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Data news: 17/01/2009
Argomento:
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Titolo: 'Congelata' la scarcerazione di Battisti


SUPREMO TRIBUNAL DECIDERÀ DOPO PARERE PROCURA, MA IN BRASILE EX PAC RISCHIA 6 ANNI PER DOCUMENTO FALSO
Sul caso Battisti scende in campo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Dopo le prese di posizione del ministro degli Esteri, Franco Frattini, e del Guardasigilli, Angelino Alfano, il Capo dello Stato ha inviato al Presidente del Brasile, Inacio Lula da Silva, una lettera personale per esprimere «profondo stupore e rammarico per la decisione del ministro brasiliano della Giustizia, Tarso Genro, di concedere lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti». Nella lettera Napolitano, spiegando di essere «interprete della vivissima emozione e della comprensibile reazione che la grave decisione ha suscitato nel Paese e tra tutte le forze politiche italiane», richiama «i lineamenti dell'ordinamento costituzionale e giuridico italiano e le garanzie che esso ha offerto e offre nel perseguire anche i responsabili di reati di terrorismo». Intanto, uno stop alla liberazione di Cesare Battisti è arrivato dal Supremo Tribunal federale, la Corte costituzionale brasiliana, che ha deciso di 'congelare' la scarcerazione dell'ex leader dei Pac, condannato in Italia all'ergastolo per quattro omicidi, dopo che il ministro Tarso Genro gli aveva concesso l'asilo politico e la difesa ne aveva chiesto l'immediata liberazione, oltre all'estinzione dell'estradizione. Il Supremo Tribunal prenderà una decisione in merito solo dopo la valutazione della Procura generale della Repubblica e dunque per ora Battisti resta recluso nel carcere di Papuda. Peraltro, a ostacolare un ritorno in libertà dell'ex terrorista potrebbe essere anche un'altra vicenda, ricordata ieri dal quotidiano brasiliano 'Folha de Sao Paulò e citata oggi da 'il Giornale'. Quando venne arrestato, Battisti era in possesso di un passaporto falso intestato a Michel Josè Manuel Gutierrez, e per questo sta affrontando un processo davanti al tribunale federale di Rio de Janeiro: l'ex leader dei Pac rischia una condanna da due a sei anni di reclusione. La decisione di concedere lo status di rifugiato a Battisti è arrivata il 14 gennaio. A sopresa. Non più tardi del 28 novembre scorso infatti il Comitato nazionale per i rifugiati (Conare) del ministero brasiliano della Giustizia aveva respinto la richiesta d'asilo presentata dall'italiano nel marzo 2007, dopo che da Roma era arrivata richiesta di estradizione.
In Brasile Battisti era arrivato dopo aver fatto perdere le sue tracce il 22 agosto del 2004, lasciando la Francia, dove, evaso da un carcere italiano, si era rifugiato nel 1980. A localizzarlo in un primo momento in Sud America dopo lunghe ricerche erano stati gli agenti francesi e i carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale. Ma Battisti era riuscito ancora una volta a far perdere le proprie tracce fino al 18 marzo del 2007 quando venne catturato dalla polizia brasiliana e dagli agenti venuti da Parigi insieme alla sua compagna. Fatale per lui l'incontro con un esponente dei comitati di sostegno. A Parigi l'ex leader dei Pac, grazie alla 'dottrina Mitterand', si era rifatto una vita: abbandonata la lotta armata, si era dato alla scrittura, diventando un giallista di fama e pubblicando opere in cui proponeva alcune analisi sull'esperienza dell'antagonismo radicale, tra cui 'L'orma rossà, edito da Einaudi. Poi, però, quando l'aria era cominciata a farsi più pesante, Battisti aveva deciso di fuggire. A cambiare le carte in tavola era stato il parere favorevole all'estradizione dato dalla Corte d'appello di Parigi il 30 giugno del 2004. Poco dopo il presidente francese Jacques Chirac aveva fatto sapere che avrebbe dato il via libera all'estradizione nel caso in cui il ricorso in Cassazione presentato dai legali di Battisti fosse stato respinto. «La dichiarazione di Jacques Chirac, due giorni dopo la decisione della Corte d'appello, è riuscita a togliermi ogni speranza», aveva detto l'ex leader dei Pac nella lettera inviata agli avvocati Irène Terrel e Jean-Jacques de Felice per spiegare le ragioni della sua fuga. «Di fronte al baratro, cosa mi resta?», aveva scritto. «Soltanto i miei figli e la sottile possibilità, un giorno forse, di potermi spiegare sulle mie responsabilità politiche e di tornare infine su quel passato che l'Italia vorrebbe, mi pare, seppellire per sempre, al prezzo di una contraffazione storica». «Non lascerò la Francia, non saprei farlo, è il mio paese e non ne vedo altri nel mio futuro», aveva scritto Battisti , aggiungendo: «Continuerò a battermi affinchè sia resa giustizia all'uomo e alla storia». Con la prigione a vita, trent'anni dopo i fatti, «sarebbe la famiglia, i figli, altre vite a pagare», aveva spiegato, sottolineando: «Non posso correre questo rischio, non rivedere più i miei figli, il paese dove sono nati, l'idea mi risulta insopportabile».
Pochi mesi dopo, il 23 ottobre 2004 il primo ministro francese, Jean Pierre Raffarin, aveva firmato il decreto di estradizione che costringeva l'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo a scontare la propria pena in Italia. Contro il decreto nel novembre 2004 i legali di Battisti avevano presentato invano ricorso al Consiglio di Stato, che aveva al contrario convalidato il decreto nel marzo 2005. Gli avvocati ci hanno poi riprovato poco dopo, presentando un ricorso presso la Corte Europea dei diritti dell'uomo. Pur riconoscendo di aver fatto parte dei Pac, Battisti si era sempre detto innocente. Arrivato in Francia nel 1990 dopo alcuni anni trascorsi in Messico si era appellato alla dichiarazione del presidente della Repubblica François Mitterand, che nel 1985 aveva promesso asilo agli ex militanti della lotta armata che avessero rinunciato alla violenza. In Italia l'ex leader dei Pac era stato condannato a due ergastoli per quattro omicidi: in due di essi, quello del maresciallo Antonio Santoro, avvenuto a Udine il 6 giugno del '78, e quello dell'agente Andrea Campagna, avvenuto a Milano il 19 aprile del 1979, il terrorista sparò materialmente. Nell'uccisione del macellaio Lino Sabbadin, avvenuta a Mestre il 16 febbraio del '79, invece, Battisti fece da copertura armata al killer Diego Giacomini e, nel caso dell'uccisione del gioielliere Pierluigi Torregiani, avvenuta a Milano il 16 febbraio del '79, venne condannato come co-ideatore e co-organizzatore. L'idea alla base di quel biennio di sangue, secondo quanto si appurò in seguito, era quella di colpire, oltre ad esponenti delle forze dell'ordine, i commercianti che si erano difesi durante i cosiddetti 'espropri proletarì. Proprio per questo nel mirino dei Pac finirono il macellaio di Venezia Sabbadin e il gioielliere di Milano Torregiani. In quest'ultimo caso, poi all'omicidio, si aggiunse un ulteriore tragedia: nel corso della colluttazione, il figlio del gioielliere, Adriano, venne colpito da una pallottola sfuggita al padre prima che questi cadesse, e da allora, paraplegico, è sulla sedia a rotelle.
Fonte ADNKronos