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Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Manlio  29/07/2012, in Libri (1917 letture)
Per chi si occupa di storia della lotta armata il nome Papago rappresenta il puntino pulsante dello schermo di un radar. Un’iconcina che ti indica un oggetto, che quindi sai essere presente in mare o aria, ma del quale conosci poco.
Giorgio Guidelli ha provato a seguire le orme sul monitor per cercare di farci capire meglio cosa quel nome (i Papago sono una tribù indiana dell’Arizona) rappresentasse nel complesso intreccio di avvenimenti che nel dopo-Moro (1978-1981) attraversarono l’Italia ed interessarono anche il resto d’Europa.

E’ andato alla fonte della questione e quale fonte migliore se non lo skipper dell’imbarcazione? Con il suo solito stile che è a metà tra la narrazione e la cronaca, con un linguaggio fruibile a tutti ma che si attiene rigorosamente ai “fatti storici” ci ha regalato questo nuovo lavoro che, rispetto ai precedenti sull’argomento, si presenta come un racconto. Autobiografico, che racconta lo svolgersi degli eventi e delle emozioni che in prima persona deve aver provato nell’entrare sempre più nei nodi cruciali ed inesplorati di una vicenda chiave della nostra storia. I cui risvolti, a leggerli bene, interessano le massime cariche dello Stato, i loro segreti ed il comportamento di alcuni organismi dello Stato, in molti casi quanto meno ambigui di fronte all’eversione.

Il libro, non a caso, si chiama “Porto d’armi - Indagine sui rapporti Br-Palestinesi” (editore Quattroventi) perché rappresenta il risultato di una serie di lunghi colloqui tra Guidelli e lo skipper del Papago, ex brigatista marchigiano stimato psichiatra.
Un testo che per l’argomento e per la piacevolezza della lettura non posso che consigliare a tutti. Cento pagine che si leggono tutte d’un botto, che lasciano sempre col fiato sospeso e che l’unica pecca che hanno è di finire troppo presto.

La storia apre una voragine, non tanto perché svela l’esistenza di rapporti operativi tra la lotta armata europea e i guerriglieri palestinesi, due facce ispirate dagli stessi principi marxisti-leninisti, simili ma profondamente differenti per storia, contesto ed intensità.

La questione centrale è l’aver portato una prova dell’esistenza del cosiddetto “lodo Moro”, ovvero quel patto tacito tra le autorità italiane ed i palestinesi (che porta il nome del presidente della DC ucciso dalle BR perché egli stesso ne fu l’ispiratore ed il mediatore) con cui si sancì l’estraneità di obiettivi italiani nel panorama di attentati che i palestinesi organizzavano in tutta l’Europa in cambio della possibilità concessa agli stessi palestinesi di attraversare il nostro stivale trasportando armi ed esplosivi destinati ad attentati o ad altre formazioni combattenti.
Un “patto” grave per un Paese di diritto, tanto più grave perché riguarda proprio quella “ragion di Stato” che è sempre stata utilizzata sulla base del principio della convenienza non dei molti, ma dei singoli interessi di bottega.

Cosa ha a che fare il Papago con il “lodo Moro”? Apparentemente niente, visto che potrebbe trattarsi di un semplice traffico clandestino sfuggito alle maglie della legge. Ma di clandestino, quel viaggio aveva davvero poco.

Il nono capitolo del racconto di Guidelli si intitola “Porto delle nebbie” parafrasando l’appellativo con il quale negli anni ’70-’90 venne etichettato il Tribunale di Roma per la facilità con cui molte inchieste si arenavano.

Lo skipper racconta della spedizione ferma per tre-quattro giorni nel porto di Numana pochi chilometri a sud di Ancona. A bordo, ovviamente, l’imprendibile capo delle BR Moretti. E narra di un colloquio che egli (lo skipper) ebbe in carcere con un capo delle Forze dell’Ordine che gli disse: “Ci arrivò una telefonata anonima, che riferiva: ‘Andate a Numana, in porto. Troverete Moretti, in porto’”. Le Forze dell’Ordine si armarono di tutto punto, circondarono il porto e si preparavano all’irruzione. Quando strani movimenti, ombre e oggetti fecero temere di essere stati scoperti. Stava per scoppiare il finimondo. Per fortuna, questione di attimi, riconobbero gli uomini dell’anti-terrorismo che invitarono le Forze dell’Ordine ad andare via, tanto c’erano già loro. Lo skipper, in un momento successivo, scoprì anche che qualcuno dei servizi sapeva del viaggio prima di lui e questo lo fece tirare fuori da quella storia e non ne volle sapere più nulla.
Il luogo del “rifornimento” di armi era fissato poco lontano da Beirut, su un’isola di fronte a Tripoli. In quel periodo in Libano c’era la guerra, l’Esercito italiano e il contingente di Carabinieri presidiavano la zona, il Mossad era a due passi e parte in causa nel conflitto. Un trasbordo ad alto rischio, dunque. Perché tanta sicurezza, si chiede Guidelli?

E’ solo un assaggio di quanto troverete nel libro, ma credo sia indicativo dell’importanza che riveste il testo. La delicatezza dell’argomento è confermata da una coincidenza: quasi in contemporanea è stato pubblicato un altro libro che racconta, sempre dalla voce diretta dello skipper, il viaggio del Papago. In questo secondo caso, però, nessun accenno allo sfiorato patatrac di Numana, nessun accenno al “lodo Moro”. Molto spazio, invece, ai particolari esilaranti: la Bertè che sostituisce Guccini e De Andrè, un “Hasta la victoria” “Siempre!” come unico botta e risposta con i palestinesi, date le differenze di lingua, Moretti che pensa di sparare ad un delfino per arricchire il menu di bordo.

Personalmente, l’aver stretto un patto con chi era in procinto di buttar giù con un missile un aereo passeggeri in partenza da Roma, non mi scandalizza più di tanto. Può essere ricondotto a quella “ragion di Stato”, quel dilemma “pietas o polis” dell’Antigone di Sofocle dove, si badi bene, si costruisce la polis attraverso la pietas. Con la condizione che quel “segreto di Stato” non sia eterno, che se ne debba rendere conto ai cittadini quando il pericolo ormai non c’è più. Proprio perché alla base deve esserci la buona fede e la tutela dell’interesse pubblico.
Purtroppo parlare di buona fede, trasparenza ed interesse pubblico in Italia, per utilizzare un eufemismo, fa sorridere.

Ed allora lasciatemi il privilegio di avere un sospetto. L’Italia, il paese dei furbi e della politica dai costi a talmente tanti zeri da produrre cifre impronunciabili. Il paese del ricatto, degli interessi privati che pervadono la sfera pubblica con i risultati disastrosi cui siamo giunti.
Ma vogliamo davvero credere che tutto questo meccanismo (parlo del “lodo Moro”) sia stato gestito a gratis? Non vogliamo sospettare che, nel paese delle tangenti, delle provvigioni del malaffare che spettano alla politica per gentile concessione, su quei traffici non si siano generati profitti? Non faccio fatica a pensarlo, ancor meno ad immaginare che fine possano aver fatto quei proventi.

Ed allora, forse, ecco perché il nostro “segreto di Stato” in questo caso (e chissà in quanti altri) non può essere svelato, neanche a distanza di qurant’anni. Perché mancano i presupposti della pietas e perché un intreccio di interessi e complicità hanno blindato quel patto di verità che non conviene a nessuno tradire.
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Di Manlio  19/04/2012, in Attualità (3176 letture)
Eh già.

Come era prevedibile, Adriano Sofri non risponde.

Dopo che il palcoscenico dei grandi giornali ha dato eco alle sue parole, cosa che non è stata fatta nei confronti della replica di Cucchiarelli (e questo già di per se la direbbe lunga) il maestro tace.

