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15/02/2011 |
ANSA |
GELLI: AVEVO LA P2,COSSIGA AVEVA GLADIO E ANDREOTTI L'ANELLO |
''Giulio Andreotti sarebbe stato il vero ''padrone'' della Loggia P2? Per carita'... io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l'Anello''. L'Anello? ''Si', ma ne parleremo la prossima volta''.
Con poche parole l'ex venerabile Gelli conferma per la prima volta che il senatore Andreotti sarebbe stato il referente di un'organizzazione quasi sconosciuta, un sorta di servizio segreto parallelo e clandestino, un possibile anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la societa' civile.
Il settimanale Oggi, che pubblica l'intervista a Gelli nel numero in edicola domani, ha chiesto un commento ad Andreotti, che con queste parole ha fatto sapere di non voler commentare. Gelli dice: ''Se avessi vent'anni di meno, mobiliterei il popolo, bloccherei ferrovie e autostrade per protestare contro l'ingerenza dell'Europa. Per bloccare chi vieta di esporre il crocifisso negli edifici pubblici''. Sulla P2, Licio Gelli tra l'altro dice: ''La rifarei. Anche se tanto del mio Piano di rinascita e' stato realizzato. Mi sarebbero bastati altri quattro mesi. Solo quattro. E avrei cambiato il sistema politico senza colpo ferire''. L'ex venerabile da' un giudizio negativo su Berlusconi: ''La sua politica non mi piace. Si e' dimostrato un debole, ha paura della minoranza e non fa valere il potere che il popolo gli ha dato. Oggi il Paese e' in una fase di stallo. Molto pericolosa. Berlusconi e' stato troppo goliardico, avrebbe dovuto dedicare piu' tempo ad altri incontri, ad altre cene''.Lapidario il giudizio su Gianfranco Fini: ''E' un uomo senza carattere''.
Alla domanda se ci siano suoi documenti segreti, magari all'estero, Gelli da' una risposta sibillina: ''Non me lo ricordo... I servizi segreti italiani hanno pagato per avere un mio archivio, falso, nascosto a Montevideo. 400 milioni di vecchie lire. Una valigia piena di cartacce, giornali, inutili fogli''. E nega ''nel modo piu' assoluto'' di conservare dossier su personaggi politici''.
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15/06/2010 |
ANSA |
Casimirri: «Con il sequestro di Aldo Moro non ho mai avuto niente a che fare» |
«Con il sequestro di Aldo Moro non ho mai avuto niente a che fare». A 32 anni dall'eccidio della scorta di Aldo Moro, dopo una condanna a sei ergastoli e una fuga in Nicaragua, il brigatista rosso Alessio Casimirri si dichiara estraneo al rapimento Moro, in un'intervista a Sette, il magazine del Corriere della Sera, in edicola da giovedì 17 giugno.
Casimirri parla da Managua, in Nicaragua, dove vive dal 1983. «Ormai - dice - sono un cittadino nicaraguense e questo è diventato il mio Paese». E sulle numerose dichiarazioni che confermano la sua presenza nel commando che rapi lo statista democristiano, Casimirri ribatte: «Valerio Morucci ha dichiarato di non poter dire se avessi fatto o meno parte del commando. Anche la dichiarazione di Raimondo Etro è falsa». Sui servizi segreti, per i quali secondo indiscrezioni avrebbe lavorato, dice, «non ho mai conosciuto il capitano dei carabinieri Francesco Delfino, non ho mai fatto parte del Sismi e mai ho collaborato con i servizi. Anzi. Volevano sequestrarmi, narcotizzarmi e portarmi con un pulmino alla frontiera». All'accusa di aver addestrato le teste di cuoio del Nicaragua, ribatte di aver «addestrato un gruppo di sommozzatori della Croce Rossa». Casimirri conclude con un'accusa: «Ogni tanto arriva qualcuno a offrirmi soldi, tanti soldi, per accusare qualcun altro di aver protetto la mia latitanza. Un vostro importante politico mi ha offerto 300mila dollari, ma non ho bisogno di mentire».
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08/05/2010 |
ANSA |
Caso Moro: c'era un fascicolo nell'archivio della STASI |
Ci sono molte carte riguardanti la vicenda Moro e le Br negli archivi della Stasi. A rivelarlo è la nuova edizione accresciuta ed aggiornata di un fortunato libro scritto da Antonio Selvatici: 'Chi spiava i terroristi. Kgb, Stasi-Br, Raf', edito dalla Pentdragon. Il libro segnala che, tra i molti incartamenti dedicati alle Br, c'è una scheda intestata a Valerio Morucci in cui, sul retro, si rinvia ad un non meglio precisato ‘Archivio Moro’. «Nonostante abbia sollecitato ricerche accurate - scrive Selvatici - gli archivisti di Berlino non hanno trovato nulla. Probabilmente è stato distrutto. Forse sarebbe stato possibile riscrivere una delle pagine più oscure della storia della Repubblica». Tra le molte ‘informative’ riguardanti le Br anche una sul 1980. «Numerosi terroristi italiani, così come membri di organizzazioni terroristiche della Germania Ovest hanno intenzione di realizzare un attentato su un volo in entrata in Italia, proveniente dalla Libia e facente scalo in un aeroporto francese, all'inizio del novembre 1980 (...).
In questo gruppo terroristico pare si trovino italiani che sono ricercati a livello internazionale». L'informativa cita il capo delle Br, Mario Moretti, come uno dei componenti del commando.
Fonte ANSA
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08/05/2010 |
ANSA |
MORO:ULTIMA NOTTE DOVEVA ESSERE LIBERATO,TANTE CONFERME |
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MORO:ULTIMA NOTTE DOVEVA ESSERE LIBERATO,TANTE CONFERME/ANSA A 32 ANNI DA V.CAETANI, ‘QUALCOSA ACCADDE,FINÌ CON RENAULT ROSSA’
(di Paolo Cucchiarelli)
Gli americani hanno un'espressione che calza: ‘La verità è come l'olio della corazzata Missouri’. Un modo di dire che paragona la verità alle bolle di olio che ancora affiorano ogni tanto nella baia di Pearl Harbour dall'ammiraglia Usa affondata dall'attacco aereo giapponese. Qualche frammento di verità sul caso Moro affiora ancora oggi, a 32 anni dall'uccisione dello statista Dc. Tanti frammenti importanti che confermano che Moro doveva essere rilasciato vivo il 9 maggio del 1978 e che qualcosa di imprevisto, non concordato, accadde quell'ultima notte. Elemento questo confermato negli anni dall'ammiraglio Fulvio Martini, numero due del Sismi all'epoca, dal terrorista Carlos detto ‘lo sciacallo’ e dall'esponente dell'Olp Assam Abu Sharif: il 9 maggio, oltre al pagamento di un riscatto, a Milano era in atto una complessa azione per la liberazione di Moro grazie allo scambio tra esponenti della Raf prigionieri di Tito e detenuti Br in mano all'Italia. Martini andò in Jugoslavia per prendere in carico i tre e portarli a Beirut, dove un aereo dei servizi segreti italiani aspettava in un angolo appartato dello scalo. La destinazione prevista era lo Yemen, base di Carlos. Una fazione del Sismi, ha raccontato due anni fa Carlos all'ANSA, cercò di salvarlo: alcuni brigatisti dovevano essere prelevati dalle carceri e portati in un Paese arabo, probabilmente per scambiarli con i tre della Raf in mano a Tito. Oggi arrivano nuove conferme dopo che l'esponente dell'Olp Assam Abu Sharif ha detto che la trattativa venne improvvisamente interrotta dagli italiani, come sostiene anche Carlos: «Avrei potuto salvare Moro. Nessuna imprudenza. Ho chiamato un numero, ho lasciato un messaggio dopo l'altro. Nessuna risposta. Davvero strano: una linea speciale e nessuno risponde...» ha detto al Corriere della sera nel 2008. Intervistate da Alessandro Forlani per la rubrica Rai ‘Pagine in frequenza’ per uno speciale di Gr Parlamento alcuni protagonisti lanciano la loro personale ‘bolla d'olio’ su quella ultima notte. Franco Mazzola, all'epoca sottosegretario alla Difesa: «Il governo non poteva trattare, ma poi trattavano tutti: la Dc, il Papa, la Caritas. Insomma, trattavano. È chiaro che se Tito si prestava ad un'operazione come questa, lo faceva con l'accordo del governo italiano. Certo, ne erano a conoscenza pochissime persone: diciamo Cossiga e Andreotti; l'ammiraglio Martini il 9 maggio andava a chiudere l'operazione, ma quelli non hanno aspettato». Umberto Giovine, allora direttore di Critica Sociale: «L'ammiraglio Martini mi parlò un giorno di questa operazione svolta in Jugoslavia; non mi meraviglia più di tanto che non vi faccia neppure cenno nel suo libro di memorie, nè che minimizzi in commissione Stragi: probabilmente si sentiva sempre vincolato dal segreto». Per il rapimento di Aldo Moro «tutto si giocò nelle ultime 48 ore», anzi «nell'ultima notte», quella tra l'8 e il 9 maggio del 1978 dice Claudio Signorile, all'epoca vice segretario del Psi. Agnese Moro: «Ad un certo punto si parlò anche di un possibile espatrio di mio padre, in cambio della liberazione; non ricordo chi ne parlò, se politici, magistrati o qualcuno dei servizi, comunque era un'ipotesi fatta anche da papà nelle lettere». Nuccio Fava, direttore del Tg1: il segretario di Paolo VI, Macchi, mi disse che il Papa era molto dispiaciuto che Moro avesse scritto che lui aveva fatto ‘pochino’; e aggiunse che Paolo VI era pronto ad ospitare Moro in Vaticano, mettendo in piedi una commissione indipendente, che tenesse in custodia il prigioniero e definisse una trattativa tra governo italiano e Br; della commissione avrebbero fatto parte la Croce Rossa internazionale, la Mezza Luna Rossa algerina e altri soggetti neutrali. Macchi disse anche che il dolore per quanto era successo aveva accelerato la dipartita di Paolo VI«. Padre Carlo Cremona, segretario di Macchi: »Padre Macchi, se faceva qualcosa andava fino in fondo; quella mattina era contento, come se avesse raggiunto il suo scopo, come se una promessa fosse stata mantenuta; mi disse di stare attento al telefono, perchè avrebbe dovuto chiamare una persona, che avrebbe fatto da mediatore con le Br. Questa persona avrebbe dovuto dire che la trattativa era andata in porto, e che Moro, come d'accordo, avrebbe incontrato una persona amica, forse Mennini, che lo confortasse, lo facesse salire su un'auto e lo portasse in Vaticano, libero. Io rimasi al mio posto, ma arrivò solo la notizia che il cadavere di Moro era stato trovato«. Corrado Guerzoni, segretario di Moro: »Che le Br abbiano fatto tutto da sole corrisponde ad una lettura sempliciotta del sequestro Moro; secondo me, hanno gestito un appalto«. Sereno Freato, tra i più stretti collaboratori dell'allora presidente della Dc: »Liberare Moro avrebbe costituito un grande vantaggio per le Br: a mio avviso è arrivato un ordine dall'alto. Forse Moro è stato, come scrive, liberato dalle Br e consegnato a X o Y, qualche settore deviato delle istituzioni o dei servizi internazionali: le Br hanno fatto da pali. Forse Moro ha riconosciuto qualcuno; è giusto dire che quella notte del 9 maggio tante cose sono accadute, che non sappiamo«. Una ulteriore conferma viene da Marco Cazora, figlio di Benito, deputato Dc che aveva cercato di aprire una canale di trattativa con ambienti della malavita romana che sostenevano di aver scoperto la prigione di Moro. Di fronte alle sue insistenze per un intervento delle forze dell'ordine, Cazora si sentì rispondere da qualcuno »molto importante«: »Smettila di darti tanto da fare, tanto quello martedì è libero«. Era sabato. Il figlio di Cazora ricorda anche quanto riferito da Cossiga in commissione Stragi nel '97 cioè che Andreotti gli disse, la sera dell'8 maggio, di sperare in una soluzione positiva. L'indomani la Renault rossa era in via Caetani.
QUELLA MISSIONE IMPOSSIBILE DI MARTINI IL 9 MAGGIO
Il 9 maggio 1978, Fulvio Martini - il dirigente dell'ufficio RS che curava i rapporti internazionali, di fatto il numero due del Sismi - si alzò molto presto. Alle 4 di mattina partì da solo, non armato, con la propria macchina da Venezia: destinazione la Jugoslavia. A cavallo fra aprile e maggio era maturata, anche su sollecitazione iniziale della famiglia Moro, la ‘pista jugoslava’ per la liberazione dello statista Dc sequestrato dalle Br il 16 marzo. Aveva il suo cardine nel maresciallo Tito e sulla sua possibilità di essere ‘cerniera’ tra Est ed Ovest (oltrechè punto di passaggio di molti gruppi terroristici all'epoca) e di cui parlano ampiamente la relazione finale della commissione Moro, Giulio Andreotti e la stessa famiglia Moro. «Alle 12 - ha rivelato Martini anni fa, rispondendo ad una richiesta di notizie per un libro sulla vicenda Moro - qualcuno mi fermò dietro un muro: era un uomo del servizio segreto militare. Il mio compito, quel giorno, era andare a prelevare i 3 della Raf che erano in mano a Tito, due uomini e una donna. Uomini della Raf che dissero di aver avuto rapporti con le Br a Milano. Mi portarono a Porto Rose e cominciammo a discutere. Gli jugoslavi avevano ipotizzato di scambiarli con i tedeschi chiedendo in cambio dei terroristi ustascia che erano stati arrestati a Bonn dopo un omicidio. Alle 16 arrivò la notizia del ritrovamento del cadavere di Moro, proprio mentre stavamo per discutere della situazione e delle notizie che avevamo raccolto. Chiamai Roma e mi dissero di rientrare subito». Una vicenda, quella della pista jugoslava e dei terroristi della Raf in mano a Tito, mai chiarita e che è ai margini della ricostruzione ufficiale del caso Moro anche se i riferimenti non mancano. Cossiga, ad esempio, ha detto più volte che il Sismi agì da solo, senza informarlo. Quei terroristi della Raf venivano da Milano ed avevano avuti contatti proprio con i Br che si opponevano alla morte di Moro. Il 6 maggio 1978 fonti diplomatiche jugoslave rivelano che sono state arrestate ed espulse dalla Jugoslavia 3 tedesche che hanno gli stessi cognomi della banda Baader-Meinhof. Le donne hanno dato le generalità di Baader, Ensslin e Meinhof, morti suicidi nel carcere di Stammheim nel 1979. Il 29 maggio la Germania chiede l'estradizione per 4 terroristi - Brigitte Mohnhaupt, Rolf Clemens Wagner, Peter Boock e Sieglinde Hoffmann - che secondo i tedeschi sono stati arrestati il 20 di maggio in Jugoslavia. I 4 rappresentano di fatto lo stato maggiore del gruppo terroristico tedesco, legato a Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, ‘lo Sciacallo’, il terrorista internazionale oggi in prigione francese. Il 30 maggio Belgrado conferma l'arresto dei terroristi tedeschi che erano in Jugoslavia - si sostiene - per organizzare un congresso della Raf. Il governo jugoslavo è disposto ad estradare i 4 terroristi e chiede a sua volta l'estradizione dalla Repubblica Federale Tedesca di 8 ustascia. Il 17 novembre 1978 la Jugoslavia rimette i 4 terroristi in libertà e li espelle dal suo territorio. È forte l'irritazione a Bonn. Il 20 dicembre 1978 il ministro dell'Interno di Bonn afferma che i 4 terroristi della Raf non si trovano in Libia e che la Mohnhaupt è sospettata di essere implicata nel rapimento di Aldo Moro. Il 2 settembre 1979 fonti vicine ai servizi di sicurezza tedeschi apprendono che i 4 si troverebbero a Baghdad in residenza sorvegliata. Fin qui la storia di una «missione impossibile» da parte di uno dei più rispettati agenti segreti italiani, resa tale soprattutto dal ritrovamento della R4 rossa in via Caetani con il cadavere di Moro proprio mentre Martini sta trattando con gli jugoslavi. Un riferimento importante per contestualizzare e probabilmente «leggere» la vicenda lo ha dato proprio Carlos ‘lo Sciacallo’ nel marzo 2000 quando, intervistato da Il Messaggero, disse: «C'erano patrioti anti-Nato, inclusi alcuni generali, che erano partiti per aspettare il rilascio dei prigionieri e per salvare la vita a Moro e l'indipendenza dell'Italia. Invece questi patrioti, inclusi alcuni generali, sono stati dimessi e costretti ad andare in pensione» (Martini in agosto abbandonò il servizio e i giornali parlarono apertamente di «epurazioni nei servizi segreti», ndr). Afferma ancora Carlos in quella intervista: «A Milano avvenne questo fatto. Che rivoluzionari stranieri mentre stavano recandosi ad una riunione decisiva, per stabilire un contatto con un rappresentante dello stato, sono sfuggiti per un soffio all'arresto della polizia. Gli agenti stavano cercando di intercettare i loro principali ospiti stranieri di cui possedevano, nelle loro mani, foto e dettagli sulla loro identità». A conferma di questa sua ‘lettura’ della trattativa, Carlos fa una rivelazione, forse importante: «All' aeroporto di Beirut un jet Executive dei servizi segreti italiani rimase in attesa a lungo aspettando un contatto con le Br attraverso gente estranea alla resistenza palestinese. Non c'erano uomini di Al Fatah». Nel 2008, intervistato dall'Ansa Carlos fornisce un ulteriore tassello che si incastra con gli altri: ci fu un ultimo, estremo tentativo di salvare Moro che ebbe come scenario la pista dell' aeroporto di Beirut dove un executive dei servizi segreti italiani attese invano, l'8 e il 9 maggio del 1978, che a Roma una certa situazione si sbloccasse. Una fazione dei servizi segreti italiani, favorevole allo scambio, avrebbe dovuto prelevare dalle prigioni alcuni Br che dovevano essere portati in un Paese arabo. A bordo di quel jet c'erano il colonnello Stefano Giovannone, uomo del Sismi legato a Moro, ed esponenti dell'Fplp, garantiti e sotto la protezione dello Stato italiano. Le cose però saltarono per l'intervento di qualcosa o di qualcuno quell'ultima notte.
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23/01/2010 |
ANSA |
Moro: Signorile, si giocò tutto la notte tra 8-9 maggio |
Sul rapimento immobilismo servizi e forze ordine fu una scelta
di Paolo Cucchiarelli
Per il rapimento di Aldo Moro "tutto si giocò nelle ultime 48 ore", anzi "nell'ultima notte", quella tra l'8 e il 9 maggio del 1978. É questa la rivelazione che fa Claudio Signorile, all'epoca vice segretario socialista, che si attivò per salvare il leader della DC, rapito dalle Brigate Rosse, in una lunga intervista ad Alessandro Forlani che può essere ascoltata sul sito rai di grparlamento.
Quindi, per Signorile tutto precipitò nella notte tra l'8 e il 9 di maggio. "quando mi occupavo della trattativa con le BR, per il tramite di Pace e Piperno, avevo il telefono sotto controllo ed ero pedinato; se avessero voluto utilizzare le informazioni raccolte, avrebbero potuto fare qualcosa; servizi e forze dell'ordine sapevano tutto, ma l'immobilismo di cui furono protagonisti nei 55 giorni del sequestro moro, fu una scelta".
Signorile, che avvertì la Commissione Stragi di quanto fosse importante considerare il ruolo dei servizi segreti internazionali nei 55 giorni, traccia un'interpretazione generale del sequestro con diverse novità. "Le BR rapirono moro in autonomia, secondo una loro logica, ma senza l'intenzione di ucciderlo: ne é prova il fatto che lo interrogassero a volto coperto". "Dopo pochi giorni però il sequestro cambiò di significato, natura e quindi anche conclusione".
Molti i particolari che Signorile racconta sulla trattativa da lui condotta, per fermare l'esecuzione. "Il 9 maggio il presidente della Repubblica Leone doveva firmare un provvedimento di clemenza a favore di Alberto Buonoconto, che sarebbe stato trasferito in un carcere più vicino ai familiari". "Quella stessa mattina il presidente del Senato Fanfani avrebbe pronunciato un discorso alla direzione DC, che di fatto avrebbe aperto una crisi politica e forse anche di governo, perchè dalla linea della fermezza, condivisa col PCI, la DC passava a quella della trattativa, proposta dal PSI". "So per certo che l'8 maggio due importanti uomini politici salirono al Qquirinale, per convincere Leone a non firmare". Come é noto, non ci fu bisogno di nessuna di queste mosse, perché la mattina del 9 Moro fu ucciso.
"Non credo che ci fosse bisogno di dare a Moretti l'ordine di agire, perché i brigatisti sapevano già cosa fare; certo c'erano delle persone sopra Moretti, che non sono mai state scoperte". "Il mio più grande rimorso é quello di non aver insistito di più con Fanfani nel nostro incontro del 6 maggio, perché facesse subito una dichiarazione netta, che ponesse fine alla linea della fermezza".
Signorile rivela anche, per la prima volta, un importante particolare, cioè il fatto che la notizia della morte di Moro si diffuse prima della telefonata di Morucci al professor Tritto, a mezzogiorno e dieci. "Cossiga mi chiamò al Viminale, per prendere un caffé insieme, e io mi stupii, perché non avevamo un rapporto di grande consuetudine". "Dopo pochi minuti che ero nella sua stanza, erano le 10 e mezzo- 11, sentiamo l'altoparlante della centrale operativa, annunciare che la nota personalità era stata ritrovata al centro di Roma".
Signorile però ritiene capziosa la ricostruzione fatta da alcuni giornalisti, che attribuiscono in quell'occasione a Cossiga la frase:"mi hanno fregato".
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23/01/2010 |
ANSA |
Moro: Signorile rivela, morte decisa l'ultima notte |
'Vorremmo sapere cosa é successo quella mattina". "vorrete dire quella notte"! "tutto si giocò nelle ultime 48 ore e poi nell'ultima notte". é questa la rivelazione che fa Claudio Signorile, all'epoca vice segretario socialista, che si attivò per salvare il leader della DC in una lunga intervista ad Alessandro Forlani che può essere ascoltata sul sito rai di grparlamento.
"Quando mi occupavo della trattativa con le BR, per il tramite di Pace e Piperno, avevo il telefono sotto controllo ed ero pedinato; se avessero voluto utilizzare le informazioni raccolte, avrebbero potuto fare qualcosa; servizi e forze dell'ordine sapevano tutto, ma l'immobilismo di cui furono protagonisti nei 55 giorni del sequestro Moro, fu una scelta". Signorile, che avvertì la Commissione Stragi di quanto fosse importante considerare il ruolo dei servizi segreti internazionali nei 55 giorni, traccia un'interpretazione generale del sequestro con diverse novità.
"Le BR rapirono Moro in autonomia, secondo una loro logica, ma senza l'intenzione di ucciderlo: ne é prova il fatto che lo interrogassero a volto coperto". "dopo pochi giorni però il sequestro cambiò di significato, natura e quindi anche conclusione".
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12/01/2010 |
ANSA |
Moro: la figlia Agnese, Stato aveva idea di dove era. Verso la fine dei 55 giorni circolò idea di espatrio |
"Il vero mistero del sequestro e dell'assassinio di mio padre, è quello che un uomo politico, che aveva scritto la costituzione e che aveva guidato il paese nei momenti più difficili, possa essere stato abbandonato da tutti e lasciato morire; credo che uno studio della sua vita politica potrà farci capire meglio anche i misteri dei 55 giorni". Lo dice Agnese Moro, una dei 4 figli dello statista, in un'intervista ad Alessandro Forlani, che può essere ascoltata sul sito del grparlamento rai.
Molti gli episodi dei 55 giorni su cui Agnese moro fa le sue puntualizzazioni. Riguardo al tema della prigione del padre, Agnese Moro ricorda l'episodio della telefonata arrivata a casa, che annunciava l'individuazione del covo e l'attuazione di un blitz, per liberare il prigioniero. "la mattina dopo, non ricordo la data precisa, ci dissero che era troppo pericoloso e che non se n'era fatto niente". "Credo, aggiunge, che comunque le forze dell'ordine avessero un'idea, forse anche precisa, di dove mio padre veniva tenuto nascosto; non é vero che non avessimo persone preparate a fronteggiare il terrorismo, tant'é che poi in pochi mesi é stato sgominato".
La figlia ricorda una frase scritta dal padre in quei giorni:"non c' é niente da fare, quando non si vuole aprire la porta". "il paese, dice Agnese Moro, ha guardato morire un innocente senza fare niente, e questo pesa sulla coscienza di tutti". Anche Agnese conferma poi il fatto che di fronte alla segnalazione su Gradoli, e al suggerimento dato dalla madre di cercare via Gradoli, dal Viminale si disse che questa via a Roma non esisteva. "eravamo tutti presenti e non é possibile smentire questo fatto, come fa il presidente Cossiga". Agnese poi conferma il fatto che ad un certo punto, verso la fine dei 55 giorni, circolò l'idea di un espatrio del padre, in cambio della liberazione. "era un'idea lanciata da mio padre nelle lettere e ne parlammo in casa come un'ipotesi praticabile, anche se non ricordo chi, politici, magistratura, servizi, ce ne parlò. Riguardo alle trattative in campo negli ultimi giorni, l'unica di cui i familiari fossero a conoscenza era quella portata avanti dal partito socialista. "evidentemente però, spiega Agnese Moro, non si riuscì ad arrivare ai vertici delle BR". Lapidario il commento su una presunta visita di don Mennini al prigioniero:"bisogna chiedere a lui".
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24/09/2009 |
ANSA |
COPASIR SI OCCUPI AL PIÙ PRESTO DEL CASO MORO |
MORO: FIANO (PD); COPASIR SE NE OCCUPI AL PIÙ PRESTO
Il Copasir deve occuparsi al più presto del caso Moro. È l'auspicio espresso da Emanuele Fiano, deputato Democratico del Comitato parlamentare per la Sicurezza della repubblica. «Chiederò al presidente Rutelli - ha precisato il parlamentare in una nota - di mettere in calendario una nostra riunione specifica su questo tema alla quale possano partecipare i direttori di Aise e Aisi, Bruno Branciforte e Giorgio Piccirillo, insieme al prefetto De Gennaro. Mi auguro che tutti i colleghi saranno d'accordo con questa proposta». Fiano ha poi rilevato che «la drammatica emergenza dettata dall'Afghanistan ha centrato la riunione di oggi del Copasir e l'audizione del direttore dell'Aise, Branciforte, su quanti e quali rischi corrono i militari italiani impegnati in questa missione. Tuttavia rimane del tutto aperta la necessità di chiarimenti che le agenzie del sistema di sicurezza dello Stato devono essere in grado di fornirci circa le dichiarazioni del pentito Francesco Fonti sulle novità del caso Moro».
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23/09/2009 |
ANSA |
CAFORIO (IDV) COPASIR ORA INDAGHI SU ANELLO |
MORO: CAFORIO (IDV) COPASIR ORA INDAGHI SU ANELLO INCROCIO DI ELEMENTI TRA DICHIARAZIONI FONTI E UNA INCHIESTA
«Le dichiarazioni del pentito della 'ndragheta Francesco Fonti sono sconcertanti: il Parlamento ha il dovere di fare chiarezza». Lo afferma il senatore dell'Italia dei Valori e componente del Copasir Giuseppe Caforio dopo la pubblicazione dell'inchiesta di Riccardo Bocca sull'Espresso in base alla quale,sottolinea Caforio, «il Sismi nel 1978 e il suo direttore di allora, Giuseppe Santovito, erano a conoscenza dell'indirizzo presso il quale era detenuto l'onorevole Aldo Moro. Le dichiarazioni - prosegue Caforio - sono estremamente puntuali e dettagliate e ciò che colpisce è la coincidenza tra quanto afferma Fonti e quanto emerge in un recente libro-inchiesta su un servizio segreto clandestino, pubblicato con il titolo 'L'Anello della Repubblica'. Anche in quel libro testimonianze e indizi danno corpo alla concreta ipotesi che Aldo Moro si trovasse in via Gradoli prima di tutta la messa in scena del Lago della Duchessa. Ora gli inquirenti facciano il loro dovere così come deve farlo il Parlamento: porterò nel Copasir - conclude Caforio - la richiesta di andare a fondo nella ricerca di una verità che sembra assai vicina».
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23/09/2009 |
ANSA |
DOMANI COPASIR SI OCCUPERÀ DI RIVELAZIONI FONTI |
MORO: FIANO,DOMANI COPASIR SI OCCUPERÀ DI RIVELAZIONI FONTI
«Le dichiarazione del pentito della 'ndrangheta Francesco Fonti riportate da Riccardo Bocca sull'Espresso, che accreditano la tesi che il Sismi nel 1978 e il suo direttore di allora, Giuseppe Santovito, fossero a conoscenza dell'indirizzo presso il quale era detenuto Aldo Moro, sono ovviamente di enorme gravità». Lo ha detto Emanuele Fiano, deputato del Pd e membro del Copasir. « necessario - prosegue Fiano - che il Parlamento accerti la consistenza di tali dichiarazioni. Domani stesso nel corso dell'audizione presso il Copasir dell'ammiraglio Branciforte, direttore dell'Aise, chiederò di verificare se esistano tracce o riferimenti presso il suo servizio circa tali affermazioni, ugualmente farò con il direttore del Dis prefetto De Gennaro e con il direttore dell'Aisi generale Piccirillo. Altrettanto importante sarebbe comprendere la consistenza delle dichiarazioni del pentito circa il fatto che Mario Moretti ricevesse, nel 1990, in carcere, non meglio specificati pagamenti mensili su assegni circolari. Mi auguro - conclude Fiano - che quanto prima potremo applicare compiutamente la legge 124 che dovrebbe rendere per la prima volta nel nostro paese accessibili atti eventualmente coperti dal segreto di stato e risalenti all'epoca del rapimento Moro».
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22/09/2009 |
ANSA |
PDCI, VERIFICARE SUBITO DICHIARAZIONI FONTI |
PDCI, VERIFICARE SUBITO DICHIARAZIONI FONTI
«La testimonianza del pentito Francesco Fonti, le cui ultime rivelazioni sulla nave dei rifiuti di Cetraro sono risultate esatte, relativa al rapimento di Aldo Moro, pubblicato da 'L'Espressò sul suo sito, meritano una immediata verifica da parte dell'autorità giudiziaria, perchè evidenziano un intreccio malato tra politica, criminalità organizzata e servizi segreti di cui molto spesso si è sospettato». Lo afferma Jacopo Venier, della segreteria del Pdci, secondo il quale, «se confermate, le rivelazioni di Fonti riaprirebbero il 'caso Morò, che resta una delle pagine più oscure e buie della storia della Repubblica».
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22/09/2009 |
ADNKronos |
SU SITO L'ESPRESSO, TESTIMONIANZA EX BOSS 'NDRANGHETA FONTI |
L'ESPRESSO, SU SITO TESTIMONIANZA EX BOSS 'NDRANGHETA FONTI = 'RICOSTRUISCE SUO TENTATIVO PER CONTO DI UNA PARTE DELLA DC DI TROVARE LA PRIGIONE DI MORO'
Dalle 16.20 il settimanale 'L'Espresso' ha pubblicato sul suo sito un video e un articolo con la straordinaria testimonianza in prima persona sul rapimento Moro di Francesco Fonti. L'ex boss della 'ndrangheta, grazie alle sue rivelazioni, ha già permesso di trovare in Calabria una nave affondata dolosamente e carica, secondo gli investigatori, di scorie tossiche o radioattive.
Il pentito, adesso, ricostruisce giorno per giorno, il suo tentativo per conto di una parte della Democrazia Cristiana di trovare la prigione di Moro. Fonti ricostruisce i suoi incontri con i vertici del Sismi, i contatti con la banda della Magliana, il dialogo con un deputato Dc e quello con un capo di Cosa Nostra. Fino al delicatissimo appuntamento con il segretario della Dc Benigno Zaccagnini. Una vera e propria indagine sul campo fermata da uno stop improvviso.
Con una scoperta sconvolgente, anni dopo, nel carcere di Opera, dove Fonti fu rinchiuso fianco a fianco con il capo delle Br Mario Moretti.
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22/09/2009 |
ANSA |
FRANCESCO FONTI, TUTTI SAPEVANO DI VIA GRADOLI MORETTI PAGATO DAL VIMINALE PER MANTENERE IL SUO SILENZIO |
FRANCESCO FONTI, TUTTI SAPEVANO DI VIA GRADOLI MORETTI PAGATO DAL VIMINALE PER MANTENERE IL SUO SILENZIO
Francesco Fonti, il pentito della 'ndrangheta che ha permesso di individuare sui fondali a largo della Calabria le 'navi dei veleni', fa nuove clamorose rivelazioni pubblicate sul sito de «L'Espresso». Una testimonianza in prima persona raccolta da Riccardo Bocca che da anni segue le rivelazioni del pentito che ora getta nuova luce sui retroscena della vicenda Moro. Fonti fu inviato dalla 'ndrangheta a Roma il 20 marzo del '78 chiamato da Riccardo Misasi e Vito Napoli. Incontra il segretario della Dc Benigno Zaccagnini e si rende conto che molti personaggi della banda della Magliana sanno che Aldo Moro, e i suoi rapitori sono in via Gradoli. «Come è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al corrente di dove si trova il covo delle Br?». Fonti ha riscontri anche dai rappresentanti della 'ndrangheta a Roma e incontra anche la sua fonte nel Sismi, un certo «Pino» che torna poi anche nella vicenda delle «navi dei veleni». L'ultima certezza dopo molti incontri e tante certezze Fonti la ebbe il 4 aprile quando incontrò il direttore del Sismi Giuseppe Santovito. «Pino mi porta dal capo da Forte Braschi, dopo un dialogo interlocutorio, Santovito mi chiede se ho notizie precise riguardo ad un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: 'Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro'. In ogni caso, aggiunge congedandomi, 'teniamoci in contatto tramite Pino». Contento di quella notizia Fonti torna il 9 o il 10 aprile a San Luca dal suo capo, Sebastiano Romeno, che gli fa le sue congratulazioni ma lo gela con una notizia: «peccato che da Roma i politici abbiamo cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri». Fonti, preso dallo sconforto, telefona alla questura di Roma, per invitarli ad andare in via Gradoli 96, «lì troverete i carcerieri di Aldo Moro». Pochi giorni dopo, il 18 di aprile, il covo di via Gradoli 96, viene scoperto, ricorda Fonti, «per una strana perdita d'acqua. Dei brigatisti come è logico, viste le premesse, non c'è traccia. E a questo punto so bene il perchè: non c'è stata la volontà di agire. E Fonti una sorta di risposta l'ebbe quando nel 1990 si trovò nel carcere di Opera insieme a Mario Moretti e si accorse che il capo delle Br riceveva ogni mese una busta con un assegno circolare. »Qualche tempo dopo - rivela Fonti - un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare i soldi (del ministero dell'Interno ndr) lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito, l'ennesimo mistero - conclude la testimonianza di Fonti - tra i misteri del caso Moro dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica«.
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21/04/2009 |
ANSA |
SEQUESTRO MORO: CIRO CIRILLO, POTEVA ESSERE SALVATO COME ME |
«Aldo Moro poteva essere salvato pagando un riscatto in denaro, proprio come accadde con me». Lo ha sostenuto Ciro Cirillo (ex assessore regionale all'urbanistica e lui stesso ostaggio delle Brigate Rosse dal 27 aprile al 24 luglio 1981) nel corso della presentazione del libro-intervista firmato da Giuliano Granata e Tonia Limatola, «Io, Cirillo e Cutolo - dal sequestro alla liberazione», edito da Cento Autori. Sollecitato dalle domande del giornalista Nico Pirozzi, che ha moderato l'incontro, Cirillo ha aggiunto: «A rivelarmelo furono i miei stessi carcerieri, che mi spiegarono anche che quando la trattativa prese il via era già tardi. Troppo tempo era inutilmente passato, prima di capire che c'era la possibilità di percorrere anche questa strada». Altri tasselli al mosaico sono, successivamente, stati aggiunti da Giuliano Granata, ex capo della segreteria particolare di Cirillo e componente della direzione nazionale della Dc, protagonista della trattativa parallela con il capo della Nco, Raffaele Cutolo, e i servizi segreti, nel carcere di Ascoli Piceno. «La cifra messa a disposizione dei brigatisti in cambio della liberazione di Moro - ha spiegato l'ex sindaco di Giugliano - era di circa quaranta miliardi di lire». Il tempo, però, non giocò a favore dell'ostaggio, che fu ucciso 55 giorni dopo il sequestro. «Il prevalere dell'ala militarista del movimento diede una svolta tragica al sequestro», ha concluso Granata.
«Della trattativa parallela con il capo della Nco, Raffaele Cutolo, per la liberazione di Ciro Cirillo, attraverso il pagamento di un riscatto in denaro, erano al corrente buona parte dei vertici della Democrazia Cristiana». Lo ha affermato Giuliano Granata, già capo della segreteria particolare di Ciro Cirillo, l'ex assessore regionale all'urbanistica, ostaggio delle Brigate Rosse dal 27 aprile al 24 luglio 1981 - e componente della direzione nazionale della Dc, protagonista della trattativa parallela con Cutolo, il Sisde e il Sismi, nel carcere di Ascoli Piceno. «Questo l'ho capito a distanza di qualche mese dalla liberazione di Cirillo, quando l'esistenza di una trattativa con la camorra cominciò a trapelare anche dalle colonne di qualche giornale», ha spiegato Granata, sollecitato dalle domande del giornalista Nico Pirozzi, durante la presentazione del libro-intervista firmato con Tonia Limatola, «Io, Cirillo e Cutolo - Dal sequestro alla liberazione», edito da Cento Autori. «A chiedermi conferma della mia presenza nel carcere di Ascoli Piceno e anche di un incontro con Cutolo fu, nel corso di una vera e propria irruzione nel consiglio comunale di Giugliano, Joe Marrazzo, il giornalista Rai autore di numerose inchieste su mafia e camorra. Non negai. Subito dopo, però, telefonai ad Antonio Gava, per metterlo al corrente di quanto era accaduto». «A conclusione del colloquio Gava mi disse che quelle dichiarazioni rendevano necessaria una riunione della direzione nazionale del partito. Ebbene - conclude Granata - se, come si è sempre sostenuto, nessuno in casa DC sapeva della trattativa con Cutolo, quale necessità c'era di convocare, con così tanta urgenza, una riunione della direzione per elaborare una strategia di condotta, a seguito dell'intervista che avevo rilasciato a Marrazzo?».
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18/11/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: COSSIGA, TOGLIERE 'SEGRETO DI FATTO' SU CARTE PRESIDENTE DC = C'È CONFERMA O SMENTITA 'LODO' CON PALESTINESI |
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«Nella mia veste di senatore farò tutto quello che posso perchè da queste carte venga tolto il 'segreto di fattò». Lo scrive il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, che nella pagina dei commenti de 'La Stampà risponde alla denuncia dello storico Miguel Gotor, secondo il quale i documenti personali di Aldo Moro non sono ancora consultabili dagli studiosi. L'archivio del presidente Dc rapito e ucciso dalle Br, scrive Cossiga, contiene notizie preziose sulla Democrazia cristiana, sul compromesso storico e «la conferma o la smentita delle rivelazioni, di origine palestinese e italiana, fatte questa estate alla stampa sul così detto 'Lodo Moro', e cioè sugli accordi di non belligeranzà che Aldo Moro avrebbe concluso con Al Fatah, con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina e con altri movimenti di resistenza palestinese, attraverso il servizio segreto militare». Il senatore a vita ricorda: «Io ho un archivio ben modesto che non è coperto da alcun segreto e da nessun segreto sarà coperto neanche dopo la mia morte, perchè ho dato istruzioni in questo senso a mia figlia e a mio figlio». Cossiga precisa che «le uniche carte interessanti che sono in mio possesso sono un rapporto delle autorità tedesche» ma già rese note da «un brillante giornalista italiano che non mi ha disvelato la fonte, sulla Rete Internazionale Stay Behind, e appunti sui tragici 55 giorni». Appunti che non sono nella sua «libera disponibilità» perchè «vennero redatti con un mio collaboratore d'allora, oggi importante parlamentare del partito di opposizione: per il resto -dice il senatore a Miguel Gotor- è sin d'ora a sua disposizione».
