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Intervista al Sen. Vincenzo Manca
Di Manlio (del 16/04/2009 @ 11:56:03, in Interviste, linkato 2312 volte)
Il Sen. Vincenzo Manca è stato per 5 anni vice presidente della "Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi".

Ha lavorato assieme al presidente Giovanni Pellegrino e, insieme, hanno portato l'organismo parlamentare a dei risultati importanti.

Il trentennale del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, è stata l'ennesima occasione persa per poter parlare della vicenda a distanza di trent’anni potendola affrontare come un avvenimento lontano cercando di far emergere nuovi elementi utili alla ricerca della verità condivisa.  In molti si attendevano dalla ricorrenza nuovi contributi, nuovi saggi, un nuovo impulso verso un’analisi più completa verso la ricerca di responsabilità ancora tutte da chiarire.
La risposta editoriale all’evento è stata imponente, quasi impossibile tener conto delle pubblicazioni e difficile seguire le tante trasmissioni che si sono avvicendate nell’etere soprattutto a cavallo del 16 marzo 2008. Ma novità, niente. Tutti allineati sulle responsabilità note e sull’impossibilità da parte dello Stato di giungere ad una conclusione positiva.

Il Senatore Manca ha avuto il merito di proporre una riflessione intensa e critica sui percorsi giudiziario, parlamentare, saggistico, e pubblicistico che la ricorrenza ha proposto al Paese, nel tentativo di accendere “documentalmente” fasci di luce su molte ambiguità, contraddizioni, ritrattazioni. Ne è uscito fuori un lavoro diverso dagli altri perché esposto con chiarezza, linearità e oggettività. Le speculazioni “complottistiche” hanno lasciato il posto all’analisi delle carte e queste, secondo Manca, portano di fronte ad un’unica pista: il “nodo fiorentino”, ovvero quell’area di consenso ed appoggio di cui le BR hanno fruito nei giorni del sequestro e che è stato il vero “cuore pulsante” dell’intera operazione.

1) Cinque anni di vice-presidenza nella Commissione Stragi cosa le hanno lasciato? E quale contributo hanno lasciato al Paese?

Nei cinque anni di attività parlamentare svolta presso la Commissione Stragi, ho vissuto esperienze straordinarie ed illuminanti relativamente ai contesti ed alle ragioni che hanno fatto vivere al nostro Paese momenti tragici. Ciò non vuol dire, tuttavia, che nell’ottica dei risultati formali dell’organismo in argomento, i singoli tasselli del lavoro svolto siano stati tutti “positivi”, dovendo considerare non solo i non pochi pregiudizi (personali, ideologici e di partito) di alcuni Commissari sulle vicende oggetto di indagine (su quella di Ustica, in particolare), ma anche le aprioristiche preclusioni di alcuni ambiti politici ai fini di una condivisione di indirizzi “indagativi” e di valutazioni dei riscontri bipartisan. Il tutto non poteva non lasciare il “segno” nelle persone con onestà intellettuale ed in particolare in chi, come chi scrive, sia cresciuto, formato ed educato, nelle Istituzioni, nel vedere prioritariamente il bene di queste ultime e del Paese e non solo quello di questa o di quella forza politica, ben sapendo peraltro che i partiti spesso curano soprattutto il risultato immediato in termini di consenso e di interesse di parte, mentre le Istituzioni ed il Paese conservano inalterata la loro “mission”, cioè il bene della collettività e dei “valori” base della vita del cittadino.

La seconda parte della domanda meriterebbe una risposta molto articolata. Provando a dare solo dei flash, ritengo di poter affermare che, così come ho scritto in più di un mio saggio, la “valorizzazione” di tutto il materiale raccolto dalla Commissione Stragi può portare ad una “lettura” nuova, attendibile ed a volte “inattesa” di molte pagine della recente storia del nostro Paese: cosa che sembrerebbe non desiderata da ambienti interessati o quantomeno valutata come non prioritaria.

