trattava di Umberto Federico D’Amato, il Gran Capo degli Affari riservati, e che lei si era sbagliato: l’offerta era per una “mazzetta di omicidi”. Ora nella nuova edizione dell’inchiesta spiego perché questa datazione, “un po’ più di cinque anni dopo il 12 dicembre”, non è plausibile ne’ temporalmente, né nell’obiettivo indicato, secondo lei, da D’Amato, e cioè i Nap, Nuclei armati proletari. Lei fornisce un solo elemento, pur con il beneficio del dubbio legato al tempo trascorso, per datare quell’incontro. Eccolo: “Avendolo io interrotto su un anello che spiccava su una mano assai curata, così madornale da sembrare d’ordinanza, me ne spiegò il legame - se la memoria non mi inganna- con la morte di sua moglie, e il fresco dolore che ne provava”.
Sofri, credo che la memoria l’inganni, fatta salva la possibilità che anche su questo  D’Amato le abbia mentito. La moglie di Umberto Federico D’Amato, Ida Melani era
sicuramente viva nel 1981, come risulta dalle carte dell’inchiesta di Brescia; è tutto contenuto nell’allegato n. 31 alla relazione del 12 dicembre 2003 con protocollo 24/
b1/4229. Si tratta delle carte tratte dall’inchiesta Argo 16 del giudice Mastelloni. Quelle carte divennero pubbliche pochi mesi dopo il suo articolo, quando vennero depositati, tra gli altri, anche appunti per le memorie che il Prefetto voleva scrivere. Anche quel foglietto pubblicato da Andrea Pacini nel suo volume “Il cuore occulto del potere. Storia degli Affari Riservati”, nel quale il Prefetto, parlando di lei, scrive: “Ci siamo fatti paurose e notturne bevute di cognac”. Ora lei ha detto che quelle sono “cazzate”, che D’Amato venne messo alla porta: “Non ebbi alcun rapporto, ne’ diretto, ne’ indiretto con lui”. Le chiedo di chiarire l’intricata vicenda, spiegando cosa vi diceste e quando avvenne quell’incontro. Unico? Come immaginare un uomo navigato e accorto come D’Amato presentarsi a casa sua per la prima e unica volta e lanciare l’idea di una mattanza a mezzadria?

2. Come mai in mano ad Alberto Caprotti (già componente della commissione finanziamenti del movimento) venne rinvenuta una agenda telefonica contente i numeri
telefonici di casa e d’ufficio, riservatissimo, al Viminale, di Umberto Federico D’Amato?

3. Ha mai saputo che il servizio segreto aveva infiltrato dentro Lotta Continua la fonte ‘Como’? Il dottor Guido Salvini ha rintracciato negli archivi del Sismi 47 atti intestati a
questa fonte. Riscontrando l’attività informativa con l’indice generale si è raggiunta la certezza che manchino almeno 26 atti.
La fonte ‘Como’ non ha prodotto informazioni nel periodo tra il 14 settembre 1971 e il 13 giugno 1972. La fonte era sempre sollecitata e allertata e quindi non si capisce perché non allertare la “fonte qualificata” ‘Como’ a seguire attentamente anche l’omicidio Calabresi. ‘Como’ cessa la sua attività nel 1984 perché muore.

4. E della fonte “Partenope”? Si trattava di una “fonte umana” – dice un rapporto del Sid che a metà del 1973 aveva messo in piedi una vera e propria azione di controllo sul leader socialista Giacomo Mancini: in codice veniva chiamata Azione Mecomio, una specie di mini-Watergate all’italiana, come giustamente la definisce Norberto Valentini ne La notte della madonna. Tutte le telefonate che arrivavano o uscivano dall’ufficio romano di Mancini di via del Babuino 96 erano intercettate: per questo il Sid era a conoscenza dei suoi stretti legami con il gruppo dirigente di Lotta Continua. A conclusione dell’Azione Mecomio, il rapporto del Sid metteva in rilievo che sostegni finanziari giungevano a Lotta Continua dal Psi al quale, a sua volta, arrivavano dal petroliere Nino Rovelli tramite l’allora Capo della Polizia, Angelo Vicari – una strana compagnia di giro. Come si legge nell’ottimo libro di Valentini, pp. 126-7, il rapporto afferma questo: «per lunghi mesi si è atteso alla paziente raccolta di notizie e alla loro elaborazione per poter giungere a una possibile chiarificazione… Tale lavoro ha dato frutti sufficienti per una buona base di partenza per accertamenti futuri che si presentano difficili e delicati. Infatti: in data 21.5.1973, Lionello Massobrio [allora responsabile amministrativo di Lotta Continua] viene convocato dall’onorevole Giacomo Mancini (notizia da fonte certa, materiale conservato) nella sede del Psi in via del Corso; 2 nella stessa serata del 21.5.73, Lionello Massabrio, in una riunione ristretta di dirigenti di Lotta Continua nella sede di via dei Piani 26 ha comunicato ai presenti, convenuti per l’esame della situazione finanziaria del movimento che nella mattinata, la situazione finanziaria era stata rappresentata all’onorevole Mancini che aveva promesso un sostanzioso finanziamento, non escludendo altre fonti di appoggio, avendo molto a cuore la vitalità di Lotta Continua (notizia da fonte umana Partenope)».
All’interno di Lotta Continua, dunque, un informatore riferiva puntualmente su quanto si dicevano i suoi massimi dirigenti: il dato assume un enorme rilievo visto che Lc in quei
mesi era sotto l’occhio del ciclone dopo l’omicidio del commissario Calabresi.