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11/11/2008 |
ADNKronos |
MORO: COSSIGA, LINEA FERMEZZA FU DI BERLINGUER |
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«Una delle cose che non ho mai capito, per esempio, è perchè non si associa la linea della fermezza ad Enrico Berlinguer, perchè fu sua più che mia. Io ricordo ancora nel mio studio Enrico Berlinguer con il suo fare da gran signore, e per questo deciso, nel mio ufficio ad intimarmi di smettere di permettere alla Dc di cercare soluzioni tramite la Croce rossa». Lo afferma il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, intervistato da Lucia Annunziata per 'Titoli' su Red. Annunziata lo incalza: «Questi rapporti con il Pci, presidente, lei se li rigira un pò come vuole, guardi che Pecchioli e Berlinguer non hanno di fronte alla storia la stessa responsabilità che ha lei». «Ripeto -replica Cossiga- che il partito della fermezza fu innanzi tutto il partito comunista e non capisco ancora oggi perchè questa cosa la famiglia Moro non l'abbia mai riconosciuta».
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11/11/2008 |
ANSA |
MORO: COSSIGA, LA LINEA DELLA FERMEZZA FU DI BERLINGUER |
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«Una delle cose che non ho mai capito è perchè non si associa la linea della fermezza sul rapimento di Moro a Enrico Berlinguer, perchè fu sua più che mia. Io ricordo ancora nel mio studio Enrico Berlinguer con il suo fare da gran signore, e per questo deciso, nel mio ufficio ad intimarmi di smettere di permettere alla Dc di cercare soluzioni tramite la croce rossa». Così Francesco Cossiga rivolto a Lucia Annunziata durante «Titoli», trasmissione di su Red tv. La giornalista ha risposto: «Questi rapporti con il Pci, presidente, lei se li rigira un pò come vuole, guardi che Pecchioli e Berlinguer non hanno di fronte alla storia la stessa responsabilità che ha lei». «Ripeto - ha ribattuto Cossiga - che il partito della fermezza fu innanzi tutto il Partito Comunista e non capisco ancora oggi perchè questa cosa la famiglia Moro non l'abbia mai riconosciuta».
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07/11/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: COSSIGA, IMPOSIMATO MI ACCUSA MA È UN POVERINO |
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SONO SEMPRE STATO FAVOREVOLE A COMPROMESSO STORICO - «Povero Imposimato! Si è perfino dimenticato che io sono stato sempre favorevole al compromesso storico e sono stato ministro dell'Interno di governi sostenuti dal Partito Comunista, che il Partito Comunista è stato il più fermo sostenitore della linea della fermezza e che in una sua lettera dalla cattività Aldo Moro mi ha accusato di essere, per sostenere la linea della fermezza, sotto l'influenza di Enrico Berlinguer, perchè mio cugino e sardo. Poverino Imposimato!». Lo sottolinea in una nota il presidente emerito della Repubblica e senatore a vita, Francesco Cossiga, a proposito delle dichiarazioni sul delitto Moro del magistrato Ferdinando Imposimato, autore di un libro presentato ieri all'università 'La Sapienzà di Roma.
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06/11/2008 |
ANSA |
UNIVERSITÀ: A SAPIENZA LEZIONE SU CASO MORO E COSSIGA |
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«Il caso Moro è stato un delitto di Stato, dove le Brigate rosse sono state 'la pistola', ma Cossiga e altri politici i veri responsabili». È questa la tesi sostenuta dal magistrato nel delitto Moro, Ferdinando Imposimato, e il giornalista del Tg5, Sandro Provvisionato, autori del libro inchiesta «Doveva Morire», presentato oggi agli studenti nell'università La Sapienza di Roma, durante un incontro-lezione organizzato da «Sapienza in Movimento». «Nella morte dell'ex-presidente democristiano Aldo Moro - sequestrato e ucciso dalle Brigate rosse nel '78 - sono intervenuti fattori diversi dalle Br, esponenti di governo come Cossiga hanno vanificato le occasioni presentate per salvare Moro», ha spiegato Imposimato, giudice istruttore che ha seguito i processi Moro. Per Imposimato, che nel libro ha anche diffuso «documenti nascosti ai magistrati per diversi anni e poi ritrovati», il potere politico aveva deciso, dopo il sequestro di Moro, di «abbandonarlo perchè promotore del compromesso storico, all' epoca osteggiato da Usa e Urss». Tra le tesi del magistrato c'è anche quella secondo cui «i servizi segreti hanno rappresentato l'anello di congiunzione tra i terroristi e i politici». «Il delitto Moro non è stato un complotto - ha aggiunto Provvisionato - ma una convergenza di interessi perchè il leader Dc dava fastidio a molte persone e, tra gli altri, a anche alla P2».
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24/10/2008 |
Ansa |
MISERIA DELLE BR, TORNA 'IO L'INFAMÈ DI PATRIZIO PECI |
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'IO L'INFAME' (SPERLING&KUPFER; PP.254; 15 EURO)- «Non ho rimpianti, non ho rimorsi. Sono felice di aver fatto quello che ho fatto, perchè era giusto farlo». Parola di Patrizio Peci il primo pentito delle Br che - per unanime ammissione - con le sue confessioni contribuì a smantellare l'organizzazione e che ritorna oggi in libreria con il racconto di quegli anni in una versione arricchita e aggiornata. Un altro libro di un ex terrorista dunque? Luca Telese, curatore della collana, risponde subito nella prefazione:«fatto salvo che tutti hanno diritto a parlare - anche e soprattutto gli ex terroristi - forse bisognerebbe non prendere per oro colato quello che ci raccontano». Ed ancora: «in non credo che la verità sugli anni di piombo si potrà mai fare per decreto storiografico o ministeriale. ne tantomeno assumendo univocamente memorie di parte (qualunque sia la parte). Ma sono certo invece che solo l'incrocio delle fonti possa avvicinarci ad un'approssimazione ragionevole della verità». Ma cosa dice Peci di nuovo rispetto all'edizione pubblicata nel 1983? Nulla di più di quello che già si sapeva. La forza della testimonianza - se così si può dire - risiede oggi, come nell'edizione di allora, nella dissacrazione del mito delle Br. «Uno stupefacente almanacco - sintetizza Telese - delle umane miserie, dei sogni borghesissimi (e quindi ovviamente repressi) di tanti brigatisti, delle piccole-grandi debolezze dei rivoluzionari che prima giocavano alla guerriglia di classe, e poi sparavano, con la facilità e la spietatezza di chi è folgorato dalla luce abbagliante del fanatismo». Compresa la violenza terribile e disumana che praticarono e teorizzarono. Patrizio Peci - cui le Br uccisero il fratello e la cognata incinta di cinque mesi per ritorsione - è oggi uno sconfitto: «credevo che la politica avrebbe cambiato il mondo, ma ora vedo che la politica ha cambiato noi». Gli piace Hugo Chavez, un leader «che ci prova»; fa un lavoro «normale», non è «miliardario e sovvenzionato dai servizi segreti», come vogliono alcune voci e aspetta il 27 del mese perchè i soldi finiscono subito. Ha come capo uno dei carabinieri che all'epoca gli dava la caccia, ma ancora oggi non sa dire a distanza di tanti anni se davvero è lui quello che ha smantellato le Brigate Rosse. «Figura tragica della della recente storia italiana, con questo libro - osserva Giordano Bruno Guerri che all'epoca raccolse le sue confessioni - Peci ha lasciato almeno una testimonianza: forse non sufficiente a riscattarlo, ma senz'altro preziosa come documento storico ed umano».
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15/10/2008 |
Ansa |
TERRORISMO: GUAGLIARDO NON RIVELÒMAI INCONTRO CON S. ROSSA |
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L'incontro che l'ex BR Vincenzo Guagliardo ebbe con Sabina Rossa, figlia di Guido, l'operaio dell'Italsider ucciso nel 1979 e per il cui omicidio Guagliardo fu condannato come esecutore materiale, non fu mai reso noto dell'ex brigatista, nè citato nelle sue richieste di trattamenti alternativi al carcere. A rivelarlo è il suo avvocato, Ugo Giannangeli, il quale spiega che Guagliardo non ne fece cenno nemmeno con lui, prima che la notizia fosse pubblicata da un quotidiano. «È stata una scelta di grande dignità - ha spiegato Giannangeli - e fatta per rispetto nei confronti di Sabina Rossa e dei famigliari delle altre vittime, perchè questo contatto non potesse essere interpretato come strumentale per avere dei benefici». L'incontro, che avvenne circa due anni fa a Melegnano (Milano), dove l'ex brigatista lavorava con la moglie, Nadia Ponti - condannata perchè dirigente nazionale delle Br - fu chiesto dalla stessa Sabina Rossa. Guagliardo, dopo un lungo travaglio, decise di incontrare la figlia della vittima e rimase con lei un paio d'ore. Sabina Rossa, in quell'occasione, incontrò anche Nadia Ponti. L'ex brigatista non ne fece cenno con nessuno «per rispetto verso i famigliari delle vittime», tant'è vero che l'episodio non compare nell'incartamento allegato alla richiesta di libertà condizionale che è stata respinta dal tribunale di Sorveglianza di Roma, città in cui la coppia sta scontando la semilibertà. «Non è possibile che la nostra sorte sia legata al fatto che un parente delle vittime voglia incontrarci o meno - sintetizza così Giannangeli il pensiero di Guagliardo -: al fatto che la figlia di Guido Rossa abbia voluto incontrarmi e il figlio di un carabiniere, comprensibilmente, non lo voglia fare con qualcun'altro».
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15/10/2008 |
Ansa |
TERRORISMO: SABINA ROSSA, KILLER MIO PADRE OGGI RAVVEDUTO L'HO INCONTRATO, MERITA SEMILIBERTÀ |
«Chiedo di parlare con il giudice che ha rigettato la richiesta di libertà condizionale avanzata da Vincenzo Guagliardo, detenuto dal 1980, perchè possa riconsiderare la sua decisione. Ho incontrato Vincenzo Guagliardo ,che la mattina del 24 gennaio 1979 sparò a mio padre, quando era in regime di semilibertà e credo di poter testimoniare a favore del suo ravvedimento». Lo dichiara Sabina Rossa, deputata del Gruppo Pd e figlia di Guido Rossa, l'operaio dell'Italsider ucciso dalle Br nel 1979.
Guido Rossa, operaio comunista dell'Italsider di Genova, fu ucciso dalle Brigate Rosse per aver denunciato e fatto arrestare dai carabinieri un collega che, in fabbrica, distribuiva volantini delle Br. La mattina del 24 gennaio 1979 Vincenzo Guagliardo e Riccardo Dura lo colpirono mentre saliva in macchina per andare a lavoro. Nel libro scritto nel 2006 da Sabina Rossa per affrontare, dopo tanti anni, il suo passato, la parlamentare si diceva «assolutamente convinta che gli ex brigatisti che hanno saldato il conto con lo stato non possano essere considerati 'reatì ma persone, di cui si è disposti a guardare il cambiamento». Nel libro Sabina Rossa racconta il suo incontro con Vincenzo Guagliardo - che, con Dura, sparò a suo padre - e sua moglie Nadia Ponti. La coppia le racconta l'ingresso nelle br, il carcere, ma soprattutto Guagliardo torna al giorno in cui ha sparato a Guido Rossa, attraverso il finestrino dell'auto, come lo ha colpito alle gambe, come poi, diversamente da quanto previsto, Riccardo Dura si è avvicinato ed ha sparato a sua volta finendolo. Racconta il suo sgomento per quella morte che non doveva esserci, la certezza che fosse un errore politico.
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14/10/2008 |
Ansa |
MORO: COSSIGA, IL 'SENZA CONDIZIONI' DI PAOLO VI FU DI SUO PUGNO |
«Non è vera l'accusa che sia stato Giulio Andreotti a suggerire a Paolo VI l'aggiunta della frase »senza condizioni« nell'appello che fece ai brigatisti per la liberazione di Aldo Moro». Lo dichiara l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, intervenendo alla puntata di Porta a porta dal titolo «Un anno tre papi: 1978», dedicata ai pontefici Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II che andrà in onda questa sera.
Alla domanda se sia vero che proprio il giorno prima della morte di Moro il Vaticano era pronto a pagare un riscatto, Cossiga, all'epoca ministro dell'Interno, risponde «Questo io l'ho saputo solo dopo». Poi l'ex presidente della Repubblica racconta: «la sera prima dell'uccisione dello statista ero andato a Palazzo Chigi dove trovai un Giulio Andreotti (allora presidente del Consiglio, ndr) fiducioso poichè era stato informato che il Vaticano stava per raggiungere degli accordi».
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13/10/2008 |
ANSA |
MORO: ACCAME, VIA IL SEGRETO DA INCHIESTA MASTELLONI |
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«La chiave di conoscenza del cosiddetto »Lodo Moro« (dai contorni apparentemente misteriosi) si trova nell'inchiesta del magistrato Mastelloni sul traffico di armi tra i movimenti palestinesi e le Br, inchiesta che sfiora anche la vicenda Carlos e su cui è stato posto il segreto di Stato». Per conoscere quindi i termini di questa misteriosa intesa, come chiesto recentemente dalla Comunità israelitica romana, bisogna togliere il segreto da quelle carte: una richiesta avanzata dal presidente dell'Associazione nazionale assistenza vittime nelle forze armate, Falco Accame, già presidente della commissione Difesa della Camera. «Gli accordi per la vendita di armi e munizionamenti alle Br, furono stipulati - sottolinea Accame - dall'addetto militare a Beirut, colonnello Stefano Giovannone, che venne anche arrestato nel corso dell'inchiesta. Tracce di questi accordi che il colonnello certamente rese note al Sismi, si debbono trovare ovviamente negli archivi del nostro servizio segreto militare che possono chiarire ciò in cui consisteva il cosiddetto Lodo Moro a cui si addebita anche la possibilità di una 'valigia palestinesè possibile autrice della strage di Bologna».
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26/08/2008 |
ADNKronos |
TERRORISMO: COSSIGA, DEL LODO MORO NON SAPEVO NULLA NE PRESI ATTO |
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«Io non ne sapevo niente, ma ho dovuto prendere atto che c'era un patto con l'Olp e con le altre formazioni arabe». Nuove rivelazioni sul cosiddetto «Lodo Moro» da parte del presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga in un dibattito con Enrico Cisnetto ed Ernesto Galli della Loggia durante «Auronzo InConTra», la manifestazione gemella di «Cortina InConTra» organizzata da Enrico e Iole Cisnetto. «Moro - ha spiegato Cossiga - era il vero interlocutore amico dei servizi segreti, delle forze armate e delle forze dell'ordine. In confronto io e Andreotti eravamo dei pivellini». «Un giorno la polizia fermò un camioncino sospetto, che era di Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci: dentro c'era un missile - ha continuato Cossiga - Dopo il suo arresto, ricevetti un telegramma da parte di George Habbash, capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Rivendicava la proprietà di quel missile e protestava perchè avevamo violato 'il patto'. Quale patto, chiesi io. E da lì venne fuori la storia di un accordo tra servizi segreti per evitare che l'Italia fosse oggetto di attentati terroristici. In cambio, noi eravamo zona franca per loro. E poi - ha concluso il senatore a vita - l'Italia è sempre stata filo-araba».
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20/08/2008 |
ANSA |
BIANCO (PD), SU «LODO MORO» COSSIGA PROVOCA |
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«Cossiga è un uomo di straordinaria intelligenza e conosce molte cose, ma a volte si lascia andare alla voglia di provocare»: lo ha detto Enzo Bianco (PD), già ministro dell'Interno e presidente del Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti). Bianco lo ha dichiarato rispondendo a una domanda sul cosiddetto 'Lodo Moro' che secondo Cossiga avrebbe costituito negli anni del terrorismo un lasciapassare ai palestinesi e che avrebbe causato tra l'altro la strage di Bologna. A margine di un dibattito di «Cortina InConTra» con Enrico Cisnetto, Bianco ha detto che «Cossiga sa molte cose: è stato presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, ministro dell'Interno. Ma io non credo alla sua versione. Per me sulla strage di Bologna vale la verità che è uscita dalle sentenze della magistratura. Sicuramente ci sono ancora delle cose che devono venire fuori, e magari se ne saprà qualcosa in più quando cesserà il segreto di Stato. Ma non c'è dubbio che la strage di Bologna non abbia nulla a che fare con i palestinesi».
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14/08/2008 |
ANSA |
ACCORDO CON ITALIA DI MORO, NO ATTACCHI |
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Un accordo tra l'Italia di Aldo Moro e i palestinesi, un'intesa tra il governo di allora e il Fronte popolare che poteva far transitare armi ed esplosivi garantendo al Paese l'immunità da attacchi. A confermare l'esistenza di quello che Francesco Cossiga ha definito il 'lodo Moro' è Bassam Abu Sharif, ex portavoce del Fronte popolare e consigliere di Arafat, che in un'intervista al 'Corriere della Sera' dichiara «trattai io il 'lodo Moro'». «Ho seguito personalmente le trattative per l'accordo. Aldo Moro era un grande unomo - dice - un vero patriota. Voleva risparmiare all'Italia qualche mal di testa». «Non l'ho mai incontrato - aggiunge Abi Sharif - Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del Sud e poi del Sismi a Beirut, ndr). Incontri a Roma e ub Libano. L'intesa venne definita e da allora l'abbiamo sempre rispettata». Il 'lodo Moro' concedeva ai palestinesi «piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza coinvolgere italiani». «Da parte nostra - prosegue l'ex portavoce del Fplp - garantivamo anche di evitare imbarazzi all'Italia, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano». «Gli americani non erano affatto felici della nostra cooperazione con l'Italia - aggiunge - soprattutto perchè passavamo agli italiani informazioni top secret su quello che gli americani stavano facendo nel vostro Paese». Abu Sharif, nell'intervista parla anche dei rapporti tra il Fronte palestinese e i brigatisti:«se un ex Brigate rosse stava scappando, aveva bisogno di un rifugio e ci chiedeva aiuto, non potevamo cacciarlo. Gli preparavamo un passaporto e lo facevamo andare via. Piccoli militanti,non gente importante. Le autorità italiane lo sapevano: il povero Giovannone veniva a protestare da me». Infine Abu Sharif parla della strage alla stazione di Bologna e dice «non c'entriamo niente. Nessun ordine è venuto da me. Il massacro non ha niente a che vedere con organizzazioni palestinesi. Neppure un incidente. Non c'era nessuna ragione per farlo».
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14/08/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: EX PORTAVOCE FRONTE POPOLARE PALESTINESE, COSÌ TRATTAI IL 'LODO MORO' = «CI VENIVA CONCESSO DI ORGANIZZARE PICCOLI TRANSITI- TRATTAMMO CON GIOVANNONE...» |
«Ho seguito personalmente le trattative per l'accordo con Aldo Moro. Lui era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare all'Italia qualche mal di testa. Non l'ho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone, capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut. Incontri a Roma e in Libano. L'intesa venne definita e da allora l'abbiamo sempre rispettata». Lo ha dichiarato Bassam Abu Sharif, ex portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e consigliere speciale di Yasser Arafat in in un'intervista al 'Corriere della Serà, in cui conferma l'esistenza di un accordo tra Italia e palestinesi, definito dal presidente emerito Francesco Cossiga come 'lodo Morò. «Ci veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi - continua Sharif - senza coinvolgere italiani. Dovevamo informare le persone opportune: stiamo trasportando A, B, C. Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi. Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano». Quanto alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, «noi non c'entriamo niente», assicura l'ex portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. «Nessun ordine è venuto da me. Il massacro non ha niente a che vedere con organizzazioni palestinesi. Neppure un incidente. Non c'era nessuna ragione per farlo, soprattutto a Bologna».
«La Cia o il Mossad potrebbero avere usato un palestinese - aggiunge poi Sharif - un loro agente. È stato fatto esplodere, senza che lo sapesse, per accusare noi. Gli americani non erano affatto felici della nostra cooperazione con l'Italia. Soprattutto perchè passavamo agli italiani informazioni top secret su quello che gli americani stavano facendo nel vostro Paese». «Avrei potuto salvare Moro - conclude parlando del presunto accordo per scarcerare alcuni brigatisti e portarli a Beirut in cambio della vita del presidente del Consiglio - da parte mia non c'è stata nessuna imprudenza. Ho chiamato un numero, ho lasciato un messaggio dopo l'altro. Nessuna risposta. Davvero strano: una linea speciale e nessuno risponde».
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26/07/2008 |
AGI |
COSSIGA: 80 ANNI, MOMENTO PIU’ DIFFICILE FU SEQUESTRO MORO |
“Quello del sequestro Moro fu il momento più difficile politicamente e moralmente”. Lo afferma il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, in una intervista al Tg1 in occasione del suo 80esimo compleanno. Cossiga mostra ai telespettatori una foto di Aldo Moro, dove c’è’ scritto “con ammirazione e grande riconoscenza”. “Fu l’unico - spiega Cossiga - a tenergli compagnia quando Moro passò le consegne ad Andreotti a Palazzo Chigi. Poche ore dopo Moro mi mandò questa sua foto”.
Alla domanda se quel grazie sarebbe ancora lì oggi, Cossiga risponde: “Assolutamente si’”.
Alla domanda su cosa non rifarebbe delle cose fatte nella sua vita, Cossiga risponde: “Il Presidente della Repubblica, perché è’ un grosso errore andare al Quirinale senza avere una grossa forza politica alle spalle, che ti sceglie con convinzione, e non perché, come nel mio caso, ero l’unico che si poteva far eleggere con i voti del Pci”.
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26/07/2008 |
ANSA |
MONS. MENNINI, IL PARROCO CHE EBBE UN RUOLO NEL CASO MORO |
PAPA: MONS. MENNINI, OLTRE CHE A MOSCA, NUNZIO IN UZBEKISTAN (ANSA) - CITTÀ DEl VATICANO, 26 LUG - Mons. Antonio Mennini, già rappresentante della Santa Sede presso la Federazione Russa, assumerà anche il ruolo di nunzio apostolico in Uzbekistan. La decisione del Papa è stata resa nota oggi un comunicato della Sala Stampa vaticana.
Mons. Antonello Mennini, parroco della Chiesa Santa Lucia, nel quartiere Trionfale di Roma, al tempo del rapimento e dell'uccisione del presidente della Dc Aldo Moro, ebbe un ruolo - come latore di lettere del prigioniero delle Br alla famiglia- nella vicenda che cominciò con la strage del 16 marzo 1978, il sequestro di Moro e si concluse con la tragedia del 9 maggio. Il nome di «Don Antonello» peraltro compare nella relazione parlamentare della commissione d'inchiesta sul sequestro. Quest'anno nel trentennale della strage di via Fani, il nome di don Antonello - passato negli anni successivi dalla parrocchia romana ad incarichi sempre più prestigiosi- è stato citato da esponenti politici nel rievocare le varie fasi della tragedia di Moro. Tra le testimonianze più significative quella di Francesco Cossiga, ministro dell'Interno nel 1978, che ha raccontato: «Don Antonello Mennini raggiunse Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse e noi invece non lo scoprimmo. Avevamo messo sotto controllo telefonico e sotto pedinamento tutta la famiglia e tutti i collaboratori. Ci scappò, Don Mennini». E ancora: « ho sempre creduto che don Antonello, allora suo confessore attualmente nunzio apostolico in Russia, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell'esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell'Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri».
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09/07/2008 |
ANSA |
MORO/30:MAZZOLA,SE FOSSI UN MAGISTRATO INTERROGHEREI CARLOS |
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Franco Mazzola, al tempo del sequestro Moro a capo di uno dei tre comitati di crisi, interviene sulle rivelazioni fatte all'Ansa dal terrorista venezuelano Carlos. Nell'intervista alla RAI, che può essere riascoltata sul sito di Grparlamento, Mazzola spiega che Carlos sa molte cose e anzitutto bisogna chiedersi, perchè fa queste affermazioni a 30 anni di distanza. «Devo dire però che, mentre dell'operazione jugoslava (scambio di 4 terroristi della RAF per la libertà di Moro) e di quella vaticana (pagamento di un riscatto) qualche sentore si era avuto, e quindi posso dire che questa operazione, questo abbozzo di operazione c'era stato, di questa operazione mediorientale non ho mai sentito parlare». Mazzola aggiunge poi che il Colonnello Giovannone, con cui ha parlato molte volte, non gli ha mai fatto cenno a fatti di questo genere; inoltre che Giovannone avesse il potere di far evadere dei brigatisti è pura fantapolitica. «Posso però anche dire che Carlos mescola, volutamente o non volutamente, visto che sono passati tanti anni, storie che hanno credibilità (Jugoslavia) con cose che hanno credibilità molto minore». «Certo se fossi un magistrato, che aveva in mano il Moro sexies ormai archiviato, riaprirei il caso, per interrogare Carlos, almeno per avere una completezza di informazione». Sollecitato sul fatto che il figlio di Moro, Giovanni, era stato sentito dalla magistratura, poco dopo l'assassinio del padre, per spiegare perchè avesse chiesto il passaporto e se sapesse qualcosa in merito ad un'informativa dei servizi, che parlava di un'operazione da svolgersi nello Yemen, Mazzola ha risposto di non aver mai visto questa informativa e di non poter dire nè che esiste, nè che non esiste. «Quello che è credibile è lo scenario generale indicato da Carlos, quello ciòè di un'Italia 'campo di battaglia' in cui si confrontano i servizi segreti internazionali». «Resto dell'idea che l'unico uomo che sa tutto di queste vicende, tentativi falliti di salvare Moro e influenze esterne sulle BR, è Mario Moretti».
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08/07/2008 |
ANSA |
COSSIGA, SAPEVO DI AVERE CONDANNATO A MORTE ALDO MORO. LA STRAGE DI BOLOGNA? UN INCIDENTE DELLA RESISTENZA PALESTINESE |
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«Quando il Pci di Berlinguer ha optato per la linea della fermezza ero certo e consapevole che, salvo un miracolo, avevamo condannato Moro a morte». In una intervista al 'Corriere della Sera' in occasione dei suoi 80 anni, il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga racconta i fatti che hanno segnato la sua lunga carriera politica, dagli anni di piombo, a Tangentopoli, fino al Pd di Veltroni, «perfetto doroteo che parla bene senza dire nulla». Cossiga difende la sua scelta di non trattare con le Br per la liberazione di Moro: «Io - dice - ero e resto convinto che lo Stato sia un valore. Per Moro non era così: la dignità dello Stato, come ha scritto, non valeva l'interesse del suo nipotino». L'ex presidente della Repubblica ripete anche la sua verità sulla strage di Bologna: «Fu un incidente accaduto agli amici della 'resistenza palestinese'», che «si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo». La condanna di Mambro e Fioravanti arrivò, quindi, perchè «nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista». Cossiga si dice anche convinto che «la Cia e gli Stati Uniti non siano stati estranei a Tangentopoli, così come alle disgrazie di Andreotti e di Craxi», che sono stati «i più filopalestinesi tra i leader europei. I miliardi di All Iberian furonono dirottati da Craxi all'Olp. E questo a Fort Langley non lo dimenticano». Infine uno sguardo all'attualità e al Partito Democratico: «Ma che cos'è? - si chiede - Io mi iscriverei meglio a ReD, il movimento di D'Alema, di cui ho disegnato anche il logo: un punto rosso cerchiato oro».
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07/07/2008 |
ANSA |
MORO/30:GALLONI, SUPER SERVIZIO SEGRETO SAPEVA TUTTO |
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«Ho scritto questo libro, perchè spero che la magistratura riapra le indagini sul delitto Moro: finora tutti i magistrati che se ne sono interessati, hanno sempre dovuto arrendersi di fronte ai silenzi che venivano dai servizi segreti». Giovanni Galloni, all'epoca del sequestro vicesegretario della DC, racconta in un'intervista ad Alessandro Forlani del Grparlamento della RAI quelli che considera i misteri irrisolti legati al delitto, riassunti nel libro «30 anni con Moro», Editori Riuniti. Moro sapeva che americani ed israeliani avevano infiltrato le BR, ma non passavano le informazioni ottenute alle nostre autorità. «Il nostro ambasciatore a Washington, avvertito sul problema da Moro, si sentì dire che le informazioni venivano passate ai servizi segreti italiani, spiega Galloni, ma probabilmente le nostre spie non le trasmettevano al governo, perchè in gran parte i servizi erano deviati». Il terrorismo di sinistra venne strumentalizzato ed usato, per creare instabilità in Italia. Una volta rapito Moro, gli Stati Uniti fecero in modo che lo statista e la sua politica di apertura al PCI, uscissero di scena. Il racconto di Galloni, che ha come fonte un ex senatore del Congresso degli Stati Uniti, ha forti somiglianze con quello di Steve Piezenik, l'esperto americano inviato dall'amministrazione Carter, che ha di recente affermato di aver tenuto le BR sul filo del rasoio, conducendo finte trattative, e allo stesso tempo, tenendo i terroristi sotto la minaccia di un blitz. Alla fine, dice Piezenik, le BR non possono far altro che uccidere l'ostaggio. Galloni aggiunge che ai primi di aprile l'ex agente segreto Vito Miceli andò in missione in America, per vedere se almeno la vita di Moro poteva essere salvata, ma la risposta fu interlocutoria: «se riuscite a trovare la prigione, potete liberarlo». Secondo il politico DC gli americani sapevano dov'era Moro, ma non hanno aiutato le indagini. Alla fine alcuni uomini della DC e il Papa Paolo VI giocarono le ultime carte, proponendo una trattativa umanitaria, ma l'intesa che si stava per raggiungere con le BR fallì all'ultimo momento. Il motivo è avvolto nel mistero. «Ho concordato con Fanfani quello che avrebbe dovuto essere il suo intervento alla direzione DC del 9 maggio; ci doveva essere l'annuncio della convocazione del consiglio nazionale e l'apertura ad un gesto umanitario verso i terroristi, che non violasse le leggi». «Le BR erano pronte a rilasciare Moro e glielo avevano annunciato, come testimonia una delle lettere dello statista; Moretti ha dichiarato che loro uccisero Moro, perchè furono presi dalla paura, che il nascondiglio venisse scoperto».All'obiezione che quella mattina, nè Leone firmò un provvedimento di clemenza, nè Fanfani aprì alla trattativa, Galloni risponde che ci sono ancora troppi segreti. «Non so come le informazioni arrivassero dalle istituzioni alle BR, ma so che al Viminale era attivo un gruppo riservato di agenti segreti, che agiva sempre con la copertura del segreto di Stato». Galloni conclude paragonando il caso Moro al caso Mattei:«abbiamo pensato per quasi 40 anni che fosse stato un incidente e ora sappiamo che fu una bomba ad uccidere il presidente dell'ENI; speriamo che gli archivi dell'ovest e dell'est rivelino i livelli di copertura del terrorismo italiano degli anni 70».
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01/07/2008 |
ANSA |
MORO/30: GARDNER, DA USA VIA LIBERA CONTRO BR SOLO 8 MAGGIO |
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L'8 maggio 1978 l'Ambasciata Usa a Roma ebbe via libera per aiutare il governo italiano a combattere il terrorismo: lo scrive nelle sue memorie l'ex diplomatico Richard N. Gardner. L'ambasciatore Usa a Roma nel 1977-1981 ha rivelato - nel suo «Mission: Italy» del 2004- di esser riuscito a convincere Washington del carattere «transnazionale, se non addirittura internazionale» delle Br: per questo lo Special Coordinating Committee del consiglio di Sicurezza americano decise l'8 maggio di superare i limiti imposti dalla legislazione statunitense. «L'emendamento Hughes-Ryan al Foreign Assistance Act del 1975 - scrive Gardner - approvato in reazione a ciò che era sembrato un inopportuno intervento della Cia in Cile ed in altre parti del mondo, proibiva al governo Usa di intervenire nella politica interna di altri paesi». Quindi, la richiesta di aiuto che arrivò dal governo italiano «per localizzare il nascondiglio in cui Moro era tenuto prigioniero, ci aveva causato un forte imbarazzo», ricorda Gardner che ritenne la risposta negativa del Dipartimento di Stato Usa alla sollecitazione di Roma «un'interpretazione dell'emendamento Hughes-Ryan eccessivamente rigida», poichè considerava le Br ed il sequestro dello statista meramente un fattore di politica interna. Gardner da tempo cercava di convincere Washington del carattere «transnazionale» delle Br, anche sulla base di un rapporto Cia che all'inizio del 1978 sottolineava «il legame con i servizi segreti cecoslovacchi e l'esistenza di contatti informali tra i terroristi italiani, la Raf tedesca e le organizzazioni arabe». «Andreotti e Cossiga si dimostrarono estremamente riconoscenti quando pochi giorni dopo gli comunicai questa decisione - ricorda Gardner riferendosi al via libera dell'8 maggio - Ma, purtroppo, in via Caetani era già stato ritrovato il cadavere di Moro» .
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01/07/2008 |
ANSA |
MORO/30: SERVIZI USA DIVISI SULL'INTESA DC-PCI INGRESSO COMUNISTI NEL GOVERNO ERA MINACCIA PER LA NATO |
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L'intesa tra Moro e Berlinguer divise le intelligence statunitensi: lo dimostra la documentazione declassificata sulla stagione 1974-1978. Nel giugno 1977, in piena era Carter, un documento interno spiegava che gli effetti «deleteri» del 'Compromesso storico' erano motivo di preoccupazione: «Il Pci nell'esecutivo creerebbe problemi di sicurezza, in particolare all'interno del Nuclear Planning Group della Nato. Le aperture di Berlinguer all'ombrello militare occidentale non bastano per definire il Pci 'pro-Alleanza'», spiega il documento dei servizi segreti Usa che precisa: «Questa formulazione non trova il consenso degli 007 della Difesa, delle Forze armate, e nemmeno di alcuni elementi della Cia, per i quali si tratta di una formula 'benigna', che non tiene conto dei veri obiettivi del partito comunista». Per i «falchi», il Pci avrebbe operato al fine di ridurre l'influenza americana nella Nato ed in Europa, in particolare ridimensionando, o eliminando del tutto, la presenza militare statunitense nel Paese: il 'Compromesso storico' era da impedire. Per le «colombe», i rischi della collaborazione tra Dc e Pci erano da verificare sul campo: si trattava della vecchia linea del capo della Cia Colby, dell'ala 'aperturista' dell'Agenzia, che aveva trovato riscontro nella linea pragmatica adottata dall'amministrazione Carter, impostata al superamento della «retorica del confronto che aveva caratterizzato la precedente amministrazione». Le divisioni tra i servizi Usa si erano concretizzate almeno a partire dal luglio 1974, durante l'era Ford-Kissinger: un National Intelligence Estimate bollava il 'Compromesso storico' come una minaccia per l'Alleanza Atlantica. Anche in quella occasione, i servizi della Difesa e quelli militari, «con il sostegno di alcuni elementi della Cia», sottolineavano il rischio del «ritiro dell'Italia dalla Nato e la rimozione delle basi militari Usa nel Paese». Il direttore della Cia - all'epoca William Colby, appunto - era invece convinto che i comunisti al governo non avrebbero avuto, almeno nell'immediato, un atteggiamento di rottura: «Il Pci penserebbe a consolidare il potere interno piuttosto che spingere per soluzioni radicali». Una dicotomia presente in quasi tutti i documenti disponibili riferiti all'Italia ed al Compromesso storico nel periodo 1974-1978, nei quali trovava ampio spazio anche la percezione che si aveva a Mosca dell'intesa Dc-Pci: «Crea malumori perchè potrebbe ridurre l'influenza del Pcus sui partiti comunisti. È chiaro che a Breznev non piace Berlinguer e non si fida di lui. La vittoria della politica del leader italiano potrebbe dare spiacevolì lezioni ad altri partiti comunisti» scrivevano gli analisti Usa sin dal 1974.
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30/06/2008 |
APCom |
MORO/ MASTELLONI: CARLOS USATO DA 007 FRANCESI PER 'MESSAGGIO' |
"Non credo che dalla audizione di Henry Kissinger davanti al Copasir (comitato per la sicurezza della Repubblcia, ndr) arriveranno novità importanti. Credo che non ci saranno sorprese". E' quanto afferma, interpallato da Apcom, il Procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Mastelloni, che in passato da giudice istruttore ha indagato su vicende come quella della caduta dell'aereo militare 'Argo 16' e sul traffico d'armi tra Br e Olp nella seconda metà degli anni' 70.
Ci potrà essere qualcosa di interessante per gli storici, ha aggiunto Mastelloni commentando l'audizione in programma oggi pomeriggio a Palazzo San Macuto, ma difficilmente ci sarà qualcosa di stravolgente nelle dichiarazioni di Kissinger che possano aggiungere qualcosa di nuovo nelle vicende giudiziarie che riguardano il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro.
Sulle recenti dichiarazioni del terrorista Ilich Ramirez Sanchez, alias Carlos, relative alla tragedia di Ustica, Mastelloni afferma che l'ex 'primula rossa' del terrorismo internazionale denominato lo 'Sciacallo' potrebbe essere stato utilizzato 'dai francesi' (i servizi di intelligence d'oltralpe) per mandare un messaggio dopo le rivelazioni (non gradite) del presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga che in una intervista tv aveva parlato del ruolo della Francia nella vicenda del Dc9 dell'Itavia.
"I servizi francesi - sottolinea Mastelloni - si sono dimostrati forti e efficienti. Non è un caso che ebbero la lungimiranza di comprarsi e acquisire con la caduta del muro di Berlino gran parte dell'archivio della Stasi (l'ex potente servizio di intelligence della Ddr, ndr)".
Quell'archivio probabilmente aiutò i francesi nella cattura nel 1994 dello stesso Carlos che avvenne grazie alla collaborazione delle autorità del Sudan, tappa finale della lunga latitanza del terrorista.
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29/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: IMPOSIMATO, CARLOS CONFERMA IPOTESI INVESTIGATIVE |
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Le rivelazioni del terrorista venezuelano Carlos all'ANSA confermano alcuni filoni di indagine sul delitto di Aldo Moro: lo sottolinea Ferdinando Imposimato. Il giudice istruttore del processo sul sequestro e l'assassinio del leader Dc non ha dubbi: «Le dichiarazioni del terrorista sono di straordinario interesse. Lo stesso Moro prigioniero sollecitò con due lettere, una a Erminio Pennacchini, l'altra a Flaminio Piccoli, l'intervento di Stefano Giovannone, a cui era legato da profonda amicizia, per essere liberato». L'operazione si risolse in un insuccesso: «Si sono messe in moto forze contrarie alla liberazione dello statista Dc», spiega il giudice riferendosi «ad ambienti Nato, ma anche a quelli del Patto di Varsavia». La possibile liberazione di Moro «accelerò la sua esecuzione, perchè le pressioni sulle Br erano molteplici, come ha confermato anche Mario Moretti». Il giudice ritiene verosimili anche le rivelazioni sul rapimento di Gianni Agnelli: «A Milano era operativa una struttura di cui facevano parte anche terroristi della Raf tedesca, che erano in contatto con Mario Moretti».
