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vuoto a perdere

    

   

Elenco delle interviste disponibili

 

 

Intervista a Giacomo Pacini
  del 02/01/2011
  Abstract
Ho iniziato a conoscere Giacomo Pacini tramite i commenti sul sito. Grazie a FaceBook ho potuto scoprire più a fondo ilsuo modo di lavorare e le sue competenze. Quando l’amico Paolo Cucchiarelli mi ha preannunciato l’uscita di un lavoro sull’Ufficio Affari Riservati mi chiesi subito chi fosse stato così “matto” da caricarsi l’onere di scavare in quello che per me era un grosso buco documentale su uno degli apparati più potenti e misteriosi (forse il più potente e perciò misterioso) della nostra Repubblica. Quando ho saputo che l’autore era Giacomo ho avuto la certezza che si dovesse trattare di un lavoro ineccepibile e la curiosità di leggerlo è stata immediata. Un testo completo (per quanto si possa apprendere su simili strutture), onesto, rigoroso. Un lavoro che non ti aspetti da un giovanissimo come Giacomo ma che, evidentemente, storici più maturi e “contemporanei” alla struttura non hanno avuto il coraggio o le competenze per scriverlo. Lo consiglio a tutti perché pur non essendo un romanzo la sua lettura è piacevole, la struttura è ben articolata tra l’uso delle fonti e l’analisi, l’indice del lavoro è chiaro e consente di spostarsi rapidamente da un argomento all’altro. In questo può essere assimilato più ad un manuale che ad un saggio storico. Non potevo esimermi dal porre a Giacomo alcune questioni. Come al solito mi auguro di aver interpretato anche le domande dei lettori ai quali resta, come sempre, la possibilità di proporre nuove domande e riflessioni.
   
Intervista a Luigi Maria Perotti
  del 10/06/2009
  Abstract

Il 10 giugno 1981, le Brigate Rosse di Giovanni Senzani rapirono, a San Benedetto del Tronto, Roberto Peci un piccolo passato come aspirante brigatista assieme al fratello Patrizio che, invece, non solo fece il "grande salto" diventando capo della colonna torinese delle BR ma, nel 1980, il suo pentimento portò a oltre 70 arresti ed un colpo decisivo sia dal punto di vista organizzativo che di conoscenza del fenomeno che da 10 anni attraversava l'Italia.
Sono passati tanti anni senza che la storia di Roberto Peci vedesse qualcuno disposto a raccontarla. Dopo un libro uscito nel 2005 ad opera del giornalista Giorgio Guidelli "Operazione Peci", arriva un documentario a firma di Luigi Maria Perotti, giovane regista marchigiano che ha ripercorso la storia dei due fratelli di San Benedetto dei quali ancora in molti nella cittadina marchigiana preferiscono dimenticarne l'esistenza.
Perotti, con coraggio, si è avventurato in un ginepraio di carte, riuscendo a coinvolgere, nel suo progetto di ricostruzione, anche la sorella Ida Peci e la figlia di Roberto che non ha mai potuto vedere il padre in quanto al momento dell'uccisione la mamma Gabriella era incinta.
“L’infame e suo fratello” è un film documentario di 92 minuti (co - produzione internazionale Rai (Italia) – NDR (Germania), è stato distribuito in Germania, Svizzera ed Italia ed è stato presentato al Festival di Roma (sezione Extra d’essai), a Documentary in Europe (Bardonecchia), nella rassegna 70/80 organizzata dal Museo del Cinema di Torino e nella rassegna per i documentari d’autore SUNDOC, organizzata dalla Cinemateca di Copenaghen.

   
Intervista a Vincenzo Manca
  del 16/04/2009
  Abstract

Il Sen. Vincenzo Manca è stato per 5 anni vice presidente della "Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi".

Ha lavorato assieme al presidente Giovanni Pellegrino e, insieme, hanno portato l'organismo parlamentare a dei risultati importanti.

Il trentennale del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, è stata l'ennesima occasione persa per poter parlare della vicenda a distanza di trent’anni potendola affrontare come un avvenimento lontano cercando di far emergere nuovi elementi utili alla ricerca della verità condivisa.  In molti si attendevano dalla ricorrenza nuovi contributi, nuovi saggi, un nuovo impulso verso un’analisi più completa verso la ricerca di responsabilità ancora tutte da chiarire.
La risposta editoriale all’evento è stata imponente, quasi impossibile tener conto delle pubblicazioni e difficile seguire le tante trasmissioni che si sono avvicendate nell’etere soprattutto a cavallo del 16 marzo 2008. Ma novità, niente. Tutti allineati sulle responsabilità note e sull’impossibilità da parte dello Stato di giungere ad una conclusione positiva.