Del resto l'obiettivo l'aveva raggiunto (la vasta platea) ed il suo messaggio era arrivato forte e chiaro. Ma adesso una replica sarebbe far tornare in alto la notizia e vuoi che magari qualcuno tra i suoi lettori più intelligenti non venga preso dal dubbio e compri il libro di Cucchiarelli per capire autonomamente? O, peggio, ne parli ad altri?

Stimolato da un lettore attento, ripubblico la lista delle 5 domande sulle quali a molti piacerebbe conoscere l'illuminante parere di Adriano Sofri. So che è tempo perso, ma oggi pioviggina e non ho di meglio da fare.

Di questi tempi, tocca accontentarsi di sperare in 5 risposte. Che ci vuoi fare.


1. Nel suo scritto lei menziona Umberto Federico D’Amato. Vorrei che chiarisse ulteriormente una vicenda, da lei stesso diffusa nel 2007, per sgombrare il campo proprio
da interpretazioni eccessive e fantasiose, alla Codice Da Vinci, proprio come scrive lei.
Recensendo il libro di Mario Calabresi Spingendo la notte più in là e utilizzando una formula che le è cara, quella della lettera a un immaginario giovane tentato dalla violenza,
ha raccontato un particolare incontro da lei fatto. “Quello Stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare. Lo so. Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi Affari Riservati”.
Fu uno choc. Tre giorni dopo, torna sulla questione e spiega che si trattava di Umberto Federico D’Amato, il Gran Capo degli Affari riservati, e che lei si era sbagliato: l’offerta era per una “mazzetta di omicidi”. Ora nella nuova edizione dell’inchiesta spiego perché questa datazione, “un po’ più di cinque anni dopo il 12 dicembre”, non è plausibile ne’ temporalmente, né nell’obiettivo indicato, secondo lei, da D’Amato, e cioè i Nap, Nuclei armati proletari. Lei fornisce un solo elemento, pur con il beneficio del dubbio legato al tempo trascorso, per datare quell’incontro. Eccolo: “Avendolo io interrotto su un anello che spiccava su una mano assai curata, così madornale da sembrare d’ordinanza, me ne spiegò il legame - se la memoria non mi inganna- con la morte di sua moglie, e il fresco dolore che ne provava”.
Sofri, credo che la memoria l’inganni, fatta salva la possibilità che anche su questo  D’Amato le abbia mentito. La moglie di Umberto Federico D’Amato, Ida Melani era
sicuramente viva nel 1981, come risulta dalle carte dell’inchiesta di Brescia; è tutto contenuto nell’allegato n. 31 alla relazione del 12 dicembre 2003 con protocollo 24/
b1/4229. Si tratta delle carte tratte dall’inchiesta Argo 16 del giudice Mastelloni. Quelle carte divennero pubbliche pochi mesi dopo il suo articolo, quando vennero depositati, tra gli altri, anche appunti per le memorie che il Prefetto voleva scrivere. Anche quel foglietto pubblicato da Andrea Pacini nel suo volume “Il cuore occulto del potere. Storia degli Affari Riservati”, nel quale il Prefetto, parlando di lei, scrive: “Ci siamo fatti paurose e notturne bevute di cognac”. Ora lei ha detto che quelle sono “cazzate”, che D’Amato venne messo alla porta: “Non ebbi alcun rapporto, ne’ diretto, ne’ indiretto con lui”. Le chiedo di chiarire l’intricata vicenda, spiegando cosa vi diceste e quando avvenne quell’incontro. Unico? Come immaginare un uomo navigato e accorto come D’Amato presentarsi a casa sua per la prima e unica volta e lanciare l’idea di una mattanza a mezzadria?

2. Come mai in mano ad Alberto Caprotti (già componente della commissione finanziamenti del movimento) venne rinvenuta una agenda telefonica contente i numeri
telefonici di casa e d’ufficio, riservatissimo, al Viminale, di Umberto Federico D’Amato?

3. Ha mai saputo che il servizio segreto aveva infiltrato dentro Lotta Continua la fonte ‘Como’? Il dottor Guido Salvini ha rintracciato negli archivi del Sismi 47 atti intestati a
questa fonte. Riscontrando l’attività informativa con l’indice generale si è raggiunta la certezza che manchino almeno 26 atti.
La fonte ‘Como’ non ha prodotto informazioni nel periodo tra il 14 settembre 1971 e il 13 giugno 1972. La fonte era sempre sollecitata e allertata e quindi non si capisce perché non allertare la “fonte qualificata” ‘Como’ a seguire attentamente anche l’omicidio Calabresi. ‘Como’ cessa la sua attività nel 1984 perché muore.

4. E della fonte “Partenope”? Si trattava di una “fonte umana” – dice un rapporto del Sid che a metà del 1973 aveva messo in piedi una vera e propria azione di controllo sul leader socialista Giacomo Mancini: in codice veniva chiamata Azione Mecomio, una specie di mini-Watergate all’italiana, come giustamente la definisce Norberto Valentini ne La notte della madonna. Tutte le telefonate che arrivavano o uscivano dall’ufficio romano di Mancini di via del Babuino 96 erano intercettate: per questo il Sid era a conoscenza dei suoi stretti legami con il gruppo dirigente di Lotta Continua. A conclusione dell’Azione Mecomio, il rapporto del Sid metteva in rilievo che sostegni finanziari giungevano a Lotta Continua dal Psi al quale, a sua volta, arrivavano dal petroliere Nino Rovelli tramite l’allora Capo della Polizia, Angelo Vicari – una strana compagnia di giro. Come si legge nell’ottimo libro di Valentini, pp. 126-7, il rapporto afferma questo: «per lunghi mesi si è atteso alla paziente raccolta di notizie e alla loro elaborazione per poter giungere a una possibile chiarificazione… Tale lavoro ha dato frutti sufficienti per una buona base di partenza per accertamenti futuri che si presentano difficili e delicati. Infatti: in data 21.5.1973, Lionello Massobrio [allora responsabile amministrativo di Lotta Continua] viene convocato dall’onorevole Giacomo Mancini (notizia da fonte certa, materiale conservato) nella sede del Psi in via del Corso; 2 nella stessa serata del 21.5.73, Lionello Massabrio, in una riunione ristretta di dirigenti di Lotta Continua nella sede di via dei Piani 26 ha comunicato ai presenti, convenuti per l’esame della situazione finanziaria del movimento che nella mattinata, la situazione finanziaria era stata rappresentata all’onorevole Mancini che aveva promesso un sostanzioso finanziamento, non escludendo altre fonti di appoggio, avendo molto a cuore la vitalità di Lotta Continua (notizia da fonte umana Partenope)».
All’interno di Lotta Continua, dunque, un informatore riferiva puntualmente su quanto si dicevano i suoi massimi dirigenti: il dato assume un enorme rilievo visto che Lc in quei
mesi era sotto l’occhio del ciclone dopo l’omicidio del commissario Calabresi.

5. Lei dice nel suo libro che “Lotta Continua prese la sede in via Dandolo, a Roma, per inaugurare il giornale quotidiano, nel marzo del 1972.” Così lei risponde sulla questione dei finanziamenti all’attività del giornale.
Marco Nozza ha scritto un bell’articolo su “Gli amici americani di Lotta Continua” che ricostruisce in dettaglio tutta la vicenda. Nel 1968 arriva a Roma Robert Hugh
Cunningham, agente Cia che rileva il giornale “Daily American”. A stampare Lotta Continua è la Art Press, quello americano è stampato dalla Dapco. Due cose diverse? No.
“Perché i soci della Art Press risultano tre: Cunningham, padre, madre e figlio.
Amministratore della Art Press: Cunningham junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham”.
Nel 1971 presso la cancelleria del tribunale civile e penale di Roma viene depositato un atto in cui due signori accettano di diventare “amministratori della Spa Rome Daily
American, con deliberazione ordinaria del 27 settembre 1971”. I due signori si chiamano Matteo Macciocco, il secondo Michele Sindona. Nel 1971, dunque, Sindona succede a Cunningham, quello senior, nella gestione del “Daily American”, giornale che presto fallisce. Nasce il “Daily News”. I proprietari sono Robert Hugh Cunningham senior e
junior. Mentre fallisce il “Daily American”, succede che Lotta Continua cambia tipografia e non si fa più stampare dalla Art Press, E’ nata la “Tipografia 15 giugno” di cui sono soci Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio e un ultimo socio che non è italiano: si chiama Robert Hugh Cunningham junior, il figlio. (Notizie tratte da “Il Giorno” del 31 luglio 1988). Quello che scrive Marco Nozza è vero?
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Che dire? Non molto rispetto a quanto già scrissi nel luglio del 2009 >Leggi articolo<.