5. Lei dice nel suo libro che “Lotta Continua prese la sede in via Dandolo, a Roma, per inaugurare il giornale quotidiano, nel marzo del 1972.” Così lei risponde sulla questione dei finanziamenti all’attività del giornale.
Marco Nozza ha scritto un bell’articolo su “Gli amici americani di Lotta Continua” che ricostruisce in dettaglio tutta la vicenda. Nel 1968 arriva a Roma Robert Hugh
Cunningham, agente Cia che rileva il giornale “Daily American”. A stampare Lotta Continua è la Art Press, quello americano è stampato dalla Dapco. Due cose diverse? No.
“Perché i soci della Art Press risultano tre: Cunningham, padre, madre e figlio.
Amministratore della Art Press: Cunningham junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham”.
Nel 1971 presso la cancelleria del tribunale civile e penale di Roma viene depositato un atto in cui due signori accettano di diventare “amministratori della Spa Rome Daily
American, con deliberazione ordinaria del 27 settembre 1971”. I due signori si chiamano Matteo Macciocco, il secondo Michele Sindona. Nel 1971, dunque, Sindona succede a Cunningham, quello senior, nella gestione del “Daily American”, giornale che presto fallisce. Nasce il “Daily News”. I proprietari sono Robert Hugh Cunningham senior e
junior. Mentre fallisce il “Daily American”, succede che Lotta Continua cambia tipografia e non si fa più stampare dalla Art Press, E’ nata la “Tipografia 15 giugno” di cui sono soci Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio e un ultimo socio che non è italiano: si chiama Robert Hugh Cunningham junior, il figlio. (Notizie tratte da “Il Giorno” del 31 luglio 1988). Quello che scrive Marco Nozza è vero?
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Di Manlio  29/07/2012, in Libri (2375 letture)
Per chi si occupa di storia della lotta armata il nome Papago rappresenta il puntino pulsante dello schermo di un radar. Un’iconcina che ti indica un oggetto, che quindi sai essere presente in mare o aria, ma del quale conosci poco.
Giorgio Guidelli ha provato a seguire le orme sul monitor per cercare di farci capire meglio cosa quel nome (i Papago sono una tribù indiana dell’Arizona) rappresentasse nel complesso intreccio di avvenimenti che nel dopo-Moro (1978-1981) attraversarono l’Italia ed interessarono anche il resto d’Europa.

E’ andato alla fonte della questione e quale fonte migliore se non lo skipper dell’imbarcazione? Con il suo solito stile che è a metà tra la narrazione e la cronaca, con un linguaggio fruibile a tutti ma che si attiene rigorosamente ai “fatti storici” ci ha regalato questo nuovo lavoro che, rispetto ai precedenti sull’argomento, si presenta come un racconto. Autobiografico, che racconta lo svolgersi degli eventi e delle emozioni che in prima persona deve aver provato nell’entrare sempre più nei nodi cruciali ed inesplorati di una vicenda chiave della nostra storia. I cui risvolti, a leggerli bene, interessano le massime cariche dello Stato, i loro segreti ed il comportamento di alcuni organismi dello Stato, in molti casi quanto meno ambigui di fronte all’eversione.

Il libro, non a caso, si chiama “Porto d’armi - Indagine sui rapporti Br-Palestinesi” (editore Quattroventi) perché rappresenta il risultato di una serie di lunghi colloqui tra Guidelli e lo skipper del Papago, ex brigatista marchigiano stimato psichiatra.
Un testo che per l’argomento e per la piacevolezza della lettura non posso che consigliare a tutti. Cento pagine che si leggono tutte d’un botto, che lasciano sempre col fiato sospeso e che l’unica pecca che hanno è di finire troppo presto.

La storia apre una voragine, non tanto perché svela l’esistenza di rapporti operativi tra la lotta armata europea e i guerriglieri palestinesi, due facce ispirate dagli stessi principi marxisti-leninisti, simili ma profondamente differenti per storia, contesto ed intensità.

La questione centrale è l’aver portato una prova dell’esistenza del cosiddetto “lodo Moro”, ovvero quel patto tacito tra le autorità italiane ed i palestinesi (che porta il nome del presidente della DC ucciso dalle BR perché egli stesso ne fu l’ispiratore ed il mediatore) con cui si sancì l’estraneità di obiettivi italiani nel panorama di attentati che i palestinesi organizzavano in tutta l’Europa in cambio della possibilità concessa agli stessi palestinesi di attraversare il nostro stivale trasportando armi ed esplosivi destinati ad attentati o ad altre formazioni combattenti.
Un “patto” grave per un Paese di diritto, tanto più grave perché riguarda proprio quella “ragion di Stato” che è sempre stata utilizzata sulla base del principio della convenienza non dei molti, ma dei singoli interessi di bottega.

Cosa ha a che fare il Papago con il “lodo Moro”? Apparentemente niente, visto che potrebbe trattarsi di un semplice traffico clandestino sfuggito alle maglie della legge. Ma di clandestino, quel viaggio aveva davvero poco.

Il nono capitolo del racconto di Guidelli si intitola “Porto delle nebbie” parafrasando l’appellativo con il quale negli anni ’70-’90 venne etichettato il Tribunale di Roma per la facilità con cui molte inchieste si arenavano.