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29/06/2008 |
ANSA |
MORO/30:NEL'DIARIO SEGRETO DI HAMMAD' L'INTERVENTO DI ARAFAT |
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Una parziale conferma delle rivelazioni del terrorista Carlos sul caso Moro viene da una testimonianza raccolta in un libro «Diario segreto di Nemer Hammad» pubblicato quattro anni fa dall'ex direttore del Tg2 Alberto La Volpe. Nel libro, Hammad, per anni l'ambasciatore dell'Olp a Roma, raccontava che, nei giorni del sequestro Moro il governo italiano gli chiese se Arafat potesse attivarsi per cercare un canale di contatto con le Br: «Con l'allora capo dei servizi segreti Santovito andammo a Beirut dove incontrammo Arafat. Lui disse che Moro aveva fatto molto per noi e si mostrò disponibile e che era giusto cercare di intervenire per salvarlo, anche se l'Olp non aveva mai avuto contatti con le Br». In seguito, racconta sempre Hammad, un uomo conosciuto dai servizi segreti palestinesi «si impegnò a mettersi in contatto con persone che avevano avuto relazioni con le brigate rosse, e che a suo giudizio in quel momento si trovavano a Berlino». La missione però non ebbe successo «perchè arrivato a Berlino, quelli che si pensava potessero arrivare alle br o negarono o non vollero parlare».
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29/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: ACCAME, VIA SEGRETO STATO SU INCHIESTA ARMI BR-OLP |
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«Per sapere delle avvitività del colonnello Giovannone, a cui si riferisce 'Carlos', si dovrebbe togliere il segreto di Stato apposto nel giugno 1988 all'inchiesta del magistrato Mastelloni di Venezia del 1979, sul traffico di armi Br-Olp. Giovannone venne anche arrestato». Lo sottolinea, in una nota, Falco Accame presidente dell'associazione vittime arruolate nelle forze armate e familiari dei caduti. A proposito delle rivelazioni sul 'caso Moro' del terrorista venezuelano in carcere a Parigi, Accame aggiunge che 'Carlos' potrebbe fornire indicazioni sullo sparatore che in Via Fani esplose una quarantina di colpi e fuggì su una moto. Accame vorrebbe sapere se apparteneva alla banda di 'Carlos' e se la macchina con targa venezuelana appartenuta all'addetto militare dell'ambasciata di Caracas a Roma, e presente in Via Fani, sia stata riassegnata dal Ministero dell'Interno al brigatista Valerio Morucci.
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29/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: DE LUTIIS, SETTORI SERVIZI NON LO VOLEVANO LIBERO |
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«È possibile che alcuni settori dei servizi segreti italiani abbiano saputo che a livello internazionale si preferiva che il sequestro Moro si concludesse con l'uccisione dell'ostaggio». È l'opinione di Giuseppe De Lutiis, storico dell'intelligence italiana, riguardo all'intervista esclusiva dell'ANSA nella quale il terrorista Carlos ha parlato di un estremo tentativo di una fazione del Sismi per salvare lo statista democristiano. De Lutiis è convinto che «il compromesso storico», di cui Moro era l'alfiere, «fosse temuto sia dagli Stati Uniti che dall'Urss e da altri Paesi dell'una e dell'altra parte». In questo quadro, secondo lo studioso, è possibile che una parte del Sismi, più vicina ai servizi dei Paesi Nato, si sia opposta al tentativo di cui ha raccontato Carlos. Secondo De Lutiis, la versione del terrorista detenuto in Francia non è del tutto nuova, ma introduce tasselli di verità su cui è opportuno fare verifiche. A questo scopo bisognerebbe interpellare, dice il professore, «gli ufficiali che erano in posti di responsabilità nei servizi in quel periodo e che sono ancora vivi». Oltre a questi, di cui preferisce non fare i nomi, De Lutiis cita il generale Gianadelio Maletti, a quel tempo fuori dal Sismi, ma «persona autorevole che sicuramente conosce queste vicende». Maletti vive da parecchi anni in Sudafrica.
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29/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: PRIORE, CARLOS CONFERMA RUOLO RILEVANTE PALESTINESI |
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Le dichiarazioni di Carlos all'ANSA confermano il ruolo dei terroristi mediorientali nelle trame per salvare Aldo Moro: così il giudice Rosario Priore. «In questa luce - spiega il magistrato titolare di alcune delle inchieste sull'omicidio dello statista - va inquadrato anche il tentativo in extremis del figlio dell'onorevole Moro, quel viaggio nello Yemen del Sud dove era ubicata la centrale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina». Secondo Priore tuttavia, l'operazione che vede protagonista il colonnello Giovannone, precisata da Carlos all'ANSA, non era stata ordita da una fazione del Sismi: «Il servizio segreto militare riceveva ordini dal livello politico, che all'epoca era nettamente schierato su una posizione filo-araba. Nei servizi l'anima 'filo-israeliana' apparteneva al passato. Giovannone non agiva da solo, o al di fuori dell'input politico». «Carlos ci dà ragione - aggiunge Priore riferendosi alle ipotesi investigative perseguite negli anni - confermando anche la missione di Martini in Yugoslavia». I tentativi «internazionali» per liberare Moro fallirono, «come quelli di carattere 'interno'», perchè si misero in moto «entità che perseguivano l'obiettivo opposto». «Non mi riferisco a Washington e Mosca - precisa il giudice - ma agli altri servizi segreti, agli altri Stati che si appropriavano degli spazi lasciati liberi da Cia e Kgb».
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29/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: PELLEGRINO, CARLOS RAFFORZA INDIZI CONOSCIUTI |
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Un ulteriore indizio che una trattativa per la liberazione di Aldo Moro ci fu e giunse a un notevole punto di maturazione. L'ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino definisce così le rivelazioni del terrorista Carlos nell'intervista esclusiva concessa all'ANSA. Pellegrino premette di avere «molti dubbi sulla credibilità di Carlos». Ricorda come lo Sciacallo alcuni anni fa inviò segnali di disponibilità a incontrare la Commissione che l'allora senatore Ds presiedeva, salvo poi far saltare tutto all'ultimo momento. Nonostante ciò, «quello che ha detto Carlos - ha affermato Pellegrino - è un'ulteriore conferma di un fatto che ritengo estremamente probabile: negli ultimi giorni del sequestro Moro una trattativa o forse molto di più era giunta a un notevole punto di maturazione». La conferma di quanto si fosse giunti vicini a un esito positivo, secondo Pellegrino, è in uno scritto autografo nel quale Moro parla già della sua liberazione e - ricorda Pellegrino - ringrazia le Brigate Rosse per la loro unilaterale generosità«. L'ex presidente della Commissione stragi esamina i possibili artefici della trattativa con i brigatisti e cita tra gli altri il Vaticano. »Ci sono state più attivazioni di trattativa - conclude Pellegrino - e uno andò molto vicino a ottenere la liberazione di Moro«.
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28/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: INTERVISTA ESCLUSIVA AL TERRORISTA CARLOS |
L'ANSA trasmette oggi un'intervista in esclusiva con il terrorista venezuelano Carlos 'lo sciacallo' nel carcere parigino di Poissy. Nell'intervista, Carlos fa rivelazioni sul tentativo sull'estremo tentativo di salvare Aldo Moro, cui aveva finora fatto solo accenni. Il servizio è così organizzato: 1)MORO/30 - L'8 MAGGIO FAZIONE SISMI TENTÒ DI SALVARLO/NOTIZIA 24 righe - CARLOS, LO 'SCIACALLÒ GRAN PATRON DEL TERRORISMO (60 righe-scheda di Stefano Fratini) - CARLOS, COSÌ SALTO ULTIMO TENTATIVO DI SALVARE MORO Roma, 80-90 righe di Paolo Cucchiarelli - STRAGE BOLOGNA: CARLOS, NÈ ROSSI NÈ NERI, MA AMERICANI (34 righe) A corredo saranno diffuse foto, fra cui quella del testo dell'intervista autografato da Carlos. Sul sito www.ansa.it, sarà pubblicato il testo integrale dell'intervista.
Ci fu un estremo tentativo messo in atto da una fazione del Sismi (i servizi segreti militari) per salvare Aldo Moro. È quanto sostiene Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos, uno dei grandi protagonisti del terrorismo internazionale, intervistato dall'Ansa nel carcere parigino di Poissy in occasione del trentennale dell'uccisione dello statista da parte delle Brigate Rosse. Il piano - afferma Carlos - prevedeva che l'8 maggio 1978, il giorno prima della morte di Moro, alcuni brigatisti in carcere venissero prelevati e portati in un paese arabo. Li sarebbe giunto anche un aereo dei servizi italiani con a bordo uomini della resistenza palestinese (presumibilmente del Fronte popolare di liberazione della Palestina, Fplp), che avrebbero svolto il ruolo di garanti. Ma il piano saltò. L'aereo italiano - aggiunge lo 'sciacallò - attese invano, su una pista dell'aeroporto di Beirut, che la situazione si sbloccasse. Sempre secondo Carlos, a mettere in allarme a Roma la fazione 'filo Natò dei servizi sull'operazione a cui si stava pensando come 'extrema ratiò per evitare il tragico epilogo del rapimento Moro, fu probabilmente una indiscrezione fatta a Beirut da un membro dell'ufficio politico dell'Olp, Bassam Abu Sharif. Dopo l'assassinio del presidente della Dc, i responsabili del Sismi all'origine dell'operazione furono epurati, allontanati o costretti alle dimissioni. L'intervista a Carlos - le cui affermazioni, tutte da verificare, hanno più di un elemento di verosimiglianza - è stata realizzata tramite il suo difensore Sandro Clementi e la signora Sophie Blanco, che gli hanno portato in carcere le domande dell'ANSA.
Considerato per decenni la 'Primula rossà del terrorismo internazionale, Ilich Ramirez Sanchez, detto 'Carlos', conosciuto anche come 'lo sciacallo« fu arrestato in Sudan il giorno prima di ferragosto del 1994. Dopo l'arresto fu subito consegnato alla Francia. La leggenda vuole che i servizi di tutto il mondo avessero di lui solo una vecchissima fotografia (cosa inattendibile perchè Carlos, almeno negli ultimi tempi, era strettamente sorvegliato). E un'altra leggenda vuole che il suo arresto sia stato provocato da una rissa per gelosia tra due donne che ha causato l'intervento della polizia. Nato il 12 ottobre 1949 a Caracas (Venezuela), figlio di un avvocato comunista che lo chiama Ilich in onore di Lenin, Carlos avrebbe firmato il suo primo attentato nel 1973 a Londra, sparando contro il direttore di un grande magazzino. In quell'occasione il colpo fu deviato dalla dentiera dell'uomo. Carlos, alto e corpulento, è ritenuto l'autore o l'ispiratore di vari sanguinosi attentati avvenuti in Europa negli anni '70 e '80, i più importanti dei quali sono il sequestro (a Vienna nel 1975) di 70 persone tra cui 11 ministri del petrolio dei paesi dell'Opec, concluso con tre morti; un attentato, nel 1982, contro il treno Tolosa-Parigi sul quale avrebbe dovuto trovarsi il sindaco di Parigi Jacques Chirac, cinque morti. Carlos sarebbe stato al centro di una rete terroristica internazionale e avrebbe avuto rapporti soprattutto con gruppi oltranzisti palestinesi (il Fronte popolare per la liberazione della Palestina - Fplp) e con gruppi terroristi tedeschi (Magdalena Kopp è stata la sua compagna per 13 anni), più gli anarchici del »Movimento 2 giugno« e le »Cellule rivoluzionarie« (Rz) che la Raf. I suoi rifugi sono soprattutto in Siria e nello Yemen, ma la Kopp ha raccontato che anche la Stasi della Germania Est li ospitava (anche se nega che li abbia utilizzati). Oltre al terrorismo, Carlos ha coltivato anche la sua romantica immagine di dandy vecchia maniera, collezionista di belle donne, gran bevitore, fumatore di sigari di grande qualità e nottambulo impenitente. Anche dopo il suo arresto ha avuto una love-story con la sua avvocatessa francese. Il 24 dicembre 1997 Carlos è condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Parigi per il triplice omicidio della Rue Toullier del 27 giugno 1975. Alla lettura della sentenza, Carlos ha alzato il pugno chiuso gridando: »Viva la rivoluzione«. Il 23 giugno 1999 la Cassazione ha respinto il ricorso e la condanna al carcere a vita è diventata definitiva. In seguito la Francia ha respinto la richiesta di estradizione presentata dall' Austria per il sequestro dei ministri dei paesi Opec (Vienna 1975). Nel marzo del 2000, dal carcere parigino della Santè, Carlos ha rilasciato due interviste a quotidiani italiani, in cui ha parlato del caso Moro, di Ustica e della strage di Bologna e ha detto anche di ritenere probabile una nuova azione delle Brigate rosse. Nel 2004 la commissione bicamerale d'inchiesta sul caso Mitrokhin, istituita dal parlamento italiano, si è recata a Parigi per acquisire carte sul terrorista in riferimento ai suoi rapporti con la 'retè dei servizi dell'Est. Nello stesso anno, inutile viaggio a Parigi del Pm romano Franco Ionta per interrogare il terrorista venezuelano nell'ambito della nuova inchiesta sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro. Carlos infatti si avvale della facoltà di non rispondere. Nel 2007 è rinviato a giudizio davanti alla Corte d'assise di Parigi anche per una serie di attentati commessi in Francia nel 1982 e 1983 che hanno provocato complessivamente undici morti e più di un centinaio di feriti.
Ci fu un ultimo, estremo tentativo di salvare Aldo Moro che ebbe come scenario la pista dell'aeroporto di Beirut dove un executive dei servizi segreti italiani attese invano, l'8 e il 9 maggio del 1978, che a Roma una certa situazione si sbloccasse. Una fazione dei servizi segreti italiani, favorevole allo scambio, avrebbe dovuto prelevare dalle prigioni alcuni Br che dovevano essere portati in un Paese arabo. A bordo di quel jet c'erano il colonnello Stefano Giovannone, uomo del Sismi legato a Moro, ed esponenti dell'Fplp, garantiti e sotto la protezione dello Stato italiano. È Ilich Ramirez Samchez, detto Carlos «lo sciacallo», a confermare questa notizia a cui il capo terrorista aveva alluso, in maniera enigmatica, in una intervista all'ANSA realizzata grazie alla collaborazione dell'avvocato difensore del capo terrorista Sandro Clementi che lo ha incontrato nel carcere parigino di Poissy. In un primo momento le allusione di Carlos erano state collegate alla missione che proprio la mattina del 9 maggio di 30 anni fa portò l'ammiraglio Fulvio Martini, all'epoca vice del Sismi, ad incontrare, nel carcere jugoslavo di Portorose, 4 capi della Raf. Tutto invece saltò perchè qualcuno a Roma seppe della cosa e intervenne a bloccare il tutto. Carlos aveva detto, in una intervista di qualche anno fa, che c'erano «patrioti anti Nato, compresi molti generali, che erano partiti per aspettare il rilascio del prigioniero e salvare la vita di Moro e l'indipendenza dell'Italia. Invece questi generali furono costretti alle dimissioni». Carlos, a 30 anni dai fatti, chiarisce la vicenda che poteva essere decisiva: «fu una conseguenza dei fascisti (Mussoliniani li definisce) che controllavano l'intelligence militare che aveva preparato delle operazioni per andare a prendere nelle carceri, di notte, alcuni brigatisti imprigionati. Credo che l'informazione sia arrivata ai servizi della Nato a Beirut e probabilmente per l'imprudenza di Bassam Abu Sharif (membro dell'ufficio politico dell'Olp)». Una soffiata, dunque, rese possibile lo stop a quell'ultimo misterioso tentativo a cui hanno alluso, per decenni, esponenti socialisti e della Dc. Quell'aereo a Beirut - spiega Carlos - «era a disposizione della resistenza palestinese per andare sotto la protezione dello Stato italiano (servizi militari) nel Paese opportuno per organizzare il ricevimento dei brigatisti sul punto di essere sottratti dalle carceri dai servizi militari». Un riscontro a queste parole è il fatto che dopo la morte di Moro si ebbe un vero e proprio ripulisti nel Sismi, che pure era nato da pochi mesi. Sui giornali nessuno spiegò in quelle settimane quale ne fosse la ragione; lo stesso Martini abbandonò il servizio segreto per alcuni anni. Nella lunga intervista a Carlos (disponibile nella versione integrale sul sito www.ansa.it) molte sono le ulteriori rivelazioni: a Milano, mentre si stava preparando un incontro delle Br con un «uomo dello Stato» ci fu un blitz che interruppe il canale che era stato aperto: «Quello che posso dire- rivela lo Sciacallo- è che vi era un contatto tra le due direzioni (Br-Raf) e che ci fu in quel momento una operazione delle teste di cuoio (prima nella storia). Il governo italiano non aveva necessità di stabilire contatti con gruppi stranieri per liberare Moro». Recentemente Cossiga ha confermato che ci fu in effetti una missione di questo tipo proprio a Milano dopo che c'era stato un contatto tra Br e un uomo di Chiesa grazie al segreto del confessionale. Carlos spiega ancora che i contatti che portarono a questo ultimo tentativo - che oggi rivela - passarono tra Giovannone e l'Fplp e grazie anche ad altri ufficiali che si recarono a Beirut più volte.«Separatamente vi erano contatti con le Br con rivoluzionari europei non italiani. Per ragioni di sicurezza le Br si erano 'chiusè nell'imminenza della tripla operazione consistente nella simultanea cattura di Moro, Agnelli e un giudice della Corte suprema. Le azioni dovevano svolgersi simultaneamente in Italia». Questa dei tre rapimenti è una assoluta novità. Carlos ne è ben cosciente e sottolinea per due volte che doveva essere rapito Gianni Agnelli e non Leopoldo Pirelli come poi si è detto e scritto. Nulla invece dice della identità dell'alto magistrato che doveva essere anche egli rapito. Nelle sue risposte, su cui ha a lungo meditato, come ha raccontato l'avvocato Clementi, Carlos ha detto di non aver mai saputo nulla del'ingente riscatto che la Chiesa era pronta a pagare proprio la mattina del 9 di maggio a Milano.«Sono stupito di apprendere che la Chiesa avesse quella cifra per pagare. Benchè fosse un buon cattolico (Moro), l'uomo della Chiesa era Andreotti che si è opposto al salvataggio di Moro. Il tentativo di Beirut è stato sabotato a Milano e questo è un dato di fatto (e qui Carlos sembra alludere al contatto avvenuto tramite la Chiesa a Milano cui si sarebbe risposto con un vero blitz che costrinse gli uomini della Raf che erano nel capoluogo lombardo a fuggire in Jugoslavia dove poi vennero arrestati). I sovietici avevano interesse a salvare Moro; gli yankees e gli israeliani erano contro e quindi se vi fosse stato un intervento di uno Stato straniero si sarebbe trattato di uno della Nato e non del Patto di Varsavia».
Il nome di Carlos è stato collegato diverse volte al caso Moro, ma sempre in maniera trasversale, indefinita, o talmente avventurosa da sembrare romanzesca: Nel 1985 due giornalisti dell'agenzia giapponese Kyodo rivelano di aver appreso «da fonti sicure ad altissimo livello» che il rapimento Moro sarebbe stato proposto alle Brigate rosse da Carlos che sarebbe entrato clandestinamente in Italia, avrebbe diretto il sequestro e sarebbe poi sparito dopo l'uccisione di Moro. Nello stesso anno, Franco Mazzola, ex sottosegretario Dc Franco Mazzola, nel suo libro «I giorni del diluvio» (recentemente ristampato), racconta il caso Moro in modo romanzato e attraverso personaggi che hanno nomi diversi ma spesso riconoscibili. In uno di questi è facile riconoscere lo «sciacallo». Nel 1995, i carabinieri dei Ros arrestano a Roma la terrorista tedesca Margot Christa Frohlich, moglie del brigatista Sandro Padula, condannato all'ergastolo nel processo Moro-Ter. La Frohlich è stata una delle principali collaboratrici di Carlos. Nel 2000, il settimanale «7Giorni7» scrive che Carlos avrebbe addestrato i rapitori di Aldo Moro e pubblica due documenti che proverebbero i contatti internazionali delle Brigate rosse. Nello stesso anno Carlos rilascia un'intervista scritta al Messaggero nella quale, oltre ad affermare che le Br erano ancora in fase operativa e che «bisogna aspettarsi nuovi attacchi terroristici», dice che quello del brigatismo rosso è un fenomeno del tutto italiano, non vi sono «agenti stranieri», che Moro «poteva essere salvato», e che all'interno dei servizi italiani c'era un gruppo favorevole alla trattativa con le Br, per salvare Moro e «l'indipendenza dell'Italia. Invece sono stati dimessi e costretti ad andare in pensione». Un mese dopo, altra intervista, questa volta al Tempo. I contenuti sono più o meno gli stessi con l'aggiunta dell'affermazione:«Ho soggiornato in Italia quando ero giovane, negli anni Settanta». Nel 2003, da Parigi, Oreste Scalzone racconta che, verso la fine del caso Moro, uno dei collaboratori di Carlos, il tedesco Johannes Weinrich, cercò, attraverso gruppi di sinistra in Svizzera, contatti con Scalzone e l'area dell' Autonomia, per sondare la possibilità di una strada per ottenere la liberazione di Moro. Dietro il tentativo di mediazione ci sarebbe stato l'Olp su sollecitazione del colonnello Giovannone, dirigente dei servizi segreti italiani in Medio Oriente e iscritto alla P2. Nel 2004, alcuni membri della commissione Mitrokhin fanno trapelare che tra i membri della «Separat», una rete gestita del terrorista internazionale Carlos, ci sarebbe anche il brigatista rosso Valerio Morucci, uno dei postini del caso Moro. Nel 2005 Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera, dichiara che sul famoso 'tiratore sceltò presente in via Fani c'è il sospetto che sia un tedesco della banda di Carlos o comunque a lui collegato. Ad aprile di quest'anno, Antonino Arconte, che afferma da anni di aver fatto parte, con il codice G-71, di una «Gladio militare» mai resa nota, dice che «secondo la nostra rete in Nord Africa e Medioriente, lo Sciacallo era della partita Moro con alcuni specialisti della sua rete, la Separat. Tuttavia sfuggì alla caccia dopo che, secondo le nostre informazioni, aveva partecipato direttamente all'operazione Moro». Lo stesso Arconte sostiene di essere stato incaricato di consegnare, il 2 marzo 1978 (quindi più di due settimane prima del rapimento Moro), un messaggio, a distruzione immediata, che affermava: «segnalati movimenti insoliti intorno alla sede del governo Arafat, a Tunisi. Lo sciacallo ha lasciato la sua tana di Tripoli. Si ordina a tutto il personale O.G. (Operazione Gladio) militare e civile di attivarsi per conoscere gli spostamenti e riferire. Si autorizza intercettazione e conclusione, se impossibile il prelievo». L'ordine sarebbe stato inviato a tutte le stazioni di Malta, Mersina, Partus, Beirut, Sidone, Alessandria d'Egitto, Bengasi, Sirte, Tripoli, Tunisi, Algeri, Tangeri.
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28/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: CIA, EMERGENZA NON AIUTA OPPOSITORI INTESA DC-PCI QUESTA L'ANALISI CIA IN UN DOCUMENTO DI FINE APRILE 1978 |
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Il protrarsi dell'emergenza creata dal rapimento Moro renderà le cose più difficili per chi si oppone all'intesa DC-PCI: così la Cia a fine aprile 1978. Nel documento - forse non opportunamente valorizzato dagli studiosi ed in gran parte rimasto inedito - l'Agenzia americana osserva che il sequestro ha incrementato le occasioni di cooperazione tra gli esponenti dei due partiti, tanto che «i democristiani hanno meno chance di usare l'anticomunismo in chiave unificante» per superare le rivalità interne. «I politici italiani - puntualizzano gli analisti di Langley - sostengono che le umilianti lettere scritte da Moro prigioniero ne hanno determinato la fine politica, sia che sopravviva o no fisicamente». Ma la «conclusione sembra prematura», sottolinea la Cia ipotizzando che all'interno della Dc «ciò stimolerà un'accresciuta rivalità tra chi è ansioso di succedere a Moro alla guida del partito», incoraggiando inoltre la considerevole parte di coloro che nella Dc «vogliono proseguire una politica di contrasto nei confronti del Pci: gli stessi messi all'angolo da Moro nelle fasi finali della trattativa per il Compromesso storico».
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26/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: FREATO, ANCHE VIA GRADOLI FU SUA PRIGIONE |
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Classe 1928, braccio operativo dello staff del Presidente Moro, Sereno Freato, durante i 55 giorni del sequestro, teneva i contatti tra la famiglia Moro e le istituzioni, attivando tutti i possibili canali per una trattativa. Fu lui ad invitare a Roma l'avvocato della Raf Dennis Payot, e fu lui a cercare il Maresciallo Tito, da cui si recò un dirigente del ministero dell'industria, con un aereo prestato da Silvio Berlusconi. Dopo aver testimoniato sulla vicenda in tribunale e alla Commissione Moro, non ha mai rilasciato interviste. Oggi a 30 anni di distanza dai fatti dà la sua interpretazione delle tante incongruenze della versione dei brigatisti al microfono di Alessandro Forlani. L'intervista può essere ascoltata sul sito del canale Grparlamento della RAI. «Il cadavere di Moro era in condizioni perfette, spiega, e quindi gli spostamenti devono essere stati vari; in particolare, se Moretti abitava a Via Gradoli, lì deve esserci stato anche Moro, perchè il capo delle BR non si separava certo dal prigioniero». Che gli spostamenti siano stati più di uno, Freato lo deduce anche dal fatto che, secondo Payot, le forze dell'ordine si stavano comportando in Italia proprio come in Germania avevano fatto per il sequestro Schleier. Ben più operativa della figura dell'esperto americano, fu, secondo Freato, quella dei due esperti mandati da Bonn, che non hanno mai rilasciato dichiarazioni. «Hanno costretto i brigatisti a scappare di rifugio in rifugio, finchè si sono liberati dell'ostaggio, uccidendolo». Payot aveva iniziato a prendere dei contatti con i brigatisti a Milano e nel nord, ma poi si tirò indietro, quando il governo svizzero lo minacciò di espellerlo dall'albo. «Era arrivata una telefonata di Cossiga, che non voleva questa trattativa, perchè temeva che portasse ad un riconoscimento politico delle BR; mi chiamò il ministro dell'Interno, spiega Freato, per dirmi 'ho sistemato quel tuo avvocato'». Freato spiega anche gli altri tentativi fatti per liberare Moro. «Ci rivolgemmo un pò a tutti, dal Vaticano alla Libia, ai palestinesi; si attivarono uomini dei servizi come il colonnello Giovannone, ma alla fine tutti i contatti portavano sempre ai brigatisti in carcere, mentre noi dovevamo parlare con quelli fuori». «I socialisti avevano un contatto con Morucci, ma a quanto pare nemmeno lui riuscì a convincere Moretti che uccidere Moro era un errore mortale per le BR; arrivò un ordine dall'alto, cè ancora molto da scoprire su quell'ultima notte». Un altro mistero è poi quello del silenzio di Moro su Leonardi e in generale sulla scorta: «forse le lettere erano censurate, oppure Leonardi, uomo del Sifar, aveva riconosciuto qualcuno dei suoi assassini». Freato non crede però che Moro avrebbe abbandonato la politica: «l'opinione pubblica era con lui e Moro sarebbe diventato un imperatore: a maggior ragione, quindi, si doveva eliminarlo». Molti anche i giudizi taglienti, ma anche molto partecipati sui protagonisti della vicenda: su Zaccagnini dice che era in buona fede ed ha avuto la vita rovinata, dietro di lui però c'era la banda dei 4, quelli che comandavano davvero nella DC e quelli che avevano convinto Moro ad accettare la presidenza. Su Mazzola dice «non era certo un nostro amico», su Galloni solo una battuta: «ahi, ahi». Molti anche i ricordi privati: «Moro mi disse il giorno prima di Via Fani, che dopo la fiducia al governo voleva fare un giro delle capitali amiche, Washington, Parigi, Bonn; si rendeva conto che l'accordo con i comunisti non era stato spiegato in modo esauriente agli alleati occidentali e voleva fare quello che era stato fatto prima del 63 per l'accordo con i socialisti».
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25/06/2008 |
ADNKronos |
SERVIZI SEGRETI: LUNEDÌ AUDIZIONE KISSINGER AL COPASIR - 'SEGRETARIO DI STATO ALL'EPOCA DI MORO, È INTERLOCUTORE INTERESSANTE' |
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Il Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza, procederà ad una serie di audizioni con personalità ed esperti nel settore dell'intelligence. Obiettivo, «una raccolta di informazioni e di giudizi che penso sarà utile», spiega il presidente del Comitato, Francesco Rutelli. Lunedì prossimo sarà ascoltato Henry Kissinger. «Abbiamo una responsabilità di controllo sull'attività dell'intelligence che ci spinge ad ascoltare personalità che possano dare informazioni interessanti. Kissinger -ha ricordato Rutelli- è stato Segretario di Stato negli anni di Moro e di tante vicende della storia italiana e certamente è un interlocutore su alcuni dei punti di crisi che più direttamente interessano il nostro Paese e la nostra attività di intelligence».
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25/06/2008 |
ANSA |
MORO: COPASIR ASCOLTERÀ KISSINGER, DA LUI DATI IMPORTANTI |
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La prossima settimana il Copasir ascolterà Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano. Lo ha annunciato, nel corso di una conferenza stampa a San Macuto, il presidente del Comitato per la Sicurezza della Repubblica (Copasir), Francesco Rutelli. Kissinger era segretario di stato americano negli anni del sequestro Moro e, ha argomentato il presidente del comitato «di tante vicende italiane, da lui potranno giungere informazioni importanti». L'ex segretario di stato Usa sarà ascoltato a San Macuto il 30 giugno alle 17.30: «Gli faremo avere una lista di domande scritte - ha precisato Rutelli - e vedremo cosa risponderà. Kissinger la prossima settimana sarà in Italia per partecipare, tra l'altro a una tavola rotonda con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e ha accettato l'invito del Copasir.
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23/06/2008 |
ANSA |
MORO/30: AVVIATO SBLOCCO ATTI COPERTI DA SEGRETO SARANNO CONCENTRATI A PALAZZO CHIGI MA NON ANCORA VISIONABILI |
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Già dall' 8 aprile il governo, allora presieduto da Romano Prodi, ha avviato la declassificazione di tutti gli atti riguardanti il « caso Moro». La notizia viene da una lettera del Viminale inviata il 20 di questo mese al giornalista Gabriele Mastellarini che ha avanzato formale richiesta alla Presidenza del Consiglio, al Ministero dell'Interno e all'Archivio storico del Senato della Repubblica. Questa ultima richiesta riguarda i 100 faldoni inviati in commissione stragi il 28 agosto 1998 dall'allora responsabile del Viminale Giorgio Napolitano e che sarebbero coperti da un tutela che li rende non visionabili al pubblico nonostante la recente legge sul segreto di Stato fissi a 30 anni il periodo massimo della tutela per tutti gli atti coperti dal segreto di Stato. Tutte le forme inferiori di tutela, dovrebbero quindi comunque venir meno. Mastellarini ha ricevuto la lettera che specifica che tutto il materiale proveniente dal Viminale, e presumibilmente anche da altri dicasteri, sarà concentrato presso la Presidenza del Consiglio. Palazzo Chigi, infatti, - afferma la lettera- è stato «individuato quale struttura dove custodire tale carteggio una volta declassificato, al fine di concentrare in una unica sede l'accesso e la visione degli atti da parte dei soggetti aventi titolo» La Presidenza del Consiglio ( Alta Autorità Nazionale per la Sicurezza) ha però escluso l'immediata efficacia della recente legge che prevedeva l'automatica declassifica, subordinandola all'adozione di un regolamento previsto dal comma 7 dell'articolo 42. La questione posta da Mastellarini per un effettivo «sblocco» dei documenti su Moro ancora tutelati dal segreto è anche all'attenzione del Tar del Lazio che dovrebbe pronunciarsi in questa settimana su un ricorso avanzato dal giornalista, mentre il 1 luglio della questione si occuperà la commissione d'accesso agli atti di Palazzo Chigi.
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13/06/2008 |
ANSA |
MORO: AGNESE, VERITÀ PARZIALE E MANCA RIFLESSIONE STORICA |
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Sulla vicenda di Aldo Moro «la verità e ancora parziale e manca ancora una vera e propria riflessione storica sugli eventi». Ne è convinta Agnese Moro, figlia dello statista ucciso 30 anni fa. Lo ha affermato stasera a Trento a margine di un incontro con studenti delle scuole superiori e universitari, impegnati in un approfondimento sulla memoria degli Anni di piombo. «Nella ricostruzione dei fatti - ha spiegato - molte cose a me non sembrano molto logiche. Una per tutte è in via Fani: comè possibile che a sparare siano state davvero persone mai addestrate militarmente, che si erano allenate soltanto a centrare bottiglie nelle campagne? In ogni caso - ha proseguito - non è solo la vicenda di mio padre, ma tutti i primi trent'anni della Repubblica sono ancora poco studiati. Stiamo cercando, con l'Accademia Moro, di appassionare gli studiosi». Del padre «non esiste una biografia - ha portato ad esempio Agnese Moro - ma solo lavori giornalistici e non di storici, sui documenti». Dei ricordi personali più cari cita la lettera a lei indirizzata «letta 12 anni dopo la sua morte, che mi ha regalato parole che mi mancavano e non speravo di sentire», ma anche piccoli episodi. «La gente - ha concluso - spesso dimentica che dietro ogni atto di violenza ci sono persone, con la loro umanità e i loro affetti. Mio padre non è solo un simbolo, era una persona».
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24/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: GIOVANNI MORO, IN ITALIA PATOLOGIA MEMORIA ANNI '70 |
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L'Italia deve fare i conti con una «patologia della memoria che interessa gli anni '70». Lo ha detto Giovanni Moro, figlio dello statista assassinato dalle Brigate rosse e presidente della Fondazione per la cittadinanza attiva. Moro è intervenuto a Macerata ad un convegno promosso dall'Università e intitolato «Violenza e Storia d'Italia. Conflitti e contaminazioni ideologiche del secondo '900». Quegli anni, ha affermato Moro, secondo una sintesi del suo intervento diffusa dall'ateneo, restano «un periodo difficile da classificare tramite temi o titoli dominanti, perchè è stato intessuto da complicazioni concrete come la militarizzazione dell'attivismo politico; la convivenza tra il consociativismo dei partiti e i primi segnali di stanchezza della società davanti a questo sistema; e ancora l'immobilismo, la necessità di un cambiamento impossibile contrapposto all'attività riformista del Parlamento di quell'epoca». Sono ancora troppi i pregiudizi con cui guardiamo agli anni del terrorismo. «E la violenza - ha concluso - è un idolo dal quale dobbiamo liberarci».
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21/05/2008 |
ANSA |
CASO MORO: FARINA (PDL), INTERPELLANZA SU OPERAZIONE GRADOLI = RENDERE PUBBLICI GLI ATTI, IL PAESE DI GRADOLI NON FU MESSO A FERRO E FUOCO |
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Renato Farina, del Pdl, ha presentato oggi un'interpellanza al ministro dell'Interno sul caso Moro, dopo aver visto alcune scene del film del regista Carlo Infanti, «La verità negata». Nell'inchiesta si sostiene che gli esiti della seduta spiritica del 2 aprile 1978, a Zappolino, nella villa del professor Clò siano stati del tutto differenti da quelli sostenuti nelle versioni ufficiali. «Durante quella seduta - afferma l'esponente del Pdl-fu chiesto agli spiriti di La Pira e Don Sturzo ove fosse tenuto prigioniero il presidente della Dc, Aldo Moro, e dopo il vaticinio »Gradoli«, il suggerimento della signora Moro: »Cercate a Roma una via Gradoli« fu ignorato; le si rispose anzi che nel »Tutto Città« non esisteva, infatti le forze dell'Ordine non andarono in via Gradoli ma fu messa a ferro e fuoco Gradoli, cittadina dell'alto Lazio, per cercare Moro, questo lasciano intendere molti illustri parlamentari e storici, come Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi, che ripete questo fatto in un libro recente.» In realtà, afferma ancora Farina, «le autorità cittadine in carica a Gradoli a quei tempi hanno testimoniato al regista Carlo Infanti (ed oggi lo ribadisce nell'intervista apparsa su »Il Giorno« a firma di Silvio Danese) che nessun inquirente cercò Aldo Moro in quel paese e non vi furono controlli a tappeto, le stesse autorità cittadine hanno dichiarato che in quei giorni tre inviati di 'Unità'», 'Messaggero' e 'Avanti' si recarono a Gradoli, appurando non vi era successo nulla e infatti nulla scrissero nè allora nè nei trent'anni successivi su quei tre quotidiani circa la presunta «invasione» di Gradoli.« Farina chiede di sapere quali azioni il Ministro dell'Interno e il Presidente del Consiglio »intendano intraprendere per accertare e riferire chi siano i giornalisti eventualmente reticenti e come si sia potuto sviluppare anche in sedi ufficiali una simile panzana storica, e se non ritengano poi doveroso rendere immediatamente pubblici tutti gli atti concernenti la cosiddetta operazione di Gradoli.«
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19/05/2008 |
ANSA |
MORO: CIRO CIRILLO,INTERVENTI DA VARIE PARTI PER FARLO FUORI |
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Per il rilascio di Aldo Moro si sarebbe dovuto trattare. Lo ha detto oggi a Napoli Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate Rosse nell'81 a Torre del Greco, in occasione di un incontro nell'Università Suor Orsola Benincasa nel corso del quale è stata proiettata in anteprima nazionale la puntata su «Il caso Cirillo» realizzata da Gianni Minoli per «La storia siamo noi». «Secondo me - ha detto l'ex esponente della Dc - ci sono stati interventi da varie parti perchè Moro venisse fatto fuori. In quella occasione si sbagliò - ha continuato Cirillo - bisognava trattare, anche se le Br volevano perseguire un obiettivo politico diverso da quello che riguardò il mio sequestro».
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14/05/2008 |
ANSA |
MORO/30:SALVINI,SERVE COMMISSIONE INDIPENDENTE PER MEMORIALI. FIGLIA AGNESE, CAPIRE UOMO PER CONOSCERE VERITÀ |
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Il caso Moro è stato ricostruito nel dettaglio per quanto riguarda i componenti e «la gestione interamente delle Brigate Rosse» e per quanto riguarda il sequestro e l'uccisione del presidente della Dc. Non così, invece, per il «balletto» del ritrovamento dei memoriali dello statista ucciso, le cui copie furono trovate in varie occasioni e di cui non si trovarono mai gli originali. Per ricostruire questi aspetti oscuri sarebbe utile una «commissione di storici e giuristi indipendenti». È l'opinione del gip di Milano Guido Salvini che in serata ha partecipato a un dibattito a Cologno Monzese con la figlia di Aldo Moro, Agnese. Salvini, che si è occupato delle cosiddette nuove BR del 'Partito comunista politico-militare', per il quale è in corso un processo a Milano, parlando delle differenze tra il terrorismo dei giorni nostri e quello degli anni '70 ha detto che «in trent'anni la società ha maturato degli anticorpi, ha avuto una maturazione etica che rende assai difficile il ritorno di quel terrorismo». Questo perchè «la grande maggioranza dei giovani ha maturato il rifiuto della violenza come mezzo di lotta politica». «Io non sono molto appassionata del caso Moro - ha premesso parlando coi cronisti la figlia dello statista - ma molto più interessata alla persona di mio padre, perchè il parlare del caso Moro rischia sempre di mettere in secondo piano quest'uomo che ha sempre vissuto accanto agli uomini della sua scorta, suoi compagni di viaggio in questa vicenda così triste. Ci sono molte ricostruzioni e credo che ci sia ancora molto lavoro da fare da parte degli storici in senso stretto. Credo, come la maggioranza delle persone, che ci sia ancora molto da chiarire». Ma non si è fatto tutto per scoprire quanto realmente accaduto oppure non è stato fatto tutto per salvare la vita di suo padre? Le è stato chiesto. «Entrambe le cose - ha risposto Agnese Moro - ma io questa sera sono qui per ricordarlo come persona viva e sono convinta che non si capirà mai quello che è successo, fintanto che non si capirà la persona che l'ha vissuto».
