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ISBN 9788867559756
Ultima versione
1.0 del 22/05/2013
Tipologia: Novità

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Vuoto a perdere è il solito libro sul caso Moro?
Ascolta cosa ne pensa Giovanni Pellegrino
(Presidente della Commissione Stragi dal 1994 al 2001)


Documento inedito

 
Nel libro ho pubblicato la testimonianza di un collaboratore dell'ufficio in via Fani 109 di cui parla il Sig. Barbaro. Dal suo racconto emergono degli elementi nuovi sui quali nessuno ha ancora fatto chiarezza.
Sarebbe interessante poter approfondire con i protagonisti > leggi <


 

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Caso Moro, “nessun colpo di scena”
08/03/2015 - Lo Spiffero - Stefano Rizzi  
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Caso Moro, “nessun colpo di scena”
Prevale lo scetticismo nel senatore Fornaro, segretario della Commissione parlamentare che domani sentirà per l'ennesima volta la testimonianza di monsignor Mennini, il confessore dello statista Dc che secondo alcuni avrebbe fatto da tramite con le Br

Per Francesco Cossiga, quel giovane prete “raggiunse Moro nel covo brigatista e noi non lo scoprimmo”, lo avrebbe confessato e impartito l’estrema unzione. Quel giovane prete, all’epoca dei tragici 55 giorni del sequestro del presidente della Dc, aveva 31 anni, suo padre era il vice di monsignor Paul Marcinkus allo Ior, custode di mille segreti e coperture che Papa Francesco sta spazzando via in fretta, con provvedimenti impensabili e sorprendenti. Come sorprendente, per certi versi, è la decisione del Vaticano (anche se pare tutto sia stato deciso in Segreteria di Stato senza il diretto coinvolgimento di Bergoglio) di far testimoniare, domani mattina, davanti alla Commissione di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, il prelato che pur avendo già deposto, più volte, in passato sia davanti ai magistrati, sia allo stesso organismo parlamentare è stato nuovamente convocato. Don Antonello, come lo ricordava Cossiga, oggi è monsignor Antonio Mennini, nunzio apostolico nel Regno Unito, dopo aver ricoperto analogo incarico in molti altri Paesi. Subito dopo il tragico epilogo della prigionia di Moro, il giovane viceparroco venne avviato alla carriera diplomatica. Sempre lontano dall’Italia e dai uno dei misteri, forse il più grande, che la continuano a segnare.

“Una deposizione su cui i media hanno creato un forte clima di attesa, che mi auguro non vada delusa” commenta, il senatore Federico Fornaro (Pd), segretario della Commissione. Traspare dalle parole del senatore piemontese un certo scetticismo, o piuttosto la previsione che difficilmente ci sarà la rivelazione che dovrebbe confermare quanto detto da Cossiga. Possibile che, trentasette anni dopo, quasi in concomitanza con i giorni della strage di Via Fani e del sequestro che ne seguì, monsignor Mennini riveli quel segreto custodito così a lungo e racconti di quell’incontro, sempre smentito nelle precedenti testimonianze rese? Fornaro affida a una smorfia i suoi dubbi. “Piuttosto mi auguro che si possa sciogliere e chiarire un altro mistero, forse meno eclatante ma non meno rilevante per ricostruire un pezzo della storia del nostro Paese – spiega -. Ovvero comprendere compiutamente come abbia operato quel un canale di ritorno di informazioni tra Moro prigioniero e ciò che stava fuori, le decisioni della politica innanzitutto. Se, come pare, faceva capo al Vaticano questo flusso di informazioni che arrivavano a Moro dall’esterno come lo confermano alcuni passi delle sue lettere- forse l’alto prelato potrebbe chiarire molti dei punti ancora oscuri, specie sulla presunta trattativa avviata dalla Santa Sede con i brigatisti”.

CANALE SEGRETO - Don Mennini fece da tramite per la consegna di alcune lettere di Moro indirizzate alla famiglia e ad altre persone, i suo contatto – come rivelò – era Valerio Morucci celato dietro la falsa identità del professor Nicolai. Lasciata Roma per le nunziature subito dopo il ritrovamento di Moro sulla Renault rossa in via Caetani, il diplomatico vaticano era rimasto per trentasette lunghi anni un nome dinanzi all’ennesimo mistero, l’ennesimo segreto, per alcuni non del tutto svelato dalle deposizioni del sacerdote. “Credo sarà importante ripercorrere con monsignor Mennini le varie fasi della prigionia dello statista democristiano e cercare, con il suo aiuto, di chiarire il più possibile il ruolo del Vaticano, i tentativi se vi sono stati, come parrebbe, di avviare una trattativa diretta e parallela per arrivare alla liberazione, mentre lo Stato teneva la linea della fermezza” aggiunge Fornaro. E capire se è vero che Oltretevere si aveva la sensazione che quella trattativa fosse arrivata pressoché al punto sperato, per poi “dover scoprire, nelle stesse ore in cui si attendeva l’annuncio della liberazione, che Aldo Moro era stato ucciso”.