Lo skipper racconta della spedizione ferma per tre-quattro giorni nel porto di Numana pochi chilometri a sud di Ancona. A bordo, ovviamente, l’imprendibile capo delle BR Moretti. E narra di un colloquio che egli (lo skipper) ebbe in carcere con un capo delle Forze dell’Ordine che gli disse: “Ci arrivò una telefonata anonima, che riferiva: ‘Andate a Numana, in porto. Troverete Moretti, in porto’”. Le Forze dell’Ordine si armarono di tutto punto, circondarono il porto e si preparavano all’irruzione. Quando strani movimenti, ombre e oggetti fecero temere di essere stati scoperti. Stava per scoppiare il finimondo. Per fortuna, questione di attimi, riconobbero gli uomini dell’anti-terrorismo che invitarono le Forze dell’Ordine ad andare via, tanto c’erano già loro. Lo skipper, in un momento successivo, scoprì anche che qualcuno dei servizi sapeva del viaggio prima di lui e questo lo fece tirare fuori da quella storia e non ne volle sapere più nulla.
Il luogo del “rifornimento” di armi era fissato poco lontano da Beirut, su un’isola di fronte a Tripoli. In quel periodo in Libano c’era la guerra, l’Esercito italiano e il contingente di Carabinieri presidiavano la zona, il Mossad era a due passi e parte in causa nel conflitto. Un trasbordo ad alto rischio, dunque. Perché tanta sicurezza, si chiede Guidelli?

E’ solo un assaggio di quanto troverete nel libro, ma credo sia indicativo dell’importanza che riveste il testo. La delicatezza dell’argomento è confermata da una coincidenza: quasi in contemporanea è stato pubblicato un altro libro che racconta, sempre dalla voce diretta dello skipper, il viaggio del Papago. In questo secondo caso, però, nessun accenno allo sfiorato patatrac di Numana, nessun accenno al “lodo Moro”. Molto spazio, invece, ai particolari esilaranti: la Bertè che sostituisce Guccini e De Andrè, un “Hasta la victoria” “Siempre!” come unico botta e risposta con i palestinesi, date le differenze di lingua, Moretti che pensa di sparare ad un delfino per arricchire il menu di bordo.

Personalmente, l’aver stretto un patto con chi era in procinto di buttar giù con un missile un aereo passeggeri in partenza da Roma, non mi scandalizza più di tanto. Può essere ricondotto a quella “ragion di Stato”, quel dilemma “pietas o polis” dell’Antigone di Sofocle dove, si badi bene, si costruisce la polis attraverso la pietas. Con la condizione che quel “segreto di Stato” non sia eterno, che se ne debba rendere conto ai cittadini quando il pericolo ormai non c’è più. Proprio perché alla base deve esserci la buona fede e la tutela dell’interesse pubblico.
Purtroppo parlare di buona fede, trasparenza ed interesse pubblico in Italia, per utilizzare un eufemismo, fa sorridere.

Ed allora lasciatemi il privilegio di avere un sospetto. L’Italia, il paese dei furbi e della politica dai costi a talmente tanti zeri da produrre cifre impronunciabili. Il paese del ricatto, degli interessi privati che pervadono la sfera pubblica con i risultati disastrosi cui siamo giunti.
Ma vogliamo davvero credere che tutto questo meccanismo (parlo del “lodo Moro”) sia stato gestito a gratis? Non vogliamo sospettare che, nel paese delle tangenti, delle provvigioni del malaffare che spettano alla politica per gentile concessione, su quei traffici non si siano generati profitti? Non faccio fatica a pensarlo, ancor meno ad immaginare che fine possano aver fatto quei proventi.

Ed allora, forse, ecco perché il nostro “segreto di Stato” in questo caso (e chissà in quanti altri) non può essere svelato, neanche a distanza di qurant’anni. Perché mancano i presupposti della pietas e perché un intreccio di interessi e complicità hanno blindato quel patto di verità che non conviene a nessuno tradire.
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Di Manlio  31/07/2012, in Attualitŕ (3808 letture)
Lo scorso 2 marzo, nell’ambito del processo ai due generali del ROS Mori e Obinu, è stato ascoltato Mons. Fabio Fabbri. Uno degli argomenti del processo è la famosa trattativa Stato-Mafia che tra il ‘92 ed il ’93 pare abbia portato ad uno scambio tra le parti che avrebbe portato ai boss mafiosi sotto 41bis notevoli alleggerimenti nelle condizioni carcerarie.
Fabbri è stato udito come testimone dei fatti in quanto fu protagonista, assieme ad un altro esponente importante del Vaticano Mons. Cesare Curioni, di un consulto con il Presidente Scalfaro che chiese ai due preti di segnalargli un successore di Nicolò Amato (che ormai aveva fatto il suo tempo) alla guida del DAP.

Nel corso dell’interrogatorio, sempre in ambito trattative, Fabbri ha tirato in ballo anche la vicenda Moro nella quale, come braccio destro di Mons. Curioni, ebbe un ruolo nell’ambito dei canali che la Santa Sede attivò per arrivare alla liberazione del Presidente della DC.
La cosa più rilevante che Fabbri ha riportato alla corte è che quei famosi 10 milioni di dollari di cui si è parlato in passato, messi a disposizione da Papa Paolo VI per il rilascio dell’amico Aldo Moro, “io li ho visti con questi occhi!”. E lo avrebbe rivelato per primo al “famoso storico Satta, che (mi pare) insegna alla Sapienza” quando gli chiesero di mettersi a disposizione dell’archivio del Senato in occasione della pubblicazione del libro che viene pubblicato ogni 25 anni sui fatti più importanti della Repubblica. Vladimiro Satta avrebbe intervistato Mons. Fabbri per 7 ore e da quel colloquio avrebbe prima scritto un saggio su Nuova Storia Contemporanea, poi un primo ed un secondo libro che sarebbero diventati la pietra miliare per chiunque scrisse sulla vicenda successivamente.

Satta, documentarista del Senato dal 1987, sulla rivista Nuova Storia Contemporanea, ha pubblicato un articolo nel 2002 come anteprima del suo volume “Odissea nel caso Moro” ed un secondo studio nel 2005 proprio sulle trattative avviate dalla Chiesa per la liberazione del prigioniero delle BR. Oltre a diversi altri lavori il cui elenco trovate qui http://www.biblio.liuc.it/scripts/essper/ricerca.asp?tipo=autori&codice=2038844

Analizziamo le perle che ci ha regalato Mons. Fabbri. Perché di perle si tratta, anche se nessuno si è soffermato ad approfondire perché in cronaca giudiziaria le testate si sono fermate esclusivamente alle parole dette dal prelato.