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13/05/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: SENATO, ON LINE OLTRE 100 FALDONI DI DOCUMENTI = 62 MILA PAGINE CONSULTABILI IN RETE |
Sono on-line gli atti dell'inchiesta sul 'caso Morò. Oltre 100 faldoni di documenti, corrispondenti a circa 62 mila pagine, della «Commissione stragi - filone Moro» sono ora consultabili in Rete grazie al progetto «Commissioni d'inchiesta on-line» curato dall'Archivio storico di Palazzo Madama. L'archivio storico è depositario degli archivi delle Commissioni d'inchiesta monocamerali e bicamerali che chiudono i lavori con Presidenza Senato. Un ponderoso patrimonio documentale che sarà progressivamente inventariato, digitalizzato e reso disponibile in rete. Il software utilizzato per la schedatura permette di ottenere la visualizzazione e la stampa di ciascun documento, effettuare ricerche su una o più Commissioni, per nome di luogo e di persona, per soggetto produttore. Peculiarità di questo progetto è la produzione di inventari che presentano una corrispondenza univoca tra la voce d'indice e il documento digitalizzato inteso come singola lettera, dossier, volantino, sentenza, relazione.
Gli inventari, spiega il sito del Senato, rispecchiano fedelmente l'ordine delle carte stabilito dalla segreteria della Commissione. Ove necessario, per la migliore consultabilità dell'archivio sono predisposti strumenti di ausilio alla ricerca quali i repertori per tipologia di documenti. Nella banca dati è attualmente disponibile il fondo «Commissione terrorismo e stragi», limitatamente al filone «Caso Moro», uno dei 27 filoni d'inchiesta che sono presentati come sub-fondi. L'archivio storico, che per la prima volta svolge la funzione tipica dell'Ufficio stralcio di riordino e di pubblicazione dell'Archivio, rende consultabili in Internet progressivamente i filoni d'inchiesta, senza attendere la conclusione del lavoro di inventariazione. La priorità data al filone «Caso Moro» è stata determinata,viene sottolienato, «dalla volontà dell'Istituzione di offrire un contributo alle iniziative in memoria dello Statista nel trentesimo anniversario della scomparsa». L'archivio della Commissione Moro, già pubblicato a stampa in 130 volumi nella serie degli Atti parlamentari, è stato digitalizzato ed è consultabile attraverso gli indici.
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09/05/2008 |
ANSA |
MORO: QUANDO CASIMIRRI REAGÌ A 'CRONISTA IMPICCIONE' / CHIAMATE ANCORA PER VIA FANI? È STORIA PASSATA,RISPOSE ALL'ANSA |
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Carlo Giacobbe - Certe volte un particolare, una sfumatura possono rappresentare una realtà più vividamente di una guerra o di un cataclisma. Erano trascorsi 20 anni da quello che è passato alla storia come il caso Moro: 20 anni esatti dal rapimento che all'Urbe e al mondo si era annunciato con la morte di cinque innocenti e che, meno di due mesi dopo, avrebbe lasciato di nuovo attoniti l'Italia e il mondo nell'apprendere del sesto sacrificio, il più clamoroso. Da Città del Messico, dove al tempo vivevo seguendo i paesi centroamericani, provai a raccogliere una intervista telefonica a quello che molti ritengono abbia fatto parte del gruppo di fuoco di Via Fani: Alessio Casimirri, ultimo dei sicari Br ancora in libertà e condannato a sei ergastoli. Casimirri, divenuto cittadino nicaraguense, non è stato mai estradato, anche dopo che, a quello sandinista, si sono succeduti governi conservatori. Contattarlo presso la 'Cueva del Buzò (la tana del sub), il ristorante di Managua dove si era stabilito dal tempo dei sandinisti, non era stato facile ma neanche un'impresa. Alcune chiamate, seguite da controtelefonate di controllo, e poi finalmente la comunicazione. Il giornalista, teso anche pensando a come dovrà gestire l'emozione del suo interlocutore, abbozza la domanda: sono Carlo Giacobbe, dell'Ansa, chiamo dal Messico. Intanto la ringrazio di aver accettato di parlare con me, proprio oggi... Dall'altro capo la voce interrompe bruscamente: «sì, ma mi dica di che si tratta». Colto un pò di sorpresa, spiego: sa, oggi sono 20 anni che... Già, che? Che avete assassinato a sangue freddo cinque persone che facevano onestamente il loro lavoro per rapirne una sesta da voi posta già in lista di attesa per l'aldilà? oppure, che il gruppo di fuoco ha colpito con millimetrica precisione? o anche, che avete ammazzato come un cane il padre della mia amica Cinzia Leonardi?. Poi mi esce un riferimento, incongruo come lingua italiana ma finalmente chiaro al mio interlocutore: sono 20 anni che è successa Via Fani. «Ah - risponde la voce - è per quello che mi chiama? Ancora!». Ora, è difficile rendere con la parola scritta il senso di una inflessione, di una intonazione di voce, servendosi appena di punti interrogativi, esclamativi o di sospensione. Dopo dieci anni, però, assicuro che il tono di quell' «ancora!» ce l'ho scolpito nei timpani come la risata di un figlio. Non esprimeva solo freddezza (la freddezza evidentemente necessaria a chi può fare parte di un 'gruppo di fuocò, più o meno chirurgico che sia), anzi non esprimeva quasi per niente freddezza. Esprimeva solo fastidio, insofferenza per il disturbo arrecatogli. «Già, avrei dovuto immaginarlo. I giornalisti, si ricordano che esisti solo quando si tratta di impicciarsi dei tuoi sentimenti, di scavare nel privato della gente... Ma quella è una storia passata e se ne potrà parlare compiutamente quando si sarà trovata una soluzione politica, globale e collettiva...». Del breve vaniloquio seguito, prima che Casimirri chiudesse quella conversazione, confesso che non ricordo più niente. Ripenso spesso, però, a quel tono di disappunto, rimastomi dentro forte e chiaro per la vita.
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09/05/2008 |
ANSA |
MORO:SCATTÒ FOTO CORPO A VIA CAETANI,C'ERA SILENZIO IRREALE DELLO STESSO REPORTER ANCHE IMMAGINI FUNERALI TORRITA TIBERINA |
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Per Rolando Fava, fotografo e giornalista dell'Ansa, oggi in pensione, il ricordo della foto del corpo di Aldo Moro nel bagagliaio della Renault, la più importante della sua vita, quella che ha fatto il giro delle prime pagine di tutto il mondo, è ancora vivo, come se fosse oggi. Ricorda che, alle 13 di quel 9 maggio, c'era un traffico eccezionale in piazza Venezia, che lo aveva spinto ad informarsi su che cosa stesse succedendo. Così aveva saputo che era stata segnalata, in via Caetani, la presenza si un'auto che conteneva una bomba«, come succedeva spesso in quegli »anni di piombo«. »La strada era stata subito chiusa da entrambi i lati dalle forze dell'ordine. In realtà, c'era già stata la rivendicazione delle Br e a Via Caetani sono arrivati Cossiga, Colombo, Gonella - ricorda oggi Fava - Mi ha subito colpito il silenzio irreale. Ma io non avevo alcuna idea che potesse trattarsi di Moro, quando sono entrato in Palazzo Caetani (e ho potuto farlo solo passando da una entrata secondaria che conoscevo, sul retro) e ho chiesto al portiere il favore di affacciarmi da una finestrella un metro per un metro del suo appartamento, al piano rialzato. Da lì ho scattato le immagini degli artificieri che aprivano prima il cofano anteriore, poi il portabagagli. Solo allora qualcuno ha levato la coperta e ho visto Aldo Moro in quella posizione un pò innaturale, credevo ancora che fosse drogato, che dormisse...ma è stato per poco, subito la strada si è riempita del dolore di tutti«. Sempre a Rolando Fava è casualmente toccata anche l'esclusiva dei funerali dello statista, a Torrita Tiberina, che avvennero inaspettatamente, in gran segreto, con la semplice bara portata a spalla al cimitero dai familiari sotto la pioggia battente, per le strette vie del paesino caro a Moro, il 10 maggio, il giorno dopo il ritrovamento del suo corpo.
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30:CICCOTTI, UNICA TESTIMONE SMENTISCE BR SU MORTE |
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Graziana Ciccotti, ancora oggi abita in via Montalcini n. 8, anche dopo aver smesso di svolgere il suo lavoro di insegnante. Per le Br la signora Ciccotti è l'unica indiretta testimone della uccisione di Aldo Moro nel garage della «prigione» romana, la mattina del 9 di maggio. Infatti sia Anna Laura Braghetti, la «vivandiera», sia Germano Maccari, accusato di essere colui che sparò insieme a Mario Moretti sul corpo di Moro racchiuso nel portabagagli della Renault, hanno sempre fatto riferimento ad un incontro casuale, nel garage, con la signora Ciccotti intenta a raggiungere una località fuori Roma dove insegnava. Un incontro avvenuto la mattina del 9 di maggio. Solo che la Ciccotti non ha visto la Renault 4 nel garage dell'int. 1 la mattina del 9 di maggio ma alcuni giorni prima. Anzi non ha visto neppure, con certezza, una Renault, ma solo una macchina rossa. Ecco cosa racconta Maccari: «Erano le 6 del mattino, la cesta di vimini con Moro venne portata giù nel box-garage. Io richiusi la porta basculante. Facemmo uscire Moro dalla cesta e lo facemmo accomodare nel bagagliaio della Renault. Il presidente si accovacciò, quando sentimmo delle voci. Era la Braghetti che stava conversando con una vicina. La donna andò via e cominciò l'esecuzione». Stesso, ma più colorito, il racconto della Braghetti: «Era mattino molto presto, credo che fossero le sei e mezzo, le sette. Io ero all'esterno del garage e passò una signora: la signora vide la Renault rossa... nel garage c'erano Aldo Moro e chi lo avrebbe ucciso di lì a poco». La Ciccotti, più volte, così come anche suo marito, non ha datato però l'episodio al 9 di maggio, bensì «in un tempo variante da tre giorni ad una settimana prima» della morte di Moro. La Ciccotti ha escluso anche di aver rivisto la macchina dopo la morte di Moro. Il marito della signora ha raccontato: «Qualche giorno prima della morte dell'on. Moro mia moglie vide attraverso la serranda basculante del box una autovettura di colore rosso». Tuttavia per una certa pubblicistica e per le Br la signora Ciccotti è una testimone che conferma l'uccisione di Moro nel garage di via Montalcini 8.
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30:MARTINI DA TITO IL 9 MAGGIO PER TENTARE SCAMBIO/ NOTIZIA CONFERMATA DA DICHIARAZIONI DI CARLOS 'LO SCIACALLO' |
di Paolo Cucchiarelli - Il 9 maggio 1978, Fulvio Martini, che era il dirigente dell' ufficio RS che curava i rapporti internazionali, di fatto il numero 2 del servizio segreto militare italiano, si alzò molto presto. Alle 4 di mattina, partì da solo, non armato, con la propria macchina da Venezia: destinazione la Jugoslavia. A cavallo fra aprile e maggio era maturata, anche su sollecitazione iniziale della famiglia Moro, la 'pista jugoslava che aveva il suo cardine nel maresciallo Tito e sulla sua possibilità di essere «cerniera» tra Est ed Ovest ( oltrechè punto di passaggio di molti gruppi terroristici all'epoca) e di cui parlano ampiamente la relazione finale della commissione Moro, Giulio Andreotti e la stessa famiglia Moro. Martini aveva buoni rapporti con il capo dei servizi segreti dell'epoca Janash. «Aveva più volte cercato di accopparmi. - ha raccontato Martini diversi mesi prima di morire - Dopo la caduta del muro l'ho più volte aiutato perchè rischiava di morire di fame». «Alle 12 - ha rivelato l'ammiraglio rispondendo ad una richiesta di notizie per un libro sulla vicenda Moro - qualcuno mi fermò dietro un muro: era un uomo del servizio segreto militare. Il mio compito, quel giorno, era andare a prelevare i 3 della Raf che erano in mano a Tito, due uomini e una donna. Uomini della Raf che dissero di aver avuto rapporti con le Br a Milano. Mi portarono a Porto Rose e cominciammo a discutere. Gli jugoslavi avevano ipotizzato di scambiarli con i tedeschi chiedendo in cambio dei terroristi ustascia che erano stati arrestati a Bonn dopo un omicidio. Alle 16 arrivò la notizia del ritrovamento del cadavere di Moro, proprio mentre stavamo per discutere della situazione e delle notizie che avevamo raccolto. Chiamo subito Roma e mi dicono di rientrare immediatamente». La rivelazione sulla missione jugoslava da parte dell'ex direttore del Sismi era nata anche da una osservazione fatta a proposito di un indecifrabile messaggio audio che si inserì, sulle onde della rete2 della Radio diretta da Corrado Guerzoni (capo di gabinetto di Moro quando questi era presidente del Consiglio e collaboratore della famiglia durante i 55 giorni). Il 24 aprile 1978, alle 18,35, i radioascoltatori sentirono distintamente questa frase:«Il conte si sta dirigendo in Jugoslavia: la famiglia prenda contatto». Una vicenda, quella della pista jugoslava e dei terroristi della Raf in mano a Tito, mai chiarita completamente e che è ai margini della ricostruzione ufficiale del caso Moro anche se i riferimenti,come detto, non mancano. Quei terroristi, infatti, venivano da Milano ed avevano avuti contati proprio con i Br. Il 6 maggio 1978 fonti diplomatiche jugoslave rivelano che sono state arrestate ed espulse dalla Jugoslavia 3 tedesche che hanno gli stessi cognomi della banda Baader-Meinhof. Le donne hanno dato le generalità di Baader, Ensslin e Meinhof, morti suicidi nel carcere di Stammheim. Il 29 maggio la Germania chiede l' estradizione per 4 terroristi che sono Brigitte Mohnhaupt, Rolf Clemens Wagner, Peter Boock e Sieglinde Hoffmann che secondo i tedeschi sono stati arrestati il 20 di maggio in Jugoslavia. I 4 rappresentano di fatto lo stato maggiore del gruppo terroristico tedesco, legato a Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, 'lo Sciacallò, il terrorista internazionale oggi in prigione francese. Il 30 maggio Belgrado conferma l'arresto dei terroristi tedeschi che erano in Jugoslavia - si sostiene - per organizzare un congresso della Raf. Il governo jugoslavo è disposto ad estradare i 4 terroristi e chiede sua volta l'estradizione dalla Repubblica Federale Tedesca di 8 ustascia. Il 17 novembre 1978 la Jugoslavia rimette i 4 terroristi in libertà e li espelle dal suo territorio. È forte l'irritazione a Bonn. Il 20 dicembre 1978 il ministro degli interni di Bonn afferma che i 4 terroristi della Raf non si trovano in Libia e che la Mohnhaupt è sospettata di essere implicata nel rapimento di Aldo Moro. Il 2 settembre 1979 fonti vicine ai servizi di sicurezza tedeschi apprendono che i 4 si troverebbero a Baghdad in residenza sorvegliata. Fin qui la storia di una «missione impossibile» da parte di uno dei più rispettati agenti segreti italiani ( «Umberto Federico D'Amato è stato il più grande poliziotto di sicurezza, io il più grande spione»), resa tale soprattutto dal ritrovamento della R4 rossa trovata in via Caetani con il cadavere di Aldo Moro proprio mentre Martini sta trattando con gli jugoslavi.
Un riferimento importante per contestualizzare e probabilmente «leggere» la vicenda lo ha dato proprio Carlos nel marzo 2000 quando intervistato da «Il Messaggero» disse:«C'erano patrioti anti-Nato, inclusi alcuni generali, che erano partiti per aspettare il rilascio dei prigionieri e per salvare la vita a Moro e l' indipendenza dell' Italia. Invece questi patrioti, inclusi alcuni generali, sono stati dimessi e costretti ad andare in pensione».(Martini in agosto abbandonò il servizio e i giornali parlarono apertamente di «epurazioni nei servizi segreti», ndr). Afferma ancora Carlos in quella intervista:«a Milano avvenne questo fatto. Che rivoluzionari stranieri mentre stavano recandosi ad una riunione decisiva, per stabilire un contatto con un rappresentante dello stato, sono sfuggiti per un soffio all'arresto della polizia. Gli agenti stavano cercando di intercettare i loro principali ospiti stranieri di cui possedevano, nelle loro mani, foto e dettagli sulla loro identità». A conferma di questa sua 'letturà della trattativa, Carlos fa una rivelazione, forse importante: «All' aeroporto di Beirut un jet Executive dei servizi segreti italiani rimase in attesa a lungo aspettando un contatto con le Br attraverso gente estranea alla resistenza palestinese. Non c'erano uomini di Al Fatah». Sui giornali stranieri, dopo il blitz del generale Dalla Chiesa a via Monte Nevoso, nell'ottobre del 1978, si tornò a parlare della pista tedesca e di una nota riservatissima dei servizi di sicurezza jugoslavi. In particolare i terroristi della Raf avrebbero confessato di aver partecipato, a Milano, ad una riunione clandestina con «responsabili» delle Br. Tema dell'incontro: come chiudere il caso Moro, uccidere l'ostaggio o rilasciarlo dopo averlo processato. A chi l'interrogava la donna della Raf in mano agli jugoslavi avrebbe raccontato che la discussione sul «che fare di Moro» prese una drammatica piega perchè all' interno della «direzione strategica» dopo un acceso dibattito prevalse la tesi che la «condanna a morte del prigioniero » andava eseguita. Ma nessuno, oltre Martini, a detto mai nulla sulla missione del 'marinaio« quel 9 di maggio del 1978 anche se una autorevole fonte socialista ha confermato che il Psi era a conoscenza di quel tentativo . » Martini disse che ce la poteva fare ma le cose andarono diversamente«.
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30:COSSIGA, NULLA SEPPI DI MISSIONE MARTINI |
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Francesco Cossiga non seppe nulla all'epoca della missione intrapresa la mattina del 9 maggio dall'ammiraglio Fulvio Martini per cercare di scambiare Aldo Moro con tre terroristi della Raf in mano al maresciallo Tito. « È la prima volta che sento tanti dettagli.- dice rispondendo a delle domande dell'Ansa - Nessuno all'epoca mi parlò di questo e neanche delle trattative che erano in corso, da parte del Vaticano se non la sera dell'8 di maggio. Chi poteva mi spiegò, dopo, che non mi si disse nulla all'epoca affinchè tutto ciò non interferisse con i miei compiti di ministro dell'Interno». «Nulla ho mai saputo sul fatto che Martini dovesse recarsi in Jugoslavia a prelevare quattro terroristi della RAF per trasferirli in Libano nella disponibilità del colonnello dei CC Giovannone, capo della stazione del servizio, ai fini di un eventuale scambio con l' onorevole Moro. Ma non posso escluderlo, perchè poche erano le informazioni che il servizio segreto militare passava al Ministero dell'Interno. Io venivo intercettato ed anche pedinato viste le mie note posizioni favorevoli al compromesso storico ed anche per il mio essere cugino di Berlinguer. Delle intercettazioni e dei pedinamenti venni a sapere solo quando divenne Presidente del Senato e quindi ero in pista per divenire, come poi accadde, capo dello Stato».
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: FREATO, ANDAI DA TITO CON AEREO BERLUSCONI |
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Ci sono diverse tracce che accreditano la pista jugoslava, voluta e ricercata dalla famiglia Moro grazie ai buoni rapporti che intercorrevano tra il presidente della Dc e il maresciallo Tito. Un elemento, rivelato dal segretario di Aldo Moro, Sereno Freato, nel 2004 in una intervista a «Il Giornale di Brescia» contribuisce a definire i contorni di questo tentativo in extremis di scambiare Aldo Moro con i capi della Raf che erano in Jugoslavia. Sereno Freato si recò a Belgrado per incontrare Tito utilizzando l'aereo di un imprenditore: Silvio Berlusconi. «Ho il rimorso di non aver fatto abbastanza. Mi ricordo tutto», ha raccontato Freato in quella intervista. «La signora Noretta che voleva vedere Berlinguer, lui che nicchiava e poi ci andò. La signora Moro era preoccupata, voleva dirgli che la prossima volta sarebbe accaduto a lui quanto era accaduto al marito. Mi ricordo ancora, di aver sentito per la prima volta il nome di Berlusconi proprio in quei giorni... Ad un certo momento qualcuno consigliò di contattare il presidente della Jugoslavia, il leader della Libia Gheddafi. Serviva un aereo privato. Lo imprestò un certo Berlusconi. Volai dal presidente Tito con l'aereo di Berlusconi...». La pista jugoslava è citata anche nella relazione di maggioranza della commissione Moro. Ufficialmente ad indurre Tito ad interessarsi della questione, quando era passato poco meno di un mese dall'agguato di via Fani, fu il direttore generale del ministero dell'Industria, Eugenio Carbone, che aveva partecipato fin dall'inizio ai negoziati per la controversia di frontiera tra Italia e Jugoslavia chiusa nel '75 con il trattato di Osimo. Carbone raccontò di essersi presentato da Tito con una lettera del presidente del Consiglio e di aver sollecitato contatti con i governi di Cuba, della Libia, dell'Iraq, nonchè con l'Olp di Yasser Arafat. A rafforzare ulteriormente questo scenario contribuisce anche Francesco Cossiga che ha confermato di aver saputo all'epoca che il figlio di Moro, Giovanni, aveva chiesto per lui e per la sua fidanzata un passaporto che fosse valido anche per lo Yemen. «Io diedi il mio assenso. Fu dato a lui e alla sua fidanzata», dice oggi Cossiga. Giovanni Moro ha invece sempre smentito la questione del passaporto. In commissione Stragi, anni fa, raccontò di essere stato interrogato in proposito dal procuratore della repubblica Gallucci che gli chiese perchè volesse andare nello Yemen a trattare con i terroristi. «Mi disse che avevo chiesto un passaporto ed io risposi che lo avevo fatto non certo per andare nello Yemen; non c'era un visto per lo Yemen e non c'era nessuna intenzione in tal senso. Gallucci mi disse che c'era un'informativa dei servizi segreti secondo la quale era mia intenzione recarmi nello Yemen, per intavolare attraverso gli yemeniti una trattativa con le Br. Notizia totalmente inventata». Rosario Priore, il giudice che ha indagato sulla vicenda Moro, ha dato anch'egli un suo contributo in proposito «nessuno si interessa - scrisse nel '98 - di accertare quali fossero i parlamentari che raggiungevano Beirut per incontri con organizzazioni palestinesi. Così come nessuno appura quale fosse l'entità che parenti di Moro dovevano incontrare nello Yemen del sud». Quella entità era «Carlos lo sciacallo?».
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: LA RENAULT 4 ROSSA, BARA DIMENTICATA / A ROMA L'AUTO DI VIA CAETANI, PROPRIETARIO NON VUOLE ESPORLA |
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È finita in un cortile della periferia di Roma la Renault 4 rossa che conteneva il corpo di Aldo Moro, trovato il 9 maggio 1978, in via Caetani. Era stata rubata qualche mese prima al suo proprietario, un imprenditore di origine marchigiana, Filippo Bartoli che aveva immediatamente denunciato il furto. E a lui fu restituita, dopo che era stato interrogato più volte e alla fine risultato estraneo al rapimento e all'uccisione del presidente della Dc. Bartoli l'ha lasciata, coperta da un telone, tra altri rottami, in un'area di sua proprietà, in via Casette Mistici, dove è stata «riscoperta» all'inizio del 2007. Matteo Guidelli, un giornalista del «Resto del Carlino», ha poi scritto un libro sulla ricerca dell'automobile, che fu la prima bara di Moro. La R4 rossa è ormai inservibile, dopo i minuziosi accertamenti a cui fu sottoposta da parte della polizia scientifica e degli artificieri, che l'avevano anche aperta con la fiamma ossidrica. Ma, nonostante i terribili ricordi ad essa legati - spiega Bartoli - «non riesco a separarmene». La vettura fu riconosciuta subito nelle immagini Tv anche dalla moglie e dalle figlie dell'imprenditore, a causa di una caratteristica macchia di bitume. Bitume e sabbia erano i materiali trattati dall'azienda di Bartoli e tracce di sabbia furono rinvenute sul corpo dello statista ucciso. Inizialmente si pensò ad un depistaggio da parte dei brigatisti, ma lo stesso Bartoli spiegò che probabilmente si trattava dei resti di qualche carico da lui trasportato con la Renault. L'imprenditore e i suoi familiari hanno resistito a tutti i progetti di esporre l'automobile, compreso quello tentato da Venanzo Ronchetti, ex sindaco di Serravalle di Chienti, il paese del maceratese di cui la famiglia è originaria e dove ancora torna tutte le estati. Respinte anche altre proposte venute dalla Renault e dai registi che si sono occupati del caso Moro, per film o fiction televisive. Nel libro di Guidelli, «L'auto insabbiata, la bara di Moro ritrovata 30 anni dopo» (edizioni Quattroventi), lo stesso Valerio Morucci, intervistato dal giornalista, si dice favorevole all'idea di esporre la macchina in via Caetani a ricordo «del nostro errore». In occasione del trentennale del rapimento e dell'uccisione dello statista, dell'automobile si occuperanno servizi giornalistici di Tv italiane straniere. Ma, al momento, la Renault rossa sembra destinata ancora a rimanere in quel cortile, a differenza, ad esempio, delle vetture utilizzate da Moro e dalla sua scorta al momento dell'agguato in via Fani, che ora sono finite in depositi giudiziari, o dell'A 112 bianca crivellata di colpi dove furono uccisi a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, ora custodita a Saluzzo.
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30:COSSIGA, SOLO L'8 MAGGIO SEPPI DEL VATICANO |
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«La sera dell'8 di maggio andai da Giulio Andreotti per manifestargli tutta la mia preoccupazione e lo trovai sereno. Allora, per la prima volta, mi parlò delle trattative fatte del Vaticano, che poi seppi esser passato per il cappellano maggiore delle carceri, e che la Santa Sede aveva già raccolto una grande somma di denaro per pagare un riscatto». Francesco Cossiga ricorda le ultime 48 ore che precedettero l'uccisione di Aldo Moro. La sera dell'8 di maggio tutto sembrava volgere al meglio e non è vero, sottolinea l'ex capo dello Stato, che Andreotti affrontò quella situazione con freddezza o cinismo. «Un giorno Andreotti, che è freddo sì ma era addoloratissimo mi disse: 'Caro Francesco io sono profondamente addolorato. Anzitutto per il povero Aldo che si trova in queste condizioni e poi perchè nessuno o pochi crederanno che io sono così fortemente addolorato». L'indomani mattina venne a trovarmi Signorile nel mio studio - ricorda ancora Cossiga - «e poco dopo il capo della Polizia Parlato mi chiamò al telefono per dirmi che era stata intercettata la comunicazione che annunciava a Tritto dove era il cadavere di Moro. Prima ancora che arrivasse il messaggio alla famiglia noi eravamo già sul posto. Signorile si alzò e andò via per informare Craxi. Io alzai il telefono e chiamai prima Andreotti e poi il presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Avevo già consegnato al mio capo segreteria Zanda due lettere di dimissioni. Una nel caso che Moro fosse rilasciato, una nel caso in cui fosse ucciso. La mattina del 9 di maggio ne preparai un'altra e la consegnai. Era pronta nel caso la Dc avesse deciso di aprire le trattative. Chi era stato il ministro dell'Interno della fermezza non poteva gestire un'altra fase». «Io ero informato perfettamente che Fanfani il 9 mattina avrebbe chiesto la convocazione del consiglio nazionale.Però non ho mai creduto alla liberazione. Alle Br di far liberare qualcuno non gliene fregava nulla. Volevano solo saggiare la questione. In realtà anche la liberazione sarebbe stato un riconoscimento. C'era stata la famosa telefonata di Moretti alla signora Moro e le Br erano passate dal riconoscimento dello Stato a quello della Dc». Spiega ancora Cossiga:« ho parlato con tutti i Br. Gli ho detto: voi non vi siete resi conto che quel giorno avevate vinto e siccome il vostro obiettivo non era quello di prendere il potere ma era quello di far saltare l'alleanza Dc-Pci, non avete capito che cosa sarebbe successo qualora, dopo l'appello del Papa, voi, dopo aver condannato a morte Moro, lo avreste liberato. Saremmo rimasti Dc e Pci col culo per terra e senza mutande. Ma le Br avevano questa mentalità vetero-leninista: la 'terribilita» io la definisco«. E Cossiga fa un ulteriore riferimento alla sera dell'8 maggio: » Noi avevamo fatto un piano a reticolo. Avevamo suddiviso la città, il centro, in tanti quadrati. E la notte l'Esercito ci dava una mano per bloccare il settore e poi lo si passava al setaccio. Io avevo capito che se Moro era a Roma prima o poi lo si beccava. Infatti qualcuno nelle Br ha detto che la morte di Moro è stata affrettata perchè sentivano il cappio che li stringeva al collo«. C'è una cosa di cui - dice ancora Cossiga - la gente poco intende parlare e cioè le operazioni »di disinformazione messe in atto in Italia dalla residentura del Kgb che agiva a Roma. La prima è stato 'il Piano Solò. L'archivio Mitrokhin lo dimostra. È un prova credibile perchè Mitrokhin era un semplice archivista che copiava i documenti senza una logica ben precisa. Quella - spiega Cossiga - fu una classica operazione di 'intossicazionè. La seconda fu fatta dopo la morte di Moro quando riuscirono a far dire al povero Zaccagnini che dietro la morte del presidente della Dc c'era la Cia. Un'altra operazione che gli americani hanno sempre ritenuto una intossicazione è la P2 che peraltro fruttò uno sputtanamento agli Usa. La storia della P2 è una invenzione degli americani. Quando videro che i comunisti si avvicinavano sempre di più al potere misero sù quella loggia segreta per fronteggiare quella avanza. Il movente, lo strumento, era la massoneria. Non è neanche una grande novità. Credo che solo tre presidenti americani non siano stati massoni; due di questi erano Kennedy e Nixon. E basta rifletter su che fine abbiano fatto...«.
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: ZUPO, VENNE MANIPOLATA LA SECONDA FOTO DI MORO |
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È stata manipolata, ritagliata, scontornata, lasciando solo l'immagine di Moro, la seconda foto del presidente della Dc diffusa dai brigatisti il 20 di aprile del '78. Quella foto serviva a smentire l'uccisione del presidente della Dc, annunciata il 18 di aprile dal falso comunicato del lago della Duchessa. A rivelarlo, facendo leva sui ricordi frutto del lungo lavoro come difensore dei poliziotti uccisi in via Fani, è l'avvocato Giuseppe Zupo, autore di «Operazione Moro», uno dei libri più approfonditi sulla vicenda pur essendo stato scritto ,assieme a Vincenzo Marini Recchia, nel 1984. «Vidi quella foto e mi accorsi che era stata ritagliata. Era scomparso il fondale. Avevo solo in mano un rapporto che segnalava l'importanza di quel fondale. La polizia scientifica, infatti, aveva escluso che si trattasse di un fotomontaggio. Anzi aggiunse un'osservazione di notevole interesse: 'Il panno (con la sigla delle Br) non ricopre tutto il fondo. Sulla sinistra è scoperta una parte della materia che è dietro al panno, dove si notano delle strane e non identificate linee diagonalì». Con le tecniche della scomposizione e ricomposizione delle immagini forse quel particolare - dice oggi Zupo - «avrebbe potuto fornire qualche utile indizio sul luogo in cui, in quel momento, era tenuto Moro. Ma la foto era stata sapientemente ritagliata». Molti gli altri dubbi rimasti al legale a partire dal numero dei componenti del commando di via Fani, alla stessa logica di tutta l'operazione. «È il più grave delitto politico compiuto in Europa perchè si colpiva un partito-Stato su cui fondava una cerniera essenziale dell'Alleanza Atlantica. Un fatto di questo genere - spiega Zupo - non viene improvvisato da un manipolo di furenti brigatisti ma viene pensato in tutte le sue variabili. Le Br erano realtà politica vera, non fantocci, e non si infiltrano delle marionette perchè non c'è alcuna ragione per farlo». La prigione, poi, aggiunge Zupo «doveva essere un luogo di assoluta sicurezza. Gli spostamenti dovevano avvenire in assoluta matematica sicurezza. Certamente l'Unione Sovietica sapeva e conveniva; gli faceva comodo e ha assicurato una sostanziale neutralità, ma questa era l'area operativa dell'Alleanza Atlantica. la questione era possibile, con il compiacimento dell'Urss, ma era certamente sbrigata da qui». Quanto poi all'iter dei processi Zupo ha una sua precisa idea: «C'è stato un solo vero momento di verità, quello gestito da Severino Santiapichi. Dopo è stato uno scherzo, un gioco offensivo, non dico per malafede ma per evidente incapacità di essere all'altezza delle questioni». E Zupo ha una sua idea anche sulla fine di Moro: «Seppure ai brigatisti fu concesso di metterci la firma, deve esserci stata la compresenza di due realtà. Una era quella criminale che assicura che l'ultima fase venga gestita senza problema. Questo mi riporta a un nome che è stato cancellato dalla vicenda Moro, quello del legionario Giustino De Vuono che venne identificato da più testimoni sia in via Fani sia in via Gradoli».
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: NEL ROMANZO DI MAZZOLA C'È MISSIONE DA TITO |
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Nel romanzo 'I giorni del diluvio', interamente dedicato alla vicenda dell'omicidio Moro, e scritto nel 1985 da Francesco Mazzola, la vicenda del tentativo di liberare dei terroristi in mano a Tito per scambiarli con Moro c'è. Mazzola, nel '78, era sottosegretario alla difesa. Nel romanzo il maresciallo Tito si chiama Lazlo Brozik e fa da tramite per un incontro tra un rappresentante italiano e un uomo delle Br che deve avvenire in un Paese arabo. La missione, che aveva come tramite un presidente africano »nerissimo«, venne affidata ad un sottosegretario. Poco prima di partire, alla vigilia della morte di Moro il sottosegretario venne bloccato. Berlinguer (Bagetti nel libro) aveva saputo quello che il governo stava facendo e aveva minacciato di uscire dalla maggioranza e di provocare la crisi. Zaccagnini (Davitto) spaventato aveva bloccato la missione. Nel 2003 Mazzola, intervistato dall'Ansa, aveva detto che nel suo romanzo c'era un 75% di fantasia ed un 25% che rifletteva la realtà. »Se questa storia della Jugoslavia faccia parte del 75 o del 25% lo lascio indovinare a lei«, rispose Mazzola. Ora Mazzola afferma che la tesi di un intervento di Tito e dei Paesi non allineati era ipotizzabile »ma è una tesi romanzesca, non è la copertura della verità. È una ipotesi possibile dal punto di vista della logica politica: ma non di più, è una ipotesi«. »La cosa vera invece è che sapendo quello che doveva avvenire la mattina del 9 maggio durante la direzione della Dc, cioè il discorso di Fanfani, l'esecuzione è stata anticipata di alcune ore. Quando la direzione è cominciata Moro era già morto. Questa è la cosa molto, molto, molto inquietante«. E Mazzola conferma la tesi più volte esposta: »Le Br non hanno fatto tutto da sole perchè una operazione come quella di Moro non l'hanno più ripetuta. Sono convinto che Moro, per 55 giorni, non sia stato tenuto in un cunicolo di un metro e mezzo per due perchè altrimenti le sue condizioni sarebbero state molto diverse. Il corpo di Moro non mostrava assolutamente di essere rimasto immobile per 55 giorni su un letto. C'era poi della sabbia nel risvolto dei pantaloni. Credo che Moro sia stato spostato almeno due volte, cioè sia stato almeno in due posti diversi e questo richiedeva una capacità operativa che le Br non hanno mai più manifestato dopo. Continuo a essere convinto che le Br fossero, consapevolmente o inconsapevolmente, infiltrate da un servizio straniero e che l'unico che probabilmente sapeva tutto è Moretti il quale parla ma solo di quello che vuole lui«.
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: COSSIGA, CON L'AIUTO DEL PSI LO AVREMMO SALVATO |
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«Se i socialisti mi avessero detto con chi avevano contatti, saremmo arrivati al nascondiglio di Moro» In un'intervista a EuroNews il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga torna sul ruolo giocato nella vicenda dai socialisti. «Dopo il messaggio del lago della Duchessa - aggiunge il senatore a vita - la linea della fermezza fu nella Dc molto indebolita. Fu il momento in cui Fanfani, che aveva preso insieme a me e ai leader della dc la decisione della linea della fermezza, cambiò. Fu da quel momento che i socialisti iniziarono le trattative. I socialisti non si fidarono di noi credendo di poter condurre loro le trattative: perchè se mi avessero detto con chi avevano tentato, con chi avevano contatti, probabilmente saremmo arrivati al nascondiglio di Moro».
