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	<title>Chiudere gli 'Anni di piombo' - dBlog</title>
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	<tagline type="text/html">Chiudere gli 'Anni di piombo' - dBlog</tagline>
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		<title><![CDATA[Perché è importante l'orario del ritrovamento della R4]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img align="left" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/viacaetani.jpg" />Mi &egrave; capitato di leggere una serie di commenti su un’inchiesta di qualche anno fa il cui senso profondo non &egrave; stato ancora colto da nessuno.<br />Mi permetto di fare un piccolo intervento, dato che ritengo di conoscere un po' meglio di tutti la vicenda.<br />Al di l&agrave; delle ricostruzioni di cronaca che a distanza di 30 anni possono anche essere condizionate da elementi esterni, io credo che NESSUNO abbia compreso a fondo l'importanza della questione.<br />Che non &egrave; se hanno aperto la macchina cos&igrave; o cos&agrave;, se c’era tizio o caio, se tizio ha detto una cosa o un’altra.<br />Ma &egrave; l’orario.<br /> Gi&agrave; nel 1980, in Commissione Moro, Signorile indic&ograve; l’orario in cui seppe assieme a Cossiga del ritrovamento del cadavere di Moro alle 11. E lo disse quasi a ridosso dei fatti e di fronte a persone che non erano le ultime arrivate (ad esempio c’era il Sen. Flamigni tra i commissari). Nessuno obiett&ograve; nulla sull’orario. Io sarei saltato sulla sedia, per esempio…<br />Per tanti anni mi sono posto il problema di trovare un riscontro a quella dichiarazione di Signorile: non era facile in quanto l’unica strada era riuscire a trovare un testimone diretto.<br />Per caso incrociai Raso e mi stup&igrave; il fatto che non avesse scritto nel suo libro proprio l’orario in cui fu chiamato ad intervenire. Quando glielo chiesi e mi disse che era poco prima delle 11, capii che forse c’era una possibilit&agrave;. Per lui l'orario non era un problema e per molto tempo gli ho lasciato credere che fosse vero che la telefonata di Morucci fosse stata fatta nel primo mattino (di questo era convinto).<br />Il Maresciallo Circhetta ricorda perfettamente il momento in cui ricevette la chiamata dalla centrale in cui gli venne chiesto di rientrare urgentemente a Roma. Lo ricorda perch&eacute; stava facendo addestramento a circa un’ora di distanza dalla capitale: guard&ograve; l’orologio ed erano le 11. Lo ha ribadito con grande lucidit&agrave; anche il 9 maggio scorso nella trasmissione "Radio Anch’io" che lo ha intervistato nuovamente.<br />Tutti i colleghi di Raso che facevano parte del gruppo all’epoca hanno confermato l’orario e anche dei superiori di Raso<br />Un’agenzia delle 9.35 informa della visita di Signorile al Viminale. L’Onorevole ha sempre confermato sia l’orario, sia la circostanza dell’invito di Cossiga per il caff&egrave; a quell’orario.<br />Nei servizi dei TG di quel 29/06/2013, il sottosegretario Darida dice che lui stesso accompagn&ograve; Cossiga in via Caetani verso le 12, e sostiene di ricordarlo bene. Ora le 12 non saranno le 11 ma nemmeno le 14 in cui il Ministro si vide in via Caetani ripreso dalle telecamere. Qualcuno prima delle 14, evidentemente, Raso deve averlo visto.<br />E dato che l’orario credo sia ormai un dato di fatto, allora le domande che ci dovremmo porre sono altre:<br /><br />1) Come facevano le Istituzioni a sapere che l&igrave;, a quell’ora (le 11) c’era un’anonima macchina rossa che conteneva “la nota personalit&agrave;”?<br /><br />2) Come mai la notizia non la diede lo Stato (ad esempio il Ministero dell’Interno) ma si attese la famosa telefonata delle 12.13?<br /><br />3) A cosa serv&igrave; quel lasso di tempo in cui il cadavere del povero Moro fu tenuto in ostaggio dallo Stato?<br /><br />Queste domande, secondo me, portano diritti alla questione principale di tutta la vicenda: cosa realmente fece lo Stato per liberare il prigioniero, quali personaggi furono coinvolti, con quali obiettivi e con che risultati agirono.<br /><br />Perch&eacute; &egrave; questo il vero dubbio che ho sempre avuto: che lo Stato, pi&ugrave; dei brigatisti, non ci abbia raccontato quasi nulla e quel poco sia da catalogare in un mare di frottole.<br /><br />E quell’orario e ci&ograve; che successe nelle due ore successive, per me ne sono un concreto indizio.<br /><br /> ]]></content>
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	<entry>
		<title><![CDATA[Che fine ha fatto Alessandro Marini?]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=190</id>
		<created>2015-07-25T17:45:09+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img width"250" align="left" vspace="5" hspace="5" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/marini.jpg" />E’ una mia impressione o Alessandro Marini &egrave; (ri)sparito dalla circolazione?

<p>
	Tanti anni fa mi sarebbe piaciuto raccogliere la testimonianza di quello che &egrave; sempre stato consiedrato il testimone principale dell’agguato di via Fani, il famoso Ing. Alessandro Marini.<br />
</p>
<p>
	Lo chiesi, in una delle tante straordinarie chiacchierate, al caro amico <strong>Giuseppe Ferrara</strong> che ci aveva lungamente parlato sia in occasione della scrittura della sceneggiatura del suo film “Il caso Moro” sia negli anni successivi. <br />
</p>
<p>
	Nel suo libro “Il caso Moro” (ed. Massari, 2003) aveva dato ampio spazio a quello che secondo lui era stato un testimone pi&ugrave; volte minacciato al punto che il capitolo sulla testimonianza dell’ingegnere lo aveva intitolato “<em>Il testimone subornato</em>”. Ricordo anche il particolare dell'Avvocato che lo avvicin&ograve; per farlo desistere dal ripeter certe dichiarazioni, avvocato noto per la sua collaborazioni con i Servizi Segreti. <br />
</p>
<p>
	“Magari potessi fartelo conoscere– mi disse – purtroppo <strong>&egrave; morto prematuramente per una brutta malattia</strong>”. L’espressione del viso nascondeva un non so che di tristezza destinata a chi aveva avuto molte sfortune nella vita finendo con l’essere perseguitato dal suo stesso destino.
</p>
<p>
	Ricordo che quando il Procuratore Ciampoli fu ascoltato dalla Nuova Commissione Moro (ed era lo scorso novembre) sobbalzai nel sentire che il famoso Ing. Alessandro Marini era stato riascoltato ed aveva confermato le sue precedenti dichiarazioni. Ciampoli aveva avocato l’inchiesta sulla presenza di una moto Honda in via Fani ed aveva interrogato colui che, dal presunto passaggio di questa moto, avrebbe subito un tentativo di omicidio.<br />
</p>
<p>
	Mi attivai subito per capire se fossi io a ricordare male o se anche altre persone avevano e mie stesse informazioni. Dopo un giro di telefonate conclusi che <strong>qualcuno aveva messo in giro questa voce</strong> e che la cosa era stata presa molto sul serio se gente del calibro di Ferrara e Flamigni (ne cito solo due per dare l’idea che non si trattava di persone sprovvedute) sapevano della dipartita dalla vita terrena del famoso Ing. Marini.<br />
</p>
<p>
	Tengo a precisare che siamo tutti contenti che egli sia ancora in vita e stia bene, a scanso di equivoci. E che l’argomento di questo post non &egrave; la preventiva (falsa) sparizione di un testimone chiave ma di come ritengo incredibile il fatto che <strong>dopo ben 8 mesi dall’audizione del dott. Ciampoli, non si sia ancora provveduto alla convocazione di Alessandro Marini</strong>.<br />
</p>
<p>
	O meglio. La sua audizione era stata approvata nel mese di febbraio. E sarebbe stato difficile fare altrimenti proprio per la centralit&agrave; che le sue parole nelle varie sedi che lo hanno ascoltato in 37 anni sono citate una seduta si e l’altra pure!<br />
</p>
<p>
	Ma allora perch&eacute; non &egrave; stato possibile ascoltare, per la prima volta in tempi recenti e dopo le ultime indagini in cui la sua figura &egrave; tornata di primo piano, la viva voce del testimone principe di quella tragica mattina del 16 marzo 1978?<br />
</p>
<p>
	Uno strano collegamento mi tocca farlo: poche settimane dopo l’approvazione &egrave; uscito il testo “<strong>Questi fantasmi</strong>” di Gianremo Armeni che ridimensiona notevolmente i ricordi dell’Ing. emersi in tanti anni. <br />
</p>
<p>
	Chi pensa positivo potrebbe ritenere che si stia aspettando l’audizione di Armeni (anch’essa programmata) per poter fare un confronto qualitativo tra queste due facce della stessa medaglia. I maligni, invece, sarebbero autorizzati a pensare che le molte contraddizioni emerse nel “racconto giudiziario” che Armeni ha messo insieme abbiano sconsigliato un po’ tutti dall’andare alla ricerca di qualche figuraccia. Cio&egrave; prendere per buone nuove dichiarazioni che nelle carte potrebbero aver gi&agrave; trovato smentita all’epoca.<br />
</p>
<p>
	Qualunque sia la motivazione che ha mosso i Commissari nel non aver ancora dato seguito ad una cosa deliberata dalla loro assemblea, <strong>sarebbe troppo chiedere una parola di chiarezza in merito</strong>?<br />
</p>
<p>
	Concludo con un’osservazione. La Commissione si chiama “<strong>Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro</strong>” ma fino ad ora mi sembra che sulla morte si sia dedicato spazio prossimo allo zero. E nel capitolo della morte ci sono anche, e soprattutto, le trattative, le persone dello Stato che hanno avuto un ruolo, i piccoli interessi di bottega eclissatisi dietro il muro della "non trattativa". <br />
</p>
<p>
	Capisco che, cronologicamente e storicamente, prima avvenne il rapimento e solo in un secondo momento si arriv&ograve; all’omicidio ma andando avanti di questo passo si rischia di dimezzare gli obiettivi della Commissione per sopraggiunta fine della legislatura. Soprattutto se fosse anticipata…<br /><br />
</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=190"/>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Presentazione di "Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro"]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=189</id>
		<created>2015-05-28T14:24:25+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>
	 <img style="width: 250px;" align="left" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/Locandina_Questi_Fantasmi.jpg" vspace="5" hspace="5" /><br />
</p>
<p>
	Per chi vuole approfondire il lavoro svolto da Gianremo Armeni, oltre all'intervista che ho avuto il piacere di fargli, pu&ograve; recarsi alla presentazione del suo libro il giorno 3 giugno 2015 alle 17.30 presso la libreria ARION di Piazza Montecitorio a Roma.
</p>
<p>
	Ci saranno ospiti competenti per cui, comunque la si pensi sulla vicenda, sar&agrave; un'occasione utile di approfondimento e di conoscenza.
</p>
<p>
	Io, purtroppo, non potr&ograve; esserci per motivi di famiglia ma avr&ograve; la possibilit&agrave; di pubblicare sul sito l'audio integrale del dibattito per poterlo condividere con tutti voi.