Il Senatore Manca ha avuto il merito di proporre una riflessione intensa e critica sui percorsi giudiziario, parlamentare, saggistico, e pubblicistico che la ricorrenza ha proposto al Paese, nel tentativo di accendere “documentalmente” fasci di luce su molte ambiguità, contraddizioni, ritrattazioni. Ne è uscito fuori un lavoro diverso dagli altri perché esposto con chiarezza, linearità e oggettività. Le speculazioni “complottistiche” hanno lasciato il posto all’analisi delle carte e queste, secondo Manca, portano di fronte ad un’unica pista: il “nodo fiorentino”, ovvero quell’area di consenso ed appoggio di cui le BR hanno fruito nei giorni del sequestro e che è stato il vero “cuore pulsante” dell’intera operazione.

   
Intervista a Manolo Morlacchi
  del 16/03/2009
  Abstract

Ho incrociato Manolo Morlacchi lo scorso anno, quando seppi del suo libro “La fuga in avanti” dall’amico Giuliano Boraso che lo definì “progetto non allineato”.
La definizione mi incuriosì molto e decisi di leggere subito il libro nel quale Manolo ha voluto raccontare, a distanza di anni, la storia dei Morlacchi, famiglia proletaria che ha attraversato, per così dire, tutte le fasi del movimento operaio dello scorso secolo.
Un punto di vista che mi incuriosiva molto, quello di Manolo.
Non protagonista ma nemmeno estraneo alle vicende degli anni settanta, perché bambino in grado già di comprendere e di applicare alle cose il filtro del giudizio.
Con una grande capacità letteraria, alternando il racconto al documento, ha saputo raccontare le vicende dei genitori e personali senza mai cadere nella retorica o nella giustificazione fine a se stessa ma sapendo rivendicare le scelte di vita e politiche di Pierino Morlacchi ed Heidi Peusch e il loro ruolo di genitori che si sono sempre preoccupati di crescere i figli con affetto nel rispetto delle proprie scelte di vita. Il tutto nel pieno rispetto delle scelte degli altri e dei dolori provocati.
Mi è sembrato un interessante punto di vista dal quale partire per analizzare le contraddizioni di una generazione, lasciando da parte le mistificazioni e le dietrologie ma mettendo in primo piano il percorso dei singoli dentro il contesto storico-sociale-politico di un’epoca con la quale non siamo ancora in grado, come nazione, di chiudere i conti.

   
Intervista a Franco Piperno
  del 03/01/2009
  Abstract
La seconda parte dell'intervista all'ex leader di Potere Operaio Franco Piperno tutta dedicata al caso Moro e alle condizioni per la chiusura  politica e storica degli anni di piombo.
Parla delle trattative, della geometrica potenza, del significato politico del rapimento di Moro. E lo fa con il suo consueto tono a volte provocatorio a volte sorpreso nel constatare quanto le cose semplici possano, facilmente, diventare complicate e controverse.
Ha la piena visione dei fatti, Piperno. Per averne vissuti in parte gli eventi e per aver conosciuto molto bene chi, quegli stessi eventi, li ha determinati e ne ha pagato le conseguenze. Una chiacchierata che a prima vista può sembrare non aggiunga nulla al già nutrito dibattito ma che, invece, offre un paio di spunti sui quali forse non tutto è stato detto
   
Intervista a Giorgio Guidelli
  del 20/10/2008
  Abstract

Giorgio Guidelli è un giovane giornalista del Resto del Carlino che ha già pubblicato tre libri sugli anni di piombo, il primo dei quali "Operazione Peci, storia di un sequestro mediatico" una vera e propria rilettura di uno dei capitoli più efferati dell’intera storia brigatista (il sequestro-assassinio di Roberto Peci, fratello del grande pentito Patrizio, ad opera delle Brigate rosse-Partito della Guerriglia). Il rapimento fu un tentativo di Giovanni Senzani, stratega e ideologo di punta dell’ultima stagione brigatista, di utilizzare e servirsi dei mass media per accreditare se stessi, attraverso il delitto. Per realizzare questo lavoro, Guidelli ha dovuto analizzare una montagna di carte processuali e questo gli ha consentito di diventare l'esperto più accreditato di quella vicenda tragica ed al tempo stesso non completamente chiarita. Ad esempio, basti citare che il giornalista non è riuscito a recuperare le versioni integrali dei 7 comunicati emessi dalle Br durante i 55 giorni del sequestro Peci essendo disponibili solo i loro estratti utilizzati nelle aule del Tribunale.