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08/05/2008 |
ANSA |
CASO MORO: SENATO PUBBLICAON LINE GLI ATTI DELLA COMMISSIONE |
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Le lettere di Aldo Moro, i rapporti provenienti dalle Questure di tutta Italia, la documentazione prodotta dall'Arma dei Carabinieri sulle «operazioni di rilievo compiute contro i movimenti eversivi» nel 1978, i volantini diffusi dalle Brigate Rosse per rivendicare gli attentati, gli articoli pubblicati dal settimanale Op, le analisi «riservate» della Digos. C'è tutto questo e molto altro nell'enorme patrimonio documentale della «Commissione stragi - filone Moro» che sarà consultabile on line nel sito del Senato a partire da domani venerdì 9 maggio, nel trentesimo anniversario della morte dello statista democristiano. «È un atto di omaggio ad Aldo Moro, alle vittime di uno dei periodi più difficili nella storia della nostra Repubblica e ai servitori dello Stato che dedicarono la propria vita alla ricerca della verità. Ma è anche un doveroso atto di trasparenza nel solco delle migliori tradizioni dell'Istituzione parlamentare», ha commentato il Presidente del Senato, Renato Schifani. Per la prima volta l'archivio di una Commissione d'inchiesta è stato riordinato e schedato documento per documento secondo criteri archivistici, con un software relazionale che consente di pubblicarlo in Internet nella forma di inventario e con l'ausilio di un motore di ricerca interno. A partire dalla home page del Senato (www.senato.it), saranno consultabili l'inventario e i documenti originali digitalizzati della «Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi», relativamente al filone «caso Moro». Nella loro versione cartacea, questi documenti occupano ben 112 faldoni e corrispondono a circa 62 mila pagine. Sono stati inoltre digitalizzati e pubblicati in rete gli Atti parlamentari della «Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia»
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: A CAZORA DISSERO, TANTO DOMANI LO LIBERANO |
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«Guardi lasci stare tanto domani le Br ci restituiscono Moro, vivo, lo liberano». Queste le parole che il questore di Roma Emanuele De Francesco rivolse l'8 maggio di 30 anni fa al deputato Dc Benito Cazora. Cazora era un parlamentare della Dc contattato da alcuni calabresi legati alla 'ndrangheta che svolse in proprio delle indagini che lo portarono nella zona di via Gradoli ancor prima della scoperta del covo Br e a contattare un misterioso personaggio che chiese delle coperture per effettuare un blitz per liberare, in extremis Aldo Morodalla prigione visto che il martedì le Br lo avrebbero ucciso. Questi ed altri importanti elementi sono contenuti nella nuova edizione del libro di Manlio Castronuovo «Vuoto a perdere» edito da Besa. L'autore non è nè uno storico, nè un documentarista nè un giornalista. Nel '78 aveva 12 anni e oggi si occupa di marketing manager. Con grande passione ha raccolto e letto gran parte di quello che è uscito sul caso Moro offrendo così al lettore, in questo suo lavoro, una sorta di «guida» alla vicenda che è contraddistinta da una grande chiarezza di esposizione. Tra le novità presenti nella nuova edizione anche la spiegazione di come nacque la pista riguardante Igor Markevitch e una nuova ipotesi sulle basi Br presenti a Firenze. Ma è il capitolo su Cazora ad offrire gli spunti più interessanti. Castronuovo ha raccolto la documentazione del figlio del deputato, Marco Cazora e le interviste fatte a suo tempo dai giornalisti Paola Di Giulio e Giampaolo Pellizzaro. Il figlio di Cazora ricostruisce in dettaglio i molti contatti avuti in quei giorni. Da Francesco Varone, uno degli uomini con cui era in contatto, incontrato insieme a Sereno Freato una decina di giorni prima della morte di Moro Cazora ebbe diverse informazioni. «Esse riguardavano sia l'organigramma del commando che operò in via Fani, sia la composizione della colonna romana delle Br. Nell'appunto c'erano nomi e cognomi - racconta Marco - mio padre si recò subito dal questore De Francesco per consegnarglielo. Ma non ne fece una copia». Quell'appunto sparì. Domenica 7 maggio Cazora si recò in via della Camilluccia 551 per un incontro riservato. Un uomo gli disse: «Moro è da 36 ore con poca sorveglianza perchè il comitato esecutivo è riunito fuori Roma e la maggioranza dei brigatisti è per la sua uccisione. Il mio gruppo è pronto per organizzare un blitz entro la notte a patto di essere appoggiati dalla forze dell'ordine che avrebbero dovuto assumersi tutta la responsabilità dell'operazione. Se non interveniamo subito, martedì mattina ve lo restituiscono morto». L'indomani Cazora chiamò il sottosegretario Lettieri, il capo della polizia Parlato e il ministro Cossiga. Cazora venne tranquillizzato da De Francesco: domani ce lo restituiscono, vivo. Nessuno poi ha più indagato su via della Camilluccia 551.
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08/05/2008 |
ANSA |
MORO/30:SQUITIERI,LEONE FIRMÒ,QUALCUNO STRAPPÒ GRAZIA |
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L'allora capo dello Stato Giovanni Leone firmò la grazia per la terrorista Paola Besuschio al fine di arrivare alla liberazione da parte delle Br di Aldo Moro: qualcuno si recò, presumibilmente durante la notte tra l'8 e il 9 di maggio al Quirinale e la strappò dopo averla tirata via dalle mani di Leone. È questo il racconto che fa all'Ansa il regista Pasquale Squitieri, amico della famiglia. «Leone dopo qualche settimana dalla morte di Moro si dimette. Un presidente della Repubblica se ne va dal Quirinale in taxi e non si riunisce il Parlamento. La sera vado a casa sua e lo trovo sulla veranda, distrutto. 'Presidente, Sciascia ha pubblicato in Francia 'L'Affaire Morò, perchè lei non pubblica in Italia 'La notte della grazià, perchè lo sappiamo che lei era pronto a firmare la grazia per una terrorista, la Besuschiò. Leone era per salvare Moro. E lui mi rispose:' Pasquà io l'avevo firmata la grazia, era pronta. Vennero due e me la tolsero dalle mani». «Uno - disse Squitieri- era Zaccagnini, l'altro chi era?' Lui mi rispose: ' Tu non conosci i politici Pasquà, ti uccidono i figli...». «Chi era l'altro? Posso fare solo delle ipotesi. Il ministro di grazia e Giustizia Paolo Bonfacio? Oppure Berlinguer, chi lo sa? Lo rividi molto tempo dopo Leone e gli dissi . 'Vi ricordate quella notte al Quirinale?'. Mi rispose:» Quale notte Pasqua?«.
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30:COME FANFANI CERCÒ FINO ALL'ULTIMO DI SALVARLO |
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di Paolo Cucchiarelli - L' unico uomo politico invitato al funerale privato di Torrita Tiberina di Aldo Moro senza i potenti della politica, Amintore Fanfani, cercò fino all'ultimo di salvare il Presidente della Dc. Quando arrivò,poco dopo le 12 del 9 di maggio, la notizia del ritrovamento del cadavere di Moro in Via Caetani il Presidente del Senato stava svolgendo il suo intervento alla direzione Dc che doveva concludersi con una sorta di appello politico in grado di dare un «via libera» politico alla firma della grazia da parte del Capo dello Stato per una terrorista (Paola Besuschio). La morte di Moro interruppe quell'estremo tentativo. L'allora vice segretario della Dc, Giovanni Galloni ha recentemente rivelato che Fanfani gli spiegò, tra la fine di aprile e i primi di maggio, che ormai «si trattava di salvare la vita di un uomo che, come desiderava la moglie, si sarebbe definitivamente ritirato dalla politica». Per questo il Psi, tramite Signorile, agì d'intesa con Fanfani da cui ci si aspettava un sostegno esplicito alla grazia che il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, intendeva dare alla brigatista per contribuire in maniera probabilmente decisiva alla liberazione di Moro. Qualcosa però accadde, nota Galloni, che cita alcune dichiarazioni dei brigatisti che parlano della paura di essere presi tutti in trappola in quelle ore. L'ex vice segretario Dc non cita una importante intercettazione telefonica di Eleonora Moro proprio alle 11,12 del 9 di maggio del '78. La signora Moro si rivolge a Sereno Freato:« Se si riuscisse a comunicare con questa gente e a dirgli, diciamo così: 'ridatecelo, che non gli permetteremo di dare più fastidio nel mondo'». Moro però era già morto. Fanfani, all' epoca presidente del Senato, svolse, dopo il falso messaggio del lago della Duchessa del 18 aprile del 1978, un ruolo importante per cercare una soluzione che, senza compromettere lo Stato, portasse, comunque, allo sblocco della trattativa in corso tra BR e Dc. Negli appunti che Fanfani annotava sulle sue agende sono riportate impressioni, notizie e anche considerazioni di natura politica e personale: un vero e proprio viaggio all' interno del caso Moro visto da dietro le quinte. Tra le informazioni rilevanti l'annotazione che Arnaldo Forlani fosse a favore della trattativa subito dopo il lago della Duchessa e il fatto che la famiglia Moro temeva da anni un gesto violento contro il leader democristiano: «Aldo ed io da anni eravamo preparati a un simile triste evento», annota il 18 marzo '78 Fanfani. Il periodo che precede l'uccisione di Moro, il 9 maggio 1978, conferma sostanzialmente il ruolo che Fanfani svolse tra la Dc, bloccata nell' intransigenza, e il Psi, che incalzava, principalmente con Claudio Signorile, perchè si arrivasse comunque ad un gesto capace di impedire l' uccisione. Tra l' altro il diario di Fanfani - che sarà pubblicato tra qualche tempo dalla Fondazione che porta il suo nome- conferma la giustezza del ruolo attribuito a Fanfani nel famoso fumetto che venne pubblicato da «Metropoli» all' inizio degli anni Ottanta. È uno spaccato contraddittorio e anche amaro di quei giorni drammatici. «Non contesto il dovere dello Stato e dei partiti di non trattare; ma ciò non esonera il Governo dal fare tutto ciò che deve per ridurre l' aggressività delle Br e metterle in difficoltà, per renderle più ragionevoli anche nel trattamento di Moro», annota. Il piano Victor (nelle due varianti di Moro morto-Moro vivo) venne annunciato da Cossiga il 6 di maggio. Nel caso di Moro vivo sarebbe stato ricoverato al Policlinico Gemelli per più settimane. Confermata anche la ricostruzione che accreditava l' individuazione di uno o più detenuti che, per condizioni giuridiche e personali, potevano ricevere la grazia. Amintore Fanfani, la mattina del 9 maggio si recò a casa Moro e, con grande commozione, la famiglia gli comunicò la notizia dei funerali privati senza gli uomini del potere. «Aggiunge - scrive Fanfani riferendo le parole di Eleonora Moro di quel giorno- che, ove provocassero i dc, la famiglia Moro risponderebbe in modo inaspettato».
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07/05/2008 |
ANKronos |
CASO MORO: SGARBI, PRIGIONE DI VIA MONTALCINI DIVENTI UN MUSEO = COMUNE DI ROMA ACQUISTI L'APPARTAMENTO, MINISTERO IMPEDISCA RISTRUTTURAZIONE |
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Il Comune di Roma acquisti l'apppartamento di via Montalcini 8, prigione di Aldo Moro nei 55 giorni del sequestro da parte delle Brigate Rosse, e «lo consacri al ricordo di un martire della democrazia». La proposta è di Vittorio Sgarbi, critico d'arte e assessore alla Cultura del Comune di Milano, che in una lettera aperta pubblicata oggi sul «Giornale» e rivolta ai presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, e al Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, chiede che quell'appartamento di cento metri quadrati al piano terra nella zona della Magliana dove stanno per cominciare i lavori di ritrutturazione da parte della nuova inquilina, venga rilevato dal Comune. «Il ministero potrebbe prescrivere che non si facessero lavori inutilmente diustruttivi per rendere insignificante il luogo più significativo della nostra storia» afferma Sgarbi nella lettera pubblicata da 'Il Giornale'. «Si spendono denari per comprare ridicole opere di arte contemporanea, ambienti da rimontare nei musei. E si abbandonano e distruggono -aggiunge- i luoghi reali». «Tra i simboli più alti della democrazia repubblicana c'è Aldo Moro. E c'è un luogo fisico, la stanza in cui fu prigioniero, che rischia di essere cancellata da una ristrutturazione voluta da una persona che vuole restituire alla normalità un luogo della storia e della memoria», osserva il critico d'arte. «E Moro, fotografato in qul sito, appare come un 'ecce homò, così come molti anni fa tentati di dimostrare accostando la fotografia delle Brigate Rosse in cui si vede lo statista dolente e abbandonato, a quella di un Cristo di Domenico Pezzi».
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: 8 MAGGIO, STRANI ELENCHI TROVATI A VIA GRADOLI/ANSA POSSIBILI OBIETTIVI DI ATTENTATI O LISTA DELLA P2 ? |
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8 maggio 1978, i giorni passati da Moro nelle mani dei suoi rapitori sono ormai 54. Sono trascorsi tre giorni dal comunicato che annunciava che le Br stavano «eseguendo» la sentenza, ma ancora nessuna novità. Anche il quadro politico è fermo. Il «Corriere della sera» parla di elenchi di militari, politici e dirigenti trovati in via Gradoli. Si pensa a possibili obiettivi di attentati, ma tutti e quattro i nomi usciti erano nella lista della P2 (come un altro nome che uscirà il giorno dopo), allora ancora sconosciuta (sarà trovata solo nel 1981). Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 10:45 - «La Digos (ex ufficio politico) della Questura di Roma, in merito ad una notizia apparsa stamani su un quotidiano del ritrovamento, nel covo di via Gradoli, di presunte liste di personalità politiche e industriali che le Brigate rosse avrebbero dovuto colpire, 'smentisce che il nome dell'ex presidente della Regione Lazio Gerolamo Mechelli compaia comunque tra le carte e i documenti rinvenuti nell'appartamento sulla via Cassia'». 12:44 - «Ancora vaste operazioni di polizia, sempre nell'ambito delle indagini sul rapimento di Aldo Moro, sono in corso stamani in alcune zone del centro storico e nei quartieri periferici». 12:48 - «'Ho voluto mantenere con scrupolo il massimo riserbo perchè una polemica all'interno del Psi avrebbe soltanto acuito i rischi di rottura degli equilibri politici'. Lo afferma l'on. Manca in una intervista che apparirà sul prossimo numero del settimanale Panorama. (...) 'Nel momento - sottolinea - in cui siamo andati all'ipotesi della grazia da dare ad alcuni detenuti, io non ho più condiviso la posizione di Craxi'. Alla domanda del giornalista se c'è stato il pericolo di una rottura della politica di unità democratica, Manca risponde:'Sì, c'è stato un momento all'inizio della scorsa settimana, in cui c'erano sul tavolo la rottura della maggioranza, la crisi. le elezioni'». 13:13 - «'Come avvocato e come militante di vecchia data di 'Soccorso rosso' ritengo che si debba lanciare un appello allo Stato italiano e alle Br perchè si attengano ai principi enunciati dalla Convenzione di Ginevra. Da una parte sia consentita un'inchiesta internazionale sulle condizioni dei detenuti politici in Italia e dall'altra non sia pronunciata o eseguita alcuna condanna a morte'. Chi fa questa proposta nel corso di un'intervista che Panorama pubblicherà nel prossimo numero è l'avv. Di Giovanni, che conosce a fondo i brigatisti, avendoli difesi quasi tutti. (...) Il legale dice poi che l'appello del Papa 'avrebbe potuto avere un peso considerevole per una soluzione positiva della vicenda, se non fosse stato controbilanciato, anzi addirittura annullato, da prese di posizione all'interno degli stessi ambienti ecclesiastici' e prosegue affermando che 'l'appello di Waldheim avrebbe potuto avere un'importanza decisiva' perchè 'conteneva un'esplicita presa d'atto di una situazione di fatto', ma anche l'appello di Waldheim è stato oggetto di attacchi concentrici e di prese di posizione contrarie, anzi rabbiose, ripugnantì». 14:12 - «Il quotidiano afferma che tra le carte e i documenti sequestrati in via Gradoli ci sarebbe un piano di attentati che la colonna romana delle Brigate rosse aveva predisposto contro numerose persone. Questo piano comprenderebbe due elenchi - nel primo, corredato da fotografie, nomi, cognomi e indirizzi, le vittime designate avrebbero dovuto essere Beniamino Finocchiaro, ex presidente della Rai e attuale sindaco di Molfetta (Bari), l'ex direttore generale della Rai Michele Principe e Loris Corbi, presidente della società 'Condotte d'acqua'. Sempre secondo il quotidiano, nel primo elenco c'era il nome di Publio Fiori, il consigliere democristiano ferito in un attentato il 2 novembre scorso a Roma. Nel secondo elenco invece - sempre secondo quanto pubblicato dal giornale - ci sarebbero nomi di esponenti della Democrazia Cristiana regionali, provinciali e comunali». 20:04 - «Zaccagnini ha visto questo pomeriggio il capogruppo dei deputati Piccoli e quello dei senatori Bartolomei. I due esponenti della Dc, al termine dell'incontro con il segretario del partito, mentre lasciavano la sede di piazza del Gesù, sono stati intervistati dai giornalisti che hanno chiesto loro se fossero prevedibili modifiche nell'atteggiamento del partito sul caso Moro. Piccoli ha detto che la posizione della Dc rimane 'precisa e continua'». 21:49 - «I funzionari delle Digos, dopo essersi limitati a precisare che il nome di Gerolamo Mechelli non figurava nelle carte trovate nel covo di via Gradoli, non hanno aggiunto particolari a proposito della notizia secondo la quale farebbero parte del materiale sequestrato elenchi di nomi di dirigenti di enti pubblici e di esponenti politici. Da fonti attendibili si è avuta tuttavia qualche indiscrezione secondo la quale nel covo di via Gradoli sarebbe stato trovato un quaderno a quadretti nel quale col metodo usato dagli alunni delle scuole elementari e medie per fare le ricerche, sono state compilate delle schede riguardanti una serie di personalità militari, di esponenti politici, di dirigenti di enti pubblici». 22:10 - «Non credo che i comunisti vogliono attribuire ai 'santuari' responsabilità legate alla tragedia di Moro. Non possiamo però ignorare la presenza di forze tendenti a modificare l'attuale quadro politicò. (...) Lo afferma Ugo La Malfa, presidente del Pri, in una intervista che apparirà domani sulla 'Gazzetta del popolo'»
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: 9 MAGGIO, IL CADAVERE DI MORO IN VIA CAETANI/ LA CRONACA ANSA DEL RITROVAMENTO DEL CORPO NELLA R4 ROSSA |
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9 maggio 1978, dopo 55 giorni il caso Moro si conclude in modo tragico. Il suo cadavere viene trovato nel vano posteriore di una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani, a due passi dalla sede del Pci di via delle Botteghe Oscure e a poca distanza da quella Dc di piazza del Gesù (non a 'metà stradà tra le due, come si è spesso scritto). Non si è mai capito perchè le Brigate rosse abbiano rischiato questo trasferimento 'simbolico' del corpo di Moro da via Montalcini (alla Magliana) fino al centro di Roma. Ecco la cronaca del ritrovamento attraverso le notizie dell'ANSA. 13:59 - «Un cadavere in una macchina è stato trovato in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure. Sul posto si sono recati il questore di Roma e il capo della Digos Spinella. Al momento non si hanno altri particolari». 14:04 - «L'on. Moro sarebbe la persona trovata morta all'angolo di via delle Botteghe Oscure con via Caetani. Lo ha riferito un funzionario della Digos». 14:07 - «Funzionari di polizia hanno confermato che l'uomo trovato morto nei pressi di via delle Botteghe Oscure è l'on. Aldo Moro, Il corpo si trova in una R4 rossa in via Caetani. La strada è bloccata da agenti di polizia, che non fanno passare i giornalisti e neppure la folla che si sta radunando tra via delle Botteghe Oscure e piazza del Gesù». 14:09 - «Il cadavere è stato notato da alcuni passanti a bordo di un'auto parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, all'angolo con il palazzo in cui ha sede il Partito comunista italiano. Il corpo è riverso sui sedili posteriori dell'auto avvolto in alcune coperte». (In realtà era nel vano bagagli e non sui sedili posteriori). 14:14 - «Appena nella sede della Dc si è diffusa la notizia del ritrovamento dell'auto in via Caetani la Direzione ha sospeso la riunione. C'è stato un momento di grande confusione. I giornalisti sono stati quasi bloccati in sala stampa. Mentre aumentava la ridda delle voci i giornalisti sono scesi sotto il portone, un poliziotto della scorta di Zaccagnini ha detto di aver visto personalmente la macchina e di aver riconosciuto nel cadavere posto nel bagagliaio quello dell'on. Moro». 14:23 - «Il ministero degli Interni ha confermato che il cadavere ritrovato nei pressi di via delle Botteghe Oscure è quello dell'on. Moro. Ecco la comunicazione del ministero:'Alle 13.30 le forze di polizia hanno ritrovato il corpo esanime dell'on. Moro in un'autovettura parcheggiata in via Caetani'». 14:25 - «Sul posto si è recato il ministro dell'Interno Cossiga, il sottosegretario Lettieri, l'on. Darida. Uomini della polizia e artificieri stanno forzando il cofano anteriore della Renault sui sedili posteriori della quale era adagiato il corpo esanime dell'on. Moro». 14:43 - «Il procuratore della Repubblica De Matteo in una breve e laconica dichiarazione fatta ai giornalisti che sono tenuti ad una distanza di oltre 80 metri rispetto all'auto nella quale si trova il cadavere dell'on. Moro ha detto:'Vi confermo che è l'on. Moro. Non posso dirvi altro'. Il corpo dell'on. Moro si trova sul sedile posteriore dell'auto, il suo viso è coperto da una giacca blu». 14:46 - «Secondo testimonianze raccolte sul posto pare che la Renault rossa sia stata parcheggiata alcune ore prima del suo ritrovamento. Questo è avvenuto, secondo quanto risulta, in seguito ad una telefonata anonima giunta verso le 13 al 113 con la quale è stato detto che su un'auto rossa parcheggiata in via dei Funari (una parallela di via delle Botteghe Oscure che incrocia via Caetani) c'era una bomba. Gli agenti accorsi hanno invece trovato in via Caetani, sull'auto, il corpo esanime dell'on. Moro avvolto in un plaid». 15:48 - «Un sacerdote della chiesa del Gesù, padre Damiano, ha impartito l'assoluzione alla salma dell'on. Moro tuttora distesa sul sedile posteriore della Renault trovata parcheggiata in via Caetani. Il sacerdote conosceva personalmente il presidente della Dc per averlo visto più volte recarsi nella chiesa del Gesù a pregare. Il prete, avvicinato da un redattore dell'ANSA, ha detto di essere stato chiamato poco prima da alcuni agenti di polizia perchè si recasse in via Caetani con l'olio santo. (...) Secondo quanto ha dichiarato il sacerdote, l'on. Moro sarebbe morto da poco tempo: la salma infatti non mostrerebbe la rigidità di un decesso che risalga a molto tempo addietro». 15:50 - «L'auto nella quale si trova il corpo dell'on. Moro è targata Roma N57686. Come già è stato detto è una Reault rosso amaranto. Il corpo è reclinato sul fianco sinistro nel vano posteriore fra lo sportello del portabagagli e la spalliera del sedile posteriore che è leggermente abbassata in avanti». 16:08 - «Poco dopo le 15.30 la salma di Moro è stata prelevata dalla Renault e caricata su un furgone della polizia mortuaria che si è allontanato preceduto e seguito da alcune automobili della polizia». (Era un'ambulanza dei vigili del fuoco). 16:23 - «L'on. Moro è stato ucciso con diversi colpi d'arma da fuoco. Sul petto ci sono i segni di non meno di quattro ferite. Fra la camicia bianca e la giacca blu sono stati trovati fazzoletti intrisi di sangue all'altezza delle ferite. Nei risvolti dei pantaloni c'è una notevole quantità di sabbia». 16:57 - «La Renault è stata lasciata in via Michelangelo Caetani presumibilmente fra le 7.40 e le 8.10 di stamani. È quanto risulta dalle prime testimonianze raccolte sul posto». 19:18 - «I funzionari della Digos hanno accertato che la Renault sulla quale è stato trovato il corpo di Moro è stata rubata il 2 marzo». 20:33 - «È stato precisato che la sabbia trovata nei risvolti dei pantaloni è molto chiara e che infilati nei calzini sono stati trovati alcuni 'forasacchi', piccole spighe di erba di campo che si impigliano facilmente nei vestiti».
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO /30: PALOSCIA, QUEL GIORNO DAVANTI A QUELLA RENAULT |
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Annibale Paloscia seguì, con altri cronisti dell'ANSA, il ritrovamento del cadavere di Moro in Via Caetani. Ecco come ricorda le emozioni e i fatti quel giorno particolare a 30 anni dagli avvenimenti. (di Annibale Paloscia) Erano passati 54 giorni dal 16 marzo e , come tutta l'Italia , eravamo in attesa di quel momento in cui le Br lo avrebbero liberato o ucciso. La speranza che Moro tornasse vivo era stata ridotta a un lumicino dal comunicaton.9 delle Br, diramato il 6 maggio: annunciava la condanna a morte dell'ostaggio, ma lasciava lo spiraglio che l'esecuzione non fosse ancora avvenuta. Nei giorni 7 e 8 erano circolate voci sulla possibilità, in estremo, di uno scambio tra il presidente della Dc e un «prigioniero comunista». Come sempre avevo dislocato i cronisti nei punti chiave: la procura della repubblica, la questura, i carabinieri, la prefettura. I capi di quelle strutture erano trincerati nei loro uffici, ma se fosse arrivata una notizia certa sulla sorte di Moro, si sarebbero catapultati fuori per correre sulla scena finale del sequestro. I cronisti aspettavano quel momento. Io ero in redazione col cronista di turno. Cercavo di verificare la notizia di alcune perquisizioni compiute all'alba dalla Digos, su indicazione di un politico democristiano. Telefonavo ogni tanto al dottor Domenico Spinella, capo della Digos, silente come una tomba. Non mi dava nè conferme , nè smentite dell'operazione, ma il fatto che lo trovassi sempre al suo posto,era chiaramente indicativo che le perquisizioni erano andate a vuoto. Avevo sul tavolo una radiolina che mi permetteva di sintonizzarmi sulle frequenze della sala operativa della Ps. A quel tempo le comunicazioni tra la questura e le Volanti non erano criptate. Doppia Vela, nome in codice della sala operativa, contrariamente al solito, quella mattina parlava di rado e sembrava occuparsi di cose insignificanti. Ma, improvvisamente, verso le 13,30 , Doppia vela si anima, si agita, mi arriva un'ondata di voci concitate. Si parla di Moro e di un'auto in via Caetani. Telefono a Spinella: non risponde, non è più al suo posto, il segretario mi dice che è uscito. È arrivato il momento. Avverto il vice direttore Balzanetti di quanto sta succedendo e corro a piedi in via Caetani per non rischiare di rimanere imbottigliato nel traffico. Dopo 500 metri, corsi con le gambe di un mezzofondista, ero in via Caetani. Le sirene della polizia avevano già fatto accorrere una folla di funzionari della Dc e del Pci che avevano le sedi nazionali là vicino. Vedo in fondo alla strada una Renault rossa col cofano aperto, isolata da cordoni di poliziotti e carabinieri agitatissimi. Un vigile urbano mi dice che nell'auto c'è un morto. Non sa altro. Entro in un ristorante e telefono all'Ansa la notizia del morto nell'auto in via Caetani. Torno nella folla, cerco di superare i cordoni per avvicinarmi alla Renault. A pochi metri da me si stampa il volto massiccio e grave di Spinella. Gli faccio un cenno, lui muove la testa in giù due volte e allarga le braccia in segno di sconforto. Lo conosco troppo bene per avere dubbi sulla sua mimica. Mi scaravento di nuovo nel ristorante e telefono all'Ansa il flash che è Moro il morto della Renault rossa. Le telescriventi dell'Agenzia trasmettono le due notizie alle 13,59 e alle 14,04. Dopo pochi minuti un'autombulanza dei vigili del fuoco fende la folla. Scende il comandante dei vigili del fuoco Elveno Pastorelli con un medico. Pastorelli, come sempre si impone col suo fisico statuario: parla con le autorità che non sanno che fare, dà ordini, fa trasferire il cadavere di Moro sull'autoambulanza per portarlo all'istituto di medicina legale . Rientro all'Ansa sulla motocicletta di un fotoreporter e telefono al centralino dei vigili del fuoco. Mi faccio passare in ponte radio l'autoambulanza di Pastorelli. Fino ad allora il comandante Pastorelli era stata l'unica fonte di cui noi cronisti potevamo fidarci per non soccombere alla strategie di disinformazione messe in opera per 54 giorni sia dal versante dei terroristi che da quello contrapposto del Viminale. Ci aveva informato correttamente sul covo di via Gradoli, era corso in elicottero al lago della Duchessa, dopo il falso messaggio che lì c'era il cadavere di Moro, e ci aveva avvertito che la notizia, nonostante fosse avallata dal ministero dell'Interno, era una patacca. L'autoambulanza col cadavere di Moro non è ancora arrivata all'obitorio quando parlo con Pastorelli. Gli chiedo come è morto Moro. Mi dice che sul cadavere ci sono varie ferite da arma da fuoco, specialmente al petto, mi descrive il vestito. Batto sulla telescrivente la notizia che l'Italia ancora non conosce: Moro è stato assassinato dai suoi aguzzini.
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: 9 MAGGIO, GLI ALTRI AVVENIMENTI DEL GIORNO |
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Il 9 maggio 1978, giorno finale del caso Moro, era cominciato con una Direzione Dc, nella quale, si dice, Fanfani avrebbe voluto introdurre qualche elemento di novità. La notizia dell'uccisione di Moro non gliene dà il tempo. Ecco la cronaca degli avvenimenti di prima e dopo il ritrovamento del corpo di Moro, attraverso la cronaca dell'ANSA: 10:42 - «La riunione della Direzione Dc è cominciata alle 10.30, sotto la presidenza del segretario Zaccagnini. È presente il presidente del Consiglio Andreotti». 12:32 - «Anche stamane polizia e carabinieri hanno compiuto accertamenti in quartieri della città. L'operazione, iniziata nelle prime ore della mattina, non ha avuto esito positivo». 14:25 - «L'on. Malagodi, del Pli, parlando a Novara, ha detto tra l'altro:»Quattro milioni di elettori il 14 maggio hanno in mano, con l'equilibrio interno dell'Italia, anche quello europeo e internazionale. Di tanto ci minaccia la crescente intimità tra Dc e Pci. Anche contro questo si deve votare«. 14:46 - »Nella sede della direzione del Pci la notizia del ritrovamento del cadavere in via Caetani, a poche decine di metri dalla sede del partito, è stata accolta con un senso di sgomento e silenzio da parte dei dirigenti comunisti presenti e cioè l'on. Berlinguer e del senatore Chiaromonte«. 14:55 - »Subito dopo l'annuncio diffuso dalla radio del ritrovamento del corpo di Aldo Moro una folla di giornalisti, fotografi e abitanti del quartiere si è raggruppata nella via del Forte Trionfale, dove sorge la palazzina in cui abita la famiglia dell'on. Aldo Moro. Reparti della Pubblica sicurezza hanno formato un cordone per impedire a chiunque di avvicinarsi a meno di un centinaio di metri dal cancello di casa Moro«. 15:17 - »Alle 14,15 è giunto a casa Moro Nicola Rana, capo della segreteria del presidente Dc che dal giorno del rapimento è stato particolarmente vicino alla famiglia Moro. Alle 14,55 è giunto il presidente del Senato Fanfani«. 15:34 - »Pochi minuti dopo le 14, non appena cioè i dispacci di agenzia hanno confermato il ritrovamento del cadavere dell'on. Moro, un clima di apprensione si è diffuso in palazzo Madama. Quasi tutti i senatori si trovavano nel ristorante dove la tragica notizia è stata portata da un redattore dell'ANSA«. 15:46 - »La radio Vaticana sta diffondendo in tutto il mondo 'la terrificante notizià del ritrovamento del corpo di Moro«. 15:53 - »Il Consiglio dei ministri è convocato per questa sera alle 19 a palazzo Chigi. L'annuncio è stato dato dal sottosegretario alla presidenza on.Evangelisti«. 15:59 - »Il presidente del Pri Ugo La Malfa ha dichiarato:'Moro è la prima eroica vittima di una guerra dichiarata a uno Stato che non si considera indebolito'«. 16:01 - »'Il barbaro assassinio - ha dichiarato il segretario del Psi Craxi - ci riempie l'animo di orrore. Il nostro pensiero va ad Aldo Moro vittima innocente di una crudeltà efferata, alla sua famiglia ed agli amici della Dc«'. 16:19 - »Il segretario del Pci on. Enrico Berlinguer ha fatto ai giornalisti la seguente dichiarazione:'Ho appreso con grande commozione la notizia del crudele assassinio di Aldo Moro, un grande dirigente democratico e caduto, trucidato da una organizzazione di criminali terroristi'«. 16:25 - »In questi giorni erano state date disposizioni affinchè davanti alle sedi del Governo, del Parlamento e dei partiti la vigilanza venisse rafforzata. Essi temevano infatti che provocatoriamente i terroristi potessero compiere il clamoroso gesto proprio nelle vicinanze di luoghi o edifici particolarmente significativi«. 16:31 - »All'arrivo del sindaco di Roma, Argan, davanti alla sede della Dc la folla - circa 4.000 persone - ha cominciato dapprima a rumoreggiare e poi, in coro, ha scandito slogan urlando a squarciagola 'Moro è qui con tutta la Dc' e poi ancora 'Curcio morte, morte, morte'«. 16:40 - »La segreteria della Federazione Cgil Cisl Uil, appresa la notizia del barbaro assassinio, ha proclamato per oggi, a partire dalle 16, uno sciopero generale di tutti i lavoratori, esclusi i servizi pubblici e l'informazione«. 16:45 - »L'avv. Spazzali non ha voluto esprimere giudizi, limitandosi a notare che si trattava di conclusione scontata, visto il rifiuto opposto a qualsiasi trattativa. 'C'è però il pericolo - ha concluso - che ora se la prendano con i detenuti. Voglio vederli per verificare che siano sani e salvi'«. 17:05 - »La signora Eleonora Moro si è recata poco prima delle 17 all'Istituto di medicina legale dove si è intrattenuta per pochi istanti. Era accompagnata dal figlio e da una delle figlie. Dopo aver visitato la salma del congiunto, la signora Moro ha fatto ritorno nella sua abitazione«. 17:53 - »La segreteria dell'on. Aldo Moro ha diffuso il seguente comunicato:'La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalla autorità dello Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, nè funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storià«. 18;46 - »Il primo ad avere la notizia a piazza del Gesù è stato Umberto Cavina, il portavoce di Zaccagnini informato da una telefonata fattagli dalla Questura. Cavina si è subito recato nella sala dove era in corso la Direzione«. 18:58 - »Per l'uccisione di Aldo Moro, il presidente della Repubblica si è così rivolto al Paese:'Il dolore mi prende l'animo del profondo. Una commozione senza fine mi sconvolge'«. 19:29 - »Paolo sesto ha inviato al cardinal vicario di Roma Poletti questo telegramma:'Non abbiamo parole adeguate per esprimere la nostra profonda afflizione e il nostro sgomento per la barbara uccisione dell'on. Moro, avvenuta in dispregio di ogni appello umanitario'«.
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: LE TEORIE SUL 'TRASFERIMENTO' DI MORO/ MOLTE IPOTESI SULLA ZONA DEL GHETTO, VICINO VIA CAETANI |
Anche se tutti i brigatisti sono concordi nel sostenere che l'unica 'prigione' di Moro è stata in via Montalcini, molte ipotesi si sono fatte sull'esistenza di altre 'prigioni', prima e dopo via Montalcini. E d'altra parte non si può fare a meno di ricordare che i brigatisti hanno sostenuto all'unanimità anche una serie di cose poi smentite dai fatti, come l'inesistenza del 'quarto uomo' o come Gallinari killer di Moro. Le ipotesi di un trasferimento di Moro in una zona centrale sono autorizzate dai dubbi sui motivi 'simbolici' che possono aver spinto i brigatisti ad affrontare il rischio di portare il corpo di Moro in via Caetani, vicinissimo alle sedi del Pci e della Dc, con la possibilità di essere intercettati in zone molto più controllate della media. Un fatto che alimenta i sospetti di un Moro prigioniero in qualche palazzo vicino a via Caetani, dove fu lasciata la famosa R4 rossa.
PALAZZO ORSINI - Nel 1993, il settimanale «Il Sabato» ipotizza che Moro possa essere stato condotto dalle Br in un palazzo vicino al ghetto ebraico romano. Il periodico cita due fogli manoscritti di Mario Moretti, trovati nel covo di via Gradoli e che riconducono a palazzo Orsini, in via di Monte Savello. Un grande edificio con passo carrabile a pochissima distanza da via Caetani. Il palazzo era la residenza della nobildonna Valeria Rossi in Litta Modigliani ed era intestato alla Immobiliare Savellia (è passato poi di proprietà all'Ordine di Malta).
PECORELLI - Di Moro prigioniero nella zona del ghetto aveva scritto anche Mino Pecorelli, in un brano che diceva «il ministro di polizia sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero; dalle parti del ghetto... (ebraico)».
MORTATI - Di alcuni covi Br nella zona del ghetto parlò anche Elfino Mortati, brigatista toscano pentito. Ferdinando Imposimato, che ha indagato sulla cosa, ha detto: «quando andammo, insieme a Priore, nel ghetto per ritrovarlo fummo fotografati e scrissero sulle nostre indagini un articolo su 'La Nazione' a firma Guido Paglia. Considerai quest'episodio come una sorta di avvertimento, di intimidazione. La notizia di quelle nostre ricerche non sarebbe mai dovuta trapelare. Subito dopo, infatti, Mortati smise di collaborare, probabilmente spaventato da questa intimidazione».
I PALAZZI CAETANI - L'ipotesi del covo nel centro di Roma prende sempre più piede dopo che emerge il nome del musicista ucraino Igor Markevic come possibile 'grande vecchio'. Markevic infatti era stato sposato con Topazia Caetani. E la famiglia Caetani, nella via omonima possedeva palazzo Caetani, mentre, nella vicinissima piazza Lovatelli, c'è palazzo Caetani Lovatelli. Un palazzo, adiacente via Caetani e dotato di passo carrabile, che ha anche una particolarità, ricordata in un libro da Peter Tompkins, ufficiale dell'Oss, a Roma durante la Seconda guerra Mondiale. Tompkins ricorda che «nell'antico palazzo Lovatelli, proprio all'estremità del ghetto» gli venne trovato un rifugio sicuro. Si trattava di «una stanza segreta nascosta da un muro e chiusa da una botola che doveva divenire il mio nascondiglio». E ancora:«membri della Resistenza potevano andare e venire con relativa facilità da questo rifugio nel cuore di Roma».
VIA GRADOLI - Nel 2005 Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mitrokhin, in un'intervista ricorda l'audizione di Prodi e dice: «Quando l'ho interrogato per chiedergli i motivi, in commissione, con me ha farfugliato sputacchiando. Ma poichè nessuno crede agli spiriti, alle sedute spiritiche o ai piattini che girano, sta di fatto che il professor Romano Prodi sapeva che Moro era prigioniero a via Gradoli». Un lapsus di Guzzanti, tradito dalla foga polemica nei confronti di Prodi? Perchè non risulta che Moro sia mai stato prigioniero a via Gradoli. Ma lo stesso lapsus era sfuggito in precedenza anche a Bettino Craxi.