</p>
<p>
	<br />
</p>
<p>
	<br />
</p>
<p>
	<br />
</p>
<p>
	<br />
</p>
<p>
	<br />
</p>
<p>
	<br />
</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=189"/>
		<issued>2015-05-28T14:24:25+01:00</issued>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Intervista a Gianremo Armeni: Questi fantasmi di via Fani...]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=188</id>
		<created>2015-05-28T11:57:35+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img style="width: 250px;" align="left" vspace="5" hspace="5" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/questi-fantasmi.jpg" />Su via Fani se ne sono dette tante: tutto e il contrario di tutto. E molti elementi sono diventati verit&agrave; accettate da tutti. Ad esempio il fatto che qualcuno dei presenti sul luogo dell’agguato, a bordo di una moto di grossa cilindrata, abbia tentato di uccidere un inerme testimone oculare. E sull’identit&agrave; di questo presunto killer si sono accesi i dibattiti pi&ugrave; infervorati cui abbiamo assistito in quasi 40 anni di indagini ed analisi. Oggi, un comune cittadino non pienamente convinto dei “presunti” fatti, ha portato a termine quella ricerca che nessuno ha saputo (o voluto) fare ed &egrave; arrivato a negare un ruolo attivo della moto nell’operazione. Basandosi su documenti inediti (stavolta &egrave; davvero cos&igrave;, documenti mai trasmessi alle varie Commissioni d’Inchiesta) ha messo in seria discussione l’attendibilit&agrave; di quello che tutti hanno sempre ritenuto il principale testimone: ricostruendone dichiarazioni e ricostruzioni il suo contributo risulta essere talmente pieno di contraddizioni da minarne alla base la fondatezza nel ricostruire la dinamica dell’agguato.</p>
<p>Gianremo Armeni, che oggi ho il piacere di presentare a tutti voi, ha svolto questa estenuante ricerca (durata anni), ha pubblicato un libro dal titolo “Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro” (edizioni “Tra le righe libri”) e, assieme, abbiamo fatto una bella chiacchierata non solo sulla sua inchiesta ma anche sul perch&eacute; chi avrebbe dovuto farla prima di lui perch&eacute; ha avuto sicuramente la possibilit&agrave; di analizzare quelle carte, non ha mai tirato fuori quei documenti.</p>
<p>Questo libro non pu&ograve; restare una voce inascoltata in quanto sulla base di un “malinteso” la Magistratura sta cercando i colpevoli di un reato che, in maniera inequivocabile, non &egrave; stato commesso. L’intervista si conclude con un appello di Gianremo Armeni al Procuratore Generale Antonio Marini per archiviare questa triste pagina del caso Moro.<br />
</p>
<p>L'appuntamento &egrave; per dopo la presentazione del libro che si terr&agrave; a Roma il 3 giugno: l'audio del dibattito sar&agrave; pubblicato in area riservata e chi vorr&agrave; potr&agrave; commentare ci&ograve; che si &egrave; discusso e porre le proprie domande all'autore del libro.</p>

<p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p>
<p><b>Da dove nasce l’esigenza di scavare a fondo attorno ad un argomento cos&igrave; 
specifico?<br>
</b>Da un sospetto: che nessun esperto del caso Moro da me interpellato era 
riuscito a sedare, ed ora capisco anche il perch&eacute;, perch&eacute; nessuno si era mai 
preoccupato di scandagliare chirurgicamente le dichiarazioni dell’ingegner 
Marini e verificare su quali basi era stato determinato dalla magistratura quel 
passaggio processuale. Avendo studiato la storia delle Brigate rosse a partire 
da Chiavari, ho dubitato sin da subito della versione del teste Marini. I 
brigatisti, in tutta la loro storia, non hanno mai attentato alla vita di un 
civile, &egrave; sempre stato un vanto garantire l’incolumit&agrave; di persone terze rispetto 
all’obiettivo. Se a sparare al teste fossero stati invece uomini dei servizi o 
degli apparati statali, come ipotizzato dai sostenitori del complotto, ci&ograve; 
sarebbe risultato ancor pi&ugrave; bizzarro perch&eacute; per un’operazione cos&igrave; complessa e 
delicata non avrebbero mai assoldato due mentecatti.</p>
<p><b>Quale &egrave; stato il primo documento che, in qualche modo, ti ha spinto ad 
andare “fino in fondo”?<br>
</b>In realt&agrave; non c’&egrave; stato un primo documento rivelatore, c’&egrave; stato un insieme 
di elementi che continuava a ronzarmi nella testa ma che non riuscivo a definire 
con chiarezza. La sentenza di primo grado del “Moro uno”, tutti i verbali delle 
dichiarazioni di Marini, gli esami degli altri testi, e tante altre informazioni 
che avevo raccolto, hanno concorso a stimolare un’indagine pi&ugrave; approfondita. A 
quel punto ho iniziato ad analizzare tutte le frasi proferite sotto giuramento 
da Alessandro Marini, e ci&ograve; che &egrave; emerso &egrave; stato davvero inimmaginabile, come se 
ci fosse stata una partita a scacchi tra il teste e la magistratura. E’ invece 
esistito un documento, il verbale del 6 luglio 1982, dibattimento “Moro uno”, 
che ho trovato presso l’archivio della Corte d’Assise dopo aver gi&agrave; accertato 
l’incongruenza di molte affermazioni dell’ingegnere, che mi ha lasciato davvero 
sconcertato perch&eacute; d&agrave; un’altra versione dei fatti rispetto a ci&ograve; che abbiamo 
sempre saputo.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Documenti noti, documenti meno noti, documenti ignorati. Cosa possiamo 
ancora aspettarci di trovare?<br>
</b>Mi sono fatto un’opinione ben precisa in merito: c’&egrave; ancora molto da trovare 
per smentire altre affermazioni esuberanti. Oltre a quei 3-4 documenti relativi 
alle aree tematiche di maggior interesse trattate nel libro, ho scoperto almeno 
6 verbali di testimoni che hanno dichiarato di aver chiamato il 113 ad azione 
ancora in corso, ottenendo subito la comunicazione, demolendo in tal modo tutta 
la dietrologia sul sabotaggio delle linee telefoniche. Se noi immaginiamo che la 
prima commissione Moro ha dedicato non so quante audizioni e interrogazioni al 
mistero delle linee telefoniche, quando gi&agrave; c’erano documenti e segnalazioni 
della questura che negavano tutto il costrutto, abbiamo l’esatta dimensione 
della portata dell’affaire. Qualcuno non ci ha forse raccontato che la signora 
De Andreis sent&igrave; parlare in lingua tedesca? Ho cercato i suoi verbali ed ho 
preso atto che aveva sempre escluso che la lingua avesse tale origine. E di 
questi esempi, nel libro, ne trovi in quantit&agrave; industriali. Sono dell’opinione 
che qualcuno, molto attivo a ridosso dei primi anni Ottanta, e qualcun altro che 
ha raccolto il testimone nella successiva commissione stragi, abbia seriamente 
pensato di avere una propria esclusiva sulla documentazione a disposizione. 
Consiglio a tutti i giovani studiosi del caso Moro di avviare indagini autonome, 
indipendenti da tutta la letteratura esistente, compreso il mio testo. 
All’inizio riuscirono a persuadermi della bont&agrave; di alcuni assunti, facendomi 
perdere anni alla ricerca di ulteriori elementi che potessero corroborare la 
congiura degli apparati statali, ma nel confronto ravvicinato con le carte ho 
trovato solo smentite. In un caso cos&igrave; complesso e cos&igrave; vasto ci si pu&ograve; trovare 
tutto ci&ograve; che si desidera trovare, a patto che si ometta tutto ci&ograve; che lo nega.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Alessandro Marini, un teste attendibile. Per anni considerato il pi&ugrave; 
attendibile. Almeno fino ad ora. Perch&eacute;, secondo te?</b><br>
Faccio una premessa, che poi lascia anche intuire la risposta. I documenti che 
ho passato al setaccio, e le analisi che ho svolto sulla base di essi, non sono 
inediti in quanto una mia pura esclusiva. Essendo gi&agrave; esistenti da decenni, 
devono considerarsi non soltanto editi, ma anche noti alle autorit&agrave; che hanno 
indagato la questione della moto Honda. In che momento diventano “inediti”, 
paradossalmente? Quando uno studioso decide di allegarli al suo libro. Questi 
verbali e questa documentazione erano presenti nei fascicoli processuali sin dal 
1978, e la mia ricerca &egrave; uscita a marzo 2015. Faccio molta fatica a credere che 
nessun altro, che si &egrave; battuto anima e corpo nella dimostrazione di alcuni 
teoremi, non li abbia passati in rassegna, cercati, visionati... Prendiamo, ad 
esempio, il documento dell’iter del parabrezza che ho rincorso per mesi, fino a 
trovarlo presso l’ufficio corpi di reato, che dimostra senza appello come 
nessuna perizia sia mai stata eseguita sul parabrezza pi&ugrave; famoso della storia 
dei ciclomotori, ebbene, ci troviamo di fronte a una situazione molto nebulosa. 
Il senatore Granelli, in una relazione della commissione stragi, scrive che &egrave; 
stata eseguita una perizia e che l’indagine peritale ha dimostrato 
inequivocabilmente come il parabrezza sia stato attinto da colpi d’arma da 
fuoco. Io avevo le prove che tutto ci&ograve; non era vero, eppure in un documento 
istituzionale si affermava il contrario. Qualcuno mi spieghi anche come mai 
nessun osservatore - sostenitore della tesi del ruolo attivo della Honda - abbia 
ritenuto di verificare quella perizia per portare l’opinione pubblica a 
conoscenza di altri dettagli degni di curiosit&agrave;: che tipo di arma venne usata 
contro Alessandro Marini, se faceva parte delle 6 gi&agrave; individuate, quanti colpi 
vennero riscontrati contro il parabrezza, se venne forato o solo colpito di 
striscio, il calibro, la direzione dei proiettili, e tutta una serie di elementi 
tecnici che abbondano nelle perizie balistiche. Magari qualcuno lo ha fatto 
questo tentativo e ha scoperto che mancava l’elemento originario? Il teste 
Marini &egrave; stato sempre ritenuto super affidabile perch&eacute; egli &egrave; dal 16 marzo 1978 
la prova regina – per citare un passaggio della prefazione di Vladimiro Satta – 
e l’architrave su cui si &egrave; sempre poggiato il teorema della funzione attiva 
della moto.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>La moto non ha avuto un ruolo operativo e non ha sparato su nessuno. I 
documenti che tu analizzi lo provano chiaramente. Eppure sul suo ruolo &egrave; stato 
detto di tutto e costruiti i teoremi pi&ugrave; disparati. Quali altri presunti misteri 
su Via Fani potrebbero crollare presto secondo te?</b><br>
Non parlerei tanto di teoremi che potrebbero crollare, perch&eacute; un teorema per 
essere tale deve anche essere sostenibile e condiviso da una vasta platea. In 
circolazione esistono invece molte analisi di fantasia che non hanno bisogno di 
essere messe in discussione proprio perch&eacute; non esistono nella realt&agrave;. Io credo 
che molti magistrati, e insigni studiosi, mi vengono subito in mente Satta, 
Clementi, Casamassima... e tanti altri che non cito solo per non dilungarmi, 
abbiano ampiamente dimostrato nelle loro ricerche come il caso Moro abbia 
raggiunto un livello di conoscenze senza precedenti, demolendo molti assunti 
fantasiosi che hanno generato un mistero dietro l’altro. La presunta funzione 
attiva della moto Honda non la considero un’analisi di fantasia, specie perch&eacute; 
nella gi&agrave; citata sentenza venne scritto quel che venne scritto, e in una 
commissione parlamentare si fece riferimento alla perizia del parabrezza. 
Considero assurdo tutto ci&ograve; che in modo indiscriminato e incontrollato &egrave; stato 
piazzato a bordo della due ruote giapponese. Non escludo che all’interno della 
storia dell’organizzazione armata, e dei 55 giorni in particolare, possano 
sussistere zone grigie mai sufficientemente chiarite, che ci possa essere 
qualche militante che &egrave; riuscito a sottrarsi alle proprie responsabilit&agrave;, ma 
questi sono aspetti della vicenda connaturati in ogni organizzazione illegale. 