2) La ricorrenza del trentennale ha portato alcune interessanti novità relative alle ultime ore della vicenda Moro. La grazia firmata da Leone e strappata, il “piano a reticolo” del Ministro Cossiga che la notte dell’8 maggio fa circondare dall’esercito un settore di Roma per pressare i brigatisti, il segretario di Moro, Sereno Freato, che vola con l’aereo di Berlusconi da Tito, l’iniziativa di Benito Cazora e del suo incontro del 7 maggio in via della Camilluccia 551 con persone che si dichiarano pronte ad un blitz per liberare Moro... Indicazioni che vanno tutte in un’unica direzione: l’8 maggio tutto era pronto per la liberazione di Moro, ma qualcosa intervenne in extremis e la trattativa andò a monte. Non ce ne sarebbe abbastanza per aprire una nuova commissione d’inchiesta o un nuovo processo?

Indubbiamente,m nelle ore che hanno preceduto l’assassinio dello statista pugliese si sono verificati fatti e circostanze coinvolgenti più soggetti, più ambiti e più città. Se è vero, infatti, che può essere attribuito un elevato grado di verificabilità all’ipotesi che lascia all’autonomia delle BR l’iniziativa del sequestro e della sua sanguinosa conclusione, è altrettanto vero che, nella gestione della prigionia e della tragica fine dell’on. Moro e per quanto attiene alla ricerca del covo ove era tenuto quest’ultimo, coagirono forze, competenze ed “incompetenze” diverse che finirono poi con il favorire l’avvitarsi della vicenda verso l’epilogo che tutti sappiamo. Va ricordato infine il pensiero di molti studiosi, secondo cui l’uccisione dell’on. Moro dopo 55 giorni di prigionia va interpretata come l’espressione di una “necessità di auto-conservazione” per i tre protagonisti, vale a dire: le BR, l’on. Moro e lo Stato italiano.


3) A trent’anni da una vicenda è realistico attendersi che non vi siano grossi ostacoli nella ricerca della verità. Cosa l’ha delusa nel trentesimo anniversario dell’affaire Moro?

Va premesso che, nella vicenda Moro, la celebrazione dei vari processi penali (protrattasi per ben 30 anni, con vari gradi di giudizio, con diversi protagonisti, in diverse sedi e con un impegno massiccio di uomini e di mezzi) ha portato all’individuazione dei “colpevoli materiali” e non dei “mandanti”, né degli “ispiratori” del crimine, chiarendo nel contempo molti equivoci, ricostruendo buona parte dei tempi e dei modi della vicenda e trovando veritiere, in molti parti di rilievo (e non in tutte ...), le dichiarazioni degli imputati e le confessioni dei pentiti. Premesso allora tutto questo, va evidenziato che, nel 30° anniversario della morte di Aldo Moro, c’erano da attendersi passi in avanti quantomeno in fatto di individuazione dei “mandanti” e degli “ispiratori” del crimine. E’ vero che sono stati scritti molti saggi, sono stati fatti convegni e sono state programmate cerimonie celebrative, ma è anche vero che si è ripetuto il ritornello di tesi senza prove, colpevolizzando ora l’uno ora l’altro ambito, soprattutto straniero, e basandosi sempre su logiche senza basi probanti. Di contro, in nessun lavoro si è accennato, si è sviluppato e si è messo a fuoco l’unico “nodo” di verità che si può considerare come il più importante risultato raggiunto, per la specifica vicenda, nel corso dei lavori della Commissione Stragi – 13^ Legislatura, vale a dire il “nodo fiorentino” che è “corredato” non solo da forti evidenze di responsabilità in documenti che sono agli atti della Commissione, ma anche da interessi vari (in più ambiti) a non vederlo svelato. E ciò nonostante l’appello del Presidente della Repubblica (l’on. Oscar Luigi Scalfaro) fatto in sede istituzionale il 9 maggio del 1998, gli inviti di vertici di Governo e degli stessi familiari dell’on. Moro. E’ bene comunque annotare che questo aspetto specifico trova spazio in molte pagine del mio ultimo saggio (“Aldo Moro, un profeta disarmato”,ed. Koinè), specificando anche che ciò è avvenuto dopo aver constatato – rimanendone deluso – che la saggistica e la pubblicistica avevano evitato di trattarlo.