In Commissione probabilmente verrà anche chiesto al diplomatico vaticano se anch’egli ebbe la sensazione, o qualche cosa di più e più tangibile, che dopo il finto comunicato del Lago della Duchessa (dov’era stato falsamente indicato il luogo in cui trovare il corpo di Moro) e la scoperta, sempre il 18 aprile, del covo di via Gradoli, “l’intera vicenda ebbe una torsione, con altri non pochi lati oscuri e mai chiariti, come il mancato trasferimento dell’ostaggio in un luogo più sicuro”. Giorni cruciali, quelli intorno al 20 aprile, in cui s’intrecciano indagini in luoghi sbagliati, falsi comunicati, comitati di crisi composti in gran parte da piduisti, servizi segreti dell’Est e dell’Ovest, ma anche una parte della politica e degli apparati dello Stato “preoccupati – come ipotizza il senatore dem – più per le carte di Moro che per la sua vita”. Giorni in cui sarebbe entrato nel vivo il ruolo di don Mennini, dopo che un altro contatto sarebbe stato “bruciato” dalle indagini della polizia.

LA FUGA DI CASIMIRRI - In questo coacervo si interessi, timori, angosce e freddezze, qualche ruolo ha giocato la diplomazia (quella segretissima) vaticana? Lo statista, di cui Mennini era stato allievo, avrebbe indicato proprio in quei giorni definiti da Fornaro come quelli “in cui tuta la vicenda subì torsioni forti e spesso oscure” ad indicare in lui a suoi sequestratori il canale da utilizzare. Possibile ridurre la figura di don Antonello a viceparroco di una chiesa vicino a piazza dei Giochi Delfici poco lontano dall’abitazione dello statista, “senza ricordare che il padre del sacerdote – annota Fornaro – era il numero due dello Ior e dicendo Ior si dicono molte cose”? Come un altro legame “chissà mai se si riuscirà a svelare o smentire” che potrebbe vedere nel contatto con la Santa Sede in ambito brigatista di Alessio Casimirri, il solo del commando di via Fani ad essere riuscito a sfuggire. Casimirri è cresciuto tra le mura leonine, il padre è stato per trent’anni potentissimo direttore della sala stampa vaticana. Dopo il sequestro riesce a fuggire, altrettanto miracolosamente riesce a riparare in Nicaragua paese che nega all’Italia l’estradizione e verso il quale dall’Italia partono, forse più volte, uomini dei servizi per tornare a mani vuote. Forse come previsto già prima di partire. Ancora una volta il ruolo del Vaticano nel tentativo di salvare la vita a Moro torna con tutto il suo peso di segreti. “Per questo la deposizione di monsignor Mennini è molto importante, anche se non credo che ci saranno colpi di scena. Ciò che disse Cossiga oggettivamente pare un po’ difficile da credere, se domani il prelato ce lo confermasse , beh per la storia del nostro Paese sarebbe qualcosa di difficile da definire con un semplice aggettivo… vedremo che cosa ci dirà, ma stento a credere che monsignor Mennini possa dire ciò che ha tassativamente escluso e smentito per tutti questi anni”. Certo, la sua resta una testimonianza attesa, caricata di molte aspettative, anche per via di quel rifiuto a tornare a deporre in Commissione opposto venti anni fa e motivato dal fatto che egli non avrebbe avuto nulla da aggiungere rispetto a quanto detto sia davanti ai magistrati, sia davanti alla prima commissione Moro. Evidentemente i parlamentari hanno ritenuto fosse giunto il momento per riascoltarlo per porgli altre domande.

L’HONDA - Domande, tante, ancora senza risposta. Come quelle sulla misteriosa moto Honda in via Fani da cui, l’uomo sul sellino posteriore, avrebbe sparato contro un giovane che passava su un motorino, Alessandro Marini. A riportare all’attenzione, poco più di un anno fa, quell’episodio con nuove rilevazioni era stato un ex ispettore della Digos di Torino, Enrico Rossi, che aveva indagato sulla pista che riconduceva a uomini dei Servizi come coloro che erano a bordo della Honda. Indagini che a detta dello stesso ispettore a un certo punto gli sarebbe stato impedito di continuare, così come si evince dalla trascrizione della sua audizione sempre in Commissione parlamentare di inchiesta. Per la magistratura quello di Rossi è un caso chiuso. Ma proprio ieri l’altro l’annuncio che la Procura generale presso la corte d'Appello di Roma torna a indagare sulla presenza in via Fani di una moto Honda. Il gip di Roma ha accolto la richiesta del pg Antonio Marini restituendo gli atti. Marini aveva presentato al gip la richiesta di revoca del provvedimento di archiviazione, firmato tre mesi fa dal predecessore Luigi Ciampoli. «Ci sono nuove emergenze processuali che giustificano l'esigenza di approfondire un capitolo che rappresenta uno dei misteri di via Fani. L'impossibilità di non essere riuscito a individuare i due che erano a bordo mi ha tormentato per anni» ha spiegato Marini. Tornerà in scena anche la misteriosa indagine del poliziotto torinese?

Stefano Rizzi (8 marzo 2015, Lo Spiffero)

 

       

 

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