E’ da poco stata >pubblicata un’agenzia< che preannuncia l’intervista esclusiva a patrizio Peci che uscirà integralmente sul settimanale “Oggi” da domani in edicola.
La sostanza è questa. Peci torna sulla vicenda del fratello Roberto, al quale lo scorso anno è stata intitolata la via nella quale nel 1981 fu rapito (l’ex vai Boito ora via Roberto Peci), per rivolgersi alla nipote convinta della non violenta innocenza del padre e dell’infamità di uno zio che, con le sue azioni malvagie, ne decretò la morte.

Voglio che si conosca tutta la verità, soprattutto che la conosca la figlia di mio fratello. Deve sapere che lui aveva condiviso tutte le mie scelte, dalla lotta armata alla dissociazione. […] mia nipote di suo padre non sa niente. Non è vero quello che pensa o che le hanno fatto credere. Non è vero che c’è stato un fratello infame e uno buono, come Caino e Abele. È un falso storico, avallato purtroppo dal libro di Walter Veltroni L’inizio del buio, che ha scambiato la realtà con la sua immaginazione. […] Eravamo due comunisti rivoluzionari. All’assalto alla Confapi di Ancona, prima che io entrassi nelle Br, ha partecipato anche lui.

Parole molto dure rispetto alle celebrazioni che di recente sono state fatte in occasione dell'inaugurazione della via intitolata a Roberto Peci.
>Video<
>Articolo<

Le stesse parole, però, che scrissi nel mio articolo. Ma la figlia di Roberto Peci, Roberta, commentando il mio articolo mi attaccò duramente invitandomi a tacere ed informarmi meglio...

E secondo me non c’era niente di scandaloso, nel senso che era evidente la storia dei due fratelli ed era evidente che pur avendo iniziato insieme un certo percorso le strade si erano divise piuttosto presto e prima che il più piccolo facesse le stesse scelte del fratello maggiore. Chi ha studiato e cercato di capire non può sostenere che Roberto Peci fosse un brigatista, di certo non io. Ma da qui a dire che era un non violento, che non ha mai avuto a che fare con scelte ed azioni violente, ce ne passa. La storia di Roberto Peci può essere assimilata a quella di tanti altri giovani di quegli anni, giovani che hanno creduto di poter combattere il sistema con le armi, che vincere era possibile. In pochi hanno poi portato le loro scelte sino alle estreme conseguenze, in molti, invece, si sono fermati prima del punto di non ritorno (un’azione di sangue o la scelta forzata di entrare in clandestinità).

Nello stesso articolo scrivevo che l’atteggiamento che lo Stato ha sempre avuto nei confronti di questa tragica vicenda è sensibilmente differente dalle altre tante storie di dissociazione e violenza. E quindi mi chiedevo: “E allora sorge il sospetto, che dietro la storia dei fratelli Peci, ci sia qualcosa di ancora indicibile, autorizzato ad altissimi livelli, portato avanti senza scrupoli. Qualcosa che a distanza di 28 anni non può essere ancora rivelato apertamente”.
Questo è un altro dei nodi centrali che più in generale riguarda ciò che ha fatto uno dei protagonisti centrali della vicenda, ossia lo Stato. Cosa ha fatto in quegli anni? Perché dovremmo credere nella sua “candida innocenza”, nella sua totale estraneità a qualsiasi addebito? Di cose poco chiare sul comportamento delle Istituzioni in quegli anni ce ne sarebbero tante. Qualcuno dirà che eventuali “forzature” sono state fatte nel tentativo di perseguire il fine ultimo di sconfiggere la lotta armata. Ma poiché le azioni di contrasto sotterraneo sono iniziate ben prima della nascita dei fenomeni eversivi (piazza Fontana docet) occorrerebbe approfondire meglio come si siano evolute le strategie dello Stato negli anni ’70 e a che punto sono arrivate. Ma questo è un altro discorso.

Non ho avuto niente in contrario sul fatto che sia stata intitolata una via a Roberto Peci, anzi. Può essere un serio tentativo di capire meglio quegli anni, che c’è stata davvero una buona parte di una generazione di giovani che hanno pensato di ribellarsi, che l’hanno fatto senza essere pilotati o eterodiretti, che in gran parte ha capito che non fosse la scelta giusta e che in alcuni casi (come Peci) hanno pagato un prezzo altissimo per questo loro percorso.

Ma senza travisare la realtà, senza scambiare “la realtà con la sua immaginazione”. Questo non è corretto e non porta da nessuna parte.
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Non sono un esperto della vicenda piazza Fontana e quindi non entrerò nel merito "tecnico" del dibattito. In questo articolo, oltre che riaggregare i vari momenti dell’attacco di Sofri al libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana” ed il successivo film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, vorrei fare una riflessione sulle modalità di questo dibattito, e da quale punto di vista sia portato avanti. Con l’obiettivo preciso, ed evidente a tutti, di non far capire.

>L’articolo di Sofri che introduce il suo testo<
>L’articolo di Repubblica<
>Articolo di Eugenio Scalfari<
>L’ebook di Sofri<
>L’articolo di Ezio Mauro su Repubblica<
>La polemica tra Sofri e Cucchiarelli ripresa da dagospia<
>La risposta pubblica di Paolo Cucchiarelli sul sito cadoinpiedi >
> L’ebook di Cucchiarelli con le risposte a Sofri<


Da anni sostengo che sia necessario richiudere quella ferita comunemente nota come “anni di piombo” (definizione che non condivido in quanto generalizzata e che non aiuta a comprendere la storia). Non per esercizio storico e neanche perché su quel periodo debba calare l’oblio ma, al contrario, perché dobbiamo liberarci da quelle strumentalizzazioni che imbrigliano la vita politica semplificandola a divisioni curva nord-curva sud (che portano ai disastri che tutti abbiamo sotto gli occhi) e anche perché dobbiamo consegnare alle future generazioni una verità condivisa che non sia solo quella scritta nei tribunali di Stato, dove si tende a dividere i buoni dai cattivi, anche perché in genere i buoni sono tali finché restano al di là di una linea sottile che può spostarsi anche a causa di un solo documento…
Ma la storia e la politica sono più complesse di un’aula di Tribunale.

Questa mancata conciliazione con quegli avvenimenti (e la conseguente verità storico-politica di cosa avvenne a livello di personaggi, organizzazioni, istituzioni e classe politica ed intellettuale in genere) fa si che si debba assistere, accompagnati da un profondo senso di voltastomaco, a patetiche interpretazioni da operetta portate avanti da personaggi di Stato nel cui club, evidentemente, possiamo iscrivere “ad honorem” il buon Adriano Sofri.
Pensate ad immaginare (io non ci sono riuscito) cosa accadrebbe se il 16 marzo di un qualunque anno, su un quotidiano nazionale, Renato Curcio scrivesse un lungo articolo per contestare la tesi di un’inchiesta che tenta di portare nuovi elementi che permettono di guardare l’agguato ad Aldo Moro ed alla sua scorta da un nuovo punto di vista. Magari un po’ più scomodo per molti personaggi in causa. E magari un certo gruppo di “penne” famose si accodasse alle parole di Curcio.