Credo che dietro alle grandi affermazioni, del tipo “a sparare in via Fani sono 
stati i servizi”, ci debbano essere grandi prove.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Una moto &egrave; stata vista comunque attraversare la scena dopo la fuga dei 
brigatisti. Possiamo escludere che si trattasse di un soggetto esterno alle BR 
che, bisognerebbe capire come mai, era li per verificare cosa era successo? E 
che magari durante l’azione si era tenuta a debita distanza?</b><br>
Possiamo escludere in modo inequivocabile che si trattasse di soggetti coinvolti 
nell’azione terroristica, e possiamo escludere che fossero personaggi informati 
dell’agguato e rimasti appartati in attesa che tutto finisse. Ho ricomposto il 
mosaico facendo interagire tutti gli elementi, sonori, geografici, e 
testimoniali. Non esiste alcun margine, a mio avviso, che possa far ipotizzare 
il contrario. Nel libro ci sono pagine e pagine di dettagli (&egrave; sintomatica la 
ricostruzione che alcuni osservatori fanno del testimone Luca Moschini e che 
smentisco allegando i suoi verbali) che relegano la moto a semplice appendice 
estranea a tutto, cos&igrave; come lo saranno stati in quei due minuti di ritardo con 
la quale si &egrave; palesata tutti i mezzi e le persone che sono transitati dopo la 
fuga dei “cancelletti”. Nel mio testo la figura di Alessandro Marini ne esce 
demolita, di Luca Moschini nemmeno bisognerebbe parlarne dopo aver letto 
attentamente le sue dichiarazioni, per quanto riguarda Intrevado rimando al 
testo.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Si &egrave; parlato, lo scorso anno, della presenza, a bordo della moto di due 
ragazzi del movimento (Roberta Angelotti e Giuseppe Biancucci) che avevano 
appena smontato dal turno notturno in un garage di via Stresa. Tu hai trovato 
documentazione in grado di acclarare questo fatto? Che idea ti sei fatto di 
questa interpretazione?</b><br>
Ho chiesto i verbali ma le trafile burocratiche mi hanno fatto desistere, e poi 
avevo gi&agrave; trovato i documenti che demolivano la funzione attiva della moto, e a 
me questo bastava. Perdere altri mesi prima di avere tra le mani il verbale 
Digos di Biancucci e Angelotti, senza avere la certezza di ottenerlo, 
sinceramente non lo ritenevo proficuo. Non ho elementi tali che possano 
avvalorare in modo oggettivo la presenza dei due autonomi, per&ograve; inserisco i due 
giovani in un contesto pi&ugrave; organico rispetto a quanto si era fatto sino adesso, 
un contesto probatorio risultante da pi&ugrave; livelli di ricerca come hai potuto 
notare, e credo che la tesi di Peppo e Peppa sia molto plausibile, seppur non 
definitiva.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Il ruolo attivo della moto ed il suo ruolo operativo nella dinamica 
dell’azione, l’ho precisato prima, sono una cosa. E la si poteva escludere in 
base a ragionamenti logici. Adesso i tuoi documenti elevano l’ipotesi a livello 
di fatto. Senza pi&ugrave; margini di manovra. Ma il passaggio di una moto sul luogo 
dell’azione, diciamo un minuto dopo la fuga dei brigatisti, perch&eacute; non sarebbe 
potuto essere un curiosare interessato di chi si era volutamente tenuto a debita 
distanza?</b> <br>
Rispetto le opinioni di tutti, ma continuerei ad escluderlo perch&eacute; questo 
curiosare a distanza non &egrave; confortato dal quadro probatorio risultante. Se 
avessero voluto ficcare il naso senza intervenire, a mio avviso, si sarebbero 
potuti scegliere un posto in prima fila, magari all’incrocio con via Stresa, 
fingendo di essere stati fermati dal cancelletto al pari di altri testimoni, e 
nessuno li avrebbe potuti confondere come soggetti in qualche modo implicati. 
Non &egrave; questa la sede per argomentare al meglio la risposta, ma esiste tutta una 
serie di altre ragioni che mi porta a pensarla diversamente.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Tornando ai presunti “Peppe e Peppa”, non penso sia irrilevante quel 
documento. Senza cercare lontano, ne hanno parlato lo scorso anno alcuni siti 
(commettendo dei grossolani errori, tuttavia). Non basterebbe chiedere a loro? 
Se hanno approfondito la notizia devono avere in mano qualcosa o, quantomeno, 
conoscere la catalogazione esatta di quel verbale di ammissione. Chiuderebbe 
definitivamente la questione.</b><br>
Hai ragione, non &egrave; irrilevante, ma qui distinguerei il piano storiografico da 
quello giudiziario. In merito al primo aspetto credo sia molto importante 
approfondire la questione per posizionare altre tessere nel mosaico. 
Diversamente, come ha scritto Vladimiro Satta nella prefazione, con il quale 
concordo, il tentativo di cercare questi due centauri, una volta escluso il 
coinvolgimento della moto, non sarebbe nemmeno cos&igrave; determinante sul piano 
giudiziario. Non so francamente cosa abbiano in mano quei siti a cui fai 
riferimento, probabilmente notizie di prima mano ma non il verbale, anche se non 
ho certezze in merito. Fonti attendibili mi confermano l’abitazione di Biancucci 
in via Stresa. Su quel verbale ho un’idea ben precisa: noi sappiamo che in 
procura, quella di Roma, &egrave; depositata l’istruttoria del sexies, che stando a 
quanto riferito dal procuratore generale Antonio Marini ruoterebbe per larghi 
tratti attorno al ruolo della Honda. Biancucci e Angelotti sono stati 
interrogati dalla Digos. Mi pare evidente che il giudice Marini abbia acquisito 
quelle sommarie informazioni facendole diventare parte integrante del fascicolo 
custodito in tribunale, che &egrave; off limits per i non addetti ai lavori.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Ci sono due particolari che mi hanno molto colpito, apparentemente due 
dettagli che, per&ograve;, in chiave interpretativa possono risultare fondamentali. Il 
primo riguarda il “famoso” parabrezza del motorino di Marini. Sia il Commissario 
Granelli in una relazione per l’allora Commissione Stragi, nel 1994 parla di una 
perizia sul parabrezza. L’ex Giudice Imposimato, addirittura, scrive in un suo 
libro che i buchi sul parabrezza erano visibilissimi (e questo confermava 
l’attendibilit&agrave; del teste). Mi sembra che tu abbia cercato a lungo la perizia …</b>
<br>
Come ti dicevo in precedenza, ho scoperto un documento che ripercorre l’iter del 
“parabrezza”, una sorta di carta d’identit&agrave; del reperto che sconfessa qualsiasi 
ipotesi d’indagine peritale. I destinatari della tua domanda dovrebbero essere 
Imposimato e Granelli, quest’ultimo credo sia scomparso, ma il primo potrebbe 
chiarire almeno due aspetti. Com’&egrave; possibile che egli individu&ograve; dei fori di 
proiettile sul parabrezza quando, come hai potuto appurare anche tu dal mio 
testo, &egrave; escluso che qualcuno abbia sparato all’ingegnere? Difatti, la mia 
analisi &egrave; volta proprio a demolire qualsiasi ipotesi di tentato omicidio, 
volontario che fortuito, sia che il parabrezza venne attinto da colpi, sia che 
andarono a vuoto, e a inficiare il ruolo attivo della moto non limitando il 
discorso all’attendibilit&agrave; di Marini, anche se poi questa &egrave; stata da sempre la 
prova regina di determinate teorie. Qualche mese fa, Paolo Persichetti, sul sito 
“Insorgenze”, &egrave; stato autore di uno scoop che ha ritratto il famoso motorino 
davanti al bar Olivetti. La foto inizialmente era in bianco e nero, 
successivamente, Nicola Lofoco ha individuato una diapositiva molto nitida, a 
colori, dove si evince in modo cristallino l’assenza dei fori. Se invece 
dovessimo accreditare l’altra versione, quella dei colpi deviati dal parabrezza, 
quindi con imprecisati segni di striscio, da profano, credo - e questo &egrave; il 
secondo quesito da porre – che l’ex giudice istruttore, in entrambi i casi, 
avrebbe dovuto chiedere un’immediata perizia fugando in tal modo tanti dubbi e 
individuando l’eventuale arma utilizzata. Perch&eacute; i due frammenti di parabrezza 
vengono segnalati dalla Digos come corpo di reato (vd. foglio rosa allegato al 
libro), su richiesta del giudice istruttore, e poi vengono rinchiusi in un 
magazzino senza essere indagati da un perito balistico? Potrebbe averla chiesta 
alla Corte ed aver ottenuto un rifiuto? Sarebbe interessante conoscere sia la 
sua di versione, che quella del presidente Santiapichi. Inoltre, Alessandro 
Marini ha sempre parlato, nelle sue tante versioni discordanti, di un solo foro, 
mentre Imposimato usa il plurale nel suo libro. Io credo che qualcuno debba 
delle risposte alla societ&agrave; civile, non a noi due.</p>
<p><b>Il secondo riguarda le presunte minacce che Marini avrebbe ricevuto nei 
mesi successivi alle sue deposizioni proprio sulla moto Honda. La sua utenza fu 
messa sotto controllo ma le registrazioni non &egrave; sembrato che siano interessate 
pi&ugrave; di tanto.</b><br>
Questo, a mio avviso, &egrave; l’aspetto pi&ugrave; inquietante di tutta la faccenda perch&eacute; 
non posso credere che a nessun inquirente fosse venuto il sospetto. Le 
dichiarazioni dell’ingegner Marini, da alcuni riferimenti temporali che ho 
radunato, stridevano in modo imbarazzante. Eppure, il tema delle intimidazioni 
ha rivestito all’udienza del “Moro ter” il 90% della deposizione del teste, e 
questo i frequentatori del tuo blog lo possono verificare pacificamente andando 
sul sito di radio radicale, e cercare la deposizione di Alessandro Marini del 7 
ottobre 1987. Si parl&ograve; solo di questo aspetto. Il nastro del baracchino che gli 
venne assegnato per registrare le telefonate non venne mai sbobinato, ci ha 
pensato 36 anni dopo il Procuratore Generale, dott. Ciampoli, che in audizione 
davanti alla commissione ha detto chiaramente che le minacce non avevano nessuna 
attinenza con la strage. Questo aspetto della vicenda non ha forse sempre fatto 
da corollario al tentato omicidio e al coinvolgimento della moto?</p>
<p><b>Per chiudere sulla moto. Che idea ti sei fatto? Una moto 
(indipendentemente da chi e perch&eacute;) &egrave; passata sul luogo dell’agguato dopo la 
conclusione dell’azione o no?</b><br>
Secondo me dovremmo attenerci ai fatti. Tutto ci&ograve; che esula dal ruolo attivo del 
mezzo nell’attacco terroristico, e in questo discorso rientrano naturalmente 
Peppo e Peppa, assume contorni del tutto secondari ed estremamente aleatori 
perch&eacute; qualsiasi ipotesi potrebbe prestarsi a un’infinit&agrave; di interpretazioni. Mi 
permetto di fare un discorso semplicissimo. Chi ha raccontato di aver visto una 
moto? Per essere pi&ugrave; precisi: chi avrebbe visto passare una moto dopo la fuga 
del commando, quando tutto era gi&agrave; terminato e non c’era pi&ugrave; nulla di anomalo da 
notare? Alessandro Marini, come hai potuto comprovare, ha costruito ex novo un 
pezzo di storia. Intrevado fa le sue dichiarazioni una ventina di giorni dopo, 
quando gi&agrave; sapeva che era circolata una certa notizia, che oggi sappiamo essere 
stata distorta. Abbiamo poi un medico, Moschini, che ne vede ancora un’altra, 
prima e non dopo l’azione, di colore diverso, di diversa cilindrata, in un’altra 
posizione, e per giunta non ci dice nemmeno che fosse una Honda. Infine, anche 
Bruno Barbaro ci parla di un due ruote – senza fornirci nessun dettaglio sul 
mezzo - che transita abbastanza dopo la fuga dei brigatisti, ma non pu&ograve; 
corrispondere a quella presunta vista da Marini e Intrevado perch&eacute; non 
combaciano i tempi. Ebbene, ci sono 3 moto diverse che passano o stazionano in 
zona nell’arco di circa 5-10 minuti. Probabilmente, ne saranno passate altre 5 
per via Stresa, e altre 4 saranno state parcheggiate in via San Gemini... 