4) Al termine della sua attività, la Commissione Stragi diede disposizione di procedere alla pubblicazione integrale dei documenti acquisiti e di renderli disponibili a chiunque ne avesse richiesta la visione privi di ogni vincolo di segretezza. Eppure, ancora oggi, esistono molti faldoni classificati o, comunque, non disponibili. Come mai?

Confermo che la Commissione, dopo aver considerato che il materiale raccolto era di notevole importanza per una valutazione complessiva della storia più recente del nostro Paese, nella seduta del 22 marzo 2001 deliberò di autorizzare “la pubblicazione immediata ed integrale di tutti gli elaborati prodotti da gruppi o da singoli Commissari, ... in ciò ritenendo indubbi l’utilità ed il senso complessivo dell’esperienza della Commissione”. Specificò, inoltre, che dovevano essere pubblicati tutti gli altri atti e documenti, ad eccezione però di quelli acquisiti con la classifica “segreto” o “riservato”, per i quali l’Ufficio di Segreteria avrebbe provveduto all’inoltro delle relative richieste di declassifica per verificare la permanenza del vincolo del regime di pubblicità.
Da tutto ciò deriva che la perdurante presenza di “faldoni classificati o, comunque, non disponibili” derivi dal fatto che non è stato ancora acquisito il non-vincolo del regime di pubblicità da parte degli enti originatori: fatto questo che comunque andrebbe approfondito per evitare che qualcuno non “declassificasse” senza validi e persistenti motivi.


5) Nel bel libro “Abbiamo ucciso Aldo Moro”, Steve Pieczenik ha raccontato la sua esperienza in Italia a fianco del Ministro Cossiga e della sua strategia volta a prendere tempo, manipolare le BR per spingerle ad effettuare l’unica mossa utile per lo Stato: assassinare Aldo Moro. Ed il comunicato del “Lago della Duchessa”, del quale Pieczenik si sarebbe dichiarato l’ispiratore, rappresentava il brusco stop che l’americano diede alle BR in relazione alle trattative in corso. Il tutto sarebbe avvenuto con la costante informazione a Cossiga ed Andreotti che si presero la responsabilità politica di attuare questo piano. Una rivelazione del genere avrebbe scatenato un terremoto politico in un Paese normale. Come mai in Italia è sostanzialmente passata inosservata?


A questa domanda, ammesso che tutti i “passaggi” siano veri, mi sento di rispondere solo in un modo: nel nostro Paese la “rivelazione” di cui si parla nella domanda è sostanzialmente passata inosservata in quanto si risente, in quasi tutti gli ambienti, delle patologie presenti da noi e che, nell’insieme, costituiscono quello che io definisco “il caso Italia”, il caso di un Paese, cioè, che, pur ricco di cultura, di storia, di arte e di umanità, è stato tenuto prigioniero per anni e anni da ideologie utopistiche e soprattutto dal sopravvento dell’interesse privato su quello collettivo e da uno scarsissimo senso dello Stato e delle Istituzioni. Va aggiunto che il Paese, a volte ed anche per effetto di quanto prima specificato, è stato messo in gravi difficoltà, dall’impreparazione e dall’inefficienza di settori della Pubblica Amministrazione e degli Apparati dello Stato, per non parlare del fatto che la politica italiana è stata per anni coartata dalla complessità della sua collocazione geo-politica, dalla realtà interna, nella perdurante impossibilità di superare (conciliandolo o assorbendolo) il dualismo in essa presente e cioè: rivoluzione-riformismo, governo-opposizione, occidente-oriente, pubblico-privato.
Su questo argomento ci sarebbe tanto altro da dire e che, comunque, ho cercato di riassumere nell’ultimo mio saggio, prima citato, dedicando un capitolo proprio al “caso Italia”.