Ad un certo punto, parlando del “potere” di Mons. Curioni, Fabbri cita un colloquio con il Sen. Andreotti. Argomento dello scambio di battute la trattativa della Chiesa per la liberazione di Moro. Fabbri ricordò ad Andreotti che dopo la morte di Curioni a sapere quelle cose erano rimasti solo loro due. “Teniamo duro!”, fu la risposta del Presidente.
Silenzio dei magistrati e del Presidente della Corte.
Nel descrivere l’interessamento di Papa Paolo VI per la vita di Moro, Fabbri parla dei canali attraverso i quali le informazioni giungevano ai brigatisti che custodivano il Presidente e tornavano indietro. In pratica confessa che ci fu un dialogo diretto attraverso canali riservati e non ancora noti. “Non mi chieda i canali senò va a finire che mi arrestano!” chiede Fabbri dimenticando che non si trattava di una conversazione con un giornalista all’happy hour.
Silenzio dei magistrati e del Presidente della Corte.

Nel parlare degli eventi, Fabbri racconta una storia da “fantabosco” che non sta né in cielo (è il caso di dirlo!) né in terra.
Per dirla in breve (ma avete a disposizione l’audio per ascoltarla dalla voce del prete) Paolo VI chiamò Curioni e Fabbri che erano a bari per un convegno subito dopo il rapimento di Moro. I due tornarono a Roma. Paolo VI pensava di poter attivare dei contatti sfruttando la malavita e, di conseguenza, rivolgendosi al mondo delle carceri. Prima però c’era la necessità di essere certi dell’esistenza in vita di Moro. Tramite i loro canali Curioni e Fabbri spinsero le BR a far pervenire una foto di Moro. Ma questa prima foto, quella senza giornale, non dimostrava che Moro fosse ancora vivo ed allora Paolo VI chiese ai due di ricontattare i brigatisti per fornire una nuova prova. Arrivò così la seconda foto di Moro, con la Repubblica del 19 aprile che convinse Paolo VI a raccogliere il denaro per il riscatto. Denaro che lo stesso Fabbri dichiara di aver visto: una consolle a Castel Gandolfo, coperta da un drappo azzurro che il Papa spostò per far vedere i “mazzetti” di dollari pronti per ottenere la libertà di Moro.
E a proposito di questa faccenda, Fabbri chiude dicendo che “io ed Andreotti sappiamo un po’ come le cose sono andate”.

In un Paese normale qualcuno avrebbe chiesto chiarezza. Un Parlamento che si rispetti avrebbe posto interrogazioni. Un giornalista onesto avrebbe protestato, lui che è portatore di verità, il paladino della trasparenza, la penna della denuncia.
Ecco un esempio di cosa ho trovato il 3 marzo
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/03/trattativa-stato-mafia-cappellano-delle-carceri-amico-potenti/195320/


Siamo sinceri. Ancora crediamo che ci sia qualcuno in Italia che voglia la verità sul passato? E ancora crediamo ad un Presidente che fa bei discorsi di parata in occasione delle ricorrenze ufficiali e che realmente utilizzi tutti gli strumenti in proprio possesso per sostenere la tanto invocata giustizia?
Siamo tutti a bravi quando si tratta di chiedere ad un ex brigatista di stare zitto, perché non ha il diritto morale di parlare, o di farlo parlare a comando a condizione, cioè, che faccia dei nomi nuovi di personaggi marginali che nulla cambierebbero alla storia ma che magari potrebbero servire per soddisfare un personale bisogno di vendetta.
Ma nessuno, e sottolineo NESSUNO, ha le palle (passatemi l’eufemismo) per chiedere conto allo Stato, alle istituzioni, ai partiti e a tutti quei politicanti da quattro soldi che da 30 anni conservano il potere anche grazie al loro silenzio.
Non pretendo che a chiedere ciò siano i giornalisti (figuriamoci...) e nemmeno gli storici (troppo impegnati a conservare le cattedre).
Ma i parenti delle vittime, si.

Strano Paese il nostro.

PS: solo per la cronaca, ho trovato in rete dei riferimenti a Mons. Fabio Fabbri. Non so se e come siano finiti questi procedimenti, ma mi sembra sia comunque interessante metterli sul piatto…

http://www.lanazione.it/livorno/2008/07/14/104368-maggiolo_rispondera_tutto.shtml
http://www.crimeblog.it/post/1023/carte-di-credito-american-express-clonate-loperazione-plastic
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-monsignore-nei-guai-anche-in-svizzera/2033594

Questo il testo di una mia intervista di qualche anno fa a Vladimiro Satta
http://www.vuotoaperdere.org/interviste/Intervista.asp?IntID=3
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Di Manlio  14/01/2013, in Attualitŕ (2489 letture)
E’ morto nella sua auto probabilmente colpito da un infarto mentre si recava al lavoro. Un destino macabro, come quello di Aldo Moro di cui Gallinari era stato carceriere, anche lui colpito al cuore ma da una raffica di mitra in un’auto.

Faceva ancora l’operaio, Prospero Gallinari, in una tipografia di Sesso, frazione di Reggio Emilia presso la quale aveva trovato ospitalità una volta uscito dal carcere.
Era un brigatista della “prima ora”, un capo storico, uno di quelli che ha partecipato alla fondazione delle Brigate Rosse assieme ai suoi compagni di Reggio Emilia che si erano uniti agli altri gruppi provenienti da realtà come Trento e le fabbriche milanesi.