L'approfondimento della vicenda ha portato Guidelli ad un secondo lavoro "Terra di piombo" nel quale il giornalista ha ripercorso gli anni che hanno segnato le Marche dal 1976 al 1982 attraverso lotte, incontri clandestini, disordini passando da luoghi, personaggi e situazioni nella regione che fu culla delle Brigate rosse. Guidelli è anche il protagonista del ritrovamento della R4 nel cui bagagliaio fu rinvenuto il cadavere di Aldo Moro in via Caetani. Nel 2007 ha pubblicato un terzo libro "L'auto insabbiata" nel quale racconta la storia di quest'auto ancora trattenuta dal proprietario dell'epoca Filippo Bartoli.

Il fenomeno della lotta armata lo ha fino ad ora visto come un osservatore e studioso sempre più attento. In quest'intervista ho cercato di stimolare Giorgio a delle riflessioni soprattutto sulla vicenda Peci e sul perchè essa non possa ancora considerarsi un capitolo chiuso della nostra storia.

   
Intervista a Franco Piperno
  del 01/09/2008
  Abstract
Prendendo spunto dal suo ultimo libro "'68, l'anno che ritorna" (Rizzoli, 2008) ho provato a chiedere a Franco Piperno fondatore di Potere Operaio e leader del movimento romano, quale sia l'eredità positiva e negativa che il movimento di contestazione del '68 ci ha lasciato. Oltre che per aver attraversato da protagonista gli anni della contestazione, Franco Piperno è anche noto per l'impegno civile che lo caratterizza nei dibattiti cui è chiamato a partecipare. Pur non avendo scritto molti libri è uno dei principali osservatori dei movimenti di resistenza critica al processo di globalizzazione che non si fonda sulla condivisione dal basso "'68 l'anno che ritorna", è un testo che parte dall'esperienza sessantottina e dal suo significato nel tentativo di fare un bilancio politico, culturale e sociale di un sogno infranto di giovinezza e rivoluzione di chi, come lui, si è schierato dalla parte dei perdenti perchè i posti della ragione erano già tutti esauriti.
   
Intervista a Nicola Biondo e Massimo Veneziani
  del 14/07/2008
  Abstract
Nicola Biondo e Massimo Veneziani hanno, probabilmente, aperto una vera e propria voragine all'interno dei "meccanismi operativi occulti" che hanno caratterizzato il "Palazzo" durante i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro. Scrivendo un libro sulla figura di Tony Chichiarelli  che ha, tra gli altri, due grandissimi pregi:
- l'aver scavato attorno ad una figura volutamente sino a questo momento trascurata
- l'aver messo insieme una ricostruzione della sua vita che dimostra che il falsario non ha solo prestato la sua manovalanza agli apparati dello Stato, ma in più di un'occasione, ha intersecato attivamente non solo il caso Moro ma anche altri delitti politici avvenuti nel nostro Paese.

Un atto di coraggio, quello di Biondo e Veneziani. Una vera e propria iniziativa politicamente "scorretta", che va al di fuori delle righe proprio perché oltre le cose già scritte spesso si celano molte risposte o, più semplicemente, la possibilità di porsi le stesse domande sotto un altro punto di vista.
Il falsario di Stato (edizioni Cooperfiles) è un libro da "gustare". Perché si egge tutto d'un fiato, perché non è un romanzo ma un tentativo, riuscitissimo, di raccontare una storia vera, partendo dalle fonti, ma senza le pretese di dover dimostrare qualcosa. Semplicemente, mostrare.
In questa intervista, alla quale gli autori hanno risposto congiuntamente, ho cercato di approfondire i "dietro le quinte" e di offrire al lettore uno strumento in più per conoscere meglio la storia di un falso delinquente.
   