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: UN GIALLO LA LETTERA DI DOSSETTI ALLE BR |
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Un messaggio di Giuseppe Dossetti alle Brigate rosse che tenevano prigioniero Aldo Moro. Tra i misteri o anche soltanto le zone d'ombra del capitolo più clamoroso del terrorismo rosso in Italia, c'è anche il dubbio su quella lettera che più d'uno ha citato in passato e che sarebbe stata scritta dal monaco che tanto ha inciso sulla politica cattolica ma che mai sarebbe uscita dal convento perchè superata dal messaggio di Paolo VI alle Br. Luigi Pedrazzi, politologo, tra i fondatori del 'Mulinò, ex vicesindaco di Bologna ai tempi della Giunta di Walter Vitali (il primo non socialcomunista ad avere un incarico di governo della città), interpellato dall' Ansa, è convinto che quel testo non esista. Non perchè sia stato distrutto o sia andato perduto, ma perchè Dossetti non lo avrebbe mai scritto. «Credo che la voce sia nata per il colloquio telefonico che ebbe con lui il professor Carlo Forcella, molto amico di Aldo Moro ma vicino anche a Giuseppe Dossetti fin dal 1946. Forcella gli chiese di scrivere alle Brigate rosse una sorta di profilo politico di Moro, spiegando così ai suoi sequestratori, al di là del fatto umano e della crudeltà del gesto che stavano compiendo, quale fosse la portata del loro errore di strategia politica. Dossetti lo ascoltò probabilmente disse mezze parole di rassicurazione ma non mi risulta che poi scrisse quella lettera». In effetti la fonte della notizia è stato proprio, anni fa, Carlo Forcella, all'epoca vice Presidente della Accademia Aldo Moro. Nel 1999 Forcella disse che « quando Moro fu rapito, Dossetti tenne, per tre settimane, dopo la messa, un incontro con tutti gli amici per discutere del significato del terrorismo, del perchè era stato rapito proprio Moro. Salii da Dossetti anche a nome della famiglia per chiedergli aiuto, per sapere da lui. Era il 19 di aprile. Dossetti mi disse che era giusto fare quello che Moro chiedeva:'uno Satto deve essere capace di fare questo. Anche Giulio cesare quando fu aggredito dai pirati disse ai suoi generali di rinfoderare la spadà». Poi in un secondo momento li inseguì e li colpì. Dossetti, rivelo Forcella, disse che avrebbe scritto una lettera per affermare il suo pieno accordo con le richieste di Moro e suggerire alcune strade concrete per la liberazione. Forcella tornò da Dossetti il 21 aprile: sui giornali c'era la lettera di Paolo VI « agli uomini delle Br». « Quando incontrai Dossetti aveva sul tavolo, da una parte, la sua lettera, totalmente diversa, senza il tono aulico della missiva di Montini, molto più concreta. Dossetti mi disse:' E ora che facciamo? Come si fa a pubblicare questa lettera? Può sembrare che io corregga il Papa. Sono desolato ma credo che sarebbe una cosa grave. Dopo la destituzione di Lercaro ( il cardinale di Bologna, Ndr) ho già un rapporto non straordinario». Per queste ragioni la lettera non fu mai consegnata. Pedrazzi, da sempre annoverato fra i dossettiani (quando il monaco faceva ancora politica nella Dc si candidò al suo fianco nelle amministrative del 1956 che segnarono però la vittoria del comunista Giuseppe Dozza) ha anche una opinione personale: «Per quanto lo conoscevo, credo che Dossetti fosse più incline a pensare ad una soluzione tipo quella per il sequestro Dozier, ovvero un'azione di polizia che portasse alla liberazione o, se non si profilava questa possibilità, all'apertura di una vera e propria trattativa». Di un episodio legato a quei giorni Pedrazzi è però assolutamente certo: «Dossetti fece una veglia per Moro. Dopo una notte intera di preghiera, al mattino, provato dalla fatica, ebbe la notizia che il papa si era rivolto direttamente agli uomini delle Brigate rosse. Lo seppe con grande gioia, forse con sollievo per non aver preso iniziative e disse che a quel punto, essendosi espressa la massima autorità della Chiesa non servivano più altre voci». Pedrazzi, che ha anche la curiosità e lo spirito del giornalista (è stato editorialista del 'Giornò, lo è oggi per 'Il Domani di Bologna, a fine anni '70 fondò e diresse un quotidiano, 'il Fogliò, che aveva una guida cattolica ma una redazione molto più a sinistra e che anche per questo ebbe vita breve) ha pure fatto ricerche nella Piccola Famiglia dell'Annunziata, la comunità di monaci e monache che Dossetti, dopo essere stato vicesegretario della Dc e membro della Costituente, fondò dopo aver lasciato la vita politica. «Mi è stato assicurato che quella lettera non esiste e non è mai esistita». La comunità conserva gli scritti di Dossetti ma anche una stretta parente di Pedrazzi che è entrata da anni nella 'Piccola famiglia' ha assicurato che quel testo non c'è.
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07/05/2008 |
ANSA |
UNIVERSITÀ: BARI INTESTA ATENEO AD ALDO MORO |
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Dopo le polemiche dei giorni scorsi tra favorevoli e contrari, il Senato accademico dell'Università di Bari ha deciso a maggioranza (con un solo voto contrario su 40) di intitolare ad Aldo Moro l'Ateneo barese che si chiamerà quindi: Università degli studi di Bari, Aldo Moro. La decisione è stata presa dopo quasi quattro ore di riunione nel corso della quale si è giunti ad una mediazione rispetto alla proposta iniziale del rettore, Corrado Petrocelli di chiamare l'Ateneo Università del Levante-Aldo Moro. Soddisfatto del risultato il rettore che ha parlato di «un dibattito ricco e appassionato. Questa intitolazione - per Petrocelli - rappresenta il recupero della nostra identità e contemporaneamente lo slancio verso il futuro del nostro ateneo». A favore dell'intestazione allo statista ucciso dalle Brigate Rosse 30 anni fa ha votato anche il preside della facoltà di Giurisprudenza Mario Giovanni, Garofalo che aveva espresso perplessità sulla intestazione a Moro perchè contrario ad intitolare l'ateneo ad una persona. «Queste perplessità sono state superate - ha sottolineato Petrocelli - perchè è stato riconosciuto che Moro è un personaggio particolare, un modello di studente e di docente che si è speso per questo ateneo». Nel corso della riunione è stato, tra l'altro, ricordato che nel 1975 ad Aldo Moro fu assegnato il sigillo d'oro dall'Università di Bari per meriti nei confronti dell' istituzione.
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: LA FIGLIA MARIA FIDA,C'È SENSO DI COLPA COLLETTIVO |
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«Il nostro Paese deve rielaborare questo lutto, vissuto con un senso di colpa collettivo. Perchè c'è la sensazione diffusa che qualcosa si poteva fare per salvarlo, tutti potevamo fare qualcosa per evitare la sua morte. Il silenzio cui siamo costretti noi della famiglia è il segno di un senso di colpa sotteso». C'è anche questa riflessione nell'intervista a Maria Fida Moro, primogenita del leader ucciso dalle Brigate rosse il 9 maggio di trent'anni fa, pubblicata oggi dal Sir, l'agenzia dei settimanali cattolici promossa dalla Cei. «Molti - prosegue la testimonianza della figlia dello statista democristiano - mi raccontano nel dettaglio cosa facevano quel 16 marzo, come se cercassero da me l'assoluzione. Ma, la pace viene dalla verità. Mio padre credeva che la luce avrebbe vinto la battaglia finale. Anch'io». Si farà chiarezza, un giorno, sulle verità nascoste del caso Moro? «Non lo so. Non lo spero neppure - risponde Maria Fida - credo, però, che l'Italia deve poter affrontare il 'rimossò del 'caso Morò, se di 'casò vogliamo parlare. È un dovere di coscienza». Come scrisse a Carlo Azeglio Ciampi, presidente della repubblica nel 2004, Maria Fida Moro ricorda che «i brigatisti hanno casa, lavoro, visibilità, voce», mentre la famiglia Moro « ha perduto tutto». «Il dramma della nostra famiglia non è comprensibile all'esterno. Si delega ai responsabili della sua morte il potere del racconto. Noi siamo condannati al silenzio. E lo dico io, che sono, nella famiglia, quella che ha dato il perdono. Ma, è assurdo - prosegue - che gli storici di Moro siano loro, i brigatisti, i suoi carnefici, mentre chi avrebbe diritto di parlarne, chi lo conosceva meglio e lo amava, viene messo a tacere. E, ogni volta che si presenta l'opportunità istituzionale di ricordarlo degnamente, Aldo Moro viene sistematicamente ignorato, dimenticato, cancellato. Non so se è il frutto di una strategia o se è un caso. Comunque, non è giusto».
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07/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: L'AVVICINAMENTO ALLA 'PRIGIONE DEL POPOLÒ/ ANSA COME SI È ARRIVATI, TARDI, A SCOPRIRE IL COVO DI VIA MONTALCINI |
di Stefano Fratini (ANSA) - È ormai «verità processuale» il fatto che Aldo Moro sia stato tenuto prigioniero, per tutti i 55 giorni del sequestro, nell' appartamento all'interno 1 di via Montalcini 8, nel quartiere Portuense, a Roma. Ecco come si è arrivati, dopo una serie di altre ipotesi, a via Montalcini:
IL FUMETTO - Un primo accenno alla prigione di Moro compare a giugno 1979 in un fumetto sul primo numero di «Metropoli», periodico di Autonomia operaia. Nel fumetto la tavola con l' interrogatorio di Moro ha una didascalia che parla della stanza interna di un garage del quartiere Prati. Il disegnatore Madaudo disse di aver ricalcato il disegno da «Grand Hotel». Savasta definì «fantasioso» il fumetto di Metropoli.
PECI - Dopo la versione disegnata, il primo a parlare della prigione dello statista Dc era stato il pentito Patrizio Peci, che racconta però di aver appreso che Moro fu tenuto nascosto nel «retrobottega di un negozio poco fuori Roma».
SAVASTA - La versione di Peci è smentita da Antonio Savasta. Catturato a gennaio 1982 alla fine del rapimento Dozier, Savasta comincia subito a collaborare e dice di aver saputo che Moro fu tenuto prigioniero in un appartamento di Anna Laura Braghetti.
VIA MONTALCINI - L'1 febbraio 1982, il ministro degli Interni Rognoni, alla Camera, annuncia l'individuazione del covo usato come prigione. All'inizio, l'attenzione si concentra su un' appartamento in via Laurentina 501, ma subito dopo le indagini si orientano su via Montalcini. In quell'appartamento, comprato nel giugno 1977 per 50 milioni circa, la Braghetti si era trasferita a dicembre 1977. Due anni dopo Morucci e la Faranda confermano che Moro ha trascorso tutta la sua prigionia nell' appartamento abitato dalla Braghetti e da Prospero Gallinari e frequentato anche da Mario Moretti. Di un quarto uomo parla solo il sen. Sergio Flamigni, additato da tutti come 'dietrologò.
LE SEGNALAZIONI IGNORATE - A luglio del 1980 il giudice Ferdinando Imposimato apprende che nell'estate 1978 l'Ucigos aveva svolto indagini sulla Braghetti e via Montalcini. Nel febbraio 1982, su 'Repubblica'«, Luca Villoresi scrive: »Sono passati pochi giorni dalla strage di via Fani quando alla polizia arriva una prima segnalazione, forse una voce generica, forse una soffiata precisa...ma all' interno 1 di via Montalcini 8 gli agenti non bussano«. Nel 1988 si viene a sapere che verso la metà di luglio 1978 l'avv. Mario Martignetti (che lo aveva saputo da una coppia di suoi parenti) aveva segnalato a Remo Gaspari che una R4 rossa come quella in cui le Br lasciarono il cadavere di Moro era stata vista in via Montalcini nel periodo del rapimento ed era scomparsa dopo la morte di Moro. Gaspari informa il ministro Rognoni che attiva le indagini, affidate all'Ucigos. La Braghetti viene pedinata fino alla metà di ottobre. Il 16 ottobre 1978 un appunto dell'Ucigos informa la magistratura che gli inquilini dell'interno 1 non destano sospetti. I pedinamenti e le richieste di informazioni sul suo posto di lavoro (di cui la Braghetti viene a sapere) spingono però la terrorista ad entrare in clandestinità e a lasciare (il 4 ottobre) l'appartamento, nel frattempo venduto. Uno degli inquilini avverte l'Ucigos del trasloco annotando anche la targa del camion, ma alla cosa non viene data importanza, visto che non c'era motivo per sospettare di quella donna.
L'ING. ALTOBELLI - Nel 1989, in un'intervista tv, Prospero Gallinari ammette di essere lui l' ing. Altobelli. La cosa è però falsa. Chi ha conosciuto Altobelli dice che non poteva essere nè Moretti, nè Gallinari e che invece assomigliava a Patrizio Peci. Solo nel 1993 si arriva al »quarto uomo«, Germano Maccari, che sembra essere il vero »ing. Altobelli« a cui erano intestate le utenze di luce e gas, come lui stesso ammette nel 1996, negando però di aver sparato a Moro e lasciando al solo Moretti la responsabilità dell' uccisione del politico democristiano. Stranamente l'individuazione di Maccari avviene lo stesso giorno in cui trapelano dulla stampa le dichiarazioni di Saverio Morabito, personaggio della 'ndrangheta diventato collaboratore di giustizia, il quale ha detto che Antonio Nirta, detto »Due nasi« per la sua confidenza con la doppietta, killer della mafia calabrese e (secondo Morabito) confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino, era stato »uno degli esecutori materiali del sequestro dell'on. Aldo Moro«.
LA SIGNORA LEONE - Nell' ottobre 1997, il »Giornale« pubblica una dichiarazione di Bettino Craxi che racconta che, durante il rapimento, Vittoria Leone, moglie dell' allora presidente della repubblica, ricevette una lettera con l' indicazione del covo di via Montalcini. La signora Leone spiega poi ai giornalisti di avre ricevuto »innumerevoli lettere con le più svariate indicazioni sul luogo della prigionia« che consegnava poi »agli uffici competenti del Quirinale« e di non poter ricordare se una parlasse di via Montalcini.
IL FRATELLO DI MORO - Nel suo libro »Storia di un delitto annunciato«, Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo, fa notare che i residui di un tramezzo sono stati trovati solo in un sopralluogo compiuto nel 1984 e non, precedentemente, nella visita di due funzionari di polizia in incognito nell'ottobre 1978, nè nella vita quotidiana dei nuovi acquirenti dell' appartamento. Inoltre Alfredo Carlo Moro nota la stranezza, di fronte alle dichiarazioni dei brigatisti che Altobelli-Maccari fu scelto proprio per dare ai condomini la sensazione della normale vita di una coppia borghese, della presenza di Gallinari (anche se non usciva) per tutta la durata del sequestro e soprattutto dell'andirivieni di Mario Moretti, che per di più era uno dei terroristi più ricercati e del quale la polizia aveva mostrato la foto.
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06/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: 7 MAGGIO, TUTTO FERMO IN ATTESA DELL'EPILOGO |
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7 maggio 1978, 53ø giorno di prigionia per Aldo Moro, ormai in attesa dell'esecuzione. È domenica. Le speranze sono ormai appese ad un filo sottilissimo e invisibile. «Tutto sia calmo», così cominciava la lettera di addio di Moro alla famiglia, ma non intendeva certo in questo modo. In attesa del tragico epilogo, il mondo politico sembra ormai più impegnato nella campagna per le elezioni amministrative del 14 maggio, che per gli ultimi estremi tentativi di salvare Moro. Le forze dell'ordine continuano in inutili operazioni di rastrellamenti di facciata, che naturalmente sono sempre «a vasto raggio». Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 11:28 - «In un commento dedicato al rapimento di Aldo Moro l'agenzia Tass denuncia oggi la presenza in Italia di 'gruppi terroristici che operano, anche secondo i giornali romani, per conto della Cia e di altri servizi segreti occidentali, che mirano a sviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalla loro ingerenza negli affari italiani. Per questo motivo - prosegue la Tass - essi diffondono voci sulla presunta partecipazione dell'Urss alle attività delle Brigate rosse'». 11:30 - «Una battuta a vasto raggio è in corso fin dalle prime ore di stamane in tutta la zona nord di Roma, in particolare lungo la via Cassia, la via Flaminia e la via Salaria». 12:45 - «Giornalisti, fotografi e cineoperatori fin dalle prime ore del mattino, mentre pioveva a scroscio, si sono messi al limite stabilito ieri dalla magistratura, cioè a circa cento metri dall'ingresso della palazzina da dove alle 9,15 è uscita veloce un'automobile blu con a bordo la signora Moro. La vettura ha percorso soltanto 50 metri di via del Forte Trionfale e poi è entrata nel giardino dell'istituto delle suore Stimmatine dove c'è una chiesa. Lì la signora Eleonora ha ascoltato la messa. Subito dopo, quando l'automobile l'ha riportata a casa, sulla strada c'è stato un intasamento del traffico e i fotografi hanno potuto ritrarre la signora che vestiva un abito scuro e aveva la testa china come se pregasse. I giornalisti ed i fotografi hanno tentato poi di avvicinarsi all'ingresso dell'abitazione, ma sono stati respinti con energia dalla polizia. Molti hanno protestato facendo presente che dal punto di osservazione dove è loro consentito di restare è praticamente impossibile vedere e riconoscere a occhio nudo le persone che entrano ed escono». 18:54 - «Il segretario della Dc on. Zaccagnini si è intrattenuto fino alle 14 nel suo ufficio dove ha ricevuto alcuni collaboratori - tra cui il capo della segreteria politica on. Pisanu e l'on. Salvi - ed è stato messo al corrente delle ultime notizie. Nella giornata non ci sono state riunioni formali anche perchè molti degli esponenti democristiani sono fuori Roma impegnati nella campagna elettorale per le elezioni amministrative di domenica prossima. (...) Una riunione della delegazione democristiana si terrà molto probabilmente nella giornata di domani anche in vista della riunione della direzione del partito - confermata per martedì mattina - che dovrà convocare, si ritiene per la settimana successiva al 14 maggio, il Consiglio nazionale della Dc». 19:31 - «Il segretario del Psi, on. Craxi, conversando con un giornalista della radio francese, non ha voluto fare dichiarazioni. Craxi si è limitato a dire:'Speriamo di capire meglio cosa è successo e cosa può succedere, speriamo ancora che il barbaro assassinio, annunciato, non si consumi. In ogni caso i socialisti non possono associarsi al trionfalismo dei salvatori della Repubblica. La morte di Moro sarebbe una sconfitta della Repubblica e dei principi umani e civili che ne ispirano la Costituzione'». 20:00 - «Il segretario nazionale dell'Msi-Dn on. Giorgio Almirante, parlando in Campania, ha detto che 'non è possibile fronteggiare adeguatamente e battere l'attacco del terrorismo comunista mantenendo inalterato il quadro politico che ha consentito ai comunisti di Berlinguer di entrare, dopo 30 anni, nell'area del potere. Per tutto questo tempo il terrorismo comunista ha trovato il modo di svilupparsi, di prepararsi, di organizzarsi con evidenti complicità all'interno e all'esterno del nostro Paese. Adesso ne vediamo i frutti'». 23:49 - «Nella tarda serata è corsa la voce che la signora Moro, tra le 20 di ieri e le 16 di oggi, si sarebbe messa in contatto telefonico con le più alte cariche dello Stato. L'iniziativa sarebbe stata presa dopo l'ultima lettera che - si ha conferma - da ricevuto a firma del marito, contenente - a quanto si è appreso - il tragico commiato. In particolare la signora Moro si sarebbe rivolta al presidente della Repubblica, al presidente del Senato e al presidente del Consiglio».
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05/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: 6 MAGGIO, SPUNTA LETTERA ADDIO MORO A FAMIGLIA/ NESSUNA CONFERMA DELLA LETTERA, CONSEGNATA IL GIORNO PRIMA |
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6 maggio 1978, 52° giorno del rapimento Moro, il giorno dopo il comunicato del «gerundio», si attende ancora. La famiglia non conferma le voci di una lettera di Aldo Moro, che sarebbe stata ricevuta il 5 maggio. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 02:03 - «Un documento firmato da 26 operatori culturali 'di ispirazione socialista' in merito alla funzione degli intellettuali nell'attuale momento politico e in particolare riguardo alla vicenda Moro è stato reso noto dal sociologo milanese prof. Umberto Melotti. In sintesi il documento esprime un energico dissenso dalla linea della 'fermezzà, auspica una soluzione 'ragionevole di questa vicenda' e si oppone a una visione della funzione degli intellettuali come 'difensori delle patrie istituzioni e garanti del consenso al regime vigente'è». 10:45 - «I 'Comitati autonomi operai'ì hanno convocato per oggi pomeriggio alle 16,30 alla Casa dello studente un'assemblea del movimento per discutere sull'ultimo messaggio delle Brigate rosse. (...) Il comunicato dell'Autonomia ribadisce la condanna delle Br, affermando che 'come comunisti rivoluzionari neghiamo la prassi dei regimi reazionari, borghesi e revisionisti di tutto il mondo di emettere sentenze ed eseguire condanne in nome del popolo'». 10:55 - «La segreteria dell'on. Moro non ha confermato, ma neppure smentito, l'esistenza di un nuovo messaggio del presidente della Dc alla sua famiglia, che sarebbe arrivato ieri alla signora Eleonora Moro e che conterrebbe un addio. Sull'arrivo di un breve messaggio si erano diffuse ieri sera voci, raccolte stamani da qualche giornale». 12:47 - «È salito a 22 il numero delle persone fermate dalla polizia nel corso dell'ampia battuta cominciata all'alba a Roma e in alcuni centri della provincia». 12:49 - «L'incontro di Cossiga con Zaccagnini è durato circa un'ora e un quarto. Lasciando la sede di piazza del Gesù il ministro dell'Interno non ha fatto alcuna dichiarazione». 16:42 - «Il presidente dei senatori democristiani Bartolomei, parlando in provincia di Arezzo, dopo essersi soffermato sul tragico messaggio relativo alla sorte dell'on. Moro, ha rilevato 'lo spirito umanitario del recente atteggiamento del Psi' aggiungendo che 'la Dc si è sempre rivelata disponibile a recepire le riflessioni delle forze politiche di più antica e riconosciuta vocazione democratica'». 18:49 - «Il capogruppo comunista alla Camera, on. Alessandro Natta, parlando a Portici nell'ambito della campagna elettorale per le amministrative del 14 maggio, ha detto tra l'altro:'C'è un dovere per tutti in questo momento: di essere uniti, fermi, risoluti, nell'isolare e nel combattere a fondo il terrorismo. Queste bande hanno fallito l'obiettivo di piegare la Repubblica, di precipitare il pese in una crisi rovinosa, di rompere la solidarietà e l'intesa delle forze democratiche». 19:05 - «Guiso ha anche parlato del suo incontro con il vescovo di Ivrea, mons. Bettazzi. 'È stato lui a chiamarmi - ha detto - ed a proporsi per uno scambio. Io gli ho fatto notare che era un progetto irrealizzabile e che, se si muoveva in questa logica, gli conveniva piuttosto cercare di far valere la sua autorità per sbloccare l'immobilismo delle forze politiche'». 19:26 - «'Sono molti, oggi, coloro che hanno scoperto nella Dc il senso dello Stato; che riconoscono, d'improvviso, nella Dc un partito non destinato a scomparire. La verità è che l'atteggiamento da noi tenuto è coerente con tutta la storia della Dc, con l'insegnamento di tutti i suoi leaders'. Lo ha detto, in un discorso elettorale, il presidente dei deputati democratici cristianim on. Flaminio Piccoli». 20:56 - «Oreste Scalzone, leader dei 'Comitati comunisti rivoluzionari', ha proposto all'assemblea una mozione che è stata approvata e nella quale è detto tra l'altro:'i partiti di Stato stanno per coronare il loro disegno. Il cadavere di Moro come corpo mistico attorno al quale ricomporre il quadro poltico e la società civile, trovando nell'ondata emotiva il fondamento di una nuova legittimazione dello Stato. L'esecuzione metterebbe la Dc, il Pci, la maggioranza governativa nel suo insieme, al riparo da una resa dei conti con un personaggio interno al mondo delle istituzioni che inevitabilmente diverrebbe una contraddizione vivente'».
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05/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: LA LETTERA DI ADDIO DI MORO ALLA FAMIGLIA |
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Ecco il testo della lettera di Aldo Moro alla famiglia che sarebbe stata consegnata il 5 maggio: Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C. Luca no al funerale. Mia dolcissima Noretta, dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sè e dell'incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. È poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c'è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo. La lettera di Moro si interrompe così, senza firma. Forse il suo seguito e la sua conclusione è in questo breve frammento, recapitato lo stesso giorno a casa Moro: Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo
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05/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: LA STRANA STORIA DI VIGLIONE E DELLE DUE BR/ ANSA MITOMANIA, TRUFFA O DEPISTAGGIO CHE NASCONDE QUALCHE VERITÀ ? |
Stefano Fratini - Una delle storie più strane che ruotano intorno al caso Moro è quella legata a Ernesto Viglione. Una vicenda che potrebbe essere archiviata come follia di un mitomane o come tentativo di truffa e che invece, per i personaggi coinvolti e il risalto che ha avuto, nasconde forse, tra cose sicuramente false, qualche elemento di verità.
IL PERSONAGGIO - Viglione, giornalista di Radio Montecarlo, abitava proprio in via Fani. Era stato giornalista parlamentare, aveva scritto sul «Settimanale» ed aveva molti contatti con politici, soprattutto della destra Dc.
L'INTERVISTA CON MORO - Il 5 maggio, pochi giorni prima dell'uccisione di Aldo Moro, Viglione sarebbe entrato in contatto, tramite un intermediario, con un sedicente brigatista rosso che gli avrebbe proposto un'intervista con Moro nel 'carcere del popolo'. Della cosa viene informato anche Flaminio Piccoli. Il brigatista aveva un forte accento calabrese (Viglione era convinto che fosse Giustino De Vuono). L'incontro con Moro sarebbe stato deciso per lunedì 8 maggio, ma poi rinviato. Il 9 maggio veniva trovato il corpo di Aldo Moro.
LE TRATTATIVE - I contatti con l'intermediario continuarono. «Questi - scrive la commissione Moro - avrebbe dichiarato che i brigatisti non avevano alcuna intenzione di uccidere Moro, e che il presidente della DC era stato assassinato perchè vittima di una congiura ordita da uomini politici, con la complicità di carabinieri e agenti di PS. In sostanza tutti costoro si sarebbero serviti delle BR come copertura. Viglione informò a questo punto gli onorevoli Flaminio Piccoli e Oscar Luigi Scalfaro: entrambi gli suggerirono di parlare con il generale Dalla Chiesa. Dopo la notizia che l'onorevole Vittorio Cervone aveva sollecitato una inchiesta parlamentare, Viglione avrebbe ricevuto una telefonata dallo sconosciuto che affermava di voler collaborare con l'onorevole Cervone, anzi gli avrebbe fatto registrare un messaggio per lui, nel quale l'uomo ribadiva che l'uccisione di Moro era stata decisa da alcuni uomini politici e da una personalità del Vaticano. L'onorevole Cervone accettò allora di parlare con lo sconosciuto, e questi gli promise informazioni per fare arrestare i capi delle Brigate Rosse. Vennero avanzate da parte dello sconosciuto una serie di richieste di denaro per portare avanti l'azione. Viglione stesso chiese al generale Dalla Chiesa la somma di 2 milioni da passare al 'brigatista pentito', senza però ottenerla. Viglione consegnò a Frezza somme in franchi francesi e in lire italiane »ottenute dall'on. Egidio Carenini«. La somma consegnata da Carenini, deputato Dc il cui nome era nelle liste P2, era di circa 15 milioni di lire.
LA STORIA VIENE A GALLA - La storia emerge a febbraio 1979, con un articolo sull'Espresso, firmato da Gianluigi Melega (poi deputato radicale). La versione del contatto di Viglione era che il rapimento Moro era stato organizzato da un gruppo guidato da alti prelati ed esponenti politici. In via Fani, mascherati da brigatisti, c'erano due sottufficiali e un ufficiale dei carabinieri. Nel vertice delle Br ci sarebbe stato anche un importante magistrato. La strage della scorta era avvenuta perchè i 'carabinieri' temevano che Leonardi (il caposcorta di Moro) li riconoscesse. I brigatisti (o almeno una parte di loro) non avevano intenzione di uccidere Moro, e il presidente della DC era stato vittima di una congiura che si sarebbe servita delle Br come copertura.
FREZZA - Risultò poi che la fonte era Pasquale Frezza, uno strano personaggio con precedenti penali. Sembra però che, dopo la fine dei processi, Frezza abbia dichiarato di aver recitato una parte per coprire il vero brigatista.
PECORELLI - Accenni a strani 'carabinieri' tra virgolette compaiono anche in articoli di Mino Pecorelli su 'OP'. Moro, scrive Pecorelli, »temeva di rimanere ferito in un conflitto a fuoco tra i 'carabinieri' e i suoi carcerieri« e ancora:»i 'carabinieri' (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa«.
I DUBBI DI DALLA CHIESA - Il gen. Dalla Chiesa si interessò alla vicenda perchè, come ha raccontato una volta il gen. Nicolò Bozzo, uno dei suoi principali collaboratori, sospettava dell'esistenza di »una struttura segreta paramilitare, con funzioni organizzative antinvasione ma che aveva poi debordato in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno«. Bozzo aveva spiegato che Dalla Chiesa »era convinto che questa struttura poteva avere avuto origine sin dal periodo della resistenza, attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso il controllo di alcune organizzazioni di altra tendenza«. »In particolare - aveva detto Bozzo - il generale mi segnalò l'organizzazione Franchi«, una organizzazione di partigiani bianchi legati ai servizi segreti americani e inglesi, della quale avevano fatto parte Edgardo Sogno e Adolfo Beria D'Argentine. Dalla Chiesa era convinto che le informazioni date a Viglione fossero un depistaggio »ma si interrogava - ha detto ancora Bozzo - sulla funzione di questa operazione di depistaggio e se essa potesse essere ricondotta agli organismi di cui ho parlato«.
I PROCESSI - La vicenda Viglione si conclude poi con una prima sentenza che condanna il giornalista a tre anni e sei mesi per truffa ai danni di Carenini e calunnia nei confronti dell'Arma dei carabinieri (un anno e sei mesi per truffa a Frezza, assolto invece dall'accusa di calunnia). In appello la condanna di Frezza viene confermata, ma Viglione viene assolto da entrambe le accuse.
L'ATTENTATO ALL'AVVOCATO - Il 19 giugno 1981, prima della sentenza di primo grado, l'avv. Antonio De Vita, difensore di Frezza (ma che era stato anche difensore d'ufficio di Patrizio Peci) viene ferito da un commando delle Brigate rosse. De Vita, ferito leggermente, reagisce e riesce a ferire Natalia Ligas.
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05/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: GLI AMBIGUI 'MESSAGGI' DI MINO PECORELLI |
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Il caso Moro ha curiosi legami con la vita e la morte di Mino Pecorelli, giornalista 'scomodo', iscritto alla P2 e poi uscito dalla loggia. Quasi in contemporanea con la strage di via Fani, a marzo 1978, l'agenzia «Op» da lui diretta si trasforma in settimanale. Quasi un anno esatto dopo, il 20 marzo 1979, una persona rimasta ufficialmente sconosciuta uccide il giornalista che aveva sempre dimostrato di «sapere» qualcosa di più sul rapimento e l'uccisione del presidente Dc. Nel numero di «Op» pubblicato pochi giorni prima della propria uccisione (e curiosamente uscito proprio con la data della morte, 20 marzo 1979) Pecorelli, in un articolo intitolato «Aldo Moro un anno dopo», sembrava lanciare messaggi leggibili da poche persone. Nel capitolo intitolato «Chi è stato interrogato nel 'palazzo'» scriveva:«Il dopo Moro è costellato di morti e di attentati che soltanto per caso o per l'imperizia degli operatori non hanno provocato altri morti (in via Fani agirono specialisti, altrove la manovalanza del terrorismo) e la catena ha rivelato in ogni suo anello l'esistenza di connivenze all'interno della struttura dello Stato, nel cuore dello Stato». Parole e allusioni che forse gli costano la vita. Forse per toglierlo di mezzo entrano di nuovo in azione gli «specialisti». Ma sono molti gli articoli in cui, con il suo linguaggio sempre sul filo dell'allusione e del messaggio cifrato, parlava di «segreti» legati al caso Moro. Eccone alcuni: «Dice: ma il ministro non ne sapeva niente, la Digos non ha scoperto nulla. I servizi poi... Si ribatte: il ministro di polizia sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero; dalle parti del ghetto... (ebraico). Dice: il corpo era ancora caldo... perchè un generale dei Carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza. Dice: perchè non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?». «Aldo Moro che pensava di essere liberato dalle Brigate Rosse, e che temeva di rimanere ferito in un conflitto a fuoco tra i 'carabinieri' e i suoi carcerieri, come ha pubblicato Panorama in un articolo non firmato, notizia che avrebbe attinto dai documenti sequestrati nel covo del brigatista (?) Alunni, notizia che viceversa nel memoriale diffuso dal Ministero degli Interni non risulta. Ma torneremo a parlare di questo argomento, del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbetto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all'operazione, del prete contattato dalle Brigate Rosse, della intempestiva lettera di Paolo, del passo carrabile al centro di Roma, delle trattative intercorse, degli sciacalli che hanno giocato al rialzo». «Perchè Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato, e forse la mattina che il presidente è stato ucciso era insieme ad altri notabili Dc a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un pò di fantapolitica. Le trattative con le Brigate Rosse ci sarebbero state. Come per i fedayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i 'carabinieri' (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perchè si voleva comunque l'anticomunista Moro morto, e le Br avrebbero ucciso il Presidente della Democrazia Cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perchè è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama 'De' e il macellaio Maurizio». «Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma; ho letto in un libro che a quel tempo gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perchè si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c'era nel destino di Moro perchè la sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di allora e il sangue di oggi». «l'agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro, rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un Paese industriale, integrato nel sistema occidentale. L'obiettivo primario è senz'altro quello di allontanare il Partito comunista dall'area del potere nel momento in cui si accinge all'ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. » Un fatto che si vuole che ciò non accada. Perchè è comune interesse delle due superpotenze mondiali«. »I rapitori di Aldo Moro non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tener calmi i brigatisti di Torino e per scongiurare le loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stanno tessendo sopra le loro teste«. »Accanto alle schede segnaletiche di alcuni «nemici del popolò da sparare al più presto, c'erano: la ricostruzione del sequestro di Moro, secondo il punto di vista della Direzione Strategica dei brigatisti; considerazioni autocritiche sull'operazione militare di via Fani e sulla gestione degli sviluppi; il memoriale scritto da Moro durante i 54 giorni di prigionia; gli schemi di lettere che Moro non fece in tempo a scrivere; i testi di 6 lettere complete, anch'esse non inviate al destinatario; alcuni nastri magnetici con la viva voce del presidente Moro».
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04/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: 5 MAGGIO, ARRIVA IL COMUNICATO NUMERO NOVE/ IL GERUNDIO 'ESEGUENDO LA SENTENZA' LASCIA ANCORA UNO SPAZIO ? |
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5 maggio 1978, dopo 51 giorni dal rapimento di Moro le Brigate rosse si fanno di nuovo vive con il loro comunicato numero 9, passato alla storia per il gerundio della frase «concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato». A quel gerundio sono appigliate le poche residue speranze di salvare Moro. Le Br dicono praticamente che prendono atto che Dc e governo non hanno risposto alla richiesta di trattativa e che la disponibilità del Psi è «solo apparenza». In un post-scriptum, le Br annunciano anche che «le risultanze dell'interrogatorio» a Moro «verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini», cosa che non è mai accaduta e che sembra comunque contraddire, almeno parzialmente, le precedenti promesse che « tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario». Il 'popolo' scompare, resta solo il 'movimento rivoluzionario'. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 11:47 - «Il dibattito alla Camera sul rapimento dell'on. Moro e l'assassinio della sua scorta si terrà giovedì 18 maggio. La data è stata fissata dal governo e l'ha resa nota stamani all'assemblea di Montecitorio il ministro dell'interno Cossiga». 15:57 - «Con una telefonata al 'Secolo XIX' è stato fatto trovare il 'comunicato numero 9' a firma Brigate rosse, che termina con questa frase:'Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato'». Il comunicato poi viene fatto trovare, come le altre volte, a Roma, Milano e Torino. 18:09 - «L'on. Pannella, commentando a Montecitorio con i giornalisti il contenuto dell'ultimo comunicato delle Br ha detto:'Fino all'ultimo momento ci auguriamo che si tratti di un falso. Altrimenti - l'abbiamo già detto - riteniamo responsabili politicamente e personalmente quanti hanno sequestrato al Parlamento il diritto-dovere di esercitare i poteri di indirizzo e di controllo'». 18:30 - «Nella sede della Dc in piazza del Gesù quando è giunta la notizia del nuovo comunicato delle Br c'erano soltanto il sen. Andreatta e il portavoce di Zaccagnini. È stato quest'ultimo ad avvertire il segretario democristiano». 18:48 - «'Tutta l'attenzione è concentrata sul gerundio': questo è l'unico commento che è stato fatto finora a piazza del Gesù. A farlo è stato il direttore del 'Popolo' Belci. 19:33 - »L'on. Piccoli ha fatto ai giornalisti la seguente dichiarazione:'Come prima osservazione dico che questo documento non ci appare completamente conclusivo. È inutile per il resto che io vi dica che il nostro pensiero va subito in questo momento alla famiglia Moro che è sottoposta d uno strazio indicibile'«. 20:11 - »'Che la mano di chi vuole uccidere Aldo Moro si fermi nell'istante supremo. Che regole che non sono le nostre la trattengano. Questa è la speranza di tutti noi: una preghiera sommessa del cuore di fronte a un misfatto orribile che la ragione sembra impotente ad impedire' così conclude l'editoriale dell'Avanti, attribuito al segretario del partito Craxi«. 20:16 - »Il repubblicano Mammì, presidente della commissione Interni della Camera, ha detto:'L'ennesimo documento Br dimostra che pretendere di poter intrattenere trattative o rapporti con dei criminali in preda a follia pseudorivoluzionaria è illusorio, sbagliato, dannoso. Bisogna mobilitare - ha aggiunto Mammì - tutte le energie per stanare e sgominare questi drogati della violenza'«. 20:45 - »L'on. Gava ha detto:' nel comunicato delle Br non ci sono elementi sufficienti per farlo ritenere conclusivo: quindi noi siamo in un clima di comprensibile angoscia, ma siamo ancora fiduciosi«. 20:52 - »'Sostengono di essere dei combattenti e di credere nella guerra contro lo Stato, ma i prigionieri di guerra non si uccidono. Chi lo fa è un criminale di guerra'. Lo ha dichiarato il segretario del Psi Craxi in un'intervista alla 'Gazzetta del popolo'. Parlando del carattere dell'iniziativa socialista, Craxi ha respinto la tesi che il Psi nelle ultime ore abbia fatto marcia indietro. 'Non solo non abbiamo fatto marcia indietro, ma è anzi la Dc che ha fatto un passo in avanti, formulando i termini di una proposta di massima che consiste nella promessa di atti di clemenza e generosità dello Stato a fronte di atti positivi delle Br, primo fra tutti quello della liberazione di Moro'«. 20:59 - »«Il sen. Fanfani si è intrattenuto con l'on. Zaccagnini per 50 minuti. Lasciando la sede di piazza del Gesù, Fanfani non ha fatto dichiarazioni limitandosi a dire:'ho già dichiarato quel che dovevo a casa dell'on. Moro. Non devo aggiungere altro'». 21:58 - «Il quotidiano 'Lotta Continua' di domani in un fondo dedicato alla vicenda dell'on. Moro scrive:» (...) Abbiamo disprezzo per l«efficienzà di cui le Br hanno fatto la loro unica ideologia, la loro unica proposta, e che è parte del sistema che vogliamo distruggere. Una 'efficienza' che non sa portare ad altro esito, che non sia quello di sparare alla testa di un uomo che da 52 giorni è nelle loro mani'». 23:43 - «Secondo quanto si è appreso, nella riunione della direzione della Dc, già prevista per martedì prossimo, sarà fissata probabilmente la data di convocazione del Consiglio nazionale».