Una persona che lungo tutto il suo percorso di militante della lotta armata, di carcerato, di libero cittadino dopo la sospensione della pena arrivata nel ’94 per motivi di salute è stata coerente con la propria storia e quella dei suoi compagni.
In tanti indicandolo come “il solidale di Moretti” hanno tentato di adombrare la sua militanza come quella di un “soldato agli ordini di chissà quali generali manovratori”. Nelle lunghe chiacchierate che ho avuto con lui mi diceva sempre: “chi parla sa benissimo di mentire e sa benissimo che io non replicherò mai”.

Non stava bene, Prospero, e sapeva che da cardiopatico combatteva contro una malattia che lo faceva soffrire e che lo impegnava molto. Quando gli chiedevo come stesse rispondeva con un sospiro e con un rassegnato “si lotta, come sempre”. Mi raccontava delle cure di cui avrebbe avuto bisogno ma che ogni volta si complicavano perché per sottoporsi ad esami e terapie era costretto ad andare fuori Reggio Emilia e per fare ciò aveva bisogno di permessi che allungavano i tempi.

Mi disse che gli sarebbe piaciuto poter avere il permesso di trasferirsi al sud almeno durante i mesi invernali perché il clima freddo e umido di Reggio gli creava molti problemi. Ma che ciò gli era sempre stato negato.
E si, perché Gallinari era in regime di sospensione condizionale della pena e al di fuori della possibilità di andare a lavorare part-time, aveva a disposizione solo due ore giornaliere per provvedere alle piccole cose quotidiane. Ma aveva il divieto, ad esempio, di uscire da casa nelle ore serali. Ogni cosa extra, richiedeva permessi, non sempre concessi.
Gallinari non era libero, come spesso si dice per dimostrare un trattamento di favore da parte dello Stato. E questo va ribadito ad onore di verità. Se non avesse avuto i problemi di salute che lo hanno portato alla morte, sarebbe rimasto in carcere.

Era disponibile a discutere con chi voleva parlare degli argomenti che lo riguardavano e che interessavano le BR per capire, per comprendere “le ragioni della lotta armata” e dei tanti giovani che ne hanno abbracciato l’ideologia. Ed anche di voler affrontare, per comprenderle realmente, le vicende delle BR dal punto di vista politico e non solo giudiziario. Qui sotto una registrazione tratta da RadioRadicale nella quale Gallinari spiega le ragioni del suo silenzio in aula.



Anche io, nel mio piccolo, mi ero avvicinato a lui per avere una testimonianza diretta, lontana dagli scoop e dal voler scavare nei presunti misteri o, peggio ancora, per ergermi a giudice di chissà quale tribunale delle anime.
Ed è questa testimonianza, risalente al luglio del 2007, che voglio riproporre. Perché mi ha molto colpito conoscerlo al di fuori dello stereotipo che viene fuori attraverso i mass media.

E’ stata una persona coerente, che ha creduto nella possibilità di fare la rivoluzione, che ha perso riconoscendo la sconfitta, che ha pagato ma che non ha mai pensato di poter barattare la propria storia in cambio di privilegi (piccoli o grandi che fossero). Cosa che invece altri sono stati disposti a fare anche solo pochi minuti dopo essere stati arrestati.

Qui puoi leggere l’intervista
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Di Manlio  30/04/2013, in Interviste (4884 letture)
E' in libreria in questi giorni un nuovo, interessante testo sul caso Moro. "La zona franca - come è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Aldo Moro" (Castelvecchi) scritto da Alessandro Forlani, un giornalista RAI che cura la trasmissione settimanale "Pagine in frequenza" che si occupa di politica ed attualità in libreria.

E' un giornalista che ha due grandi doti: una grande cultura, che gli permette di cogliere in profondità il senso di tante cose che a molti sfuggono ed una straordinaria capacità di divulgazione grazie ad uno stile (sia parlato che scritto) scorrevole, limpido e chiaro.
Aggiungiamoci anche che è un giornalista onesto, uno di quelli che fa bene il proprio lavoro e non sta ai giochi di prestigio dell'asservimento a questo o quel potere, e potremmo dire che è uno dei prototipi del giornalista modello.

Dieci anni fa, in occasione del 25° anniversario dell'agguato di via Fani, confezionò uno speciale radiofonico con interviste e schede di approfondimento che durò tutta la giornata.

Un lavoro interessante che ampliò nel 2008, in occasione del trentennale, con nuove interviste e nuove trasmissioni tematiche dedicate alla vicenda Moro.

Da questo enorme lavoro radiofonico ne è venuto fuori un bellissimo libro che si concentra su un aspetto ancora poco esplorato della vicenda: la trattativa Stato-BR per liberare Aldo Moro.

Un libro basato su testimonianze, alcune inedite, senza dietrologia. Si attiene ai fatti e a ciò che tanti protagonisti hanno detto nel tempo.

E la conclusione delle 334 pagine del corposo lavoro di Forlani è molto semplice: una trattativ ci fu, eccome, ma all'ultimo momento (proprio le ultime ore) qualcosa andò storto e le BR uccisero il prigioniero quando tutto era predisposto affinchè venisse liberato.

Alessandro Forlani presenterà il suo libro il 3 maggio a Lecce (libreria Feltrinelli, via Cavallotti, ore 19.30) e il 4 maggio a Brindisi (palazzo Nervegna, ore 18.00) e avremo modo di approfondire la questione. Per il momento propongo a tutti i lettori che non potranno essere presenti ai due eventi, le riflessioni dell'autore sul suo lavoro e sulla questione da lui affrontata.

Per ogni nuovo libro sul caso Moro si dice sempre che "è un libro diverso dagli altri". La zona franca, lo è davvero?