Voi direte. «Ma che c’entra, Curcio è il fondatore delle BR, è parte in causa, ha una diretta responsabilità nel percorso che portò le BR dalla loro nascita fino all’agguato…». Sofri, è bene ricordarlo, è stato condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi, dalla cui finestra la notte del 15 dicembre 1969 “volò” Pino Pinelli, anarchico fermato dalla polizia e trattenuto illegalmente in Questura (erano abbondantemente scaduti i termini del fermo) a seguito delle indagini per la bomba alla BNA di piazza Fontana a Milano (e le altre trovate sia a Milano che a Roma il 12 dicembre 1969).
Sofri si è sempre dichiarato innocente rispetto all’accusa ma, a differenza di altri, non è scappato all’estero e ha scontato tutta la pena infittagli: il 16 gennaio di quest’anno il Tribunale di Firenze ha firmato il provvedimento di fine pena.
Nel 2009, in un’intervista al Corriere della Sera si è assunto la corresponsabilità morale di quella tragedia.

Tanto per dirla fino in fondo, Sofri ha anche scritto un bel libro sulla vicenda Pinelli (La notte che Pinelli) che però si conclude con un inaspettato “Non so” proprio sulla domanda più importante: cosa accadde quella notte? Proprio da lei, Sofri, non ce l’aspettavamo. Un gesto da coniglio per lei che dalle pagine di Lotta Continua promosse una feroce campagna contro il commissario con frasi del peso di “Calabresi sarai suicidato”. E come dimenticare l’articolo del 20 dicembre 1969 intitolato "Bombe finestre e lotta di classe", dove confutò la versione ufficiale del suicidio paragonando la morte di Pinelli ai crimini dello stalinismo e del fascismo? In quello stesso articolo Sofri trasse spunto dalle intenzioni politiche della bomba per legittimare la lotta , anche violenta, del “Proletariato e delle Classi subalterne”.

Quindi lei è parte in causa, ci sta dentro fino al collo, nella vicenda di piazza Fontana che ingloba sia l’assassinio di Pinelli che quello di Calabresi.

Ad oggi lo Stato non sa, o quanto meno sa ma non è stato in grado di punire i responsabili di quelle bombe del 12 dicembre. Si sa che sono bombe di destra, messe da militanti riconducibili all’organizzazione Ordine Nuovo con la complicità di settori “deviati” dei servizi segreti all’epoca sotto il controllo dei militari.
Piccola parentesi. Non esistono i “servizi deviati”. I servizi segreti fanno quello che devono fare anche se questo cozza con l’interesse di molti e risponde alle logiche di pochi, obbediscono a degli ordini, fanno il lavoro sia pulito che sporco. Solo quando queste cose vengono a galla, la protezione dei vertici che hanno diretto l’orchestra rende d’obbligo l’aggiunta dell’aggettivo deviati e giustifica le epurazioni di facciata che non cambiano nulla nella sostanza. Chiusa parentesi.

Lei, Sofri, difende questa tesi. Perché? Cosa cambia nella sua percezione sensoriale di quegli avvenimenti e di quegli anni se le cose fossero andate diversamente?

E se un giornalista serio, competente, autonomo come Paolo Cucchiarelli, che non deve difendere nessun interesse né personale né di amici porta a termine un’inchiesta nella quale ci sono elementi nuovi, messi assieme in una logica del tutto nuova che porta ad uno scenario diverso da quello di cui lei si fa garante, è automatico che debba essere insultato, denigrato offeso sia personalmente che professionalmente. Eh si, perché una cosa è criticare altra cosa è attaccare sulla base di forzature maliziose di letture parziali di parti dell’inchiesta.

Lei, Sofri, è anche un vile. Perché non ha contestato le tesi del libro quando uscì, ossia nel maggio del 2009? Perché allora non conveniva, sarebbe equivalso a pubblicizzarlo e quindi a rendere più imbarazzanti alcune complicità. Ma quando Marco Tullio Giordana, regista serio e rispettabile, decide di mandare nelle sale un film come “Romanzo di una strage” che si ispira all’inchiesta di Cucchiarelli (pur discostandosi in alcuni punti non minori) allora il problema non è più la tesi dell’inchiesta ma il fatto che questa sia fruibile dal grande pubblico. E’ questo il nodo ed è questo che le fa scattare l’odio che traspare dalle sue parole.
Quindi a lei, Sofri, non interessa nulla della verità ma solo l’opportunità delle cose e la loro strumentalizzazione.

Lasciamo stare la presunta responsabilità che Cucchiarelli attribuisce a Valpreda ed all’innocuo “petardo” che avrebbe messo nella BNA. Vediamo, invece, la trappola che ad insaputa del ballerino anarchico sarebbe scattata secondo una logica (quella del raddoppio), un modulo operativo che i servizi segreti avrebbero messo in atto in una classica operazione “false flag”.
Questa trappola, organizzata da chi ai vertici militari auspicava per l’Italia una svolta autoritaria simile a quella che solo due anni prima portò la Grecia in mano ai colonnelli o quattro anni dopo il Cile in mano a Pinochet, fu scoperta e fu proprio Aldo Moro a bloccare le tentazioni del Presidente del Consiglio Rumor e della Repubblica Saragat di proclamare qualsiasi stato di emergenza che potesse favorire quel disegno eversivo.
Quindi la politica sapeva, le istituzioni sapevano ma non denunciarono. E perché? Forse perché dietro tutto c’era la mano fin troppo evidente della CIA che sia in Grecia che, successivamente in Cile, non intervenne direttamente ma pilotò i golpe attraverso le forti influenze che aveva nei due Paesi?
E non è stato proprio il Generale Maletti, recentemente, a denunciare la limitata sovranità dell’Italia su ciò che riguardava gli interessi degli americani nel nostro Paese e quindi il controllo della nostra “democrazia”?

E che cosa ci dice poi di tale Robert Hugh Cunningham junior che figura tra i soci della “Tipografia 15 giugno” e che, assieme al padre omonimo era dietro a tutte le tipografie che stampavano Lotta Continua? Entrambi i Cunningham erano referenti della CIA in europa tanto da essere nominato (il figlio) responsabile del partito repubblicano in Europa per l'informazione dal neoeletto presidente Reagan. Strana coincidenza, davvero.

Chi difende a spada tratta, senza discutere, senza dialettizzarsi, la verità di Stato (che, si badi bene, verità non è perché si parla solo di ipotesi e presunzioni), è un “Uomo di Stato”.
E lo è nel senso delle responsabilità che tale ruolo comporta, nel dover misurare le parole, nel dover distogliere dalla verità per un senso del dovere che deve portare alla tutela del bene comune rispetto all’interesse personale.

Perché contesta così in maniera così accalorata l’ipotesi di un modulo operativo del raddoppio che avanza Cucchiarelli? Forse perché lei stesso ne fu vittima inconsapevole e se ne è accorto troppo tardi?
Troppo tardi per denunciarlo (il punto di non ritorno era stato già superato), troppo tardi per “sputtanarlo” (ne sarebbe crollata un’immagine ed una verginità di presunta autonomia da farvi passare tutti per coglioni) ma mai troppo tardi per difenderlo tutelando il segreto.

Per tornare a scomodare renato Curcio, ricorderà quella famosa intervista a Frigidaire (eravamo degli anni ’90, quindi a guerra abbondantemente finita) nella quale il fondatore delle BR lanciò la sua spiegazione sull’impossibilità di chiudere con quel passato di arrivare a capire come sono andate realmente le cose in vicende come piazza Fontana e Calabresi per una “sorta di complicità fra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo. Quella parte degli anni ’70, quella parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce, cose che noi non riusciamo a dire perché non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che tutti sappiamo.”

Forse Curcio (essendo estraneo a quelle vicende) non ha le parole o le prove. Ma lei, caro Sofri, sicuramene non ha le palle per dirlo.