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02/05/2008 |
ANSA |
MORO/30: 3 MAGGIO, SI PRECISA LA PROPOSTA SOCIALISTA/ ANSA PER MACALUSO, DIETRO LE BR C'È L'INTERESSE DI 'QUALCUNO' |
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3 maggio 1978, dalla strage di via Fani sono passati ormai 7 settimane. Le Brigate rosse continuano a tacere, aspettando un 'segnalè dal mondo politico. I partiti però continuano a muoversi con i tempi della politica, troppo lenti per una situazione simile. La proposta socialista si precisa sempre di più, ma le reazioni continuano ad essere incerte e contradditorie. Macaluso (Pci), su Rinascita, ipotizza che dietro le Br ci sia qualcuno 'interessatò. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 12:46 - «Il segretario della Dc on. Zaccagnini si è incontrato stamane nella sede democristiana di piazza del Gesù con il segretario e il presidente di Democrazia Nazionale, on. De Marzio e on. Covelli». 12:50 - «La portata, la natura e la finalità della iniziativa socialista per la liberazione dell'on.Moro sono state illustrate dal segretario del Psi in una intervista a 'Epocà. 'La portata - ha detto Craxi - una iniziativa autonoma dello Stato, senza trattative con i terroristi e senza riconoscimenti di sorta, che abbia un fondamento umanitario e che si muova nell'ambito delle leggi e dei poteri costituzionali. La natura: un atto di clemenza, consentito dalla legge che non potrebbe in ogni caso riguardare chi si fosse macchiato direttamente o indirettamente di un delitto di sangue. La finalità: una finalità umanitaria diretta a indurre i rapitori dell'on. Moro a liberarlo». 13:29 - «'Rude Pravo', organo del Pc cecoslovacco, smentisce nuovamente oggi le affermazioni di certi giornali occidentali sull'aiuto che la Cecoslovacchia darebbe alle Brigate rosse. (...) L'organo del Pc cecoslovacco invita quindi il governo americano a cercare i colpevoli 'tra coloro i cui obiettivi politici possono essere favoriti da azioni quali il rapimento di Morò e mette in causa la Cia». 14:55 - «Nell'imminenza del dibattito parlamentare sulla vicenda Moro, martedì mattina della prossima settimana si riunirà la direzione della Dc. Lo ha detto ai giornalisti il presidente dei deputati democristiani Piccoli lasciando la sede del partito al termine della riunione della delegazione». 18:43 - «L'invito al Governo, rivolto dalla Dc, di approfondire il contenuto della soluzione umanitaria adombrata dal Psi avrà un seguito in una riunione del Comitato interministeriale per la sicurezza, che avrà luogo nei prossimi giorni. Lo afferma un comunicato della presidenza del Consiglio». 19:17 - «Nell'editoriale del settimanale Rinascita, con il titolo 'Una sfida decisiva', il sen. Emanuele Macaluso, della direzione del Pci, scrive che le forze eversive intendono portare avanti 'con determinazione implacabile' l'obiettivo che si sono prefisso e cioè di aprire all'interno della maggioranza, oltre che della Dc, non solo polemiche ma anche rotture che mettano a repentaglio gli attuali equilibri politici così faticosamente raggiunti. (...) 'Siamo convinti che molte forze nazionali e internazionali sono interessate a incoraggiare e, in un certo senso, anche a orientare l'attività criminale dei terroristì. Non è difficile fare un elenco di uomini potenti, da sempre intoccabili, che hanno manovrato le leve del potere, che oggi, imputati o no, circolano in Italia e all'estero e che certamente 'non si sono rassegnati al ruolo di pensionati e che inseguono pervicacemente una rivincita. Sono tutti personaggi - prosegue Macaluso - che avendo avuto per lunghi anni le mani in pasta nei gangli vitali dello Stato e assommando una quantità grande di poteri in tutti i campi, oggi possono utilizzare e muovere ancora uomini e cose da mettere al servizio dei disegni eversivi o comunque tendenti a far tornare indietro tutta la situazione». 19:27 - «Nell'ufficio del magistrato, Renzo Rossellini è rimasto per quasi tre ore ed ha dovuto rispondere a numerose contestazione. Secondo quanto si è appreso, il responsabile dell'emittente radiofonica 'Radio Città Futura' ha escluso che con le trasmissioni mandate in onda sia stata fatta opera di fiancheggiamento delle Brigate rosse, come si sostiene in alcuni rapporti della Digos». 20:29 - «Nicola Rana, Corrado Guerzoni e Sereno Freato, che sono fra i più stretti collaboratori dell'on. Moro, sono stati convocati in veste di testimoni dal dott. Guasco, sostituto procuratore generale che conduce da ieri l'inchiesta sulla strage di via Fani e sul rapimento dello statista. (...) Con ogni probabilità dovranno chiarire come sono giunte loro le lettere di Aldo Moro». 21:02 - «Craxi chiarisce (...) 'poi è venuta la lettera di Moro e noi ci siamo sforzati di interpretarne un passo che apre uno spiraglio. Moro fa esplicitamente riferimento al fatto che a fronte di una vita innocente 'altra personà vada dal carcere in esilio. È qui che bisogna scavare, esplorare, cercare in tutti i modi una soluzionè». 21:26 - «'Non vediamo - dichiara il quotidiano del Pci - come la via proposta dal compagno Craxi sia praticabile, se davvero si vuole operare nell'ambito delle leggi e non mascherare con etichette umanitarie una trattativa con gli eversori'». 23:37 - «Il ministro della Giustizia della Repubblica federale tedesca, Hans-Jochen Vogel, ha rivolto oggi un appello al governo italiano perchè non ceda alla richieste delle Brigate rosse nell'ambito del rapimento dell'on. Aldo Moro. Nel corso di una riunione del partito socialdemocratico, Vogel ha dichiarato che 'se un Paese europeo cedesse ora ai ricatti dei terroristi accadrebbe una catastrofe pari a quella del crollo di una diga'».
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30/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 1 MAGGIO, GIORNATA DI ATTESA/ ANSA VOCI DI UNA TELEFONATA DELLE BR ALLA FAMIGLIA MORO |
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1 maggio 1978, 47° giorno dall'inizio del rapimento Moro. La Festa dei lavoratori trascorre senza novità di rilievo, tra voci e incontri. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 1:35 - «Nella tarda notte si è sparsa la voce di un possibile contatto telefonico che ci sarebbe stato nel pomeriggio di ieri tra una persona molto vicina all'on. Moro e le Brigate rosse. Nessuna conferma ha avuto questa voce, secondo la quale sarebbe stato posto un ultimatum preciso, in attesa di una risposta chiara alle richieste avanzate dalle Brigate rosse». 1:53 - «Il quotidiano 'Il Tempo' afferma che le Brigate rosse hanno dato un ultimatum:'La Dc ha poche ore per assumere in proprio la trattativa e dichiararlo con un apposito comunicato. Altrimenti la sentenza sarà eseguita'. Il quotidiano romano afferma inoltre che l'ultimatum è stato fatto da una 'portavoce' delle Brigate rosse; la donna avrebbe telefonato, da una cabina situata nella zona della stazione Termini, al figlio di Moro, Giovanni, nelle prime ore del pomeriggio di ieri. »Sempre secondo 'Il Tempo', la breve telefonata è stata giudicata autentica dai familiari di Moro sia per il contenuto sia per le modalità«. 17:37 - »Zaccagnini ha avuto in mattinata un lungo incontro con il segretario del Psi Craxi«. 17:38 - »Il presidente del Consiglio Andreotti ha avuto stamani a palazzo Chigi un incontro con il segretario del Pci Berlinguer. L'incontro è durato 45 minuti«. 18:12 - »Il segretario del Partito socialista Bettino Craxi ha avuto un colloquio con il dottor Sereno Freato, uno dei più stretti collaboratori dell'on. Aldo Moro. L'incontro è durato più di un'ora. (...) Com'è noto il dottor Freato è una delle persone più vicine alla famiglia Moro«. 18:29 - »Risulta confermato che nel pomeriggio di ieri, verso le 16,30, in casa Moro è giunta una telefonata delle Brigate rosse, che è stata ricevuta da un familiare (non è stata invece confermata la voce circolata ieri secondo cui la telefonata sarebbe stata ricevuta dal figlio Giovanni). L'anonimo interlocutore, la cui qualità di brigatista non è apparsa dubbia, ha affermato che se entro tre ore da quel momento non fosse accaduto qualcosa di 'esterno', le Brigate rosse avrebbero dovuto 'dar corso all'esecuzione'. L'appello alla Dc diramato dalla famiglia Moro ieri alle 19,30 potrebbe essere dunque il fatto 'esterno' preteso dai brigatisti«. 19:06 - »Il finanziere e parlamentare israeliano Flatto Sharon ha offerto oggi alle Brigate rosse la somma di dieci milioni di dollari per salvare la vita di Aldo Moro, raddoppiando così l'ammontare messo a disposizione la settimana scorsa«. 18:59 - »È cominciata alle 18,30 nella sede di piazza del Gesù la riunione della delegazione della Dc, presente il presidente del Consiglio Andreotti. La riunione era stata convocata ieri per le 18 per fare il punto della situazione in merito alla vicenda Moro e anche in vista della convocazione della Direzione«. 19:20 - »Prima della riunione della delegazione Dc si è svolto, nella sede del gruppo Dc della Camera, un incontro tra l'on. Zaccagnini e l'on. Berlinguer. Assieme a Zaccagnini erano il capogruppo Dc alla Camera Piccoli e il vicesegretario del partito Galloni; con Berlinguer era il sen. Chiaromonte. L'incontro è durato oltre un'ora«. 20:20 - »La riunione della delegazione Dc con Andreotti è finita alle 20. Al termine l'on. Bodrato ha confermato ai giornalisti che il segretario Dc Zaccagnini ha parlato oggi con il segretario del Psi Craxi e quello del Pci Berlinguer. Ha aggiunto che domani Zaccagnini si incontrerà con il segretario del Pri Biasini e quello del Psdi Romita. Dopo di che - ha ancora detto Bodrato - si deciderà la data di convocazione della direzione del partito«
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30/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: COSSIGA, CREDO CHE DURANTE IL RAPIMENTO INCONTRÒ IL SUO CONFESSORE = A 'PANORAMA', DON MENNINI CI SCAPPÒ |
Nel caso Moro «centrale è il ruolo del Vaticano». Lo afferma il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, all'epoca ministro dell'Interno, che ha visto in anteprima con «Panorama» «Aldo Moro. Il presidente» ed i cui commenti sulla fiction (in onda su Canale 5 il 9 e 11 maggio) e particolari inediti sulla vicenda sono riportati sul numero del settimanale in edicola da domani. «Ma anche intorno a questo passaggio cruciale bisogna aggiungere un nuovo pezzo di verità -dice Cossiga- ho sempre creduto che don Antonello Mennini, allora suo confessore, attualmente Nunzio Apostolico in Russia, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell'esecuzione dopo la condanna a morte.» «Come ministro dell'Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da Polizia e Carabinieri», aggiunge Cossiga tornando poi sul tema del fronte della fermezza per affermare che «durante i 55 giorni (del rapimento, ndr) siamo stati a un passo dalla rottura con il Pci». «La politica della fermezza voluta dal governo di unità nazionale concedeva alla famiglia Moro la piena libertà di trattareper la liberazione, ma mai direttamente con le Br -ricorda Cossiga- Attraverso la Caritas, La Croce Rossa, Amnesty International oppure il Vaticano, l'Onu... Ma a un certo punto venne da me Enrico Berlinguer, insieme a Ugo Pecchioli, il suo ministro degli interni, per dirmi: 'Adesso basta, abbiamo detto che non si tratta e non si tratta'».
«In confidenza, poi, Pecchioli si preoccupò di informarmi che che se si fosse trattato di pagare molti soldi sarebbe stato meglio non dirlo prima, così il Pci avrebbe potuto protestare senza però arrivare alla rottura politica. Tutto questo nel film non c'è». Prosegue Cossiga che da poi il proprio giudizio sugli interpreti della fiction di Canale 5. Guardando lo sceneggiato televisivo Cossiga è rimasto colpito soprattutto dall'interpretazione che Michele Placido fa dello statista ucciso dalle Br: «Placido fissa per sempre nell'immaginario televisivo un Moro indelebile», commenta il presidente emerito della Repubblica, aggiungendo «ma devo dire che il più verosimile di tutti mi è sembrato Benigno Zaccagnini. Uguale!».
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30/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: LA TELEFONATA DELLE BRIGATE ROSSE A CASA MORO |
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Il 30 aprile 1978 la famiglia Moro, in particolare una delle figlie, riceve una telefonata dal capo delle Brigate rosse, Mario Moretti, che chiamava da una cabina telefonica vicino alla stazione Termini. Moretti dice di aver fatto la telefonata solo per scrupolo, perchè Aldo Moro insisteva. Il succo del suo messaggio è che è necessaria una mossa della Dc e un «intervento diretto, immediato e chiarificatore» di Zaccagnini. Ecco il testo della telefonata: «Senta, io sono uno di quelli che ha qualcosa a che fare con suo padre. Devo farle un'ultima comunicazione. Noi facciamo questa telefonata per puro scrupolo, perchè suo padre insiste nel dire che siete stati un pò ingannati e probabilmente state ragionando su un equivoco. Finora avete fatto tutte cose che non servono assolutamente a niente. Noi crediamo invece che ormai i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non potremo far altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato n. 8. Quindi crediamo solo questo, che sia possibile un intervento di Zaccagnini, immediato, e chiarificatore in questo senso; se ciò non avviene, rendetevi conto che noi non potremo far altro che questo. Mi capisce? Mi ha capito esattamente?» «Sì, l'ho capita benissimo» «Ecco, e quindi è possibile solo questo; lo abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere così alla leggera neanche da parte nostra. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che ci competono e vorremo appunto... siccome la gente crede che non siete intervenuti direttamente perchè mal consigliati... » «Ma noi abbiamo fatto quello che abbiamo potuto fare, che ci lasciano fare, perchè ci tengono proprio prigionieri...» «No, il problema è politico, quindi a questo punto deve intervenire la Democrazia cristiana. Abbiamo insistito moltissimo su questo, perchè è l'unica maniera per arrivare eventualmente a una trattativa. Se questo non avviene, mi ascolti... guardi, non posso discutere, non sono autorizzato a farlo, devo semplicemente farle questa comunicazione. Solo un intervento diretto, immediato e chiarificatore, preciso, di Zaccagnini, può modificare la situazione; noi abbiamo già preso la decisione, nelle prossime ore accadrà l'inevitabile, non possiamo fare altrimenti. Non ho nient'altro da dirle».
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30/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 2 MAGGIO, ANCORA INCONTRI, MA LA DC NON DECIDE |
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2 maggio 1978, Aldo Moro è da 48 giorni nelle mani dei suoi rapitori. Zaccagnini continua gli incontri, ma la Dc non sembra ancora pronta a prendere decisioni che sembrano sempre più urgenti. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 11:01 - «Il presidente del Consiglio, on. Andreotti, si è incontrato stamani a palazzo Chigi con il segretario del Psi, on. Craxi, col quale ha avuto un colloquio di circa un'ora». 11:44 - «Sull'incontro tra il presidente del Consiglio e l'on. Craxi, l'ufficio stampa del Psi ha diffuso il seguente comunicato:'(...). Nel corso del colloquio il segretario socialista ha confermato l'appoggio del Psi al Governo ed ha ribadito la convinzione che sia necessaria una iniziativa autonoma dello Stato, nell'ambito delle leggi e dei poteri costituzionali, volta a conseguire il fine umanitario sul quale concordano tutte le principali forze politiche'». 12:55 - «Il segretario della Dc, Zaccagnini, ha avuto stamani un colloquio telefonico con il segretario del Psdi, Romita, che si trova fuori Roma». 12:57 - «I carabinieri e la guardia di finanza hanno fermato stamani all'Eur, nel corso di un'operazione diretta dal dott. Luciano Infelisi, Libero Maesano, sospettato di appartenere alla colonna romana delle Brigate rosse e denunciato nei giorni scorsi dalla Digos. Maesano risulta essere legato a Valerio Morucci, uno dei brigatisti colpiti nei giorni scorsi dall'ordine di cattura emesso dalla Procura della Repubblica nell'ambito dell'inchiesta sul rapimento di Moro». 13:03 - «Dopo l'incontro con il presidente del Consiglio on. Andreotti, Craxi si è incontrato, nella sede del gruppo parlamentare socialista a Montecitorio, con il segretario del Pci, on. Berlinguer, che era accompagnato dal capogruppo dei senatori comunisti, Perna. (...) Il sen. Perna ha chiarito la posizione comunista, già espressa nell'intervista al Gr1, dicendo:'Non ci rifiutiamo di appoggiare qualunque tentativo umanitario che sia rispettoso della sovranità dello Stato, dei principii del regime democratico e delle leggi». 14:01 - «Il più stretto riserbo sugli ultimi sviluppi della vicenda Moro e in particolare sulle presunte lettere che il presidente della Dc avrebbe inviato al Papa viene mantenuto dalle fonti responsabili della Santa Sede». 18:04 - «Il sostituto procuratore generale presso la Corte d'appello di Milano, dott. Mario Daniele, ha proposto oggi, a titolo personale, che siano condonate le pene detentive fino a un massimo di due anni, in cambio della liberazione di Aldo Moro e dell'impegno delle Brigate rosse a rispettare la pace sociale per almeno sei mesi. 'In tal modo - ha detto il magistrato - il governo non tratterebbe e se i terroristi rifiutassero l'accoglimento di questa proposta si troverebbero ostili tutti gli altri detenutì». 20:42 - «Lo stesso Aldo Moro, nella sua ultima lettera, ha dato le migliori indicazioni per salvargli la vita. Lo ha detto l'avv. Giannino Guiso, legale di alcuni brigatisti in una intervista concessa a Umberto Giovine e pubblicata domani sul 'Lavorò di Genova. Secondo Guiso (il quale si riferisce all'ultima lettera di Moro fatta arrivare al Messaggero) l'oggetto della trattativa, secondo il messaggio di Moro, si può interpretare tenendo presenti due punti: 1) che l'oggetto della trattativa deve essere la liberazione di prigionieri in cambio di un altro prigioniero; 2) (questo è il punto mobile della trattativa ed è aperto) A mio avviso chi è interessato a trattare può proporre quali e quanti detenuti liberare. Il numero perciò potrebbe anche non essere decisivo. Moro non accenna invece a soluzioni alternative, per esempio a modifiche dell'attuale regime carcerario. (...) A questo punto - secondo il legale - non si tratta 'di impedire il successo delle Brigate rosse come alcuni strumentalmente vanno dicendo. Il problema pressante è invece di salvare il salvabile, pagando il minimo scotto. Questo salvabile è la vita di un uomo'». 23:07 - «Una delle armi trovate e sequestrate nel covo di via Gradoli, una pistola Beretta cal. 7,65, risulta essere stata acquistata da Giuseppe Lite, di 29 anni, di Scafati. Lite, come è risultato, l'avrebbe poi venduta a Pompei a tale Errico Schettini, di 26 anni, comunicando il fatto ai carabinieri. Schettini è stato soldato a Roma ed è ora da un mese in carcere a Salerno per un tentativo di estorsione, I carabinieri hanno interrogato lo Schettini: avrebbe dichiarato di essersi disfatto della pistola prima di essere arrestato gettandola da un'autovettura in corsa a Torre del Greco». 23:40 - «È tuttora in corso, nella sede della Dc di piazza del Gesù, la riunione della delegazione democristiana con quella socialista. Zaccagnini e Craxi, insieme agli altri esponenti dei due partiti, stanno discutendo da circa quattro ore (la riunione ha avuto inizio alle 19,40). Non si prevede quanto possano ancora durare i colloqui».
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30/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: COSSIGA, MENNINI DOPO 'CONDANNA' A MORTE LO CONFESSÒ |
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Dopo la 'condanna' e prima dell'uccisione, l'allora Don Antonello Mennini entrò nella cella in cui le Br rinchiudevano Aldo Moro. A collocare cronologicamente la vicenda, su cui è già tornato più volte, è Francesco Cossiga che ha visto in anteprima, con «Panorama» (la cronaca sul numero in edicola domani, primo maggio), Aldo Moro, Il presidente, che andrà in onda su Canale 5 il 9 e l'11 di questo mese.«Centrale è il ruolo del Vaticano» ricorda Cossiga. «Ma anche intorno a questo passaggio cruciale bisogna aggiungere un nuovo pezzo di verità: ho sempre creduto che don Antonello, allora suo confessore attualmente nunzio apostolico in Russia, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell'esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell'Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri». Nell'intervista a Panorama, Cossiga svela anche un'altra verità, questa volta politica: «Durante i 5 giorni siamo stati a un passo dalla rottura con il Pci. La politica della fermezza voluta dal governo di unità nazionale concedeva alla famiglia di Moro la piena libertà di trattare per la liberazione, ma mai direttamente con le Br. Attraverso la Caritas, la Croce rossa, Amnesty international oppure il Vaticano, l'Onu... Ma un certo punto venne da me Enrico Berlinguer, insieme a Ugo Pecchioli, il suo ministro degli Interni, per dirmi: 'Adesso basta, abbiamo detto che non si tratta e non si tratta'. In confidenza, poi, Pecchioli si preoccupò di informarmi che se si fosse trattato di pagare molti soldi sarebbe stato meglio non dirlo prima, così il Pci avrebbe potuto protestare senza però arrivare alla rottura politica. Tutto questo nel film non c'è». Guardando lo sceneggiato televisivo, il presidente emerito della Repubblica è rimasto colpito soprattutto dall'interpretazione che Michele Placido fa dello statista ucciso dalle Br. «Placido fissa per sempre nell'immaginario televisivo un Moro indelebile» commenta. «Ma devo dire che il più verosimile di tutti mi è sembrato Benigno Zaccagnini. Uguale!»
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29/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 30 APRILE, LA GIORNATA DELLE LETTERE/ ANSA CONSEGNATE IL GIORNO PRIMA, ESCONO FUORI UN PÒ ALLA VOLTA |
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30 aprile 1978, 46° giorno del rapimento Moro. È il giorno delle lettere. I postini delle Br hanno quasi sicuramente fatto ricevere alla famiglia Moro, nel pomeriggio del 29 aprile, le lettere del loro ostaggio per il presidente Leone, i presidenti di Senato e Camera (Fanfani e Ingrao), il presidente del Consiglio Andreotti, Craxi, Piccoli, Misasi, Pennacchini, Dell'Andro e a Tullio Ancora (che era stato spesso intermediario tra Moro e il Pci). Il pacco di lettere è stato probabilmente smistato poi ai destinatari da parte dei collaboratori di Moro. Circola anche la voce di una telefonata delle Br alla famiglia del presidente Dc. Comunque la famiglia Moro interviene nella vicenda con un pressante appello rivolto alla Dc. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 12:45 - «Si è appreso che il presidente del Consiglio nazionale della Dc, Aldo Moro, ha scritto due lettere al presidente del Senato Amintore Fanfani e al presidente della Camera Pietro Ingrao. Le lettere sono state fatte recapitare a Fanfani e Ingrao nel tardo pomeriggio di ieri. Sul loro contenuto non sono trapelate indiscrezioni». 13:28 - «Una lettera dell'on. Aldo Moro è giunta al segretario del Psi on. Bettino Craxi nella giornata di ieri. (...) Nella lettera Moro ringrazia Craxi, e per esso il Partito socialista, delle iniziative che sta prendendo, ma nello stesso tempo invita ad agire con sollecitudine. Anche la lettera a Craxi - come quelle dirette a Fanfani e Ingrao - è stata fatta recapitare nel tardo pomeriggio di ieri in circostanze che ancora non sono state precisate». 14:01 - «Una lettera dell'on. Aldo Moro è giunta anche al presidente della Repubblica, Leone». 14:17 - «Il segretario generale del Psi, che si trova a Madrid (...) ha confermato all'ANSA di aver ricevuto una lettera autografa di Moro. Craxi non ha voluto rivelare per ora il contenuto della lettera». 17:06 - «Una lettera dell'on. Moro è stata indirizzata anche al deputato democristiano Riccardo Misasi, presidente della commissione giustizia della Camera. (...) L'on. Misasi ha anche detto di aver ricevuto ieri sera la lettera e di averla subito data al ministro dell'Interno. (...) Rispondendo ad un'altra domanda, l'on. Misasi ha detto di ritenere che sia stata la famiglia Moro a fargli recapitare la lettera». 19:46 - «La famiglia Moro ha diffuso stasera il seguente documento:'La famiglia di Aldo Moro, dopo tanti giorni di attesa angosciosa, rivolge un pressante appello alla Dc affinchè essa assuma con coraggio le proprie responsabilità per la liberazione del suo presidente. La famiglia ritiene che l'atteggiamento della Dc sia del tutto insufficiente a salvare la vita di Aldo Moro. Sappia la delegazione democristiana, sappiano gli onorevoli Zaccagnini, Piccoli, Bartolomei, Galloni e Gaspari che con il loro comportamento di immobilità e di rifiuto di ogni iniziativa proveniente da diverse parti ratificano la condanna a morte di Aldo Moro. Se questi cinque uomini non vogliono assumersi la responsabilità di dichiararsi disponibili alla trattativa, convochino almeno il Consiglio nazionale della Dc, come formalmente richiesto dal suo presidente». 23:24 - «La voce di una seconda presunta lettera di Moro al Papa, diffusa stasera da una fonte estera e riferita peraltro a circostanze e tempi imprecisati, non trova alcun riscontro di fatto in Vaticano».
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28/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: DA PAVIA COPIA 'REPUBBLICA' IN MANO A PRESIDENTE DC A PAVIA UN COVO SCOPERTO COME VIA GRADOLI, PER PERDITA D'ACQUA |
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È uno dei tanti aspetti irrisolti del caso Moro. La copia del quotidiano romano che Moro aveva in mano nella seconda foto che gli scattarono le Br, quella che serviva a smentire l'ipotesi della morte del presidente della Dc annunciata dal falso comunicato del lago della Duchessa del 18 di aprile, proveniva da uno degli abbonati della provincia di Pavia. Una questione curiosa, mai approfondita del tutto. Come fece quella copia del quotidiano a finire in mano a Moro che era rinchiuso nella «prigione del popolo» in via Montalcini, a Roma? Sereno Freato, segretario particolare di Moro, ha raccontato che qualche giorno dopo il 18 di aprile lo chiamò Carlo Caracciolo de 'La Repubblica' e gli disse che in base ad una indagine della redazione milanese era stata individuata la copia del giornale che Moro aveva in mano nella ormai storica e lugubre foto. Si era riusciti a stringere il cerchio e a risalire al luogo in cui era stata venduta quella copia. «Si trattava di un giornale venduto in abbonamento: una delle 5.400 copie vendute in abbonamento a Pavia. Si sarebbe potuto aprire un grande squarcio sul sequestro, non se ne fece nulla», ha spiegato Freato. La questione è stata confermata da Giuseppe Sangiorgi che all'epoca era un cronista del quotidiano della Dc 'Il Popolo'. «Quando le Br diffusero la fotografia di Moro, abbiamo saputo che si trattava di un'edizione che aveva alcune righe di sommario; alcuni di noi si accorsero che la parola finale di una di queste righe non coincideva con l'edizione romana del quotidiano. Allora fu fatta un'indagine abbastanza nascosta, grazie anche alla redazione di La Repubblica per capire quale edizione fosse quella giusta, in quale parte d'Italia fosse andata quell'edizione, per poter aiutare la polizia nelle sue indagini ad individuare l'eventuale covo dei brigatisti, e quindi la prigione di Moro». La cosa però si perse per strada e di quella copia de La repubblica in mano a Moro nessuno ha più parlato nei cinque processi che si sono svolti. Pavia compare altre volte, nelle cronache del terrorismo. Il capo delle Brigate rosse del dopo-Curcio, Mario Moretti, leader del rapimento Moro, fu arrestato a Milano, ma le prime notizie diffuse parlavano di un arresto avvenuto tra Pavia e Milano. Inoltre a Pavia c'era un covo di terroristi, scoperto nel 1975 grazie ad una infiltrazione di acqua che costrinse gli inquilini del piano di sotto a chiamare i pompieri. Proprio come in via Gradoli. In quel caso, al contrario di quello che successe a via Gradoli, le forze dell'ordine si appostarono e riuscirono a catturare uno dei terroristi, Fabrizio Pelli, al suo ritorno a casa. Anche in quel caso però sfuggì alla cattura il pesce più grosso, che secondo alcune fonti era proprio Mario Moretti, secondo altre Corrado Alunni.
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28/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 29 APRILE, DRAMMATICA LETTERA DI MORO ALLA DC/ DISPERATO, MA LUCIDO, SI AGGRAPPA ALLA INIZIATIVA DI CRAXI |
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29 aprile 1978, 45° giorno del rapimento Moro. Una lunga lettera di Moro alla Dc è consegnata al giornalista Fabio Isman, del Messaggero. La lettera, scritta probabilmente il 26 aprile (c'è un accenno alla lettera della famiglia pubblicata sul Giorno il giorno prima) è una durissima accusa alla Dc, che «avalla sostanzialmente la mia condanna a morte». Moro chiede di riunire il Consiglio nazionale del partito, delegando (non si è mai capito perchè) Misasi a presiederlo. Il presidente della Dc si appiglia anche alla speranza della posizione socialista:«Guai, caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse». La frase «questa posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle Brigate rosse (ed è prevedibile che ce ne siano)» dà l'impressione che Moro pensi di non essere il solo ostaggio delle Br. Nella parte finale della lettera Moro ripete di non volere intorno a sè, in caso di una sua morte, gli uomini del potere e aggiunge:«Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. ma nessun responsabile si nasconda dietro l'adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto». Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 01:58 - «Improvvisa visita di Corrado Guerzoni e Nicola Rana, questa notte, a casa della famiglia dell'on. Aldo Moro. (...) A proposito delle voci diffusesi in serata a Roma su altre recenti lettere che l'on. Moro avrebbe inviato alla famiglia - si è parlato in particolare di due bigliettini indirizzati alle due figlie Anna e Maria Fida - il dott. Guerzoni ha detto di 'non saperne assolutamente nulla'». 09:39 - «La notizia, diffusa dai giornali radio del mattino, di un altro presunto messaggio dell'on. Aldo Moro ha fatto ripetere la ormai abituale e preoccupata attesa della gente davanti alla sede della Dc in piazza del Gesù». 09:43 - Fabio Isman, giornalista del Messaggero, riceve una lettera di Moro alla Democrazia Cristiana. Isman sostiene di averla trovata nella sua auto. «Il giornalista Isman ha informato direttamente il magistrato del ritrovamento della lettera di Aldo Moro». 13:43 - L'inchiesta sul rapimento di Aldo Moro e l'uccisione della sua scorta passa alla Procura Generale della Repubblica. «'La necessità di consegnare gli atti alla Procura generale - ha detto il dott. De Matteo - si è fatta più urgente col passare dei giorni, quando ci siamo resi conto che le indagini erano destinate ad allargarsi oltre il circondario del Tribunale di Roma e addirittura fuori del distretto della Corte d'appello'». 13:57 - «Il procuratore della Repubblica, a proposito dell'ultima lettera dell'on. Moro, ha detto di aver interrogato la notte scorsa il giornalista Fabio Isman del Messaggero il quale, con una telefonata anonima, era stato informato che nella sua auto era stata lasciata una lettera autografa di Aldo Moro. De Matteo ha rimarcato che in questa occasione i brigatisti rossi non hanno seguito il consueto sistema, lasciando il messaggio in una cabina telefonica o in un cestino di rifiuti. Inoltre stavolta la lettera, di ben dieci pagine, non era rinchiusa nella solita busta gialla, ma i vari fogli, senza alcuna custodia, erano stati gettati attraverso un finestrino nell'auto del giornalista». 16:55 - «L'organizzazione terroristica, secondo il convincimento degli investigatori, potrebbe costituire il braccio armato di gruppi meno esposti ed inoltre avrebbe agganci con organizzazioni straniere, come l'ala più oltanzista del movimento palestinese». 19:43 - «'Quando le Brigate rosse hanno avanzato una richiesta assurda e inaccettabile, abbiamo subito convenuto che uno Stato che si fosse piegato avrebbe perso ogni credibilità e forse anche legittimita'. Questa considerazione tuttavia non escluse l'assunzione di iniziative volte a salvare il presidente della Dc. L'alternativa a questo è la sua morte certa. Tali iniziative sono imposte da principi ancor più alti e solenni di quelli che hanno vietato di accedere alla proposta avanzata dalle Brigate rossè. Lo afferma il segretario del Psi in un'intervista al 'Giorno' .
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27/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 28 APRILE, ACCUSE USA ALLA CECOSLOVACCHIA/ IL 'GIORNALE NUOVO' PUBBLICA UN'INTERVISTA AL BR FERITO PIANCONE |
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28 aprile 1978, sono ormai 44 i giorni passati dalla strage di via Fani. È una giornata senza novità. Dagli Usa partono insinuazioni sul possibile coinvolgimento della Cecoslovacchia. Polemiche per un'intervista a Cristoforo Piancone, il brigatista ferito ricoverato a Torino, che parla dei piani e dell'organizzazione interna delle Br. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 13:33 - «La Questura di Torino ha smentito stamani che possa essere stata fatta un'intervista esclusiva a Cristoforo Piancone, il brigatista rosso ricoverato in ospedale e piantonato 24 ore su 24 nell'ospedale Molinette. (...) Nell'intervista fatta da Franco Capone, collaboratore da Alessandria del 'Giornale nuovo' (le dichiarazioni di Piancone sono comparse sul quotidiano milanese e sul 'Tempo' di Roma) il brigatista avrebbe fatto clamorose dichiarazioni circa le intenzioni delle Brigate rosse e la loro struttura interna». 14:20 - «Nell'intervista si afferma tra l'altro che 'il giorno successivo al rapimento dell'on. Moro doveva scattare un piano eversivo di portata tale da mettere in ginocchio il paese, ma le 'menti politiche' che guidano le Br non hanno giudicato opportuno il momento e hanno impartito il 'contrordine compagni'». 14:32 - «Nella mattinata lo stesso giornalista Franco Capone ha fatto capire in un'intervista al Gr1 di non aver parlato direttamente con il brigatista, ma ha messo in rilievo che 'dove Piancone è ricoverato lavorano duemila persone'». 19:22 - «'Tutti sono d'accordo che non bisogna cedere alle Brigate rosse, ma tutti anche vogliono salvare Moro. Perciò è necessario trovare un contatto e una strada umanitaria che però sia praticabile'. Lo ha affermato Giancarlo Quaranta, uno dei fondatori del movimento 'febbraio 74' che oggi ha fatto visita per oltre due ore alla signora Moro». 19:56 - «Il New York Times riferisce oggi che il governo americano, su richiesta del governo italiano, sta collaborando ad un'indagine mirante a stabilire se vi siano connessioni tra le Brigate rosse ed organizzazioni dei paesi dell'alleanza di Varsavia, in particolare cecoslovacche». 20:30 - «Secondo fonti del Congresso citate dal New York Times, Renato Curcio, il leader storico delle Brigate rosse, sarebbe stato addestrato a Karlovy Vary».
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26/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 27 APRILE, PRO E CONTRO LA LINEA SOCIALISTA |
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27 aprile 1978, 43° giorno dall'inizio del rapimento Moro. Si discute della proposta socialista di una iniziativa 'autonoma' (non formalizzata, ma che sembra ruotare intorno alla liberazione 'umanitaria' di tre terroristi malati). Quasi tutte negative le reazioni da parte del fronte della 'fermezza'. Qualcuno ipotizza invece che Fanfani stia cercando di differenziare la sua posizione. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 2:14 - «'Molte le voci sul contenuto delle proposte o dei consigli dati dal segretario del Psi. Si è parlato - scrive l'Unità - di due proposte socialiste, che Signorile sarebbe stato incaricato di illustrare in un'intervista a un giornale. La contropartita da offrire alle Br dovrebbe consistere nella concessione della grazia a tre terroristi detenuti (una donna e due uomini), per i quali potrebbero essere invocate circostanze umanitarie, e della modifica delle misure di vigilanza all'esterno delle carcere definite di 'massima segretezza'». 14:01 - «Bonn - Secondo il ministro federale degli Interni Wernwr Maihofer non vi è 'nessuna prova della partecipazione di terroristi tedeschi al rapimento di Moo'». 13:39 - «'Lotta Continua è un'organizzazione estremistica molto equivoca, dalla doppia anima, perchè da un lato critica i violenti, cerca di dissociarsi, sempre però ponendo i terroristi nell'ambito del 'mondo rivoluzionario'; dall'altra ha anche in sè quelli che parteggiano in modo esplicito, con i violenti. Da un lato firmano appelli per la vita a Moro, ma è palese in questa loro iniziativa un intendimento eversivo'. Lo ha affermato, in un'intervista a Epoca, il sen. Ugo Pecchioli, responsabile della sezione per i problemi dello Stato della Direzione del Pci». 15:40 - «In relazione alle notizie di presunti collegamenti tra Brigate rosse e forze della resistenza palestinese, l'ufficio dell'Olp in Italia in un comunicato afferma che 'l'organizzazione per la liberazione della Palestina ha sempre condannato il terrorismo da qualsiasi parte provenga'. 'È scorretto - continua il comunicato identificare il popolo palestinese con piccole frange terroristiche, così come lo sarebbe identificare tutto il popolo italiano con le Br»'. 17:09 - «'Alla linea scelta dal Psi non c'è che da rispondere assai brevemente, con l'osservazione che essa rappresenta il più deplorevole cedimento alle Brigate rosse. La risposta al Psi non può dunque che essere un secco no'. Lo afferma 'La Voce Repubblicana' di domani, in un editoriale ispirato dalla presidenza e dalla segreteria del Pri». 19:28 - «Trentuno intellettuali hanno sottoscritto il seguente manifesto per la difesa dello Stato democratico:'Nel grave momento che il Paese attraversa si registrano con allarme prese di posizione di uomini politici, di intellettuali, di professionisti, che rivelano una inammissibile incertezza su questioni vitali per la sopravvivenza e l'avvenire della democrazia italiana. (...) Solo uno Stato che non venga meno ai suoi principi e ai suoi liberi ordinamenti è in condizione di assicurare in modo efficace le basi prime della convivenza civile e sociale, contro gli spettri della guerra civile che è evocata dai terroristi e che viene di fatto avallata da ogni irresponsabile cedimento'». Il manifesto è firmato, tra gli altri, da Girelamo Arnaldi, Umberto Cerroni, Lucio Colletti, Vezio Crisafulli, Renzo De Felice, Giuseppe Galasso, Luigi Nono, Rosario Romeo, Fabio Roversi Monaco, Leo Valiani, Rosario Villari, Franco Venturi. 20:39 - «L'Avanti di domani pubblica un articolo di risposta alla Voce Repubblicana nel quale è scritto che il Pri 'si è distinto per due proposte: la reintroduzione della pena di morte nell'ordinamento italiano e un rifiuto dell'appello umanitario del segretario dell'Onu Waldheim che, per inciviltà, ha precedenti solo nei comportamenti del Cile di Pinochet, della Cecoslovacchia di Husak e dell'Uganda di Amin Dada. Incapace di distinguere tra trattativa e cedimento - continua l'articolo dell'Avanti - tra fermezza e stare fermi, il Pri non sa o non vuole suggerire nulla che nell'ambito delle leggi possa trattenere la mano degli assassini'». 20:40 - «Le illazioni secondo le quali il presidente del Senato Fanfani avrebbe oggi esaminato col segretario politico della Dc Zaccagnini le proposte per la liberazione dell'on. Moro attribuite all'on. Craxi non trovano conferma negli ambienti vicini al presidente Fanfani». 21:12 - «Per l'Unità è difficile, allo stato attuale, esprimere un 'preciso apprezzamento sulle proposte socialiste di cui si è molto parlato perchè in realtà non siamo a conoscenza di proposte esattamente definite e motivate. La prima esigenza che poniamo è dunque di uscire dal vago perchè l'indeterminatezza consente e incoraggia strumentalizzazioni e forzature e, dunque, può recare solo danno'». 21:35 - «'Chi ha detto che io chiedo la grazia per tre terroristi? È Falso. Io non ho fatto nessuna proposta specifica. La linea della direzione, decisa all'unanimità, è chiara: no al cedimento al ricatto dei terroristi e no al rifiuto pregiudiziale di ogni iniziativa per salvare Moro'. Lo afferma il segretario del Psi, on. Bettino Craxi, in una intervista alla Repubblica di domani».