Capisci cosa voglio dire? Tutto ci&ograve; che non pu&ograve; essere addomesticato con 
elementi plausibili si presta a illazioni di varia natura, impossibili da 
controllare.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Quali sono state le prime reazioni al tuo lavoro che, ricordiamo, &egrave; in 
libreria ormai da qualche mese? E’ quello che ti aspettavi?</b><br>
E’ accaduto esattamente quello che mi aspettavo. In molti, te compreso, hanno 
preso atto di ci&ograve; che non poteva essere demolito opponendo solo ipotesi, ed &egrave; 
abbastanza intuibile la reazione degli altri, ma questo va messo in preventivo 
per ogni libro che si scrive. Le cose si fanno anche per essere vagliate 
criticamente da chi la pensa in modo contrario.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Torniamo alla ricerca documentale che ha permesso la costruzione 
dell’inchiesta. Come ti sei mosso tra le varie ubicazioni dove &egrave; possibile 
reperire documenti giudiziari? E’ stato difficile? E’ un qualcosa che prevede 
delle “barriere all’ingresso” o &egrave; alla portata di tutti?</b><br>
Nel testo ho inserito una piccola guida che dovrebbe orientare gli studiosi 
neofiti della materia. La barriera pi&ugrave; invalicabile &egrave; costituita dalla posizione 
geografica in cui si trovano le carte. Per chi non vive a Roma &egrave; oggettivamente 
un ostacolo la loro consultazione, almeno fino a quando l’archivio di Stato non 
concluder&agrave; la digitalizzazione di tutto il complesso informativo. Sul web si 
trova qualcosa inerente ai lavori delle precedenti commissioni, ma ti assicuro 
che &egrave; una porzione infinitesimale rispetto alla documentazione presente negli 
archivi. Per visionare gli atti della commissione stragi &egrave; sufficiente un 
tesserino che viene rilasciato dall’archivio storico del Senato dopo aver 
compilato un modulo online. Per l’archivio della Corte d’Assise di Roma, le cose 
si fanno gi&agrave; un tantino pi&ugrave; complicate perch&eacute; bisogna inviare una richiesta 
scritta al presidente del tribunale di Roma, e poi, in caso positivo, rispettare 
la programmazione del cancelliere. Per lo studio dei 130 volumi della prima 
commissione Moro non esiste nessuno scoglio, basta recarsi nelle biblioteche di 
Camera e Senato.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Quali sono stati i tempi necessari a mettere insieme tutti i documenti che 
hai trovato?</b> <br>
Non lo so con precisione. Posso soltanto dire che la ricerca &egrave; iniziata 5 anni 
fa senza sapere esattamente dove mi avrebbe portato il successivo confronto con 
la documentazione. Questi cinque anni sono stati necessari per lo studio della 
stragi, della Moro, e dei faldoni conservati a Rebibbia, presso l’archivio della 
Corte d’Assise.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Perch&eacute;, secondo te, altri storici, giornalisti, scrittori ben pi&ugrave; noti di 
te non l’hanno fatto prima? Per limiti professionali, pigrizia o per malafede?</b><br>
Anche qui il discorso andrebbe distinto. Tutti gli studiosi che non vivono a 
Roma sono oggettivamente impossibilitati a mettere insieme tutto quel materiale 
documentale che ho potuto raccogliere; sono costretti a basare la loro 
conoscenza su fonti che non sono primarie. Se l’elemento originario subisce una 
distorsione - &egrave; il caso di quel passaggio della relazione Granelli – la notizia 
si diffonde in modo veritiero, quando invece &egrave; soltanto una leggenda. Per questo 
ribadisco l’umile consiglio a chi voglia interessarsi della materia: va bene 
leggere tutto, ma &egrave; altrettanto indispensabile svolgere indagini autonome e 
indipendenti. Poi esistono tutti quegli osservatori che si sono lasciati 
persuadere dalla sentenza del “Moro uno”, e non avevano legittimamente nessuna 
ragione per andare a scavare oltre ci&ograve; che era passato in giudicato. Infine, 
coerentemente con una risposta che ti ho gi&agrave; dato in precedenza, c’&egrave; qualcuno 
che sin dagli anni Ottanta ha avuto un accesso privilegiato alla documentazione, 
ma questo non mi autorizza a sostenere che ci sia stata malafede. Quest’ultimo 
aspetto lo potranno valutare soltanto i lettori.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Se avessi la possibilit&agrave; di scegliere, su quale altro filone scaveresti?</b><br>
Per il momento non ho focalizzato appieno l’idea sulla quale lavorare in futuro.<br>
&nbsp;</p>
<p><b>Adesso cosa sarebbe necessario fare?</b><br>
E’ incredibile come la leggenda della Honda, dei suoi occupanti, e del tentato 
omicidio ai danni di un testimone sia potuta proliferare per quasi quattro 
decenni. Spero, e ho fiducia in questo, che il procuratore generale Antonio 
Marini, che rappresenta un pezzo importante della storia giudiziaria di questo 
paese, un uomo che tutti stimiamo, chiuda una volta e per tutte questa triste 
pagina, prendendo atto del fatto che la sentenza di primo grado, in merito al 
tentato omicidio e al ruolo attivo della moto, &egrave; stata edificata unicamente 
sulle parole di un testimone sconvolto dall’azione, in assenza di ogni riscontro 
probatorio. Sono 37 anni che le istituzioni di questo paese, politiche e 
giudiziarie, cercano questo mezzo e i due centauri, ma senza alcun risultato 
perch&eacute; a tutt’oggi abbiamo gli stessi elementi di allora; non c’&egrave; stato alcun 
progresso. La falla va individuata nella distorsione di un frammento della 
strage gi&agrave; a partire dal 16 marzo 1978, non ravvisata dalla prima Corte d’Assise 
nella sentenza del 24 gennaio 1983. In una tua precedente domanda hai scritto 
che nel libro si trovano documenti e fatti che non pongono pi&ugrave; nessun dubbio sui 
temi in questione, ma ci&ograve; &egrave; stato possibile soltanto ripartendo da quello che ho 
definito l’anno zero, ossia la revisione di tutte le carte che preesistevano 
rispetto a quanto passato in giudicato. Io credo che il giudice Marini, una 
volta confrontatosi con questa realt&agrave;, con il suo elevato senso delle 
istituzioni e l’alta concezione che ha della giustizia, non abbia alcuna 
difficolt&agrave; a mettere almeno in discussione alcune convinzioni, e questo 
rappresenterebbe – in un’epoca in cui nessuno lo fa - un atteggiamento 
assolutamente edificante perch&eacute; la memoria dell’onorevole Moro e dei suoi 5 
agenti di scorta appartiene soprattutto alla societ&agrave; civile.</p>]]></content>
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		<issued>2015-05-28T11:57:35+01:00</issued>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Giannino Guiso, la trattativa e le minacce...]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=187</id>
		<created>2015-04-03T08:40:06+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p> 	<img align="left" vspace="5" hspace="5" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/guiso.jpg" style="width: 250px; text-align: left; margin: 5px;" alt="" />Pochi giorni fa &egrave; venuto a mancare l&rsquo;avv. <strong>Giannino Guiso</strong>. Come ricordano molti giornali fu avvocato difensore di Craxi, Mesina e Pillitteri. Avvocato vicino al PSI, difese diversi politici implicati nella stagione di Mani Pulite. Qualcuno ricorder&agrave; la frase &ldquo;La storia giudicher&agrave; chi ha tentato di giudicarlo&rdquo; che Giannino Guiso pronunci&ograve; nel gennaio del 2000 subito dopo la morte dell&rsquo;assistito ed amico Bettino Craxi. </p>
<p> 	In questi giorni &egrave; stato ricordato anche un altro ruolo importante: quello che fece, come <strong>difensore di Curcio e Franceschini</strong> da un lato, e come esponente dell&rsquo;area socialista dall&rsquo;altro, di avviare un tentativo di trattativa per la liberazione di Aldo Moro coinvolgendo i brigatisti del cosiddetto &ldquo;nucleo storico&rdquo; che in quei giorni erano sotto processo a Torino. </p>
<p> 	Mentre lavoravo all&rsquo;ultimazione della prima edizione di <em>Vuoto a perdere</em>, riuscii a stabilire un contatto con l&rsquo;avv. Guiso: me ne interessai perch&eacute; parlando dell&rsquo;azione &ldquo;umanitaria&rdquo; del PSI il suo ruolo era stato importante e volevo avere il suo parere su ci&ograve; che avevo scritto e, soprattutto, se avesse qualcosa da aggiungere. <br /> </p>
<p> 	Nei primi colloqui fu molto cordiale. Mi parl&ograve; del tentativo di individuare un terrorista che non si fosse macchiato di reati di sangue e, a seguito di una prima analisi, vennero fuori i nomi di Cesare Maino e Alberto Buonoconto.<br />Gli spedii la parte del testo che lo vedeva, in qualche modo, coinvolto. Quando lesse queste parole, Guiso and&ograve; su tutte le furie: </p>
<p> 	&lt;&lt;<em>Secondo Franceschini, fu steso un comunicato nel quale i brigatisti storici proponevano di spostare il terreno della trattativa, dalla liberazione di prigionieri politici al miglioramento delle condizioni carcerarie. Fu chiesto all&rsquo;avvocato Guiso di riferire a Craxi, che se i socialisti avessero appoggiato la proposta, i detenuti avrebbero dichiarato pubblicamente che &ldquo;la vita di Moro doveva essere salvata&rdquo;</em>.&gt;&gt; </p>
<p> 	Mi disse che questa affermazione non stava n&eacute; in cielo n&eacute; in terra e che le cose stavano in modo molto diverso. Che altro non ero se non l&rsquo;ennesimo tentativo di strumentalizzazione della sua vicenda, sulla quale era sempre stato chiaro e trasparente.<br />Poi gli dissi che forse non ricordava bene il testo che gli avevo mandato in quanto, poche righe prima, specificavo che quella frase non era mia ma del suo ex assistito Alberto Franceschini e che lo aveva scritto in un libro da poco uscito.<br />Il suo atteggiamento cambi&ograve;. Torn&ograve; ad essere cordiale e disponibile, mi disse che avrebbe chiarito questa dichiarazione con l&rsquo;ex terrorista e mi raccont&ograve; altre cose. </p>
<p> 	Ad esempio mi disse che, secondo lui, la sua iniziativa era molto concreta e aveva buone possibilit&agrave; di essere portata a termine. Solo che qualcuno, probabilmente, si mise di traverso spezzando il dialogo che Guiso aveva pazientemente costruito e stava faticosamente portando a termine.<br /><strong>Pochi giorni prima del 9 maggio</strong>, inizi&ograve; a riscontrare cambiamenti di atteggiamento nei suoi riguardi: dove prima vi era attenzione e interesse not&ograve; diffidenza e lassismo. Tanto che, mi disse, quelli che prima lo definivano &ldquo;<strong>illustre cassazionista</strong>&rdquo; lo etichettavano come un &ldquo;<strong>oscuro avvocato di provincia</strong>&rdquo;. E fu il suo amico Walter Tobagi a metterlo in guardia: &ldquo;Ti vogliono fermare&rdquo;. <br /> </p>
<p> 	Lui era davvero convinto di riuscire ad ottenere la liberazione di Moro e contava molto sull&rsquo;apertura di Fanfani (che aveva preso accordi con il vice presidente del PSI Signorile). Guiso aveva una possibilit&agrave; in pi&ugrave;, a differenza di altri, e sapeva di poterla utilizzare al meglio: le pressioni su Curcio e sugli altri perch&eacute; facessero una dichiarazione esterna. E si era arrivati ad un passo dall'ottenerla... </p>
<p> 	E poi mi disse la sua opinione cocnlusiva, e parlo di opinione in quanto non mi &egrave; stato possibile confortarla da fatti. </p>
<p> 	&ldquo;Le Brigate Rosse - mi disse con tono molto calmo - sono state costrette ad uccidere Aldo Moro&rdquo;<br />&ldquo;Cosa vuole dire?&rdquo; <br />&ldquo;Esattamente quello che ho detto&rdquo;<br />&ldquo;Si &ndash; replicai cercando di farlo essere pi&ugrave; preciso &ndash; ma questa era un&rsquo;ovvia conseguenza se si considera che dall&rsquo;altra parte non si volle trattare&rdquo;<br />&ldquo;Non mi ha capito. Loro lo volevano liberare. Sono state costrette dall&rsquo;esterno&hellip;&rdquo;<br />Non feci a tempo ad aggiungere nulla che stronc&ograve; la comunicazione.<br />&ldquo;E non mi faccia aggiungere altro. Ho gi&agrave; subito due attentati per aver detto queste cose e non ho nessuna intenzione di subirne un terzo. Arrivederci.&rdquo; </p>
<p> 	Da allora non l&rsquo;ho sentito pi&ugrave;. Avrei potuto richiamarlo, approfondire, magari anche invitarlo ad una presentazione del libro, ma preferii rispettare quella sua decisione di chiudere la conversazione. Perch&eacute; era evidente che questo era il suo intento, con quella frase conclusiva. </p>
<p> 	Nei colloqui precedenti, Guiso mi parl&ograve; del caso Moro per quello che, secondo lui, era: <span style="font-weight: bold;">un sequestro di persona</span>. Perch&eacute; il 16 marzo c&rsquo;era stato un omicidio plurimo, il 9 maggio un ulteriore omicidio ma nei 55 giorni la vicenda altro non era che un sequestro di persona. Politico, ovviamente, ma sempre un sequestro. <span style="font-weight: bold;">E nei sequestri, si tratta</span>. E trattare non vuol dire dare degli ultimatum unilaterali ma, in qualche modo, dialettizzarsi.</p>