E ci sono due modi per accettare la propria impotenza: o chiudersi non affrontando più l’argomento oppure fare il salto della barricata per cercare un riconoscimento politico che è l’unica cosa che può chiedere ancora alla storia.

Lei ha detto che su piazza Fontana avrebbe rivelato quello che sapeva, ma al momento giusto. Credo che quel momento sia arrivato e non si possa più attendere.

Sarebbe un suo dovere morale nei confronti di tutti quei ragazzi che l’hanno vista come un maestro e di cui porta (almeno in parte) la responsabilità delle scelte, nei confronti delle vittime, nei confronti dell’intero Paese se è vero che il suo obiettivo all’epoca (e quello di tutti gli altri militanti della sinistra extra parlamentare) era quello di costruire una nuova società, non semplicemente cambiare le regole a quella esistente.
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Di Manlio  20/03/2012, in Attualità (1258 letture)
Anche i più dotati dal punto di vista dell’immaginazione, non sarebbero mai arrivati a pensare di poter acquistare un giorno un volantino originale delle Brigate Rosse. E invece a partire dal prossimo 29 marzo tutto ciò sarà (?) possibile. La casa milanese Bolaffi, cederà all’asta un lotto di 17 documenti brigatisti datati tra il 1974 ed il 1978 compreso uno proveniente dal rapimento Moro. E non uno qualsiasi ma proprio quello con il quale il 15 aprile i brigatisti annunciarono la condanna a morte del presidente della DC. Il prezzo di partenza è di 1.500€.
Non mi sarei stupito se una cosa del genere fosse avvenuta in un paese come la Germania che con quegli anni ha chiuso i conti, ha capito le ragioni degli uni e degli altri e ha serenamente accettato che una parte (seppur minoritaria) di una generazione ha cercato di ribellarsi facendo ricorso alle armi, senza per questo far ricorso a spiegazioni dietrologiche, grandi vecchi o occulte trame internazionali. E un documento come quello potrebbe rientrare nella casistica dei documenti storici.

Ma è davvero possibile che in un paese come l’Italia, in cui si cerca ancora la verità su tanti tragici episodi della storia contemporanea, si possa permettere di svendere un pezzo di storia chiusa dal punto di vista dei tribunali ma non ancora dal lato della verità storica e politica?

Possiamo considerarli documenti storici o forse “corpi di reato”? E se ci fosse qualcosa di inedito (documenti nuovi o parzialmente nuovi rispetto a quelli divulgati all’epoca)?

E poi il problema della fonte. Da dove provengono questi reperti?
In occasione delle operazioni di fabbrica i volantini venivano distribuiti direttamente “in loco” e potevano perciò essere raccolti da chiunque.
Nel sequestro Moro, però, i comunicati venivano distribuiti in più città in contemporanea e quindi l’unica possibilità di intercettare un originale era farlo sfuggire al sequestro delle Forze dell’Ordine. Quindi commettere un reato.

Sono certo che la Polizia Giudiziaria impiegherà poche ore a sequestrare il tutto ed avviare le dovute indagini. Ma se tutto ciò sarà permesso, allora mi aspetto che a breve sarà possibile acquistare nuovi reperti inediti: bossoli di via Fani, qualche scatto privato che riprende la scena immediatamente dopo l’agguato (tanto il magistrato non considerò quelle foto inutili ai fini delle indagini?), un’uniforme da aviere dismessa, una testina per macchina da scrivere…

E nel frattempo, poiché il caso Moro è ancora oggetto di lotta e divisione politica, la solita domanda echeggia tra coloro che ne studiano i risvolti da anni: ennesima strumentalizzazione monetizzata o messaggio trasversale (stavolta un “innocuo” manifestino, la prossima qualche pagina autografa)?
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Di Manlio  12/12/2011, in Attualità (3569 letture)
Ho da poco terminato la lettura di uno dei libri recentemente dati alle stampe riguardanti la vicenda delle BR. In “Colpo al cuore” Nicola Rao racconta gli ultimi mesi della storia delle BR osservata da due punti di vista privilegiati che, alla fine convergeranno, ritrovandosi assieme sugli opposti fronti, nel blitz che vide la liberazione del Generale Dozier prigioniero della colonna veneta delle BR.
Le due anime del racconto sono Antonio Savasta, dirigente brigatista di prim’ordine, responsabile del sequestro Dozier e capo della colonna veneta e Salvatore Genova, commissario di Polizia che iniziò la sua carriera nella città di Genova ma che, per le abilità dimostrate nel contrastare l’azione brigatista nel capoluogo ligure fu chiamato dal Questore Umberto Improta per dare una mano per la liberazione di Dozier che, a causa della forte pressione statunitense sul governo italiano, stava diventando una questione di Stato molto delicata.

Il racconto delle due “carriere” cresce parallelamente.

Anche se Antonio Savasta ha parlato molto con gli inquirenti dando loro la possibilità di smantellare gli ultimi residui di velleità brigatiste e raccontando anche dei contatti internazionali delle BR, mai aveva fornito un racconto personale, che desse voce al suo vissuto di brigatista, che esprimesse l’esperienza della militanza sua e dei suoi compagni di viaggio in particolar modo per azioni che ancora oggi procurano dolore al solo pensiero come il sequestro e l’omicidio di Giuseppe Taliercio, direttore del petrolchimico di Porto Marghera.

L’operazione nacque come “processo” alla politica anti-operaia della Montedison per ribadire la vocazione di fabbrica delle BR-PCC e tentare una ricomposizione con le BR-PG di Senzani e l’ormai autonoma colonna milanese Walter Alasia. Il tentativo, insomma, di portare avanti una “campagna esemplare” che desse l’esempio alle altre fazioni brigatiste nella convinzione che l’azione le riportasse sulla linea dell’organizzazione principale.

Ma le cose non andarono così e quando il comitato esecutivo (composto da Savasta, Barbara Balzerani e Luigi Novelli ) decise per la morte del prigioniero in assenza del ritiro della cassa integrazione annunciata dalla Montedison, i militanti della colonna veneta minacciarono la fuoriuscita. Si giunse così al 5 luglio. Dopo 46 giorni di prigionia e maltrattamenti, Taliercio venne assassinato proprio da Savasta. Oggi, grazie al racconto che Savasta ha fatto a Nicola Rao sappiamo alcune cose in più, soprattutto riguardo la lacerazione interna del brigatista ed alle conseguenze che quella morte ebbe sull’intera organizzazione.
Il libro, secondo me ingiustamente ma mi rendo conto che per i giornalisti la Notizia con la Enne maiuscola è un’altra, è passato alla cronaca per le “pratiche” poco ortodosse di un funzionario della Polizia dell’epoca che, senza mezzi termini, ha ammesso di aver praticato la tortura nei confronti dei prigionieri delle Brigate Rosse perché il momento esigeva che si ottenessero risultati con qualsiasi mezzo. Una tortura scientificamente preparata, con uomini addestrati alla tecnica del waterboarding attraverso la quale si simula una morte per annegamento facendo bere al malcapitato grandi quantità di acqua e sale. La tecnica fu utilizzata una prima volta nei confronti del tipografo Enrico Triaca, arrestato nel maggio del ’78 poco dopo l’uccisione di Aldo Moro. Il brigatista denunciò le torture subite ma il giudice non gli credette e lo condannò per diffamazione. Tanto bastò, però, per suggerire al “prof. De Tormentis” (così veniva chiamato nell’ambiente il funzionario) di sospendere il suo rito in quanto eventuali altre denunce avrebbero potuto condurre alla verità.