Intervista a Giuliano Boraso e Nicola Biondo
  del 23/04/2008
  Abstract
Giuliano Boraso lo abbiamo già ascoltato circa un anno fa in relazione al progetto brigaterosse.org che porta avanti assieme all’amico Tommaso Fera. Nicola Biondo ho avuto il piacere di conoscerlo in occasione della nuova edizione di Vuoto a perdere e le sue riflessioni mi sono state molto utili nel far emergere la controversa vicenda relativa al ruolo di informatore di Ronald Stark. Sono entrambi profondi conoscitori dei fenomeni eversivi, entrambi hanno pubblicato un libro di peso: Mucchio Selvaggio (Boraso, Castelvecchi 2006), l’unica storia completa di Prima Linea non narrata dal punto di vista dei protagonisti e per questo obiettiva e documentata e Una primavera rosso sangue (Biondo, Edizioni Memoria 1998), un tentativo riuscito di rimettere a posto tutti i documenti emersi sino al momento sul caso Moro per evidenziare come non sia possibile riorganizzare la conoscenza della vicenda per giungere ad una sola chiave interpretativa. Giuliano e Nicola sono i protagonisti dell’operazione più importante del trentennale del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, una ricorrenza diventata evento di marketing per autori, registi e giornalisti impegnati più a “guardare il dito e non la luna”. Se non ci fossero stati loro, le loro competenze ed il loro lavoro umile e silenzioso, oggi non avremmo l’importante testimonianza di Steve Pieczenik e staremmo ancora a credere che ad uccidere Aldo Moro siano state la linea della fermezza e la sola volontà dei brigatisti. Un documento del genere avrebbe provocato un terremoto di interrogazioni parlamentari, richieste di riapertura di indagini, fine di carriere politiche. Se non fosse che in Italia quella storia è in ostaggio di una “cricca di giornalisti e storici che si contano sulle dita di una mano e che determinano l’agenda del dibattito”. E’ triste, ma è così. Non si può ancora parlare dei comportamenti dello Stato, delle decisioni, delle omissioni, delle trame che, parallelamente al progetto brigatista, hanno fatto si che qualcuno potesse perseguire interessi politici ed economici facendone cadere la responsabilità esclusivamente sulle Brigate Rosse. Ed è disarmante la risposta che mi ha recentemente fornito un assoluto protagonista (da parte dello Stato) di quelle vicende, solo pochi giorni fa, quando alla mia domanda: “Ma perchè non parli, ormai una serie di cose le abbiamo capite” ha gelidamente risposto “No, non si è capito proprio nulla. Sono passati troppo pochi anni per parlarne...”
   
Intervista a Marco Cazora
  del 25/12/2007
  Abstract

Tra le iniziative private che si sono svolte durante i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, particolarmente significativa è stata la vicenda che ha visto protagonista l'Onorevole della Democrazia Cristiana, Benito Cazora che, sfruttando i canali della malavita che lo avevano contattato, si attivò moltissimo rischiando a livello personale ma restando sempre all'interno dei confini della legalità.

Forse riuscì a trovare la chiave per aprire la porta della "prigione del popolo" ma probabilmente qualcun'altro aveva provveduto a "cambiare la serratura".

Benito Cazora è stato sempre citato nella pubblicistica in relazione a due episodi molto importanti: una segnalazione che ricevette con riferimento alla zona di via Gradoli indicata come "zona calda" nella quale concentrare le ricerche e la questione delle foto scattate dal meccanico Gerardo Nucci, abitante in via Fani, subito dopo la fuga del commando che avrebbero potuto immortalare persone riconducibili alla malavita calabrese (foto che, consegnate al magistrato Infelisi, non saranno mai più ritrovate).

Ho ritenuto interessante ed utile approfondire il ruolo di Benito Cazora, il contatto proveniente dagli ambienti della malavita calabrese, i reali e concreti elementi che l'Onorevole mise a disposizione delle istituzioni, le difficoltà incontrate nel suo percorso.

Sono stato contattato da Marco Cazora, che come tanti lettori ha voluto mandarmi un suo piccolo (nel senso di breve) ma importante contributo. Ne è nata un'amicizia ed una stima reciproca che mi ha portato a parlare a lungo con Marco e farmi un'idea nuova della figura di Benito Cazora (purtroppo defunto nel 1999) e dei suoi sinceri e concreti tentativi di salvare la vita ad Aldo Moro.