<p>Guiso ha scritto un libro a ridosso della vicenda, &ldquo;La condanna di Aldo Moro&rdquo; (1979) che non ha avuto la diffusione che meritava, soprattutto nel tempo. Forse non a caso.</p>
<p>La sostanza delle parole di Guiso, che non credeva ovviamente a eterodirezioni o condizionamenti esterni delle BR, &egrave; molto semplice.<br />Al di la delle iniziative pubbliche (comunicati, articoli, dichiarazioni del governo, ecc.) vi furono azioni istituzionali che portarono ad una trattativa concreta con i brigatisti. Una trattativa fatta di contatti reali e di mediazioni politiche e materiali. Portata avanti in nome e per conto delle Istituzioni. Poi vi furono altre azioni, differenti per protagonisti ed obiettivi che non si sovrapponevano ma neanche ostacolavano la trattativa &ldquo;ufficiale&rdquo;. Anzi, in un certo senso, potevano rappresentare un&rsquo;utile velo protettivo. Azioni autonome, come quella dello stesso Guiso, di Cazora, dei collaboratori di Moro ecc.</p>
<p>Il problema era che, quando sembrava ormai andata in porto, la trattativa fall&igrave;, <span style="font-weight: bold;">proprio nelle ultimissime ore</span>. <span style="font-weight: bold;">L&rsquo;onorevole Signorile parla di sabotaggio</span>. Qualcuno trad&igrave;? Qualcuno os&ograve; troppo? Sta di fatto che le BR ormai sicure di aver portato a casa il risultato furono costrette, da un cambiamento esterno delle condizioni sulle quali si era fino a quel momento giocato, ad uccidere il prigioniero.</p>
<p>Forse Guiso aveva capito il meccanismo che aveva portato all&rsquo;arenarsi la sua trattativa che, ripetiamolo, lui stesso riteneva molto concreta ed in grado di portare alla liberazione di Aldo Moro. Forse aveva addirittura individuato i responsabili del &ldquo;sabotaggio&rdquo;. Ma, evidentemente, nulla pot&eacute; per impotenza o mancanza della &ldquo;smoking gun&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Era un grande avvocato, ma troppo piccolo per cambiare la storia.<br /> </p>]]></content>
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		<title><![CDATA[Moro: avvocato vittime v.Fani, scommetto manca cassetta n.13 (2)]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>
	<img style="width: 250px; text-align: left; margin: 10px;" _moz_resizing="true" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/NCM.jpg" /><strong>Moro: avvocato vittime v.Fani, scommetto manca cassetta n.13</strong> (2)<br /><br />(ANSA) - ROMA, 13 MAR - Davanti alla Commissione stragi Morucci, anni fa, ha spiegato che le cassette con gli<br />interrogatori di Moro furono distrutte probabilmente sovraincidendole. E le cassette di via Gradoli sono in molti<br />passaggi, sovraincise.<br />Parlando con l'Ansa, l'avvocato spiega perche' sono cosi' interessanti queste cassette e perche' quindi la sua attenzione e i suoi timori di scomparsa riguardano la n. 13 &quot;Nella prima parte vi sono canti rivoluzionari, cosi' come nella seconda parte, ma per alcuni giri l'ufficiale di PG annota: 'voce maschile che parla con compagni per discutere di alcuni articoli'. Si tratta di una evidente sovraincisione. La voce registrata e' una sola, e dal tenore delle parole evidentemente si rivolge a piu' persone; a dei 'compagni'.<br />Il tema affrontato dalla 'voce maschile' riguarda 'alcuni articoli'. E' da escludere, per ragioni di evidente sicurezza,<br />che le BR registrassero le loro discussioni&quot;.<br />E se fosse uno stralcio dell'interrogatorio di Moro?<br />&quot;Moretti - dice l'avvocato Biscotti - non usava il singolare del tipo 'io delle BR', ma 'noi delle BR' e puo' darsi che Moro<br />rivolgendosi a Moretti e alle Br usasse il plurale. ('Parla/i con i compagni'). La voce registrata e' una sola, altrimenti<br />l'ufficiale di PG avrebbe scritto piu' voci (piu' persone), il plurale e' riferito a quelli che ascoltano. La discussione 'su<br />alcuni articoli' e' suggestiva se si pensa che Moretti portava a Moro i ritagli degli articoli di stampa nella 'prigione' e che<br />in via Gradoli vengono trovati dei giornali del 29-30 aprile con evidenti tagli su articoli riguardanti la vicenda Moro. <br />
</p>
<p>
	 E' certo che Moretti per aggiornare Moro su cio' che accadeva fuori gli portava nella 'prigione' solo articoli ritagliati.<br />Sempre a via Gradoli viene trovato un blocco note (reperto 774) di 12 pagine a quadretti manoscritte delle stesse<br />dimensioni del quaderno usato da Moro per scrivere il suo memoriale. Inutile ricordare l'importanza dei giorni 29 30 marzo (lettera a Cossiga che per Moro doveva rimanere riservata).
</p>
<p>
	 I poteri della Commissione consentono di far analizzare queste audiocassette e ascoltarle e di valutarle appieno anche<br />rispetto all'ipotesi che ci siano state delle sovraincisioni e sempre se, come temo, la numero 13 non sia scomparsa&quot;. <br />
</p>]]></content>
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	<entry>
		<title><![CDATA[Acquisite 17 cassette audio registrate tra i reperti di via Gradoli]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=184</id>
		<created>2015-03-13T15:04:19+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>
	<img style="width: 250px; margin: 10px;" _moz_resizing="true" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/NCM.jpg" align="left" /><br />Caso Moro. Grassi (Pd), acquisite 17 cassette audio registrate tra i reperti di via Gradoli. Dagli atti risulta che non sono mai state ascoltate
</p>
	
		 
		<p>
			 “Oggi il presidente della Commissione d’inchiesta sul caso Maro, Giuseppe Fioroni, ha acquisito diciassette cassette audio-registrate ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli grazie al lavoro della dottoressa Antonia Giammaria, magistrato distaccato presso l’organismo parlamentare. Non risulta da nessun atto giudiziario che il contenuto di queste cassette sia mai stato ascoltato e verbalizzato. Da quel che si conosce dagli atti erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono dunque nella cassaforte della Commissione, presto ne conosceremo il contenuto e ne valuteremo la sua rilevanza per le nostre indagini”.<br /> Ne d&agrave; notizia Gero Grassi, componente della Commissione d’inchiesta sul sequestro e la morte di Aldo Moro. 
		</p>
		 
		<p>
			 <br /> 
		</p>
		 
		<p>
			 Comunicato stampa<br /> 
		</p>
]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=184"/>
		<issued>2015-03-13T15:04:19+01:00</issued>
		<modified>2015-03-13T15:04:19+01:00</modified>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[La casa di Senzani era intercettata. I detrattori della Commissione parlamentare siano più cauti]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=185</id>
		<created>2015-03-11T15:11:44+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>
	<img style="width: 250px; margin: 10px;" _moz_resizing="true" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/NCM.jpg" align="left" /><br/>Caso Moro. Grassi (Pd), la casa di Senzani era intercettata. I detrattori della Commissione parlamentare siano pi&ugrave; cauti
</p>

	 
	<p>
		 <br /> 11 marzo 2015 - “E’ emerso dalle recenti acquisizioni della Commissione che la casa del Brigatista Giovanni Senzani, un vero buco nero nella storia dell’eversione rossa, era intercettata. Dagli atti delle inchieste svolte dal procuratore Vigna &egrave; emerso che l’ex moglie di Senzani rifer&igrave; agli investigatori di aver trovato in casa un registratore murato, opera che non era riconducibile a nessuno degli occupanti dell’appartamento. La novit&agrave;, di cui ha parlato oggi il presidente Fioroni in occasione della interessante audizione del procuratore Tindari Baglioni, potrebbe aiutarci a trovare conferme sulla ‘pista fiorentina’, cio&egrave; quella che riconduce nel capoluogo toscano i protagonisti di alto calibro dell’affaire Moro”. Cos&igrave; Gero Grassi, componente della Commissione d’inchiesta sul sequestro e la morte di Aldo Moro, il quale aggiunge: “I detrattori dell’organismo parlamentare farebbero bene ad essere pi&ugrave; cauti, perch&eacute; il caso Moro, purtroppo, non &egrave; andato come ci hanno raccontato e scoprire almeno qualche elemento di realt&agrave; &egrave; nostro dovere”. 
	</p>
Comunicato Stampa.<br /> 
]]></content>
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		<issued>2015-03-11T15:11:44+01:00</issued>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Le BR e il gioco dei buoni e dei cattivi...]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=183</id>
		<created>2014-09-13T20:04:12+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img style="width: 331px; height: 198px;" _moz_resizing="true" align="left" vspace="5" hspace="5" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/franceschini-mori.jpg" />Leggo di un incontro/dibattito avvenuto un paio di giorni fa in cui, con la moderazione del giornalista Giovanni Fasanella, due ex si sono trovati a parlare del loro passato. Due ex, per&ograve;, di opposta estrazione e che negli anni ’70 si trovavano da parti opposte della barricata: <strong>Alberto Franceschini</strong> (fondatore e leader delle BR) e <strong>Mario Mori</strong> (generale dei Carabinieri che alle BR dava la caccia). ><a href="http://www.vuotoaperdere.org/Articolo_Leggi.asp?ArtID=249">leggi l'articolo tratto dal sito Panorama d'Italia</a><
</p>
<p>
	<br />Una prima riflessione che mi viene in mente &egrave; come mai non si sia levato il solito coro di disapprovazione in quanto, seppur accompagnato da un esponente delle istituzioni, sempre di ex brigatista si tratta e, in questi casi, consiglieri comunali e politicanti di ogni genere riescono ad ottenere il proprio minuto di visibilit&agrave; inveendo contro un assassino, il suo diritto di parola e contro chi ha osato dargli voce.
</p>
<p>
	<br /><strong>C’&egrave; da dire che questa pratica, mediaticamente parlando, funziona, se &egrave; vero che qualcuno ha pensato di portarla ai massimi livelli inneggiando ad un “Fuori le BR dalle Procure”</strong>. Ma siamo in Italia e se la cultura su quegli anni &egrave; poca l’ignoranza, invece,  &egrave; tanta. Ed aumenta sempre di pi&ugrave;. 
</p>
<p>
	Una prova la trovo proprio nel tono dell’articolo (descritto quasi come un ritrovo tra due leader politici opposti che si sono fronteggiati nella conduzione di un Paese) e nelle considerazioni che vi sono presenti.<br />
</p>
<p>
	<em>“Franceschini contribu&igrave; a fondare le Br con Renato Curcio e Mario Moretti e fu incarcerato dagli uomini di Mori prima di macchiarsi di fatti di sangue.”</em><br />
</p>
<p>
	Non &egrave; la prima volta che sento questa <strong>atrocit&agrave;</strong> che &egrave; figlia del pensiero dietrologico che vedrebbe i primi brigatisti come buoni e ingenui Robin Hood che mai e poi mai si sarebbero macchiati dei crimini commessi dopo che l’Organizzazione fu decapitata proprio di Franceschini e dell’altro leader Renato Curcio.<br />
</p>
<p>
	Niente di pi&ugrave; falso, per almeno due motivi:<br />
</p>
<ul>
	<li>
		la linea di sviluppo dell’attacco allo Stato, la formulazione del SIM, della DC come nemico numero uno da abbattere attraverso i suoi uomini di spicco, la diede proprio Renato Curcio (“vecchia guardia” per cos&igrave; dire) nella primavera del 1975, nel suo breve periodo di libert&agrave; dopo l’evasione dal carcere di Casale Monferrato. Quindi dire che le BR successive siano state, dal punto di vista politico e del salto di qualit&agrave; nella lotta, una cosa diversa &egrave; errato
	</li>
	<li>
		proprio Alberto Franceschini &egrave; stato tra coloro che in carcere ha pi&ugrave; ferocemente condotto la lotta sia verso coloro che si pentivano o fossero solo in odore di pentimento, sia nei confronti dei compagni fuori allorch&eacute;, al momento della scissione tra Partito della Guerriglia e Partito Comunista Combattente, si schier&ograve; con l’astro nascente Giovanni Senzani che fu protagonista dell’ultima stagione brigatista, un insensato precipitare in una spirale di crimini senza senso e fini a se stessi.
	</li>
</ul>
<p>
	<strong>La storia delle BR &egrave; una storia collettiva</strong>, un’insurrezione dove non &egrave; possibile distinguere tra chi guidava un’auto, offriva riparo a latitanti, consegnava lettere o produceva documenti falsi e procurava armi. Una storia che ne ha visti i leader esserne responsabili al 100% dall’inizio alla fine. 