Lo sdegno per aver avuto tra le Forze dell’Ordine personaggi squallidi e animaleschi sino a tal punto, è forte. Non la sorpresa. Chi conosce bene i fatti, chi ha studiato le carte, chi ha parlato con i protagonisti di entrambe le parti sa bene che la versione ufficiale che il fenomeno della lotta armata è stato debellato grazie a leggi democratiche e all’azione dei pentiti è una favola sul cui lieto fine in molti si sono rifatti una verginità e costruito nuove carriere. Dietro i discorsi dei vari Ministri dell’Interno e Presidenti del Consiglio che spacciavano la tutela delle leggi democratiche negando qualsiasi legame tra crimini commessi e matrice politico-ideologica, c’erano le leggi d’emergenza (per mezzo delle quali le pene venivano comminate non in funzione della gravità del reato ma in funzione della propria identità politica) e le carceri speciali (veri e propri circuiti di gettizzazione, punizione e riduzione ideologica nel quale finivano anche militanti marginali tirati in ballo da pentiti e che erano solo fiancheggiatori o prestanome). A livello occulto per l’opinione pubblica, invece, si usava con metodi più o meno cruenti la tortura (nel bel film di Aurelio Grimaldi “Se ci sarà luce sarà bellissimo” c’è un esempio che ci fa intendere di come la pratica sia stata diffusa a tutti i livelli).

La storia del “carcerario”, tra l’altro, è ancora tutta da raccontare e mi auguro che qualcuno un giorno troverà la voglia e lo stomaco per scriverla.

Bene fa, a tal proposito, Nicola Rao a riportare alla giusta dimensione un personaggio come Alberto Franceschini che oggi vorrebbe farci passare l’idea di un se stesso “rivoluzionario romantico” e che la violenza appartenne non alle “sue” BR ma a quelle del periodo successivo al suo arresto, pilotate da chissà quale entità superiore e condotte da Mario Moretti, spia di chissà quale servizio nostrano o estero. E invece Franceschini è stato tra i più violenti, uno che in carcere organizzava le violenze e decideva la morte di chi era ceduto alle torture confessando anche solo fatti minori. Uno che con i suoi scritti contribuiva a seminare odio e morte incitando i compagni fuori dal carcere subissandoli di analisi della realtà che farebbero pensare ad un largo uso di stupefacenti del capo storico. Un ex brigatista che stava dalla sua parte, parlando di Franceschini, me lo ha definito come “terrorista dentro, uno che ammazzerebbe anche la madre per le proprie finalità”. Non per un ideale, per squilibrio.

La verità di quegli anni poco alla volta verrà a galla. Forse il primo tassello potrà essere proprio il nome di quel “De Tormentis” che stando agli elementi che ha raccolto Paolo Persichetti nel suo articolo di ieri su Liberazione >Leggi http://baruda.net/2011/12/10/torturetana-per-de-tormentis-e-ora-che-il-mastro-torturatore-ditalia-si-faccia-avanti/ < ha ormai un nome e cognome. Poliziotto per trent’anni, congedato come Questore, catturò Luciano Liggio al fianco del Questore Mangano > Indizio 0<, approdò all’antiterrorismo di Santillo (in questo senso nel 76-77 ascoltò in carcere Ronald Stark, informatore infiltrato >Indizio 1<), figura nella ormai storica fotografia che ritrae gli investigatori attorno alla R4 che conteneva il corpo di Moro il 9 maggio 1978 >Indizio 2 <, nel gennaio del 2001 ha scritto un articolo per il mensile massonico “Il razionale” >Indizio 3 <, è stato Commissario per La Fiamma Tricolore nel 2004 >Indizio 4 <, iscritto all’Ordine degli Avvocati della provincia di Napoli dal 1984 >Indizio 5 <.

Insomma Avv. Nicola Ciocia, gli indizi porterebbero a lei.

Certo è che questo libro ha portato una animata discussione tra chi attacca queste pratiche, chi le difende, chi le nega e chi le giustifica. Il solito dibattito all’italiana che si fa sui giornali, in TV, in rete. Ovunque fuorchè nelle sedi predisposte: i tribunali. Eh si, tutti sanno ma tutti nascondono. Tutti fanno i moralisti ma nessuno è disposto ad esibire il proprio certificato di “anima trasparente”. Spero che libro e dibattito possano servire almeno ad aprire un’inchiesta seria per chiarire chi ha messo in atto quelle orrende pratiche, chi le ha ordinate all’interno delle forze investigative, chi le ha coperte e chi, a livello politico, ha concesso il lasciapassare che ad oltre trent’anni si è rivelato un salvacondotto.
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Di Manlio  05/12/2011, in Libri (4794 letture)
Uno dei luoghi comuni della dietrologia all'italiana legata al caso Moro riguarda un poliziotto di nome Cioppa, Commissario Elio Cioppa, vice capo della Squadra Mobile di Roma. Un uomo operativo, scopriamo oggi grazie ad un'intervista di Patrizio J. Macci >Leggi<, uno che si buttava nella mischia quando le manifestazioni si facevano dure, uno che si è beccato una molotov sulle gambe ed ancora oggi porta i segni di quell'azzoppamento.

Ma per la storia, rischia di passare per l'uomo che avrebbe potuto salvare Aldo Moro ed invece operò nell'ombra per insabbiare importanti informazioni che avrebbero finito per agevolare i brigatisti.

La storia è semplice ma, come spesso accade quando si vuole vedere il mistero a tutti i costi, viene raccontata in modo semplicistico e letta in maniera fuorviante.

Ciò che molti testi riportano è che il 18 marzo (quindi dopo soli due giorni dall'agguato di via Fani) 4 agenti in borghese, si sarebbero presentati in via Gradoli per dei controlli che in quei giorni riguardavano tutta la città di Roma. Nella palazzina al civico 96, bussarono a diverse abitazioni, tra cui l'interno 11 (nel quale il 18 aprile sarà scoperto uno dei covi più importanti della colonna romana delle BR). Non ricevendo risposta i poliziotti presero informazioni sui suoi abitanti direttamente dagli altri inquilini ricevendo rassicurazioni perchè si trattava di una giovane coppia che stava fuori casa tutto il giorno per lavoro (lui pareva un agente di commercio, un rappresentante).
Accanto all'interno 11, però, un'altra giovane coppia rispose al campanello: si trattava di Gianni Diana e Lucia Mokbel. La donna segnalò ai poliziotti che la notte precedente aveva udito dei “ticchettii” provenire proprio dall'abitazione dei loro vicini, rumori tipici di chi utilizza un'apparecchiatura per segnali Morse. Disse di avere un amico all'interno della Questura e chiese se gli agenti potessero riferire questa informazione. A loro volta, questi, scrissero degli appunti su un foglietto di carta che la Mokbel sottoscrisse. Destinatario del biglietto Elio Cioppa.
L'appunto, però, sparì e l'informazione si perse.

Nel 1981 si scoprì che il nome di Elio Cioppa figurava tra gli iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli, gruppo fortemente filo-atlantico al quale appartenevano personaggi molto importanti tra cui gli stessi vertici dei servizi e delle Forze Armate. La Loggia, secondo tanti, avrebbe utilizzato tutti gli strumenti in proprio possesso per intralciare le indagini o addirittura “pilotare” le BR per giungere all'uccisione del prigioniero in loro possesso.

La morale di questa storiella, per chi ha abusato con la dietrologia, è apparsa fin troppo semplice: un gruppo di quattro agenti avrebbe fatto delle perlustrazioni dopo sole 48 dal rapimento di Moro, in una via che sarebbe poi risultata essere “molto calda”, avrebbero commesso la leggerezza di non sfondare la porta dell'interno 11, avrebbero poi raccolto un'informazione molto importante relativa ad una base delle BR frequentata da brigatisti legati alla prigione di Moro (Moretti), e tale informazione si sarebbe persa prima o dopo essere stata consegnata al suo destinatario Elio Cioppa.
Un insabbiamento che avrebbe potuto portare al pedinamento di Moretti e quindi alla prigione di Moro. Grande vecchio di questa operazione, Elio Cioppa, piduista

Ma le letture forzate, come spesso accade, non pagano. E non rendono giustizia alla storia ed alle persone. Peccato che spesso giungano proprio da coloro che invocano la verità, quella vera, invocando il diritto a sapere da parte dei familiari delle tante vittime innocenti di quegli anni. E tacciando gli altri di essere irrispettosi proprio di queste vittime.

