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Rita Algranati: una cosa č la condanna, altra cosa č la fuga...
Di Manlio (del 14/10/2008 @ 15:23:24, in Attualitā, linkato 4392 volte)
Viviamo in un momento “topico”, non c’è dubbio. E confuso. Molto confuso.

Da alcuni mesi le associazioni delle vittime del terrorismo e delle stragi sono impegnate in una battente campagna contro le Istituzioni e l’opinione pubblica con lo scopo di ridurre la portata delle parole (siano esse interviste televisive, libri, dibattiti o semplici presentazioni di libri) degli ex militanti delle formazioni di lotta armata che, secondo i familiari delle vittime, troverebbero troppo eco su organi di stampa e televisioni. E che questa censura (perché di questo si sta parlando) sarebbe un modo per rispettare la memoria delle vittime che hanno pagato con la vita le scellerate scelte omicide di quei militanti violenti.

Anche l’uscita di film tutto sommato di second’ordine che raccontano gli anni della lotta armata vissuti dalla parte dei militanti, sono diventati l’ennesima strumentalizzazione politica e giornalistica che, come sempre, non risolve nessun problema ma contribuisce all’inasprimento degli animi e del clima già molto teso data la gravità e la vicinanza temporale di quegli eventi.

Ed un clima più aspro porta, inevitabilmente, a comportamenti e provvedimenti “eccezionali” che impediscono ad uomini liberi che hanno pagato i loro debiti nei confronti della giustizia, come Valerio Morucci o Renato Curcio, di svolgere le proprie attività di scrittore o di sociologo al pari di altri cittadini.
E, naturalmente, anche loro, spesso, sollevano legittime richieste di vedere rispettati i propri diritti di cittadini.

In un contesto già di per sé complicato costruito su equilibri deboli, ci mancava che anche “gli ospiti” delle patrie galere (per utilizzare un eufemismo…) sentissero la necessità di dire la loro e di “battere cassa”. E così oggi, leggiamo sul più importante quotidiano italiano diretto da Paolo Mieli, che anche Rita Algranati l’ultima brigatisti arrestata (coinvolta nell’agguato di via Fani ma da questa vicenda assolta perché scagionata dagli ex compagni che hanno raccontato in sede giudiziaria lo svolgersi dell’azione) ha qualcosa da denunciare. (>>leggi<<)
E lo fa, non a caso, subito dopo l’estradizione negata dal presidente francese Sarkozy nei confronti dell’ex brigatista Marina Petrella motivata, è opportuno ricordare alla Algranati, da motivazioni umanitarie legate alle condizioni di salute in cui versa la sua ex compagna di militanza costretta ad alimentarsi attraverso un sondino.

Nonostante abbia sottolineato di provare un certo “fastidio per il protagonismo di molti ex brigatisti" la Algranati, in sostanza, giudica inammissibile dover espiare in carcere la pena cui è stata condannata per appartenenza alle Brigate Rosse. Adesso, infatti, lei è un’altra persona rispetto a quella che 25 anni prima aveva abbandonato spontaneamente le Br non condividendone più la linea.
Se il carcere, si chiede l’ex brigatista, ha una finalità rieducativa ed essendosi lei “rieducata” da sola costruendosi una nuova vita, che senso ha la sua reclusione? Solo per permettere a qualcuno di sentirsi oggi risarcito, di essere ripagato dalla sua sofferenza?

Fermo restando che la Algranati sapesse perfettamente che la possibilità di essere arrestata (pur se a mezzo di un “atto illegale” a suo dire) non era pari a zero, se davvero avesse voluto fare una scelta di nuova vita avrebbe avuto il dovere civile e morale di chiudere il suo conto con la giustizia al tempo giusto, non fuggendo all’estero ma tornando in Italia e dimostrando al Paese di aver chiuso quell’esperienza e di volerla superare.
E ancora oggi avrebbe una grande opportunità per poter dimostrare ciò: ad esempio raccontando qualcosa in più sul ruolo del suo compagno Alessio Casimirri (unico brigatista del commando di via Fani a non aver scontato neanche un minuto di carcere) e della loro fuga in Nicaragua che, a quanto si dice, ha goduto di non poche agevolazioni…



Una foto d'epoca di Alessio Casimirri

Se le sue considerazioni sulla detenzione sono apparse del tutto gratuite, le riflessioni successive sull’esperienza della lotta armata, sulla sua conclusione e sul suo superamento sono quanto mai pertinenti.
Sono stati i pentiti a consentire allo Stato di avere la meglio sulle organizzazioni di lotta armata, secondo una logica di convenienza e di premialità che ha permesso a persone che si erano macchiate di crimini efferati e destinate a condanne di diversi ergastoli, di scontare pochissimo carcere e di potersi ricostruire una vita in poco tempo. Questi discutibili successi avrebbero dovuto portare uno Stato diverso da quello nostro ad avviare un percorso di chiusura politica di quegli anni, per cercare di comprendere che la violenza politica è diversa dalla violenza comune perché nasce da motivazioni che vanno comprese a fondo per poter essere chiuse definitivamente e superate. Ed in questo percorso errato, secondo la Algranati, molti ex militanti portano una responsabilità personale perché si sono allineati alla “verità giudiziaria” limitandosi a riconoscere la propria sconfitta.

Una chiusura politica di quell’esperienza equivarrebbe a troncare nettamente ogni legame di continuità tra le Br degli anni ’70 e coloro che ancora oggi pensano di poter raccogliere in eredità un progetto fuori da qualunque realtà. E non sono né il carcere a vita, né la repressione e neppure l’accanimento giudiziario a fermare questi giovani ma, casomai «la comprensione - conclude la Algranati - che s'è trattato di un fenomeno politico fallito e improponibile. Di questo bisognerebbe discutere, ma non mi pare interessi nessuno».

Al termine dell’intervista, Giovanni Bianconi ha chiesto a Rita Algranati perché nel frattempo non dice qualcosa sul caso Moro. «Di quella vicenda penso si sappia tutto quel che c'è da sapere […] Anche dal punto di vista umano, la morte è una tragedia per tutti, e tutte le morti sono una tragedia. I dettagli non aggiungono nulla».
Ah, si? E perché non prova a convincere di questo il Gen. Mario Fabbri o il Dr. Carlo Parolisi, i funzionari del SISDe che erano riusciti ad avvicinare Alessio Casimirri e che, proprio quando avevano iniziato a tessere una possibilità di dialogo si videro sabotare i propri sforzi a causa di un “dipendente infedele” (come lo definì lo stesso Fabbri di fronte al giudice Ionta) che operò una fuga di notizie e produsse un articolo su “L’Unità”che spaventò Casimirri proprio quando era nato, tra i tre, un rapporto di reciproca fiducia?