</p>
<p>
	<br />Qualcuno obietter&agrave;: “<strong>Ma se uno era in carcere come faceva a contrastare, ad esempio, la decisione di rapire Aldo Moro massacrando la sua scorta?</strong>”. Vero, in parte. Perch&eacute; anche stando in carcere, nessuno dei leader ha mai esternato una condanna. Curcio, in rappresentanza degli altri che in quel momento erano ancora sotto un unico “partito armato”, dopo l’uccisione di Moro ebbe parole molto dure, seppure frutto di una citazione di Lenin. E Franceschini era al suo fianco, era l’altro generale brigatista.<br />
</p>
<p>
	Non se ne esce da questo drammatico periodo della nostra storia applicando le semplificazioni algebriche per ridurre le responsabilit&agrave;, ma capendo realmente cosa successe, <strong>al di la delle facili e comode dietrologie che spostano il problema su un altro terreno</strong>. 
</p>
<p>
	<br />Non pi&ugrave; una societ&agrave; che ha portato una parte non marginale di una generazione a volere una societ&agrave; pi&ugrave; giusta (e questo &egrave; lecito) ritenendo che non si potesse che percorrere la strada della violenza (e fu questo l’errore) perch&eacute; ci&ograve; che si voleva non erano nuove regole nella societ&agrave; in cui vivevano ma una nuova societ&agrave; che partisse dall’abbattimento di quella esistente. 
</p>
<p>
	<strong>Ma la pi&ugrave; rassicurante immagine di una societ&agrave; buona e giusta nella quale forze esterne</strong> (per lo pi&ugrave; straniere ed in genere i cattivi russi o americani a seconda del punto di vista) <strong>hanno voluto disturbare il nostro benessere</strong> agitando le nostre giovani generazioni attraverso presunti agenti segreti.
</p>
<p>
	<br />Riuscendo, in questo insabbiamento, a perseguire un altro importante risultato: inseguendo improbabili piste si riesce a <strong>distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli indicibili segreti dello Stato</strong> che potrebbero, almeno in parte, emergere dalle carte di prossima desecretazione.<br /><br /><br />
</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=183"/>
		<issued>2014-09-13T20:04:12+01:00</issued>
		<modified>2014-09-13T20:04:12+01:00</modified>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Commissione Moro: ripuliamo i depistaggi...]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=182</id>
		<created>2014-09-11T17:43:07+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img _moz_resizing="true" align="left" vspace="5" hspace="5" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/piazza5lune.jpg" />“Una ferita ancora aperta nella storia del nostro Paese, una delle pagine pi&ugrave; drammatiche: il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. Se ne sono occupati in tanti, dal Parlamento fino al cinema ed ora, la ricostruzione fedele dell'agguato di via Fani, nel corso del quale nel 1978 venne rapito Aldo Moro e furono uccisi gli agenti della sua scorta, contenuta nel film del 2003 «Piazza delle Cinque lune», potrebbe diventare un atto ufficiale. «Chiedo che possa essere acquisita come prova nelle indagini della nuova commissione di inchiesta che indaga sul rapimento e l'assassino del presidente della Democrazia cristiana da parte delle Brigate Rosse», spiega il regista del film, Renzo Martinelli, dal palco de «La Gardesana 2014» l'evento in programma a Desenzano del Garda (Brescia) fino al 5 settembre. Il regista, intervistato da Giovanni Terzi, ha raccontato come la scena dell'attentato sia stata «girata pi&ugrave; volte utilizzando tutti gli elementi fotografici e le testimonianze raccolte dalla magistratura». Una ricostruzione, secondo Martinelli, «che smentisce nei fatti la versione ufficiale dell'inchiesta» e risulterebbe pi&ugrave; accurata di quella ufficiale ma, spiega Martinelli, «nessuno ci ha mai convocato per analizzare quello che abbiamo provato sul campo». Una nuova commissione si sta attivando per fare luce su quei fatti anche grazie al libro scritto da Ferdinando Imposimato, giudice che segu&igrave; il caso Moro. Ed ora, un aiuto per far luce su quella drammatica pagina, potrebbe arrivare anche dal cinema.”<br />Mi &egrave; capitato di leggere questo articolo tratta da una rassegna del 3 settembre scorso sul sito del quotidiano “Il Giornale”. <br />
</p>
<p>
	La ricostruzione del regista Martinelli pu&ograve; avere talmente tanta importanza da dover essere acquisita dai magistrati? In sostanza il regista ritiene che le BR siano state uno strumento eterodiretto che ha accettato di svolgere una parte del lavoro sporco per conto di altri che hanno realmente manipolato l’intera operazione.<br />Non &egrave; una logica a cui ho mai creduto men che meno se debbo rifarmi agli elementi portati nel filmato. 
</p>
<p>
	Infatti:
</p>
<p>
	<br />1) non &egrave; vero che non ci sia stato alcun tamponamento tra la 128CD brigatista e la FIAT 130 di Moro. A parte gli evidenti segni che sono presenti sulla macchina di Moro quando l’allora trasmissione Mixer l’and&ograve; a recuperare dove era custodita, ci sono i testimoni che parlano di un rumore di urto tra lamiere prima dell’inizio degli spari<br />2) la persona sul lato destro della strada che avrebbe sparato con una pistola su Leonardi colpendolo sulla spalla destra (quindi alle spalle) &egrave; una fantasia in quanto gli unici colpi di pistola sono repertabili in prossimit&agrave; dei due autisti<br />3) l’arma del fantomatico super killer (ne dimostro l’inesistenza in questo <a href="http://www.agoravox.it/Caso-Moro-Il-superkiller-di-via.html">articolo su AgoraVox</a>) non avrebbe sparato dal punto in cui lo colloca Martinelli ma da tutt’altra parte<br />4) non c’&egrave; nessun riferimento a quello che io ritengo essere il vero problema di via Fani e, cio&egrave;, lo sparatore dal cancelletto superiore che spara verso Jozzino con un’arma mai repertata (dalla canna molto usurata che non ne permette con certezza l’individuazione) e che sale a bordo della famosa Honda. A questo proposito ho gi&agrave; scritto <a href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=177">questa riflessione</a> <br /><br />Ho l’impressione che troppe imprecisioni non facciano altro che perseguire la machiavellica strategia del “mischia sempre lo vero con lo falso acciocch&egrave; nessuno sappia pi&ugrave; quale &egrave; lo vero e quale &egrave; lo falso”. Facendo il gioco di chi vuol continuare a mischiare le carte allontanando la ricerca verso improbabili piste.<br /><br />
</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=182"/>
		<issued>2014-09-11T17:43:07+01:00</issued>
		<modified>2014-09-11T17:43:07+01:00</modified>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Commissione Moro: pronti, partenza... fermi tutti!]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=181</id>
		<created>2014-09-09T19:40:02+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img src="http://www.vuotoaperdere.org/public/gerograssi.jpg" vspace="5" hspace="5" align="left" />COMMISSIONE MORO. GRASSI SCRIVE ALLA PRESIDENTE BOLDRINI.<br /> (ANSA) - ROMA, 9 SET
</p>
<p>
	 "E' preoccupante e incomprensibile il rinvio dell'insediamento della Commissione bicamerale d'inchiesta sul caso Moro, conseguenza del comportamento di alcuni Gruppi che non hanno ancora indicato le proprie designazioni". Lo scrive in una lettera alla Presidente della Camera, Laura Boldrini, il vicepresidente dei deputati Pd Gero Grassi. "Abbiamo ventiquattro mesi di tempo per poter coordinare e sintetizzare le piu' recenti novita' e per dare impulso a nuove indagini che possano contribuire a fare verita' su questo delitto politico. Il ritardo di alcuni gruppi nel fornire le indicazioni richieste e consentire ai Presidenti di entrambe le Camere di procedere alla nomina dei componenti di questo organismo - aggiunge Grassi - e' grave perche' costituisce un' omissione istituzionale, visto che non consente l'avvio dei lavori della commissione, istituita con legge dello Stato". Il rallentamento invia al Paese un messaggio negativo: il disinteresse o, peggio, l'ostruzionismo da parte di alcuni nei confronti di questa iniziativa che invece, ha bisogno di avere un'opinione pubblica concorde e consapevole dei nostri sforzi, a tanti anni di distanza dei fatti. A fronte della legge approvata a maggio, siamo a settembre e la Commissione non ha ancora potuto avviare i propri lavori. E' oggettivamente un pessimo segnale che La prego davvero di contrastare sollecitando i gruppi politici a dare seguito alle loro responsabilita' o mettendo in atto i suoi poteri sostitutivi di designazione". <br />
</p>
<p>
	 E' questo il testo della lettera spedita da Gero Grassi (deputato PD promotore della istituzione di una nuova Commissione d'Inchiesta sul caso Moro) a Laura Boldrini (Presidente della Camera) per sollecitare l'attuazione di quanto gi&agrave; deliberato dall'assemblea. 
</p>
<p>
	 E voi che ne pensate? Siete favorevoli alla nuova Commissione? Perch&egrave;? 
</p>
<p>
	 Questo ritardo a cosa &egrave; attribuibile? Ostruzionismo o scarso interesse? 
</p>
<p>
	 <br />
</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=181"/>
		<issued>2014-09-09T19:40:02+01:00</issued>
		<modified>2014-09-09T19:40:02+01:00</modified>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[ANSA - Rossi (ex Digos): chi sa faccia un atto di coraggio ]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=180</id>
		<created>2014-06-18T15:01:30+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img style="width: 192px; height: 190px; " align="left" _moz_resizing="true" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/digos-rossi.jpg" />In attesa dell'intervista integrale di Raffaele Fiore, ecco cosa ne pensa l'ex ispettore della Digos Enrico Rossi.<br /><br />Moro: Rossi(ex Digos), anche Fiore disinforma e depista? Tanti sanno nello Stato di questa vicenda, e' ora che parlino<br />(ANSA) - <br />ROMA, 18 GIU - "Mi rivolgo a coloro che sanno, e non sono pochi, a Torino e non, e gli chiedo un atto di coraggio.<br />Raccontate quello che sapete sulla vicenda della Honda in via Fani: dire la verita' vi rendera' piu' coraggiosi". Lo dice Enrico Rossi, l'ex funzionario della Digos di Torino che ha svelato, in una intervista all'Ansa lo scorso 23 marzo, la storia della inchiesta "interrotta" sulla presenza di una moto in via Fani il 16 marzo del 1978 e non riconducibile ai Br.<br />"Dopo quella intervista ho subito gravi denigrazioni sia a livello personale che professionale. Politici di vari schieramenti, da destra a sinistra hanno detto che bisognava 'tapparmi la bocca' perche' ammorbavo l'aria e che il mio scopo era di intorbidire le acque in cui si dibattono reduci degli apparati di sicurezza dello Stato, in perenne conflitto tra<br />loro. Ora ha parlato un brigatista, ne' pentito ne' dissociato come Fiore, che si trovava in via Fani la mattina del 16 marzo<br />1978. Rientra anche lui in un disegno occulto finalizzato a disinformare e depistare, mescolando vero e falso, per spostare<br />l'attenzione sui servizi segreti nostrani o, piu' semplicemente, il signor nessuno, l'ex Ispettore della Rossi ha soltanto detto<br />la verita' in merito ad un'indagine inspiegabilmente sottovalutata? ".<br />]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=180"/>
		<issued>2014-06-18T15:01:30+01:00</issued>
		<modified>2014-06-18T15:01:30+01:00</modified>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Se un Fiore sboccia a primavera, ma 36 anni dopo.]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=179</id>
		<created>2014-06-18T09:37:49+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p> <img vspace="5" hspace="5" align="left" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/fiore.jpg" alt="" /><br />Sul settimanale Oggi (in edicola da gioved&igrave; 18 giugno) ha intervistato l&rsquo;ex brigatista Raffaele Fiore, uno dei componenti del commando che il 16 marzo &rsquo;78 partecip&ograve; all&rsquo;agguato di via Fani nel quale fu rapito il presidente della DC Aldo Moro e uccisi i 5 componenti della sua scorta.</p>