Le centinaia di pubblicazioni sul caso Moro hanno evidenziato molti aspetti ancora oscuri. Non sappiamo quanti fossero gli attentatori di via Fani. Non sappiamo chi ha commissionato il falso comunicato del lago della Duchessa, che segna uno snodo fondamentale nei 55 giorni. Soprattutto però restava, non solo senza spiegazione, ma non era nemmeno stato raccontato il quadro delle trattative, che potevano salvare Moro e che invece sono fallite in extremis. Il mio libro prova a raccontare quelle trattative. E' però un libro che più che dare risposte, pone domande.

Molte testimonianze, la maggior parte inedite, raccolte in quasi 10 anni di lavoro. Quale tra queste ti ha impressionato di più?

Direi quella da cui sono partito e quella che ho raccolto per ultima. Io avevo curato un programma alla radio il 16 marzo 2003, per il venticinquesimo del delitto Moro, e avevo intervistato alcuni dei protagonisti di quella vicenda: il brigatista Gallinari, il collaboratore di Moro Guerzoni, qualche politico del tempo. Poi ai primi di maggio un tecnico del Gr mi ha detto che Padre Carlo Cremona, che allora teneva la rubrica sul Santo del giorno, mi voleva parlare. Andammo insieme a trovarlo e il Padre mi disse che lui nel '78 lavorava per Papa Paolo VI e che il 9 maggio era stato incaricato di aspettare una telefonata che avrebbe annunciato la liberazione negoziata di Moro. Da quella testimonianza, che ribaltava tutto quello che avevo imparato sul caso Moro, sono partito per cercarne altre, sempre di comprimari inascoltati. Cercai in particolare l'ex sottosegretario alla Difesa Franco Mazzola, che aveva scritto un romanzo sul tema delle trattative. Gli parlai più volte e alla fine lui mi disse che la trattativa c'era; che ne erano ben informati il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro dell'Interno Cossiga e che la mattina del 9 maggio doveva avvenire in effetti uno scambio.

Attraverso tre trattative parallele che si sarebbero intrecciate quella mattina del 9 maggio lo Stato era giunto ad un accordo con le BR. Quali erano queste trattative?

Il Vaticano avrebbe versato alle Br una forte somma di denaro: tra i 10 e i 25 miliardi di Lire. Il maresciallo Tito avrebbe liberato 2, 3 o 4 militanti della Raf, ( le  Br tedesche), e dato quindi ai brigatisti un riconoscimento politico a livello internazionale. In Italia il Capo dello Stato Leone avrebbe firmato un provvedimento di clemenza nei confronti di un estremista di sinistra e il presidente del Senato Fanfani avrebbe detto davanti alla Direzione Dc che la trattativa con le Br era legittima.

Sono venute alla luce a piccole dosi a molti anni di distanza. Eppure i protagonisti hanno raccontato spontaneamente i fatti di cui sono stati testimoni. Non ci si poteva pensare prima?

In realt?nbsp; tutti i testimoni da me intervistati avevano gi?nbsp; parlato pubblicamente. Padre Cremona aveva scritto un libro, in cui aveva gi?nbsp; raccontato la parte avuta quel giorno nel caso Moro, mazzola aveva scritto un romanzo, altri avevano parlato alla Commissione d'inchiesta sul caso Moro. Il punto è che le cose che avevano detto non erano mai state comparate e messe insieme in una storia coerente. 

Per liberare Aldo Moro bastava che anche solo una di queste trattative andasse in porto o era necessario che si verificasse l'incastro?

Credo sia difficile dirlo. I brigatisti ripetevano da sempre che loro volevano un riconoscimento politico da parte democristiana. Le dichiarazioni di Fanfani quindi sarebbero state imprescindibili. Tuttavia noi non sappiamo nemmeno se le tre trattative fossero complementari o indipendenti.

Che ruolo aveva la Santa Sede?

Il Papa si era offerto come ostaggio nel caso del dirottamento aereo da parte della Raf nel '77 ed era assurdo che non si muovesse per Moro, che era suo amico dai tempi della Fuci negli anni '40. per di più la chiesa aveva condotto nel '74 la trattativa che portò alla liberazione di Sossi, rapito proprio dalle Br. La Santa Sede arrivò a contattare i brigatisti, offrendosi come mediatrice con lo Stato. Io pubblico la testimonianza di un prelato, che sostiene che Don Antonello Mennini incontrò addirittura Moro durante la prigionia. Forse il Vaticano si occupò solo di pagare un riscatto, perché sapeva che il versante politico era coperto da altri, ma non ci sono testimonianze di contatti tra gli attori delle tre trattative.  

E l'iniziativa "istituzionale" che coinvolgeva il PSI e figure di peso come Leone e Fanfani?

Il Psi, come fin da subito dicevano i Radicali, e come soprattutto chiedeva lo stesso Moro nelle lettere, propose una trattativa umanitaria, ispirata al cosiddetto Lodo moro, l'accordo segreto stipulato dall'allora ministro degli Esteri Moro con i palestinesi nel '73. Lo Stato faceva una concessione di sua iniziativa, esercitando un potere come quello di "grazia", prerogativa del Capo dello Stato. Le Br avrebbero dovuto poi fare la loro parte, liberando il loro ostaggio. I socialisti sono fermi nel dire che i loro emissari avevano detto chiaramente ai brigatisti che il 9 maggio Fanfani avrebbe aperto alla trattativa.      