In questi giorni esce un libro, l'ennesimo si potrebbe dire, che aggiunge altri centimetri allo scaffale delle pubblicazioni sul caso Moro e un centinaio di pagine in più sulla strada della conoscenza (“Cioppa, quarant'anni di segreti di Roma e d'Italia” ABCom editore) .
Per la prima volta in assoluto, Elio Cioppa ha risposto alle domande di un giornalista che ha cercato di scavare nella sua storia, per rispondere ad una precisa domanda: “mi trovo innanzi all'uomo che avrebbe potuto salvare Aldo Moro ma che, invece, contribuì alla sua uccisione?”.

La risposta che Macci si dà a questo interrogativo che lo ha accompagnato nel corso della sua intervista è negativa. Categoricamente negativa.

La vera notizia che emerge dal bell'articolo è che Cioppa si sarebbe iscritto alla P2 nel settembre del 1978 su invito di Umberto Ortolani per risolvere un banale problema di servizio: si era visto negare un posto che secondo lui gli spettava e la P2 gli era stata presentata come un qualcosa che avrebbe potuto esercitare pressioni per restituirgli il maltolto. Sempre nel settembre del '78, fu chiamato da Grassini ad aprire un ufficio dei servizi a Piazza Barberini e per conto del Generale n. 1 del SISDE svolse delle indagini “politiche” sulla vicenda Moro. Nell'ambito dell'organigramma dell'intelligence era Capo Centro 2. Poca roba. Così come poca roba sarebbe stata il resto della sua carriera, nonostante un curriculum di tutto rispetto e tanta esperienza in prima linea con tanto di botte prese e date.

Ma la cosa che depura definitivamente la questione nella quale sarebbe stato tirato in ballo Cioppa è che non ci fu nessuna perquisizione il 18 marzo. Ce lo dice la stessa Mokbel nel suo primo verbale di fronte alla DIGOS di Roma alle 14.20 del 18 aprile 1978: in quella sede la donna parlò di una voce di donna provenire da dietro la porta dell'interno 11 la sera del sabato Santo (quindi 25 marzo 1978) e di una notte di “circa 20 giorni fa” (quindi fine marzo inizio aprile '78) quando fu svegliata tra le 3 e le 4 da rumori che lei attribuì a segnali Morse dei quali però non seppe identificare la provenienza precisa. La donna aggiunse “desidero precisare che al mattino successivo sono venuti degli agenti in borghese a controllare le abitazioni del palazzo, ai quali ho accennato che la notte stessa avevo appena sentito quanto sopra detto. Poi gli agenti sono andati via”. Questo primo verbale fu fatto congiuntamente dalla coppia Diana-Mokbel all'epoca fidanzati.

Alle 21.35 dello stesso 18 aprile, però, il solo Gianni Diana si ripresentò alla DIGOS e alla presenza di Nicola Simone (il funzionario che accompagnò l'On. Cazora in via della Camilluccia 551 il giorno prima dell'uccisione di Moro, e che fu oggetto di attentato da parte delle stesse BR nel gennaio del 1982) cambiò la versione della sua convivente. Diana disse che aveva in uso l'appartamento da circa un mese e mezzo, e che da 4-5 giorni si era accorto che l'appartamento all'interno 11 era occupato. Raccontò un curioso episodio avvenuto qualche sera prima: uscì sul pianerottolo per aspettare la sua fidanzata (che riteneva essere giunta sotto casa avendo sentito il rumore di un'auto) e “da dietro la porta dell'interno 11 ho udito una voce femminile che con tono apprensivo, quasi che invocasse o avesse paura, ha detto: 'Gianni! Gianni'”. Non ritenne la cosa indirizzata a lui in quanto conosciuto nella palazzina solo da due “collaboratori” che lavoravano con lui nello studio del Commercialista Dott. Bianchi in via Ximenes n. 21 (ufficio presso il quale Diana si dichiarava domiciliato, essendo egli residente a Viterbo). Si trattava di Pier Carlo Pucci (interno 6) e Sara Iannone (interno 11 scala B, praticamente l'appartamento “gemello” al covo delle Brigate Rosse).
Diana però portò anche una correzione alle parole della Mokbel in seguito ad una domanda posta dal Dott. Simone: “Devo dire che un paio di giorni dopo il rapimento dell'On. Moro, di notte, verso le 3 mentre mi trovavo nel mio appartamento con la mia ragazza, lei mi ha svegliato facendomi notare che si sentivano degli strani segnali, tipo alfabeto Morse. Però non ci siamo resi conto da dove i segnali provenissero. Si udivano nel silenzio della notte però a momenti sembravano vicini, a momenti lontani. Di conseguenza avevamo deciso di parlarne con il Dott. Cioppa, conoscente della mia ragazza. Però l'indomani sono venuti a ispezionare l'appartamento degli agenti di Polizia ai quali abbiamo riferito la circostanza”.

Quindi non si trattava più una notte di venti giorni prima, ma un paio di giorni dopo il rapimento di Moro.
Altre testimonianze raccolte il 18 aprile, però, parlano sempre di perquisizioni generiche avvenute circa tre settimane prima. Addirittura ne parlano al microfono di Giò Marrazzo due signore che abitavano nello stesso stabile. Una delle due è proprio la signora Nunzia Damiano che si accorse della famosa perdita d'acqua che poi provocò la scoperta del covo brigatista.

Il tutto non si spiega se non ci si pone il problema di cosa sia successo circa tre settimane prima del 18 aprile e che avrebbe potuto portare ad un sommario sopralluogo in via Gradoli.
La notte tra il 31 marzo ed il primo aprile, l'On. democristiano Benito Cazora fu accompagnato in auto sulla Cassia da alcuni malavitosi calabresi che si erano offerti di fornire il proprio aiuto nella ricerca della prigione di Aldo Moro. All'altezza dell'incrocio con via Gradoli gli venne detto “questa è la zona calda”. Cazora si recò nella stessa serata dal Questore De Francesco e raccontò tutto al capo della DIGOS di Roma Domenico Spinella. Il giorno dopo tornò in Questura e gli fu detto che erano state fatte delle verifiche che avevano dato esito negativo.

E' questo che si è voluto coprire con la retro-datazione di quella perquisizione al 18 marzo? La pista di Cazora, che come si sa ebbe molti problemi dal suo attivo interessamento per la liberazione di Moro? L'episodio avvenne, guarda caso, proprio nei giorni in cui anche Francesco Fonti (malavitoso calabrese che in seguito si sarebbe pentito e che ha raccontato i particolari del suo interessamento al caso Moro nel 2009 a Riccardo Bocca) fu portato in via Gradoli dai contatti che la 'ndrangheta aveva a Roma e che passavano per la banda della Magliana. E proprio nello stesso periodo in cui sembra che anche i servizi segreti avessero avuto la stessa informativa ed erano pronti ad un blitz (sempre secondo le parole di Fonti).

Il giornalista Gian Paolo Pelizzaro scoprirà, a distanza di tanti anni, la presenza di tanti appartamenti e di società legate ai servizi segreti proprio tra le due palazzine al civico 96 di via Gradoli. Una di queste società era proprio lo studio di via Ximenes. Sara Iannone, tra l'altro, querelò Pelizzaro per diffamazione ma il Tribunale, con sentenza passata in giudicato, le diede torto in quanto negli articoli scritti per il mensile Area il fatto che la Iannone lavorasse presso strutture riconducibili ai servizi non dovesse essere ritenuto né un insulto né, tanto meno, una diffamazione.