<p><br />Nell&rsquo;ultimo anno le novit&agrave; non sono certo mancate: la vicenda raccontata da Giovanni Ladu che nella seconda met&agrave; di aprile del &rsquo;78 sostiene di essere stato, assieme ad un gruppo di 10 militari di leva, utilizzato per servizi di sorveglianza dell&rsquo;appartamento di via Montalcini, la testimonianza degli artificieri Vito Raso e Giovanni Circhetta che raccontano di essere intervenuti in via Caetani attorno alle 11 del mattino con la indiretta conferma dell&rsquo;On. Claudio Signorile che ha pi&ugrave; volte detto di aver avuto la notizia proprio verso le 11 mentre si trovava nello studio del Ministro dell&rsquo;Interno Cossiga ed infine la rivelazione dell&rsquo;ex ispettore di polizia Enrico Rossi che si occup&ograve; di indagare (nel 2009) della &ldquo;famosa&rdquo; moto Honda di via Fani e dei suoi occupanti. </p>
<p><br />In un certo senso Fiore, con le sue parole, chiude il cerchio.&nbsp;</p>
<p>Parlando di via Fani, l&rsquo;ex brigatista &egrave; molto determinato &ldquo;C&rsquo;erano persone che non conoscevo. Che non dipendevano da noi. Che erano altri a gestire&rdquo;. Parole molto forti che contrastano con quanto sempre raccontato dai pochi brigatisti che hanno, a vari livelli, parlato e permesso di ricostruire la dinamica dell&rsquo;agguato del 16 marzo.</p>
<p><br />Riguardo alla moto Honda il suo pensiero &egrave; molto preciso: &ldquo;N&egrave; io n&egrave; gli altri compagni sappiamo nulla della moto, abbiamo avuto modo di parlarne e di riflettere. Non so se c'era, n&egrave; chi erano i due a bordo. Non facevano parte del commando dell'organizzazione&rdquo;. Questa sembrerebbe la conferma definitiva dell&rsquo;esistenza di una moto estranea al commando e del fatto che i brigatisti dopo l&rsquo;azione ne avessero discusso tra loro meravigliati. E detta da uno dei partecipanti attivi di via Fani, che spar&ograve; proprio contro la FIAT 130 di Moro e che poi trasbord&ograve; materialmente il presidente sulla FIAT 131 guidata da Bruno Seghetti, potrebbe avere un peso.<br />Riguardo alle ingerenze esterne, Fiore aggiunge: &ldquo;Non c'&egrave; stato un uso strumentale di altre forze. C'era una situazione per cui facendo qualcosa rischiavi, pur non volendo, di essere 'utile' ad altri&rdquo;. Come a dire: nessuna etero-direzione e nessun infiltrato ma solo l&rsquo;aver potuto fare il gioco di qualcun altro.</p>
<p><br />La conclusione di Fiore &egrave; una duplice ammissione: &ldquo;Noi siamo stati costretti a quella soluzione finale [&hellip;] volevamo solo il rilascio dei nostri compagni, poi abbiamo capito che non sarebbe stato facile portare avanti la battaglia. Che erano entrate troppe forze in campo&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Attendendo di poter leggere l&rsquo;intervista integrale, cerchiamo di sintetizzare gli elementi a disposizione.</p>
<p>Le BR rapiscono Moro e lo tengono prigioniero agendo autonomamente ma consapevoli che questa loro azione non trover&agrave; solo oppositori ma anche &lsquo;forze&rsquo; che potrebbero aver in un primo momento lasciato fare. Andando avanti con la gestione del sequestro, i brigatisti si rendono conto che la trattativa (&lsquo;battaglia&rsquo;) era pi&ugrave; complicata del previsto, soprattutto per la discesa in campo di altre forze che, nel complesso meccanismo creatosi, agivano in maniera autonoma per perseguire il proprio obiettivo (liberazione o eliminazione del prigioniero). Alla fine, deve aver evidentemente avuto la meglio una (o pi&ugrave;) delle forze che si mossero per assicurarsi la conclusione cruenta del sequestro.</p>
<p>E&rsquo; questo che, almeno io, leggo nelle parole di Raffaele Fiore che potrebbero essere un elemento nuovo a supporto di un pensiero che ormai sostengo da tempo. In questa storia le BR hanno raccontato la loro parte (con delle omissioni &ldquo;accomodanti&rdquo;), ma hanno sempre rifiutato di parlare di ci&ograve; che non li riguardava.&nbsp;</p>
<p>Dell&rsquo;altra met&agrave; del cielo, quella che riguarda il comportamento dello Stato e dei suoi apparati, si sa solo che le Istituzioni si arroccarono dietro una fermezza politica alla quale non corrispose un&rsquo;efficienza investigativa. Ma forse &egrave; venuto il momento di iniziarla a raccontare quest&rsquo;altra met&agrave;. <br /></p>
<p>Potr&agrave; essere una Commissione Parlamentare a farlo?&nbsp;</p>
<p>Staremo a vedere.<br /><br /> </p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=179"/>
		<issued>2014-06-18T09:37:49+01:00</issued>
		<modified>2014-06-18T09:37:49+01:00</modified>
		<slash:comments>4</slash:comments>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Il superkiller di via Fani e i 49 colpi: un “mistero” ampiamente chiarito.]]></title>
		<id>http://www.vuotoaperdere.org/dblog/articolo.asp?articolo=178</id>
		<created>2014-03-31T20:25:51+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p> 	 <img width="250" vspace="5" hspace="5" height="NaN" border="0" align="left" alt="" src="/public/via_fani.jpg" />A distanza di 36 anni dai fatti, e nonostante processi, Commissioni Parlamentari, perizie e analisi di ogni genere ritenevo che il mistero sulla fantomatica presenza di un superkiller in via Fani la mattina del 16 marzo ’78 fosse chiarito e archiviato. <br /></p>
<p>E’ vero che sulla recente saggistica la questione &egrave; ancora riportata in quasi tutte le nuove pubblicazioni, ma che se ne potesse fare ancora un titolone francamente non lo ritenevo pi&ugrave; possibile.</p>
<p><br />Ma cos&igrave; non &egrave;, purtroppo.</p>
<p><br /></p>
<p>In breve. <br /></p>
<p>Sin dai primi anni successivi all’agguato, quando si diffusero le prime perizie e si ebbe accesso alle  testimonianze di chi assistette al rapimento dell’On. Moro, fu <span style="font-weight: bold;">ipotizzata la presenza di un killer molto preparato</span> che avrebbe fatto quasi tutto il lavoro militare da solo. Con la conseguenza logica che non si potesse trattare di uno dei brigatisti noti in quanto quell’abilit&agrave; richiedeva uno specifico addestramento ed un allenamento continuo. <br /></p>
<p><br />Da quali elementi nasce questa ricostruzione? Sostanzialmente da <span style="font-weight: bold;">due tasselli</span> che sono stati <span style="font-weight: bold;">erroneamente assemblati</span>:<br /></p>
<ul>
    <li>un testimone che avrebbe visto uno degli aggressori sparare con molta <span style="font-weight: bold;">padronanza e precisione</span></li>
    <li>la presenza sul luogo dell’eccidio di <span style="font-weight: bold;">49 bossoli attribuibili ad una sola arma</span> su un totale di 91 esplosi da parte dei brigatisti</li>
</ul>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: bold;"><br /></span></p>
<p><span style="font-weight: bold;">Il testimone</span><br />Si chiama Pietro Lalli, si defin&igrave; esperto di armi e raccont&ograve; di aver visto uno degli assalitori, posizionato in corrispondenza della FIAT 130 dove viaggiava Moro, sparare due raffiche: una prima pi&ugrave; corta ed indirizzata verso la 130 l’altra, pi&ugrave; lunga, verso l’Alfetta di scorta </p>
<p style="margin-left: 40px;"> 	 <span style="font-style: italic;">Assistetti allo sparo di due raffiche complete. La prima un po’ pi&ugrave; corta della seconda a distanza ravvicinata rispetto al bersaglio che era una 130 blu. La seconda raffica, pi&ugrave; lunga, fu estesa anche all’Alfetta chiara che seguiva la 130 e fu consentita da uno sbalzo all’indietro dello sparatore che in tal modo allarg&ograve; il raggio d’azione e quindi di tiro. Quello che mi colp&igrave; in maniera impressionante fu la estrema padronanza di detto sparatore nell’uso preciso e determinato dell’arma. Esprimo un giudizio ma doveva essere uno particolarmente addestrato. Sparava avendo la mano sinistra poggiata sulla canna dell’arma [con il che deduco doveva trattarsi di un mitra non munito di flangi fiamma] e con la destra, imbracciato il mitra, tirava con calma e determinazione convinto di quello che faceva.</span> </p>
<p> 	 </p>
<p style="text-align: center;"> 					 <img alt="" style="width: 450px;" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/Lalli_Vista.JPG" />  				</p>
<p> </p>
<font size="2">Questa &egrave; l’esatta posizione dalla quale il test Pietro Lalli assistette alla scena. Poco meno di 120 metri. L’auto rossa che si intravede in mezzo alla carreggiata non ha ancora raggiunto lo stop dove era fermo Alessandro Marini che era a ridosso della scena e che non ha mai notato quanto descritto da Lalli</font>.
<p><br /></p>
<p>La distanza dalla quale il testimone vide la scena &egrave; di circa 120 metri su una strada in salita: la visuale non era sicuramente ideale n&eacute; paragonabile a quella di un altro testimone importante, Alessandro Marini, che era fermo con il suo motorino proprio allo stop a pochi metri dal massacro. Lalli vide un killer che sparava verso la 130, poi se ne allontan&ograve; leggermente per riprendere a sparare. In un’altra deposizione aggiunse il particolare che nel fare questo balzo all’indietro il killer perse il berretto. Se ci atteniamo a quanto<br />accertato in sede processuale, il testimone vide esattamente ci&ograve; che fece Valerio Morucci nel corso dell’azione, che lo stesso ha pi&ugrave; volte raccontato: dopo aver esploso una prima raffica, il mitra si incepp&ograve;, e fu costretto ad allontanarsi leggermente dalla sua posizione per non ostacolare i compagni nel tentativo di sbloccarlo. Pochi secondi dopo Morucci riprese a sparare, ma sempre sulla FIAT 130, non sull’Alfetta.</p>
<p><span style="font-weight: bold;"><br /></span></p>
<p><span style="font-weight: bold;">I bossoli</span><br />La prima perizia fu effettuata a ridosso dell’eccidio e in molti punti i periti furono “possibilistici” perch&eacute; non potettero fare delle valutazioni balistiche oggettive. Ad esempio, proprio in relazione ai bossoli recuperati sul terreno, precisarono che la loro posizione potesse essere stata involontariamente spostata dai tanti curiosi che si riversarono sul luogo prima dei transennamenti e che avrebbero potuto anche sottrarre qualcosa a titolo di souvenir.</p>
<p><br />La cosa importantissima da sottolineare &egrave; che tale perizia fu effettuata senza che i periti avessero la possibilit&agrave; di <span style="font-weight: bold;">confrontare i reperti con delle armi </span>ma potendo solo effettuare delle ipotesi. E da queste loro ipotesi essi stabiliscono che in via Fani quella mattina <span style="font-weight: bold;">spararono 5 armi brigatiste, su almeno 3</span> delle quali i periti hanno “<span style="font-weight: bold;">dubbi non risolti</span>”: </p>
<p style="text-align: center;"> 	 <img alt="" style="width: 600px;" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/perizia.jpg" /><br /> </p>
<p> 	 Come si nota dall’originale della perizia, l’arma incriminata di aver sparato 49 colpi sarebbe una Beretta MP12 la qual cosa fu successivamente smentita.<br />La seconda perizia fu condotta nel 1993 dagli ingegneri Domenico Salza e Pietro Benedetti e si rese necessaria in quanto fu rinvenuto nel bagagliaio dell’Alfetta un proiettile “9 corto” non compatibile con le armi ipotizzate nella prima perizia. Questo fece <span style="font-weight: bold;">sospettare la presenza di una nuova arma</span> e vi fu quindi la necessit&agrave; di nuove indagini di approfondimento. La differenza fondamentale fu che Salza e Benedetti potettero lavorare avendo la disponibilit&agrave; di molte armi sequestrate nei covi o in occasione degli arresti (ad<br />esempio, la Smith &amp; Wesson fu sequestrata a Prospero Gallinari al momento del suo arresto).</p>
<p><br />L’analisi comparativa dei proiettili con le armi sequestrate permise di <span style="font-weight: bold;">sdoppiare quei 49 colpi </span>che furono infatti ripartiti <span style="font-weight: bold;">tra due mitra FNA 43</span>. La perizia escluse anche la presenza di una settima arma perch&eacute; si stabil&igrave; che il proiettile “9 corto” fu esploso da una delle armi sequestrate, erroneamente caricata, e di cui lo sparo ne caus&ograve; l’inceppamento. </p>
<p style="text-align: center;"> 	<img alt="" style="width: 600px;" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/armiviafani2perizia.jpg" /> </p>