6) Uno degli aspetti sui quali si è saputo di meno in tutti questi anni, riguarda il ruolo che la cosiddetta “area toscana” avrebbe ricoperto nella vicenda Moro. Quale pensa sia stato il suo coinvolgimento e, soprattutto, per quale motivo non è stato possibile avviare adeguate indagini?

L’argomento “area toscana” nella vicenda Moro (che io preferisco chiamare “nodo fiorentino”) è il punto centrale di quest’ultima. Sono convinto sia che questa sia la strada “nuova” (perché mai presa in considerazione nei vari dibattimenti) e “risolutiva” (per spiegare gli “intrecci” pertinenti alle vere “intelligenze” che hanno gestito la vicenda) e sia che essa costituisca il punto di approdo più qualificante dall’attività svolta dalla “Stragi” nella XIII Legislatura (1996-2001). In poche parole e sulla base di documentazione probante (e non sulla scorta di tesi basate sulla “fantasia” ...), il “nodo fiorentino” si presenta come la chiave di lettura principale per conoscere chi ha “diretto” la vicenda, che non è di certo Moretti. Quest’ultimo, oltre ad essere “il braccio operativo” dell’Organizzazione, si è di sicuro limitato a portare la documentazione, sull’interrogatorio subito dal politico in prigione, da Roma al luogo della periferia di Firenze (e viceversa), dove il Comitato Esecutivo delle BR, secondo quanto è stato ragionevolmente accertato, si riuniva per “gestire” il tutto (sequestro, prigionia ed assassinio dello statista pugliese). Parimenti deve ritenersi ragionevolmente probabile vedere i brigatisti toscani come “parte integrante del quadro delle responsabilità” (cosa finora esclusa dalla Magistratura e sempre volutamente “trascurata” dagli organi di informazioni ...), aggiungendo, infine, che esiste un “accertamento giudiziario” relativo alla partecipazione al Comitato rivoluzionario della Toscana del professor Giovanni Senzani, già nella primavera del 1978 e non, come si è sempre creduto, prima e dopo tale anno. A questo proposito merita riflessione quanto riferito alla Commissione Stragi da due magistrati al tempo impegnati nella Procura di Firenze nelle indagini sull’attività del brigatismo toscano. Il primo, il Dottor Gabriele Chelazzi, ha definito il Professor Senzani: “sin dal 1977 del Comitato toscano, il leader, il capo ed il vertice”, aggiungendo che è proprio “sulla base di questo che la Corte di Assise di Firenze (lo) ha condannato”. Il secondo, Dott. Tindari Baglioni, invece, rispondendo ad una mia domanda con cui chiedevo “se erano più preparati gli apparati istituzionali o le BR”, ha affermato: “la mia risposta, con una battuta, potrebbe esser che avevamo gli stessi consulenti, cioè Senzani” (vds. 60° resoconto stenografico 21 marzo 2000, pag. 3085). In precedenza lo stesso Magistrato, sempre a proposito della “preparazione dei terroristi”, aveva affermato (vds. Citato documento, pag. 3082): “l’ideologo era Senzani che faceva il consulente per il caso Moro”, per poi precisare subito dopo che era portato a dire ciò perché, all’epoca, gli era stato detto che il Prof. Senzani era un esperto di terrorismo ed era anche un uomo delle Istituzioni”.
Per quanto attiene alla parte della domanda sul motivo per cui non è stato possibile avviare adeguate indagini sul “nodo fiorentino”, la risposta può essere data solo dalla Procura di Roma, alla quale è stato inviato, nella primavera del 2001, un rapporto, a firma di Giovanni Pellegrino e mia, con il quale si prospettava quanto risultato alla “Stragi” a proposito del Comitato toscano delle BR e del Prof. Senzani. Giovanni Pellegrino, in una lettera scrittami nell’estate scorsa e riportata nel mio saggio su Aldo Moro, al proposito di questo argomento ha asserito: “Tutto ciò che segnalammo con un rapporto alla Procura di Roma sul nodo fiorentino del caso Moro ha avuto come unico effetto quello di indurre la Procura a chiudere ogni indagine sul sequestro e sull’omicidio”, per poi così concludere la sua missiva: “... noi lavoravamo seriamente, ma per questo dovevamo essere fermati e comunque non seguiti.”