Il peso maggiore, probabilmente, lo ebbe il coinvolgimento del Maresciallo Tito che avrebbe liberato alcuni detenuti della RAF e dato un riconoscimento politico internazionale, alle BR

Tito era amico di lunga data di Moro, che considerava un politico di idee a metà strada tra il socialismo ed il liberismo. Il presidente jugoslavo era molto anziano, ma ancora attivo. Si disse subito disponibile a fare da tramite e probabilmente ad aiutarlo furono i palestinesi del Fronte Popolare di Liberazione, un gruppo rivale dell'Olp, che contattò le Br e le informò dei termini dello scambio. L'agente segreto Stefano Giovannone, amico di Moro, attese invano a Beirut l'aereo con quelli della Raf. L'ammiraglio Martini, arrivato a Belgrado nel primo pomeriggio, arrivò fino alla cella dove erano rinchiusi i tedeschi, ma poi venne avvertito che Moro era gi?nbsp; morto e l'operazione era quindi annullata.

Cosa andò storto, secondo te?

E' quasi impossibile dare una risposta. Io pongo solo delle domande. I brigatisti sapevano che quel giorno lo Stato avrebbe ceduto; Moro scrive di essere libero, grazie alla generosità dei brigatisti: perché allora ucciderlo proprio quella mattina? Poniamo pure che lo abbiano ucciso nel garage di via Montalcini: perché portare il cadavere proprio di fianco al portone di palazzo Caetani? I vestiti di Moro recavano tracce di acqua marina e sabbia, provenienti dal litorale di Focene, vicino a Roma. I brigatisti dicono che si trattò di un depistaggio: ma perché andare a prendere acqua e sabbia proprio su quella spiaggia, vicino ad un luogo così strano e significativo come la Posta Vecchia? 

Che ruolo ebbe, secondo te, la famiglia? Fece da collettore per le iniziative, avviò canali privati e riservati, restò a guardare?

Da quello che mi hanno detto i figli dello statista ucciso, la famiglia restò, come si dice, nell'occhio del ciclone. Si trovò in una situazione di paradossale calma, mentre tutto intorno a loro si muoveva in modo vorticoso.

Probabilmente qualcuno sapeva che all'ombra di chi si muoveva per salvare Moro c'era qualcun altro che tramava affinchè la cosa fallisse. Ad esempio l'On. Benito Cazora, cui tu dedichi un intero capitolo. Cosa fece Cazora e, soprattutto, perché nessuno lo prese sul serio?

E' appunto probabile che in tutti gli ambienti che si diedero da fare per la salvezza di Moro: la Chiesa, la Dc, i servizi segreti, i Ministeri, ci siano stati dei boicottatori, che alla fine siano riusciti a far fallire la trattativa, portando i brigatisti ad uccidere l'ostaggio più in fretta che potevano. L'onorevole Cazora oggi lo definiremmo un peone, un piccolo deputato laziale democristiano. Lui raccolse la proposta di un malavitoso, (che gli si presentò come un suo elettore), di fornirgli informazioni utili alla liberazione di Moro. Cazora venne portato a via Gradoli e gli venne detto che quella era "la zona calda". Il 7 maggio addirittura gli venne detto che, se non si interveniva subito, Moro sarebbe stato ucciso di lì a due giorni, come poi avvenne. Cazora riferì tutto al Viminale, dove Cossiga gli disse che "quello il 9 era libero". La trattativa quindi era talmente garantita, che il ministro poteva addirittura dare per acquisito il risultato con un peone, che gli stava facendo perdere del tempo. Alla fine però il peone Cazora ebbe ragione. Forse per questo non venne mai più preso in considerazione, perché quella figuraccia dello Stato andava rimossa dalla memoria.
 
Una trattativa non è una cosa negativa di per se, ma un gesto dello Stato che mette in ogni caso al primo posto la salvaguardia della vita dei propri cittadini. Eppure nel caso Moro la parola trattativa non può neanche essere pronunciata, ancora oggi a 35 anni di distanza. Perché, secondo te?

Credo che sarebbe ingenuo pensare che lo Stato non abbia mai trattato con le Br e con altri soggetti criminali, come si pretese di fare durante il sequestro Moro. Lo Stato trattò con le Br per gli altri sequestri, come trattò con i palestinesi nel '73 e con le mafie fin dallo sbarco americano nel '43. le trattative tra nemici, quando c'è una guerra, sono legittime. Non lo sono invece quando lo Stato si confronta con soggetti come i gruppi terroristici o organizzazioni criminali come le mafie. Presentando il mio libro a Milano, il giornalista Gianluigi Nuzzi ha detto che nel 2007 agenti segreti italiani hanno mediato tra le famiglie della Ndrangheta che si erano scontrate quell'estate nelle strade di Duisburg. In questi giorni poi è in corso un processo per la presunta trattativa con la mafia del '92. credo che se Moro fosse uscito vivo dalla prigione brigatista, di sicuro ci sarebbero state polemiche ed anche inchieste della magistratura. Forse il parlamento avrebbe dovuto intervenire con un provvedimento ad hoc. Certo sul piano morale una trattativa che ha come scopo quello di salvare una vita è più che legittima. Credo che tutto dipenda da quello che si offre in cambio e dagli strumenti che si utilizzano. Per la salvezza di Moro, lo Stato si sarebbe limitato ad un gesto di clemenza, che era nei poteri del Quirinale. Santa Sede e Jugoslavia sono stati esteri, il cui operato non è soggetto alla nostra giurisdizione.

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C'è voluto un anno di lavoro assieme a Paolo Cucchiarelli per ricollocare nello spazio-tempo corretto ciò che accadde in via Caetani la mattina del 9 maggio '78, dopo che le BR abbandonarono la R4 con a bordo il cadavere dell'On. Moro.

Tante interviste, tanti riscontri, tanti focus su documenti di archivio che alla luce dei nuovi riscontri, non quadravano affatto. Di materiale di lavoro ne abbiamo raccolto tanto e il risultato è stato la costruzione di un interessante dossier che rimette insieme alcun elementi di un mosaico che appare più chiaro.