Alla vicenda Cazora non è stata data, secondo me, l'importanza che meritava. E' stata sottovalutata nel corso dei 55 giorni ma, soprattutto, dimenticata negli anni a venire. L'ultima intervista di Benito Cazora fu pubblicata poco prima della sua morte dal mensile Area (giugno 97, pag. 34-36 leggi) a cura della giornalista Paola Di Giulio coordinata da Gian Paolo Pelizzaro che, in quel periodo, approfondì la vicenda di via Gradoli con un corposo dossier che uscì in più puntate tra maggio e luglio sempre del 1997.


Il 18 aprile 2008, inoltre, Marco ha rilasciato una lunga intervista ad Alessandro Forlani nell'ambito della rubrica "Parole in frequenza" nella quale ha fornito ulteriori particolari della vicenda che vide suo padre protagonista e parlando anche degli anni a venire e di come quel tragico episodio abbia poi condizionato la vita privata e la carriera politica di Benito Cazora. Ascolta Intervista

A Marco ho voluto fare qualche domanda aggiuntiva per dare al lettore un quadro più completo del contesto nel quale si mosse suo padre.

   
Intervista a Prospero Gallinari
  del 03/09/2007
  Abstract

Una lunga ed interessante chiacchierata con Prospero Gallinari che, anche se non ne è stato tra i fondatori, ha militato nelle BR sin dai primissimi anni. Condannato a 3 ergastoli per il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, Gallinari è oggi agli arresti domiciliari a causa delle sue precarie condizioni di salute. Ha scontato 17 anni di carcere.
Nell'intervista si parla  del contesto sociale e politico che ha generato il fenomeno della lotta armata, di giornata della memoria, di amnistia e di nuove Brigate Rosse.
Una testimonianza, questa di Gallinari, che potrà piacere o no, indignare e scandalizzare, come tutto ciò che vede protagonisti i militanti dei gruppi di lotta armata. Non importa.
Penso che sia importante per i lettori poter fruire della testimonianza diretta di un personaggio che, non essendosi nè pentito nè dissociato dalle proprie scelte, non ha niente da vendere o da chiedere in cambio a nessuno.

 
Una scheda approfondita su Prospero Gallinari è consultabile sul sito www.brigaterosse.org curato da Tommaso Fera e Giuliano Boraso

   
Intervista a Valter Biscotti
  del 15/06/2007
  Abstract

L'avv. Valter Biscotti è stato legale di parte civile della famiglia di Emanuele Petri, l'agente della POLFER ucciso da Mario Galesi (brigatista a sua volta poi rimasto ucciso) sul treno Roma-Firenze il 2 marzo 2003.
A seguito del conflitto a fuoco fu catturata Nadia Desdemona Lioce e le relative indagini hanno permesso di ricostruire gran parte della storia e dei militanti delle "Nuove Brigate Rosse".
L'avv. Biscotti ha avuto un ruolo di primo piano nella vicenda processuale e le sue indagini hanno permesso di far riemergere dai verbali il contenuto di 18 audiocassette trovate nella base di via Gradoli nell'aprile del '78.
In questa interessante intervista offre ai lettori di Vuoto a perdere un'importante novità relativa proprio al caso Moro.
Da non perdere.

   
Intervista a Vladimiro Satta
  del 28/05/2007
  Abstract
Sono profondamente convinto che chiunque ha condotto studi approfonditi abbia portato il suo contributo nella ricerca della verità. Vladimiro Satta, in questa intervista, esprime le proprie idee in modo educato e preciso. Le sue risposte saranno certamente utili a tutti coloro che desiderano conoscere meglio il suo pensiero e le ragioni del suo lavoro.
   
Intervista a Tommaso Fera e Giuliano Boraso
  del 25/04/2007
  Abstract
In questa intervista a due, Tommaso Fera e Giuliano Boraso parlano della loro esperienza nella gestione del sito brigaterosse.org.
Parole lucide e sagge non solo in merito al loro progetto ma soprattutto per quello che riguarda gli argomenti rispetto ai quali i due ragazzi propongono il dibattito
   
Intervista a Giuseppe Ferrara
  del 16/03/2007
  Abstract
Il regista Giuseppe Ferrara parla del caso Moro e lo fa con la chiarezza di sempre e la schiettezza di chi ha sempre lavorato senza "prendere ordini". Ha realizzato capolavori come "Il caso Moro", "Cento giorni a Palermo", "Giovanni Falcone", "I banchieri di Dio" ed è sicuramente uno dei personaggi più colti e trasparenti di una sinistra attenta attenta e coraggiosa, forse oggi quasi del tutto scomparsa. Scheda