7) Nell’agosto del ’98 giunsero in Commissione Stragi molti faldoni contenenti «atti di elevata classifica» da «considerarsi di vietata divulgazione». Il 29 maggio del 99, il Presidente Pellegrino dichiarava al Messaggero “Siamo vicini ad una svolta, so cose che non posso dire e che non direi neppure in seduta segreta alla commissione stragi”. E’ passato oltre un decennio. Lei era a conoscenza di quei contenuti? E’ possibile almeno rivelare a quali aspetti della vicenda facevano riferimento quelle parole?

Non ricordo i particolari cui si accenna, né i contenuti dei faldoni giunti nell’agosto del 1998 in Commissione “Stragi”. Non credo però che abbiano portato a risultanze che non siano state già rese note in nostri elaborati, o nei miei saggi o in quelli di Pellegrino. Se può interessare, mi ricordo ora solo di 8 faldoni di documenti giunti dal Sismi sulla figura e sull’attività eversiva di Giangiacomo Feltrinelli. Questo materiale è pervenuto a noi il 4 dicembre 2000 e non nel 1998.


8) In una recente intervista andata in onda su GR Parlamento, il segretario politico di Moro Sereno Freato, ha raccontato come, in realtà nella gestione della strategia che voleva Moro morto più che il consulente americano siano stati due poliziotti dell’antiterrorismo tedesco venuti a Roma ad avere grosse responsabilità. Il rapimento, secondo Freato, fu gestito nello stesso modo della vicenda Schleyer quando il governo tedesco braccò i militanti della RAF, costringendoli a spostare più volte l’industriale tedesco rapito, per poi metterli all’angolo e spingerli ad uccidere il prigioniero. Fu lo stesso Moro in una delle sue lettere a domandarsi se non ci fossero ingerenze “americane o tedesche” che impedivano l’evoluzione delle trattative. Nelle acquisizioni della Commissione Stragi esiste traccia di poliziotti tedeschi e di un loro ruolo all’interno della vicenda Moro?

A me non risulta che in Commissione Stragi esista traccia probante di un ruolo svolto da poliziotti tedeschi all’interno della vicenda Moro.


9) Il terrorista venezuelano Carlos, nel mese di giugno ha raccontato all’ANSA del tentativo in extremis di liberare alcuni brigatisti dal carcere (da parte dei nostri servizi militari, una fazione evidentemente vicina all’On. Moro) come contropartita per la liberazione di Moro e che i garanti dell’operazione avrebbero dovuto essere il col. Giovannone e l’FPLP. Il blitz fu impedito a causa della “soffiata” di un membro dell’OLP che avvertì la stazione Nato in Libano. La conseguenza fu che Moro fu ammazzato e gli uomini del SISMI protagonisti dell’iniziativa furono allontanati dal servizio. Nel mese di agosto, il dirigente OLP chiamato in causa, Bassam Abu Sharif, ha precisato che non ci fu alcun sabotaggio ma solo il fatto che una linea telefonica riservata messagli a disposizione per dare il via all’operazione, restò muta alle sue chiamate… E’ credibile il racconto dello “sciacallo”? Perché si sarebbe dovuta attuare un’operazione così rischiosa quando sarebbe bastato molto meno per salvare la vita di Moro?