Far ricadere la “colpa” sul poliziotto Cioppa (il cui nome fu trovato negli elenchi della P2) è stato un utile depistaggio per coprire, evidentemente, strutture e interessi che i servizi segreti avevano già in via Gradoli 30 anni prima dello scandalo di Marrazzo (Piero, ironia della sorte figlio di Giò) e che con molta probabilità riguardavano altre centinaia di appartamenti sparsi in tutta Roma.

Come spesso accade, non è detto che degli elementi singoli possano essere sommati. Occorre tener presente le unità di misura. E a sommare chilometri con chilogrammi non si percorre molta strada...

Per maggiori approfondimenti
http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=127
Vuoto a perdere, la vicenda Cazora
Intervista a Francesco Fonti
Marco Cazora su Francesco Fonti
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Di Manlio  14/11/2011, in Libri (1688 letture)
Come avevo preannunciato nel precedente post, sarà disponibile dalla prossima settimana il bel libro di Giorgio Guidelli che racconta la breve vita di Francesco Lo Russo, ragazzo simbolo dei movimenti del '77 che fu ucciso durante una manifestazione a Bologna l'11 marzo del 1977.

A Pesaro, presso 'auditorium della Chiesa dell'Annunziata, mercoledi 23 novembre alle ore 18.00 Giorgio Guidelli presenterà in anteprima il  suo nuovo libro che traccia un ritratto del tutto inedito del giovane morto negli scontri di Bologna del '77.

Interverranno:
prof. Glauco GENGA, relatore
dott. Gaetano BUTTAFARRO, moderatore
Giorgio GUIDELLI, autore
autorità cittadine

Consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilità, anche a costo di un piccolo sacrificio in termini di Km, di essere presenti. Giorgio è un giornalista colto, brillante e soprattutto intellettualmente onesto. Il suo è un libro che potrà cambiare non poco il punto di vista con il quale ciascuno di noi ha osservato quei movimenti, quegli anni.
Il giorno infrasettimanale purtroppo non mi consentirà di essere in sala, ma spero di poter assistere ad altre presentazioni che sicuramente non mancheranno.

Per conoscere meglio Giorgio e quello che scrive, consiglio a tutti di seguire il suo blog Parole di piombo che da qualche anno è ospitato dal giornale per il quale lavora.
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Di Manlio  23/10/2011, in Libri (1949 letture)
Sarà in libreria fra pochi giorni un nuovo lavoro di Giorgio Guidelli, giornalista de "Il Resto del Carlino" che ho il piacere di annoverare tra i più cari amici e con il quale condivido la passione per lo studio degli anni di piombo.

La sua nuova fatica letteraria è, come al solito, un'inedito lavoro di approfondimento che scava nella vita di Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua ucciso dalle forze dell'ordine l'11 marzo 1977 a Bologna durante una manifestazione.

Inedito perchè si dà per scontato che i militanti di Lotta Continua e dei movimenti extraparlamentari degli anni 60-70 fossero dei marxisti-leninisti votati alla sola fede della violenza. Ed invece Guidelli, che si è posto il problema per primo, ha cercato di capire meglio, di scavare tra i ricordi e ha scritto questo bellissimo testo che restituisce alla storia il ritratto di un ragazzo comune impegnato tra fede, politica e sport. La storia che ci racconta Guidelli è il frutto di una ricostruzione rigorosa che comprende le testimonianze di decine di amici ed ex scout, corredate da immagini dell'epoca.
E proprio da una foto in bianco e nero dimenticata in un vecchio album, che ritrae Lorusso in preghiera durante un campo scout, parte il racconto dell'altra vita del ragazzo che fece piangere l'Italia.

Un libro snello che si caratterizza per la straordinaria leggerezza della penna di Giorgio Guidelli che sa coniugare la rigorosità dei contenuti alla piacevolezza di un'opera letteraria senza mai stancare il lettore e cogliendo sempre il cuore degli eventi.

Un gran libro, insomma. Una tappa obbligata per chi vuol capire meglio quegli anni, quelle manifestazioni che oggi tornano tristemente nelle pagine di cronaca, o per chi vuole scoprire un nuovo modo di divulgazione delle nostre pagine contemporanee, che molti si sono affrettati a voltare senza leggerle.

Prestissimo, una recensione ed una nuova intervista a Giorgio Guidelli


PS
Vi segnalo anche una bella intervista di Guidelli sul medesimo argomento su e il bellissimo evento che ha visto protagonista il suo libro su Roberto Peci che ha arricchito la manifestazione "Riparliamo degli anni '70"
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Di Manlio  22/06/2011, in Attualità (2618 letture)
E' di questi giorni la notizia che una ex militante della RAF, Birgit Hogefeld, sia stata rimessa in libertà dalla magistratura tedesca.
>Leggi la notizia<
La Hogefeld si era resa colpevole dell'uccisione di un soldato americano nel 1985 e di un assalto ad una base militare USA in Germania. Nel 1996 era stata condannata all'ergastolo dopo essere stata arrestata nel 1993. In totale, quindi, 18 anni di carcere.

Sappiamo tutti cosa è successo in Italia alla sola notizia che al latitante (per la nostra giustizia) Cesare Battisti era stata negata l'estradizione da parte del Brasile. Boicottaggi, manifestazioni, chiamate alle armi. Senza entrare nel dettaglio, la decisione brasiliana nulla avrebbe da eccepire in termini di diritto internazionale: nessun Paese concede l'estradizione verso un altro Paese che prevede, per lo stesso reato, pene più severe. E' come se l'Italia estradasse una donna islamica che, secondo la legge del suo Paese, avesse commesso un grave reato "morale" per il quale è prevista la lapidazione.

Noi che ci definiamo democrazia avanzata, non siamo riusciti ancora a chiudere i conti con un passato che, per carità di Patria, abbiamo frettolosamente liquidato come “follia generazionale omicida”. E ne continuiamo a pagare le conseguenze. La Germania, che pure ha avuto un fenomeno di lotta armata lungo e sanguinoso, ha avuto il coraggio di analizzare le contraddizioni della sua società, ha ammesso i propri errori, ha saputo trovare delle pene adeguate ai singoli tenendo conto che si trattava di fenomeni collettivi.
Consiglio a tutti il film “La banda Baader Meinhoff” e invito ad ascoltare con attenzione anche le interviste in appendice. Davvero illuminanti per capire le differenze tra la situazione italiana e tedesca.

Le pene vanno comminate e fatte rispettare, ma se uno Stato non è in grado di farlo perchè concede "un aiutino" a chi non è conveniente perseguire più di tanto (vedi Casimirri) io non faccio parte di coloro che vorrebbero vedere Pinochet impiccato in una pubblica piazza. Mi basterebbe far si che tutti conoscano la verità sui crimini da lui commessi e che siano da monito per altri affinchè non siano reiterai. La vendetta non serve a nulla, se non ai soliti potenti che possono continuare a contare su chi proseguirà a tenere la bocca chiusa.

Il problema vero è che da noi lo Stato ha infranto le sue leggi non per tutelare l’interesse della democrazia (polis o pietas) ma per garantire piccoli interessi di bottega. Con il risultato di blindare certe verità e farle diventare continuo ed efficace strumento di ricatto. Con il risultato che la scia di morti si è allungata e che una serie di personaggi, da una parte e dall’altra, hanno acquisito molto potere. E continuano a mantenerlo dato che sono ancora in ballo.

Per parafrasare la splendida trasmissione di Arbore degli anni ’80 (che in questo periodo stanno incredibilmente ritrasmettendo in TV al mattino presto) non credo ci siano dubbi a rispondere alla domanda iniziale: io non so se la Germania sia democratica o meno. Ma di certo so che non lo siamo noi perché se democrazia vuol dire “potere del popolo” in Italia il popolo non ha mai contato nulla e gli affari sono stati fatti sempre alle sue spalle e sulla sua pelle.
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