<p> 	Un’altra cosa importante che si legge nelle perizie &egrave; che sia nei corpi dei componenti la scorta, sia nelle auto, sia in prossimit&agrave; di esse sono stati repertati proiettili relativi ad armi diverse. E questo vuol dire una sola cosa: che <span style="font-weight: bold;">non esiste un’unica arma che abbia sparato su entrambe le auto</span>. Come, invece, appare scontato dal racconto di Pietro Lalli.<br /></p>
<p>Per l’FNA 43, in particolare, la situazione &egrave; la seguente:<br /></p>
<ul>
    <li>l’FNA 43 <span style="font-weight: bold;">sequestrato</span> esplose colpi contro Leonardi e probabilmente Ricci in quanto furono trovati 4 proiettili nel cadavere del primo e 5 proiettili pi&ugrave; tre frammenti nella<span style="font-weight: bold;"> FIAT 130</span>. Ricci fu colpito da 8 proiettili che per&ograve; ne attraversarono il corpo</li>
    <li>l’FNA 43 <span style="font-weight: bold;">non sequestrato</span>, invece, esplose almeno 7 colpi contro l’agente Iozzino mentre nell’<span style="font-weight: bold;">Alfetta</span> furono trovati altri 2 proiettili (uno nel bagagliaio ed uno nell’abitacolo) e sul piano stradale, accanto ad essa, altri due proiettili.</li>
</ul>
<p><br />La misteriosa arma non sequestrata che viene ancora indicata come quella che esplose i 49 colpi, <span style="font-weight: bold;">non spar&ograve; nemmeno da dove Pietro Lalli avrebbe visto il killer</span> particolarmente esperto, ma da tutt’altra parte: in prossimit&agrave; del “cancelletto superiore” nei pressi della Mini Cooper verde parcheggiata qualche metro prima di dove erano posti gli avieri. I suoi colpi furono indirizzati unicamente verso Iozzino e l’Alfetta di scorta.</p>
<p><span style="font-weight: bold;"><br /></span></p>
<p><span style="font-weight: bold;">Cosa dice l’esperto</span><br />Della dinamica dell’agguato di via Fani e di questo presunto mistero, ho parlato molte volte con l’Ing. Benedetti (l’Ing. Salza mor&igrave; pochi anni dopo la perizia). E fu lui, nel lontano 2003, a dirsi stupito che se ne parlasse ancora in quanto la cosa era stata ampiamente chiarita. Aggiunse che, poich&eacute; <span style="font-weight: bold;">a 91 bossoli corrispondevano solo 68 proiettili</span> e poich&eacute; i proiettili di un’arma automatica a canna lunga viaggiano a 170 m/s (oltre 600 Km/h) anche dopo essere stati deviati, molti andarono dispersi finendo chiss&agrave; dove. Un’imperizia da parte degli aggressori, la cui mira poteva essere definita non certamente “infallibile”. <br /></p>
<p>Cosa fece si che l’attacco andasse a buon fine se gli sparatori non erano addestrati a dovere?</p>
<p><br />Secondo Pietro Benedetti furono <span style="font-weight: bold;">tre</span> i fattori che ne resero possibile la riuscita: in primo luogo la <span style="font-weight: bold;">sorpresa</span>, in secondo luogo la <span style="font-weight: bold;">distanza molto ravvicinata</span> (3-4 metri, non di pi&ugrave;) ed, infine, l’utilizzo di <span style="font-weight: bold;">armi lunghe ed automatiche</span> che rendono molto pi&ugrave; semplice colpire il bersaglio da quelle distanze. E, nonostante ci&ograve;, il 25% dei proiettili furono sparati “a casaccio”.<br /> </p>]]></content>
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		<issued>2014-03-31T20:25:51+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Il “cancelletto superiore”: ecco il vero problema di via Fani]]></title>
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		<created>2014-03-23T20:18:18+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p><img align="left" src="http://www.vuotoaperdere.org/public/ansa.jpg" style="width: 200px;padding:5px;" alt="" />E’ da poche ore uscita una notizia che non pu&ograve; certo passare inosservata: un funzionario di Polizia in pensione racconta la sua inchiesta, partita nel 2009 a seguito di una lettera anonima, che porta direttamente in via Fani, alla mattina del 16 marzo 1978 e ad uno dei “misteri” di quell’agguato: la moto Honda. L’ha pubblicata l’ANSA e l’ha curata, come &egrave; ovvio per questo tipo di argomenti, il giornalista Paolo Cucchiarelli (autore assieme al sottoscritto dell’inchiesta degli orari del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, pubblicata nel giugno del 2013).<br />Una moto Honda fu vista da diversi testimoni quella mattina, sia prima che subito dopo l’assalto dei brigatisti che per&ograve; hanno sempre negato ogni responsabilit&agrave; in merito. L’intervista riporter&agrave; in  auge un vecchio refrain che collega la presenza della moto Honda con un presunto superkiller estraneo alle BR proprio la motocicletta avrebbe  portato via dalla scena dell’agguato ad Aldo Moro. Ho pi&ugrave; volte dimostrato che non ci fu nessun superkiller super addestrato e quindi non torner&ograve; su parole gi&agrave; scritte soprattutto in “Vuoto a perdere”. <br />Voglio per&ograve; sottolineare un altro elemento sempre trascurato che lega la moto Honda al c.d. “cancelletto superiore” e che rappresenta il vero, grosso “vuoto” di quella mattina.<br />Procediamo con ordine. <br />Non esiste un’arma che spar&ograve; 49 colpi in quanto questa ipotesi fu avanzata dai periti nel corso della prima perizia, allorquando le armi dei brigatisti non erano ancora state sequestrate ed era, di conseguenza, impossibile fare riscontri precisi. Nel 1994 una nuova perizia, fatta ad armi sequestrate, consent&igrave; di individuare con esattezza 5 delle 6 armi che spararono in via Fani. Ne rest&ograve; fuori una sesta che spar&ograve; dall’alto della scena esclusivamente contro l’agente Iozzino che fu l’unico a riuscire a tentare una minima reazione uscendo dall’alfetta di scorta e riuscendo ad esplodere appena due colpi contro gli avventori.<br />Da chi fu freddato Raffaele Iozzino? La perizia dice che fu colpito da 17 colpi provenienti tutti dal lato sinistro del corpo e, quindi, da uno sparatore posizionato all’altezza delle auto in sosta sul alto opposto. Chi c’era in quella posizione? Secondo la ricostruzione ufficiale, nessuno.<br />A presidiare la parte alta della zona dell’agguato c’erano Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono, due irregolari della colonna romana che non hanno scontato nemmeno un giorno di carcere in Italia: il primo vive tranquillamente in Nicaragua da oltre trent’anni, il secondo (acquisita la cittadinanza svizzera per via della madre) ha scontato 11 anni di carcere in Svizzera per l’omicidio Tartaglione. Il paese elvetico non ha mai concesso l’estradizione e dopo essere uscito dal carcere Loiacono si &egrave; rifugiato in Francia.<br />Tre testimoni hanno visto qualcosa di diverso proprio in quel preciso posto. Il primo, Paolo Pistolesi, figlio dell’edicolante che aveva il suo chioschetto dei giornali a pochi metri di distanza, vide un uomo non in divisa ma con un sottocasco da motociclista che impugnava un mitra e che gli intim&ograve; per ben due volte di allontanarsi, la seconda volta puntandogli contro l’arma. Al che il giovane si butt&ograve; dietro un’auto in sosta e non vide pi&ugrave; nulla. Dal loro balcone, i coniugi Tullio Moscardi e Maria Iannacone erano in grado di vedere solo un pezzo dell’area della strada sottostante dove si stava consumando l’agguato. E notarono un uomo con un qualcosa di lana in testa (uno zuccotto o un passamontagna non calato sul viso) con un mitra in mano che sbucato da dietro delle auto in sosta sul marciapiede sotto la loro visuale esplose due raffiche verso il centro della strada. <br />A questi testimoni diretti possiamo aggiungere il testimone principale di quella mattina, quell’ing. Alessandro Marini che assistette all’assalto da pochissimi metri e, soprattutto, fu forse l’unico a poter guardare tutta la scena dall’inizio alla fine. Ed egli racconta che ad un certo punto vide uscire dall’alfetta di scorta un poliziotto che reag&igrave; contro gli assalitori ma fu freddato da altri due individui, improvvisamente sbucati fra le autovetture in sosta poco oltre i quattro avieri. <br />Appare quindi assodato che Iozzino sia stato ucciso da un assalitore non in divisa e con un copricapo che non gli occultava completamente il viso (uno zuccotto di lana, un sottocasco di un motociclista, un passamontagna non calato). <br />Ma di questo killer, nella ricostruzione giudiziaria si perdono le tracce. Eppure bastava mettere insieme queste testimonianze per aprire un problema non secondario nella dinamica dell’agguato.<br />Con che arma ha sparato? Nei pressi delle auto posteggiate sul lato destro della strada sono stati rinvenuti due mucchietti di bossoli, calibro 9, che coincidono con i proiettili estratti dal corpo di Iozzino e dentro l’alfetta. Purtroppo, per&ograve;, di questa ventina di colpi non &egrave; stato possibile risalire all’arma che li ha esplosi in quanto le rigature sui proiettili erano caratteristici di una canna molto usurata oppure manomessa per rendere difficile (o impossibile) riconoscerne la firma. Arma che, manco a dirlo, &egrave; l’unica tra quelle che hanno sparato in via Fani a non essere stata mai sequestrata.<br />Ed &egrave; la seconda cosa collegata al “cancelletto superiore” che sparisce. <br />E’ molto probabile che quell’aggressore fosse l’unico con un copricapo diverso da un berretto militare che fu notato dagli altri testimoni: nessun altro, infatti, ha accennato a brigatisti semi-mascherati. E sulla moto Honda l’ing. Marini not&ograve; proprio un uomo armato che aveva un passamontagna (nel luglio del ’79 parl&ograve; di un probabile zuccotto di lana in testa).<br />Ricapitoliamo. Un killer non in divisa che spunta da auto in sosta poste ben al di la della zona occupata dagli “avieri” che avrebbero sterminato la scorta di Moro e che, con tempestivit&agrave;, uccide l’unico agente che era riuscito a tentare una reazione. Come se fosse li per controllare e intervenire solo in caso di necessit&agrave;. Che spara con l’unica arma mai rinvenuta e della quale &egrave; impossibile riconoscerne la natura. Che (probabilmente) sale su una moto Honda che non &egrave; presente nelle ricostruzioni giudiziarie dove &egrave; stata presa per vera la dinamica che fornisce Valerio Morucci (con tanto di posizioni e, in un secondo momento, nomi e cognomi) che, per&ograve;, nega categoricamente sia la presenza della moto come mezzo a disposizione delle BR sia la possibilit&agrave; che a sparare possa essere stato anche altro brigatista che non fosse tra i quattro avieri.<br />Che fossero in molti ad aver saputo in anticipo dell’azione brigatista &egrave; cosa piuttosto evidente. Che qualcuno sia andato sul luogo per rendersi conto di persona, occultare indizi, carpire informazioni preziose, s’era capito date le troppe presenze inspiegabili sul luogo solo un attimo dopo la fuga dei brigatisti.<br />Adesso un ex funzionario di Polizia afferma che su quella moto ci sarebbero stati due 007 con il compito di proteggere lo svolgersi dell’agguato brigatista. <br />Poich&eacute; per quanto detto poche righe fa, uno degli occupanti della moto Honda fu colui che certamente uccise Raffaele Iozzino, emerge un quadro allucinante, al quale non voglio neanche pensare. L’agente dei servizi divorato dal cancro nel 2009 avrebbe materialmente sparato contro un suo collega.<br />Follia? Dietrologia? Non so, non &egrave; mio compito spingermi oltre. Non ne ho gli strumenti e non voglio imbarcarmi in ipotesi personali.<br />Mi attengo ai fatti. E questi dicono inequivocabilmente che chi ha crivellato di colpi Raffaele Iozzino &egrave; salito sulla moto Honda che Giovanni Intrevado, un poliziotto non in servizio che si trovava per caso sul luogo, si vide passare accanto con molta calma, a sparatoria conclusa e auto dei brigatisti andate gi&agrave; via.<br />Speriamo che adesso questo nuovo pezzo possa venire adeguatamente esaminato dagli inquirenti che stanno lavorando nuovamente sul caso Moro e che possa portare ad un risultato netto: si o no.<br />Quando dico che le parti di verit&agrave; mancanti vanno ricercate pi&ugrave; nella parte del cielo che riguarda i comportamenti di c.d. uomini dello Stato che delle Brigate Rosse, forse non ho tutti i torti.<br />E c’&egrave; chi continua a depistare fomentando improbabili ricerche negli archivi dell’est europeo.<br /><br /> </p>]]></content>
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