Il terrorista venezuelano Carlos doveva essere sentito in audizione (tramite rogatoria in Francia, dove dall’agosto 1994 era ristretto nel carcere di massima sicurezza parigino de la Santé) con l’obiettivo di ascoltare, da uno dei più grandi protagonisti ancora in vita del terrorismo internazionale, i retroscena di alcuni fatti che hanno stravolto non solo le vicende continentali, ma anche quelle italiane nel periodo 1972-1982. Tra i punti concordati con il detenuto venezuelano c’era anche quello relativo all’insieme di contatti e di relazioni tra l’OLP e le BR. Erano state fissate le date dell’audizione: 16 e 17 ottobre 2000 presso il Palazzo di Giustizia di Parigi. Poi, senza una valida spiegazione, tutto è naufragato! ...


10) Cosa impedisce, politicamente e storicamente, di fare chiarezza su un periodo ormai abbastanza lontano temporalmente parlando che ormai, a “guerra fredda” conclusa, rischia solo di essere un freno alla compiutezza del nostro sistema democratico? O forse certe logiche strategiche ed operative esistono ancora ed è per questo motivo che “conoscere il passato” potrebbe voler dire “smascherare il presente”?


La risposta è ampia e complessa. Provando a dare solo dei cenni, dobbiamo tener presente che, ancora oggi, settori della sinistra italiana non sono ancora pronti ad ammettere gravi colpe del passato, come qualche parte del centro e della destra (che ama ancora servirsi di spettri dell’armadio altrui) vuole ancora tener vive, per servirsene all’occorrenza, le accuse sui trascorsi terroristici dell’avversario politico. Al tutto va aggiunta l’immaturità e/o qualunquistica indifferenza di molti strati della nostra società nei riguardi della verità sul passato, con il risultato scontato non solo di rimanere orfani della “memoria “ storica del Paese, ma anche e soprattutto di conservare il presente e il futuro in stato di continua vulnerabilità per il ritorno di errori e di devianze già appalesatisi, cogliendoci quasi sempre di “colpevole” sorpresa ...
Per quanto mi riguarda, io continuerò a battermi per sensibilizzare gli ambiti competenti onde giungere quanto prima possibile ad una “memoria condivisa”, ben sapendo che ciò sarà fattibile se ci sarà la volontà di “valorizzare” l’enorme e preziosa quantità di documenti giacenti negli archivi parlamentari ed ivi depositati dalla disciolta Commissione Stragi. Se tali passi saranno fatti, si sarà in grado di dare vita anche a contromisure normative, amministrative, organizzative, sociali e politiche idonee a non farsi “sorprendere” in futuro da lutti, da tragedie e da vulnus istituzionali. Se non si fa nulla o si fa solo finta di farlo o di volerlo fare (nonostante le “giornate della memoria” del 9 maggio di ogni anno), saremo un grande popolo con una grande storia ed una grande cultura, ma non saremo uno Stato moderno ed efficiente, carico, come potremmo essere, di prestigio internazionale, di rasserenante sicurezza interna, di vera identità, di piena libertà, di autentica democrazia e di forte orgoglio nazionale.
La classe politica sarà degna di questo nome se avvertirà tali esigenze e soprattutto se lotterà sempre e dovunque per onorare la ricerca della verità. Al proposito, Aldo Moro mirabilmente sentenziò: “Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra un atomo di verità ed io sarò comunque un perdente”.
Se anche il semplice cittadino terrà nell’animo tale ammonimento, sarà allora come continuare a mantenere in vita lo statista pugliese, memori come dovremmo essere del pensiero di Benedetto Croce, secondo cui una grande figura non muore mai del tutto fino a quando, in noi vivi, il suo ricordo non si è dissolto.