Non è vero che lo Stato seppe attraverso la telefonata al prof. Tritto, ma era al corrente di tutto e si recò sul posto molte ore prima della ricostruzione giudiziaria.

La domanda è: perchè?

Se il 18 aprile si ebbe una gran fretta nell'annunciare al mondo l'avvenuta esecuzione di Aldo Moro, come mai il 9 maggio calò un sipario di omertà che fermò lo spazio-tempo in via Caetani?
Forse quella mattina lo Stato si attendeva una soluzione diversa ma qualcosa andò storto e fu necessario del tempo per capire e riordinare i pezzi del puzzle per ricostruire un quadro politicamente non destabilizzante?
O forse era necessario assicurarsi il silenzio di qualcuno che sarebbe stato poi ampiamente ricompensato in futuro per evitare una débâcle politica?

Dare risposta a queste domande non è compito nostro, ovviamente. Ma un'osservazione va fatta, anzi, è d'obbligo.

Se le cose stavano come effettivamente ci è stato fatto credere e cioè che ci fu un "muro contro muro" e le uniche aperture si erano rivelate l'inziativa del PSI e il presunto intervento di Fanfani all Direzione della DC, la scoperta del cadavere non sarebbe stata affatto un problema. Dal punto di vista politico sarebbe stato il perfetto alibi per millantare una piccola concessione che, però, non sarebbe stata raccolta dai brigatisti.

E invece no. Ci fu la necessità di sequestrare il cadavere di Aldo Moro per avere il tempo di mettere a posto qualcosa che non aveva funzionato, un inghippo che mandò all'aria un'operazione che era pronta a scattare (un blitz per la liberazione di Moro? Lo scambio dietro una contropartita che, a quel punto, andava fermata?).

Ripartiamo da qui. E chi ne ha la possibilità, ragioni a ritroso. Come disse Moro "le cose saranno chiare. Saranno chiare presto"

Per leggere l'inchiesta in PDF torna alla >home<, clicca sulla fotografia dell'inchiesta e segui le istruzioni.


Un regalo aggiuntivo: la telefonata con l'On. Claudio Signorile del 4 maggio 2013 nella quale si parla proprio di quella mattina del 9 maggio e della sua visita al Ministro Cossiga. Il colloquio è avvenuto durante la presentazione del libro "La zona franca" di Alessandro Forlani del quale e con il quale abbiamo avuto già avuto modo di parlare qui
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Manlio Castronuovo e Paolo Cucchiarelli


Dopo la pubblicazione dell'inchiesta su via Caetani, le prime reazioni politiche sono contrastranti.

Da un lato l'interrogazione parlamentare dell'On. Marco Carra (PD), che trovate in calce, la dichiarazione dubbiosa (giusto per essere ottimisti) dell'On. Emanuele Macaluso, uno dei dirigenti dell'ex PCI.

Commenta Macaluso:
Roma, 29 giu. (Adnkronos) - La tesi ricostruita in un libro secondo la quale il cadavere di Aldo Moro sarebbe stato ritrovato in via Caetani oltre un'ora prima della telefonata delle Br non convince neanche un po' Emanuele Macaluso, senatore del Pci per diverse legislature. "Perche' queste cose vengono tirate fuori quando Cossiga e' morto? Non si potevano dire prima?", obietta Macaluso.

La risposta, caro Onorevole, è semplice, diremmo banale.

Circhetta e Raso sono stati due servitori dello Stato rispettivamente fino al '92 e fino al '98. Fin quando sono stati in servizio, avrebbero potuto parlare del loro operato solo davanti ai magistrati. E nessun magistrato ha mai pensato di andarli a sentire...

Andati in pensione, hanno qualche libertà in più. E Raso ha scritto un libro nel quale racconta tutto per filo e per segno ma omette la questione più importante. A che ora avviene il tutto? Un qualsiasi giornalista serio, sarebbe saltato sulla sedia e lo avrebbe chiamato. E io, che giornalista non sono, l'ho fatto. La stessa cosa ha fatto, paralleleamente, Paolo Cucchiarelli. Non è che abbia avuto problemi a parlare, ma ci ha fatto capire che non andava in cerca di gloria e quindi non voleva che se ne parlasse. Poi abbiamo avuto la possibilità di parlare con il suo capo Maresciallo Circhetta, che ci ha confermato la versione di Raso e, soprattutto, ha aggiunto i suoi ricordi.

E neanche lui, superati gli 80 anni ha mai mostrato, in tanti incontri, manie di protagonismo. Anzi si è mostrato sorpreso che qualcuno fosse andato a trovarlo. E non avendo fatto nulla di male, non ha avuto difficoltà a raccontare la sua esperienza di quella mattina.

Per concludere, caro Macaluso, le diremmo che se si vuole trovare qualcosa prima occorre cercarla.


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Caso Moro: Carra (Pd), Procura di Roma indaghi su nuove rivelazioni
 
29 giugno 2013 - "Gli elementi emersi dall'inchiesta dell'Ansa e del sito www.vuotoaperdere.org sulla dinamica dei fatti avvenuti la mattina del 9 maggio 1978 meritano di essere adeguatamente valutati in sede investigativa all'interno di una quadro unitario che possa rivelare finalmente quanto accaduto nelle ore immediatamente precedenti l'assassinio di Moro. La Procura di Roma ha già  aperto qualche settimana fa un nuovo fascicolo in seguito alla pubblicazione del libro del senatore Imposimato, ci auguriamo che queste nuove rivelazioni possono confluirvi ed essere oggetto dell'analisi degli inquirenti"ť.
Così Marco Carra, deputato Pd.
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