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25/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 26 APRILE, FERITO A ROMA GIROLAMO MECHELLI/ IL PSI CONTINUA SULLA LINEA DEL GESTO 'UMANITARIO' |
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26 aprile 1978, sono ormai sei settimane dal rapimento di Moro e dalla strage di via Fani. A Roma, le Br tornano in azione con il ferimento di Girolamo Mechelli, Dc ed ex presidente della giunta regionale del Lazio. Due mesi prima Mechelli era stato assolto dall'accusa di presunte infiltrazioni mafiose nella Regione Lazio. Il nome di Mechelli era (secondo un articolo pubblicato dal Corriere della sera l'8 maggio, smentito però dalla Digos) in una lista trovata in via Gradoli e mai resa nota. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 8:50 - «Un attentato è stato compiuto poco dopo le 8,30 in circonvallazione Nomentana 180. Secondo le prime notizie giunte sarebbe stato ferito da alcuni colpi di pistola un ex presidente della Regione Lazio». 8:59 - «Il ferito è l'ex presidente della giunta della Regione Lazio, Girolamo Mechelli della Dc». 11:35 - «'La vita dell'uomo è sacra!'. Lo ha detto Paolo sesto, ricordando in udienza generale Aldo Moro e affermando:'Noi ci auguriamo, nel nome di Dio, che l'epilogo di questo dramma sia. nell'interesse degli stessi aggressori, pacifico e tranquillizzante'». 11:52 - «Gli investigatori, come è stato riaffermato stamane dal dott. Luciano Infelisi, sono convinti di aver identificato senza alcuna ombra di dubbio in Prospero Gallinari, Corrado Alunni, Enrico Bianco, Patrizio Peci, Susanna Ronconi, Oriana Marchionni, Franco Pinna, Valerio Morucci e Adriana Faranda alcuni dei responsabili dell'esecuzione materiale dell'eccidio di via Fani e alcuni degli organizzatori dell'agguato. Le prove a sostegno di queste responsabilità, secondo il magistrato, sono gravissime e consistono nel riconoscimento oculare da parte di testimoni, in alcune impronte, in documenti». 12:25 - «Poco prima delle 10 al centralino del Messaggero è giunta una telefonata con la quale uno sconosciuto con la voce maschile ha dettato questo messaggio:'Abbiamo colpito Girolamo Mechelli, democristiano, servo delle multinazionali. Brigate rosse'. Lo sconosciuto ha quindi interrotto la comunicazione». 14:51 - «Il Cairo - Le Brigate rosse e altre organizzazioni terroristiche internazionali si erano messe in contatto con la rete palestinese di sabotatori, scoperta in questi giorni in Egitto, offrendo assistenza e cooperazione». (...) «Per quel che concerne i tre cittadini svizzeri arrestati (...) il principale imputato è uno studente, Sergio Mantovani, che sarebbe stato l'agente di collegamento fra le brigate rosse e il gruppo terroristico scoperto in Egitto. (...) L'inchiesta ha permesso di appurare che un altro svizzero, certo Giorgio Bellini - anche lui del Ticino - era giunto nelle scorse settimane al Cairo per prendere contatto con i palestinesi a nome di un'altra organizzazione terroristica cui è affiliato e che ha la sua centrale in Svizzera». 15:46 - «'Ho l'impressione - ha detto l'avv. Spazzali - che a questo punto siamo arrivati al muro. Non c'è più spazio per le trattative. Le brigate rosse nei loro comunicati parlano molto chiaro; è sbagliato valutare il loro linguaggio con un metro da segreteria dei partiti'». 21:01 - «'Siamo tutti d'accordo - afferma il vicesegretario del Psi, on. Signorile, in un'intervista alla Repubblica che sarà pubblicata domani - lo Stato non tratta, non deve trattare. Ma il Governo sì, il governo è un momento esecutivo, deve fare il suo dovere'. (...) Sull'accusa mossa al Psi di volere, con questo atteggiamento, allontanare la Dc dal Pci, Signorile sostiene:'Chi pensa questo resterà ancora una volta deluso'».
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24/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 25 APRILE, LETTERA DELLA FAMIGLIA SUL 'GIORNO'/ EMESSI 9 ORDINI DI CATTURA, CRAXI PER INIZIATIVA UMANITARIA |
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25 aprile 1978, festa della Liberazione e 41° giorno di prigionia per Moro ostaggio delle Br. Il giudice Antonino Infelisi emette nove ordini di cattura, un pò a casaccio. Il quotidiano 'Il Giorno' annuncia la pubblicazione di una lettera della famiglia per Aldo Moro. Il segretario socialista Betino Craxi dice che trattare non è possibile, mentre lo è una iniziativa 'umanitaria' e 'autonoma'. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 11:56 - «Nella sede della Dc, dieci minuti dopo Zaccagnini è giunto Gaspari, il quale, a proposito delle conclusioni di ieri sera del comitato interministeriale per la sicurezza, ha detto ai giornalisti:'Il comunicato finale che ha chiuso la riunione mi pare sia nella linea che è stata seguita dalle forze politiche. Il Governo in sostanza ha ribadito posizioni che erano già note sull'impossibilità di uno scambio di prigionieri, come li chiamano le Br, per noi detenuti. È evidente che non ci fosse la possibilità di concretizzazione. D'altra parte - ha proseguito Gaspari - questa posizione della Democrazia cristiana è soprattutto la posizione di tutte le forze politiche italiane perchè, mi pare, nel Parlamento non ci sia nessuno che abbia proposto di lasciar liberi dei detenuti, tenendo conto che il nostro è uno Stato di diritto nel quale non sono possibili cose che le leggi non prevedono'». 12:41 - «Il giornale conservatore 'Die Welt' riferisce che in gennaio il Bundeskriminalamt (Bka - la centrale della polizia criminale tedesca) sospettava un prossimo attentato in Italia in seguito alla decifrazione di messaggi provenienti da tre elementi del terrorismo tedesco (tra i quali Gabriele Kroecher Tiedemann). Nei messaggi si indicava un 'Alter Mann' (vecchio uomo) e si nominavano tre città italiane: Roma, Firenze e Milano. Oggi si ritiene probabile che Alter Mann intendesse riferirsi ad Aldo Moro: si rileva infatti che le iniziali delle parole sono le stesse (A M)». 13:39 - «Aldo Moro 'non è presente nelle lettere dirette a Zaccagnini, pubblicate come sue: esse costituiscono un tentativo di distruggere la fisionomia di Moro, tentativo colpevole quanto la minaccia di uccidere'. Questo sostengono in un documento diffuso stamani un gruppo di amici di vecchia data dello statista Dc». Tra i firmatari il card: Pellegrino, Gabriele De Rosa, Pietro Scoppola, Ermanno Gorrieri, Paolo Prodi. 16:50 - «Il segretario nazionale del Psi, on. Bettino Craxi, in un articolo di fondo dal titolo 'Speranza, iniziativa, fermezza' che sarà pubblicato domani dall'Avanti, afferma che la richiesta delle Br 'è assurda ed irrealistica, urta contro invalicabili limiti di principio ed è obiettivamente impraticabile'. Craxi però conclude affermando che 'Lo Stato può valutare se esiste la possibilità di una iniziativa autonoma che sia fondata su ragioni umanitarie e che si muova nell'ambito delle leggi'». 18:30 - «Il segretario generale dell'Onu Kurt Waldheim ha formulato oggi un ulteriore appello perchè la vita dell'on. Aldo Moro sia risparmiata e perchè lo statista italiano venga immediatamente liberato». 20:56 - «Il 'Washington post' pubblica estratti del 'Manuale del brigatista' trovato giorni fa a Roma nell'appartamento di via Gradoli». 21:29 - «Nove ordini di cattura sono stati firmati oggi dal sostituto procuratore della Repubblica Luciano Infelisi, che conduce le indagini sul rapimento dell'on. Moro e sull'eccidio avvenuto in via Fani il 16 marzo scorso. Le persone colpite dal provvedimento sono: Prospero Gallinari, Corrado Alunni, Enrico Bianco, Patrizio Peci, Susanna Ronconi, Oriana Marchionni, Franco Pinna, Valerio Morucci e Adriana Faranda, A tutti il dott. Infelisi contesta le accuse di concorso in omicidio plurimo, sequestro di persona e partecipazione a banda armata. I primi sei sono da tempo ritenuti militanti delle Brigate rosse; Pinna, Morucci e la Faranda invece sono estranei alle Br, un tempo appartenevano a Potere Operaio, di recente sarebbero entrati nell'orbita dell'Autonomia Operaia». In realtà Morucci e la Faranda non erano poi così estranei alle Br, mentre Alunni, Bianco, Marchionni e Pinna hanno fatto parte di Prima Linea, come anche la Ronconi, la quale però aveva militato anche nelle Brigate rosse. 23:36 - «'Il Giorno' di Milano di domani pubblica una lettera indirizzata in data di oggi 25 aprile dalla famiglia ad Aldo Moro. Ecco il testo:'Caro papà, sentiamo il bisogno, dopo tanti giorni, di farti giungere, con queste poche righe, un segno del nostro affetto. Il pensiero di ogni momento ti è dedicato con un amore nuovo, di giorno in giorno più consapevole di ciò che tu sei e sei stato per noi, e non soltanto per noi. Tocchiamo con mano l'affetto che hanno per te le più differenti persone: dai tuoi collaboratori e amici ai bimbi, alla gente che ogni giorno ci scrive cose care per te. In questa tragedia abbiamo scoperto, ognuno a suo modo, che ci hai regalato insospettate risorse di forza morale e di amore.. E proprio per questo, pur nella nostra grande debolezza, siamo oggi immensamente forti ed uniti. Coltiviamo, con la preghiera e con le opere, la speranza di riaverti con noi e di riabbracciarti. Anna sta bene e con particolare amore ti pensa ricordando ogni cosa bella da te ricevuto: Ti amiamo profondamente. La tua famiglia'».
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23/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: DAGLI INFILTRATI ALLE ALLEANZE, DOSSIER FOREIGN OFFICE/ADNKRONOS = DESECRETATO MEMORANDUM SUL TERRORISMO IN ITALIA |
Circa cinquecento elementi di spicco, dei quali una ventina con un altissimo livello di preparazione militare per compiere attentati e omicidi, migliaia di «simpatizzanti passivi» ma in grado di passare velocemente alla clandestinità grazie ai supporter nelle fabbriche nel Nord. Un esercito complessivo di 1.500 uomini a capo dei quali si collocavano alcuni «intellettuali», come tradizione fin dai tempi del meeting tra giovani cattolici radicali e marxisti convocato a Chiavari da Renato Curcio nel 1969. Queste le Brigate Rosse, secondo il Dipartimento Analisi del Foreign Office britannico che, un mese dopo l'assassinio di Aldo Moro, in un rapporto del giugno 1978 appena desecretato dai National Archives di Kew, elaborava un documento molto informato dell'organizzazione terroristica. Primo ministro del governo britannico in quel periodo era il laburista James Callaghan, ministro degli Esteri David Owen, e ambasciatore a Roma Sir Alan Campbell (molto legato a Francesco Cossiga, e uno dei pochi politici italiani con i quali aveva stretto amicizia). Soffermandosi sulla vicenda del sequestro e dell'omicidio del presidente della Democrazia Cristiana, il Foreign Office riconosce alle Brigate Rosse di aver acquisito un elevato grado di preparazione, che le rende in grado di «diffondere i propri comunicati simultaneamente in diverse città mentre sono in corso, da parte delle forze dell'ordine, le ricerche dello statista». Citando un rapporto segreto della nostra intelligence, il Foreign and Commonwealth Office suggerisce inoltre che molto probabilmente i terroristi avevano «uomini infiltrati nei ranghi della polizia».
I militanti delle Brigate Rosse, evidenzia l'Fco britannico, hanno rapporti con elementi di spicco della criminalità nelle carceri, «tanto che -si sottolinea- nella lista dei tredici prigionieri da liberare in cambio della vita di Aldo Moro vi è anche un noto criminale con »inclinazioni politiche«. La lista dei prigionieri da liberare, come scambio con l'ostaggio,viene diffusa il 24 aprile 1978, e si apre con Sante Notarnicola, uno dei primi componenti di nuclei di lotta armata e si conclude con Cristoforo Piancone, accusato dell'omicidio dell'agente di custodia Cotugno, a Torino. Il memorandum del Foreign and Commonwealth Office del giugno 1978 si intitola »Italy: Red Brigades - Brigate Rosse«, e viene elaborato all'esito del sequestro di Aldo Moro, conclusosi con il suo omicidio il 9 maggio. Il documento è composto di una introduzione e cinque paragrafi così intitolati: Membri di appartenenza, Obiettivi e ideologia, Attività, Altri gruppi violenti, Collegamenti internazionali. Il memorandum, così come viene indicato dalle autorità britanniche, è un »paper« che venne predisposto per briefing di carattere generale e non costituisce o riporta la posizione del governo. Nella parte introduttiva, viene ricordato come le Brigate Rosse vennero fondate nei tumulti del 1968 da giovani con diversi »background (spesso intellettuali) i quali cercavano una soluzione radicale ai problemi italiani, ma anche insoddisfatti del Partito comunista italiano e, in alcuni casi, in reazione contro il cattolicesimo«.
I LEGAMI INTERNAZIONALI DEL PARTITO ARMATO
Nella parte riguardante i membri, gli analisti del Foreign Office illustrano come sono strutturate le Brigate Rosse sul territorio, attraverso «colonne» dispiegate soprattutto nelle principali città del Nord (Milano, Torino, Genova), al Centro (Roma) e al Sud (Napoli). Le «colonne» sono a loro volta organizzate in «cellule» composte di pochi membri ciascuna e con minimi contatti tra le cellule stesse. Per quanto concerne obiettivi e ideologia, il «paper» sottolinea come le Brigate Rosse mirino alla distruzione del «presente Stato italiano da loro visto come reazionario, borghese e fascista». Ricordando che nel primo comunicato divulgato dopo il rapimento Moro, le Br dichiarano di aver intrapreso la battaglia per colpire «al cuore dello Stato». Ma, si evidenzia, «Curcio al »Chiavari meeting« nel 1969 affermò che la Cina, piuttosto che Cuba, dovrebbe costituire l'esempio e che »non è possibile creare una nuova società in un soli due anni di lavoro, ma attraverso una battaglia di 40 anni«. Il Foreign Office si sofferma inoltre sui legami interni e internazionali delle Br. Ad esempio quelli con 'Prima Lineà, costituitasi nel 1974 e composta da »elementi di estrema sinistra, studenti, criminali e fuoriusciti da 'Lotta Continuà. Sottolineando come il livello dello scontro si alza irrimediabilmente dopo l'omicidio di uno dei leader dei Nuclei Armati Proletari, Antonio Lo Muscio.
I RAPPORTI CON LA RAF TEDESCA E CON I NAPAP IN FRANCIA
«Pur negando ogni connessione con le Brigate Rosse, Prima Linea -sottolinea il Memorandum- appare fortemente influenzata dagli estremisti della Germania occidentale», e citando il ritrovamento di documenti di propaganda della lotta armata in un covo di Milano nell' aprile 1978, l'Fco si sofferma sulla necessità, rivendicata dalla Brigate Rosse, «di una maggiore collaborazione a livello internazionale con altri gruppi» oltre quella già avviata con la Raf tedesca e i Nuclei armati per l'autonomia (Napap) attivi in Francia. In proposito, viene citata nel rapporto del Ministero degli Esteri britannico la circostanza secondo cui Renato Curcio, al momento del suo primo arresto avvenuto l'8 settembre 1974 a Pinerolo, e con lui venne catturato anche Alberto Franceschini, aveva il visto della Cecoslovacchia sui due passaporti, uno falso e uno vero. «Gli addestramenti -si legge- potrebbero avere luogo in un campo vicino Karlovy Vary in Cecoslovacchia». «Il documento del Foreign Office è la conferma che già nel '78, a ridosso del sequestro Moro, nei rapporti diplomatici tra Roma e Londra vi era la conferma del dato rigardante i collegamenti esistenti tra le Brigate Rosse e le omologhe organizzazioni operanti in Francia e soprattutto in Germania», afferma Gian Paolo Pelizzaro, giornalista e ricercatore che sui legami internazionali delle formazioni terroristiche ha svolto numerose ricerche anche negli archivi britannici. «Resta oggi ancora un mistero -aggiunge- chi fosse il 'ministro degli Esterì delle Br, anche perchè è poco credibile che il compito di intrattenere i rapporti a livello internazionale potesse essere svolto soltanto da Mario Moretti.Rimane uno dei grandi misteri della storia delle Br -aggiunge il ricercatore- questo personaggio di alto livello che curava i contatti con le varie organizzazioni e apparati esteri, tra i quali vi erano senza meno anche i gruppi del terrorismo arabo-palestinese. Tra le altre, l'Fplp, che componeva l'Olp e aveva stretto alleanze con i vertici della Raf, del 'Movimento 2 giugnò e dellèCellule rivoluzionariè.
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23/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: IL REGISTA TAVARELLI, MASSIMO RISPETTO PER PARENTI VITTIME = «MI SCUSERÒ CON LORO PER EQUIVOCO SU PRESENTAZIONE 'ALDO MORO, IL PRESIDENTE' |
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Il regista Gianluca Maria Tavarelli si dice «emozionato» per l'incontro con il presidente della Repubblica e «dispiaciutissimo» per il rifiuto dei familiari di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta uccisi in via Fani a partecipare alla presentazione ufficiale, oggi a Roma alla Fondazione Camera dei Deputati, del suo «Aldo Moro, il presidente», per il fatto che sia stata organizzata in una dimensione pubblica, 'pubblicitaria'. Ai familiari Tavarelli annuncia che telefonerà per «scusarsi personalmente ed a nome del produttore». «Sono dispiaciutissimo di questa cosa che è avvenuta -racconta il regista dopo l'udienza al Quirinale- sono una persona seria, ho lavorato con il massimo rispetto per i familiari delle vittime, come nel film su Borsellino ('Paolo Borsellino', ndr). Questo è il primo film in cui i loro cari, i cinque uomini della scorta morti con Moro, hanno un carattere, sono persone e non comparse. Ho voluto far si che la gente capisse che erano esseri umani con sogni, famiglie, pensieri». «Sono convinto che i familiari degli agenti, quando vedranno il film saranno contenti e riconosceranno il rispetto e l'amore che ci ha guidato nel raccontare dei loro congiunti -prosegue Tavarelli- e sono convinto che anche la famiglia Moro si renderà conto del nostro affetto e del nostro dolore nel narrare la vicenda. Chiamerò tutti i familiari e gli chiederò scusa personalmente, per questo 'qui pro quò. Hanno ragione, anche se sarebbe stato scandaloso non invitarli a questa proiezione, mi scuserò con loro a titolo personale ed a nome del produttore». Quanto all'udienza al Quirinale, Tavarelli racconta che «con Napolitano è andata benissimo, è stata un'occasione molto emozionante e toccante, gli abbiamo dato il dvd del film e spero che l'apprezzerà come ha apprezzato 'Paolo Borsellino'».
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23/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 23 APRILE, TUTTO TACE, SI ASPETTA/ PARLA INVECE PIECZENIK, L«'AMICO AMERICANO» |
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23 aprile 1978, domenica, 39° giorno del caso Moro. L'ultimatum è scaduto alle 15 del giorno precedente, ma ancora nessuna notizia di Moro nè dei suoi rapitori. Parla per la prima volta il misterioso 'consulente' venuto appositamente dagli Usa. Guiso smentisce la sua opera di mediazione. Voci di una lettera di Moro al Papa che sarebbe stata consegnata il 21. Questa è la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 12:10 - «Il Papa ha aperto la sua allocuzione delle 12 ai fedeli in piazza San Pietro con il nome di Aldo Moro. Ha detto che per la sua sorte 'abbiamo trepidato ieri e trepidiamo ancora, sempre aspettando e pregando che sia risparmiata la consumazione del criminale annunciato misfatto. Intanto, aspettiamo, speriamo e preghiamo'». 17:18 - «In un'intervista pubblicata oggi dal New York Times Steve Pieczenik, segretario di Stato aggiunto americano per le questioni di organizzazione, afferma che l'atteggiamento del Governo italiano nella vicenda di Aldo Moro è stato 'esemplare' e che il rapimento di Moro era diretto non soltanto contro la Democrazia Cristiana ma mirava anche alla distruzione dello stesso Stato italiano. (...) 'Era importante - aggiunge - dimostrare che Moro non è indispensabile al funzionamento dello Stato-nazione, anche se è un membro estremamente importante del sistema'». 13:05 - «Il prof. Nicola Rana, capo della segreteria dell'on. Moro, ha escluso stamane che vi sia stato nei giorni scorsi un incontro tra l'avv. Guiso, legale dei brigatisti rossi processati a Torino, e la signora Eleonora Moro e che la famiglia del presidente del Consiglio nazionale della Dc abbia dato incarico agli avvocati Giuliano Vassalli e Guido Gatti di condurre le trattative con le Brigate rosse'». In seguito arriveranno le smentite di Guiso, Vassalli e Gatti. 13:49 - «Funzionari della Digos hanno confermato una notizia apparsa stamani su un giornale del mattino secondo la quale nel covo di via Gradoli è stata trovata, oltre al numeroso materiale, anche una piantina di un carcere in costruzione che i brigatisti avevano evidentemente intenzione di far saltare». 15:00 - Con un discorso del segretario del Pci, on Enrico Berlinguer, che si dichiara contrario a ogni trattativa con le Brigate rosse per la liberazione di Aldo Moro, si conclude al Palazzo dei congressi il ventunesimo congresso nazionale della Federazione giovanile comunista italiana. Massimo D'Alema è confermato segretario nazionale. 17:50 - «L'on. Craxi ha così concluso:'Oggi non c'è un Dio crudele che ci chiede un sacrificio umano. Non abbiamo perso la fiducia nella ragione anche se, sin dall'inizio di questa terribile vicenda, abbiamo temuto il peggio e le conseguenze del peggio. La Dc ha assunto una iniziativa che appoggiamo e che appoggeremo nei suoi sviluppi se questi saranno resi possibili. Non possiamo rassegnarci all'idea che, nell'alternativa tra umanità e barbarie, debba essere quest'ultima, ancora una volta, a prevalere'». 18:04 - «In una sua corrispondenza da Roma a firma Philp Jacobson il Sunday Times formula oggi l'ipotesi che dopo sei settimane di raffinati interrogatori, di isolamento e di eccezionali pressioni da parte dei suoi rapitori, l'on. Aldo Moro possa essere stato indotto a rivelare segreti tali da danneggiare la Dc, lo Stato italiano e l'Alleanza Atlantica. 18:33 - »L'avvocato sardo Giannino Guiso ha smentito oggi le notizie apparse su alcuni quotidiani di suoi contatti con il vescovo di Ivrea (Torino), monsignor Bettazzi per un eventuale inserimento di quest'ultimo in caso di trattative con le Brigate rosse«. Più tardi smentirà anche Bettazzi. 19:56 - »Le fonti vaticane. fino a questo momento, non hanno dato nè conferma nè smentita della voce, pubblicata da un quotidiano torinese, secondo la quale una lettera di Moro a Paolo VI, inviata dalla 'prigione del popolo', sarebbe stata recapitata in Vaticano nella notte tra venerdì e sabato scorso da un 'amico' dello statista e consegnata ad uno dei più stretti collaboratori del Pontefice«. 21:59 - »Vincenzo Borghi alias 'signor Rossi' ? Questa ipotesi è seguita dai funzionari della Digos che stanno cercando di trarre dalla documentazione trovata nel covo di via Gradoli qualche indicazione che li porti sulle tracce della colonna romana delle Brigate rosse. Sul 'signor Rossi' furono svolte indagini senza frutto un anno e mezzo fa. Per alcuni mesi il sedicente signor Rossi girò per le armerie romane acquistando pistole automatiche e rivoltelle delle migliori qualità. Per fare gli acquisti esibì sempre un regolare porto d'armi sul quale erano indicati nome cognome e indirizzo risultati poi falsi. Il cognome era appunto Rossi«. 22:56 - »La polizia tedesco occidentale è praticamente certa che membri della Raf, successori della banda Baader-Meinhof, erano al corrente ed hanno forse avuto un ruolo nel rapimento di Aldo Moro. Lo afferma nel suo ultimo numero il settimanale americano Newsweek. Secondo la rivista, messaggi in codice trovati su Gabriele Korcher-Tiedemann, arrestata nel dicembre scorso in Svizzera, facevano riferimento al progetto di rapire Moro. Il codice dei messaggi - precisa la rivista - è stato decifrato da un calcolatore di Wiesbaden soltanto due settimane dopo il rapimento di Moro«.
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23/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: TAVARELLI,SCUSATO CON FAMILIARI PER ANTEPRIMA OGGI |
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«Una polemica mossa dal dolore e per questo perfettamente comprensibile», dice il regista della fiction su Aldo Moro, Gianluca Maria Tavarelli appena tornato dal Quirinale dove con i vertici Mediaset, il produttore Pietro Valsecchi e il cast della miniserie ha portato i dvd del film al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tavarelli, leggendo stamattina su La Repubblica della protesta di alcuni familiari di Moro e della scorta uccisa in Via Fani 30 anni fa, oggi per l'anteprima alla Fondazione Camera dei Deputati, è rimasto «dispiaciutissimo» e ha subito cominciato «un giro di telefonate ai familiari per scusarmi, mostrare la mia perfetta buona fede per un film serissimo, rispettoso di Moro e dei cinque ragazzi morti con lui, pieno di affetto e amore per queste persone». La fiction su Aldo Moro, che andrà in onda su Canale 5 il 5 e 6 maggio in prossimità del giorno in cui fu trovato senza vita il corpo dello statista dc sequestrato dalle Brigate Rosse, «è un omaggio a loro. Alcuni, come Maria Fida Moro, hanno letto e approvato le sceneggiature. Ma la polemica è comprensibile: avevano chiesto una visione privata e hanno ricevuto l'invito per un'anteprima alla Fondazione Camera, si sono sentiti strumentalizzati. La visione privata, prevista circa un mese fa, non si è potuta fare perchè abbiamo avuto problemi con la pellicola. I dvd dati oggi al Quirinale sono i primi che abbiamo avuto a disposizione e anche l'anteprima di oggi si farà con un betacam digitale. Pensavo di contattare in settimana i familiari di Moro e della scorta per vedere il film con loro come avevano richiesto. L'ho fatto purtroppo stamattina, mi sono scusato personalmente, hanno perfettamente ragione se si sono sentiti strumentalizzati ma hanno capito la mia perfetta buona fede. Sono bastate due parole per capirci, e soprattutto capire il loro nervo scoperto e il grande dolore che hanno ancora dentro».
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23/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: FICTION CANALE 5, DUELLO DEMOCRAZIA-TERRORISMO/ANSA V. 'MORO/30: TAVARELLI, SCUSATO CON FAMILIARI… |
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Alessandra Magliaro - «Non si tratta più di lotta tra i partiti ma tra democrazia e terroristi», dice Aldo Moro all'autista Oreste Leonardi che lo sta portando a casa dopo aver accettato l'incarico per formare il governo e risolvere la crisi istituzionale. Da quel momento per le Br diventa l'obiettivo, il simbolo da abbattere. Si gioca tutta in questo confronto, scontro, la storia di 'Aldo Moro Il Presidentè, la miniserie che il 5 e 6 maggio su Canale 5 ricorderà al pubblico televisivo cosa accadde 30 anni fa allo statista democristiano del compromesso storico e ai cinque sfortunati uomini della sua scorta trucidati in Via Fani. La fiction, diretta da Gianluca Maria Tavarelli, lo stesso che con molte lodi della critica e grande apprezzamento di pubblico aveva offerto in tv un ritratto intenso, commovente e puntuale di Paolo Borsellino vittima della mafia, viene presentata oggi pomeriggio a Palazzo Marini, sede della Fondazione della Camera dei Deputati presieduta da Pier Ferdinando Casini. Stamattina il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva ricevuto al Quirinale il vertice Mediaset con il Presidente Fedele Confalonieri, con il cast artistico con Michele Placido, con il produttore Pietro Valsecchi, il regista Gianluca Maria Tavarelli. Proprio l'anteprima ad inviti, con molti politici che hanno assicurato la propria presenza, ha creato proteste da parte dei familiari di Moro e della scorta che avevano chiesto una visione privata e nessun coinvolgimento mediatico. Tavarelli, forte di un cast che comprende Marco Foschi (Mario Moretti), Libero De Rienzo (Valerio Morucci), Donatella Finocchiaro (Adriana Faranda), Massimo De Rossi (Giulio Andreotti), Giulia Michelini (Anna Laura Braghetti), Ninni Bruschetta (Oreste Leonardi), Gianluca Morini (Germano Maccari), Stefano Scandaletti (Prospero Gallinari), Diego Verdegiglio (Francesco Cossiga) e molti altri, ricostruisce come un duello la storia: il mondo dei brigatisti da una parte, quello di Moro e della legalità dall'altra. All'inizio, i filmati d'epoca dell'escalation terroristica si alternano con le immagini della fiction di Canale 5 quasi ad accompagnare, senza soluzione di continuità, il pubblico nel clima tragico degli anni di piombo. Tavarelli ricostruisce il mondo Br come un universo variegato, con terroriste con il dubbio (la Braghetti dice: «siamo sicuri che il mondo stia aspettando il comunismo?» e «vale la pena tutto questo?») e terroristi che non possono dire di no (Maccari reclutato all'università da Morucci: «vuoi continuare a bucare le gomme ai fascisti di notte o fare qualcosa di più serio?»). E parallelamente il mondo pubblico e privato di Moro, il rapporto con i figli, i giochi sereni con il nipotino Luca ma anche le beghe politiche, la destra Dc che lo cerca per non soccombere definitivamente dopo che alle ultime elezioni i comunisti sono avanzati, le lezioni all'università. La prima puntata si chiude con la strage di Via Fani, la seconda è tutta sul sequestro e la trattativa, sui punti su cui una parte del mondo politico ancora dibatte.
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23/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 24 APRILE, ARRIVA IL COMUNICATO N. 8/ MORO È ANCORA VIVO, CHIESTA LA LIBERAZIONE DI 13 BR |
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24 aprile 1978, 40° giorno del caso Moro. Dopo quasi 48 ore passate nell'angoscia per l'ultimatum scaduto, arriva il comunicato numero 8 con la notizia che Moro è ancora vivo. I terroristi chiedono la liberazione di tredici compagni in carcere e avvertono di non sperare in una soluzione tipo Sossi (liberato senza niente in cambio). Nel tardo pomeriggio arriva anche una lettera di Moro a Zaccagnini.In essa Moro scrive che non accetta «l'iniqua ed ingrata sentenza della Dc» e aggiunge «non creda la Dc di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa». Ma la parte più drammatica è la frase «chiedo che ai miei funerali non partecipino nè Autorità dello Stato nè uomini di partito». Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 12:25 - «Alla redazione milanese della Repubblica è stato fatto pervenire il 'volantino n. 8' delle Brigate rosse relativo alla vicenda Moro». Lo stesso comunicato sarà fatto trovare, come al solito, anche a Roma, Torino e Genova. 12:30 - «Nel messaggio vengono fatti i nomi di 13 prigionieri comunisti da liberare. Nel messaggio non viene rinnovato alcun ultimatum». 12:34 - «Nel volantino si chiede che vengano liberati Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschni, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e Cristoforo Piancone». 16:25 - «Non esiste alcun indizio concreto della partecipazione di terroristi tedeschi al rapimento di Aldo Moro, ha dichiarato oggi la procura generale della Repubblica federale tedesca a Karlsruhe. Il portavoce della procura, Hans Piesker, ha inteso così smentire le affermazioni contenute in un articolo del settimanale americano Newsweek». 16:39 - «'Sia chiaro fin d'ora - ha aggiunto Pannella - che riterremo responsabili politicamente e personalmente della morte di Moro quanti hanno colto questa occasione per abusi costituzionali e politici, per imporre alle istituzioni la sospensione del loto funzionamento democratico, e la loro mobilitazione per varare legislazioni d'eccezione attraverso procedure d'eccezione'». 17:42 - «'Riteniamo che sarebbe un gesto irresponsabile ed omicida il dichiarare chiusa con il comunicato numero 8 delle Br la possibilità di trattative per la salvezza della vita di Aldo Moro'. Lo afferma un comunicato della redazione del giornale »Lotta continua«. 17:48 - »Alla richiesta delle Brigate rosse 'si deve rispondere senza esitare che essa è impossibile e pertanto inaccettabile'. Lo afferma «L'Avanti di domani nell'editoriale del suo direttore Vittorelli». 18:11 - «Il giornale 'Vita Sera' ha reso noto di aver ricevuto una lettera autografa, attribuibile all'on. Moro, di sette cartelle».
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22/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: AGNESE, SERVE VERITÀ STORICA PIÙ CHE GIUDIZIARIA |
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«Abbiamo bisogno di una verità storica più che di una verità giudiziaria. Restano ancora molti punti da chiarire su quei 55 giorni, dal sequestro a quello della morte di mio padre». Lo ha detto Agnese, figlia dello statista Aldo Moro, parlando a Cosenza a margine di un incontro promosso dalla Provincia per ricordare la figura del padre in occasione dei trenta anni dalla morte. «Credo - ha aggiunto - che i brigatisti e tutti coloro i quali hanno avuto qualche parte in quelle vicende politiche dovrebbero dire la verità. È necessaria una riflessione storica su quello che è accaduto e che ha segnato tutti gli italiani. Ad oggi ci sono persone che non sanno ancora chi ha ucciso i propri cari». «Avrei voluto - ha sostenuto Agnese Moro - che il sacrificio di mio padre non fosse mai avvenuto, ma credo che il modo in cui è avvenuto evidenzia che è servito a qualcosa. L'eredità che lui ha lasciato è legata all'impegno personale in tutto quello che ha fatto e nel costante richiamo all'impegno».
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21/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 22 APRILE; PAOLO VI AGLI UOMINI DELLE BR/ ANSA IL PRESIDENTE DEL CESIS, NAPOLETANO, SOSTITUITO CON PELOSI |
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22 aprile 1978, 38ø giorno del caso Moro. Mentre papa Paolo Sesto si rivolge, con una lettera, agli «uomini delle Brigate rosse», pregandoli «in ginocchio» di liberare Moro «semplicemente, senza condizioni», alle 15 scade senza notizie l'ultimatum lanciato dai terroristi. La frase 'senza condizioni' nella lettera del Papa sembra sconfessare le ipotesi di trattative e getterà Moro nello sconforto. Secondo alcune ricostruzioni, il Papa avrebbe inserito quella frase su pressione di qualcuno. Il Psi invece si spinge sempre più aventi sulla sua posizione, ormai apertamente favorevole a sondare tutte le possibilità di liberare Moro attraverso uno 'scambio' praticabile da un punto di vista 'legale'. L'ipotesi che si farà avanti è quella della liberazione 'umanitaria' di qualche terrorista con gravi problemi di salute. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 07:34 - «Il quotidiano 'La Repubblica'à informa stamani che ieri sera è giunta alla sua redazione 'un plico contenente il testo autografo dell'ultima lettera di Moro a Zaccagnini'». 10:41 - «Un appello di Paolo sesto per la liberazione di Aldo Moro è stato comunicato ai giornalisti dal suo portavoce, padre Romeo Panciroli». 10:48 - «Si tratta di un appello autografo, dato ai giornalisti alle 10,38 da padre Panciroli. 'Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse: restituite alla libertà, alla famiglia, alla vita civile l'on. Aldo Moro'». 10:51 - «La lettera, scritta completamente di propria mano da Paolo sesto, su fogli di carta recanti nell'intestazione lo stemma pontificio così prosegue: (...) 'Ed è in questo supremo di Cristo che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l'on. Aldo Moro, semplicemente senza condizionì». 11:44 - «Nel corso della riunione dei segretari regionali socialisti, il segretario del Psi, on. Bettino Craxi, ha letto la lettera di Paolo sesto e ha sottolineato 'l'analogia che in questa drammatica circostanza è emersa tra la posizione del Psi, ispirata agli ideali umani e civili del socialismo, e l'orientamento che ha ispirato con atti successivi l'intervento del magistero della Chiesa e ha detto che in queste ore si consuma una scelta tra umanit… e barbarie'». 12:15 - Con un comunicato, la presidenza del Consiglio dei ministri conferma titolare della prefettura di Roma il prefetto Gaetano Napoletano, che era segretario generale del Cesis, il nuovo organismo di coordinamento dei servizi segreti. Si tratta, praticamente, di una destituzione. Napoletano era l'unico, tra i vertici dei servizi segreti, non iscritto alla loggia massonica P2. Sarà sostituito da Walter Pelosi, iscritto alla P2. 12:34 - «La on. Magnani Noya, deputata del Psi, avvocata d'ufficio delle Brigate rosse nel processo di Torino, ha dichiarato:'L'insinuazione che il Psi stia trattando con le Brigate rosse è semplicemente ridicola. Se nell'ambito delle nostre relazioni professionali, in contatto con gli altri avvocati difensori e nel rispetto delle regole dell'etica professionale, emergono elementi utili ai fini di cause buone e giuste, questi non vengono da noi ignoratì». 12:58 - «'Noi non vogliamo cedere alle Brigate rosse' ha dichiarato alla radio francese l'on. Giancarlo Pajetta. 'Credo - ha aggiunto - che noi non vogliamo neanche cedere a coloro che potrebbero cedere'. 'Se la Democrazia Cristiana decidesse di negoziare, è evidente che ciò ci porrebbe un problema' ha aggiunto». 20:17 - «»L'avvocato milanese Sergio Spazzali ha detto di essere pessimista sulla intera vicenda. 'Bisognava - ha affermato ancora - che la Dc si dichiarasse disposta a prendere in esame una trattativa; invece ha preferito usare una formula che in pratica significa: fateci sapere quello che volete'. Secondo Spazzali, questo comportamento 'è un modo farisaico di dire no. È un no mascherato malissimo'«.
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21/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: LA FIGLIA MARIA FIDA, HO SBAGLIATO A CHIEDERE RIAPERTURA INDAGINI = 'PURTROPPO NON POSSO TORNARE INDIETRO, SONO IMPRIGIONATA TRA LA BUONA FEDE DI POCHI E LA MALA FEDE DI MOLTI' |
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«Sono costretta a ribadire ancora una volta che il mio legale dal marzo del 2005 non è l'avv. Nino Marazzita, ma l'avvocato Giuseppe Caccese. Quanto poi alla richiesta di ripertura delle indagini sul caso Moro, la figura di riferimento è il senatore Ferdinando Imposimato, che è anche l'autore della ricerca dei documenti che tale richiesta hanno determinato. In ogni caso con rammarico devo concludere che ho fatto male a richiedere la suddetta riapertura perchè mi trovo imprigionata tra l'incudine e il martello, dalla buona fede di pochi e dalla mala fede di molti». Lo dichiara all'ADNKRONOS Maria Fida Moro, la figlia maggiore di Aldo Moro. «Purtroppo - è l'amaro sfogo della figlia maggiore dello statista ucciso dalla Br - non posso tornare indietro, ma dichiaro di volermi estraniare totalmente dalla sorte delle stesse indagini, sempre più convinta che l'unica verità della quale desidero occuparmi è quella umana ed amorevole di mio padre Aldo Moro al quale, oltre che il diritto alla vita, è stato negato perfino il diritto alla integrità della memoria».
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21/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 21 APRILE; GUISO, MORO È L'INTERLOCUTORE/ LA FAMIGLIA: SALVATELO. LETTERA DI MORO A ZACCAGNINI |
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21 aprile 1978, il 37° giorno del caso Moro passa tra appelli, discussioni e prese di posizione sul tema di trattare o non trattare, mentre l'ultimatum dei brigatisti scade alle 15 del 22 aprile. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'Ansa: 02:12 - «Una nuova lettera autografa dell'on. Moro è pervenuta ieri all'on.Zaccagnini ed è stata consegnata dal segretario della Dc alle autorità competenti. La lettera - è stato dichiarato dagli ambienti della segreteria democristiana - è pertanto coperta dal segreto istruttorio». 11:11 - «La segreteria dell'on. Aldo Moro ha diffuso il seguente comunicato ufficiale:'La famiglia e gli amici rinnovano la ferma richiesta che venga salvata la vita di Aldo Moro rivolta ieri dalla signora Eleonora Moro alla Democrazia Cristiana ed al Governo. Essi chiedono che la Dc, assumendo un atteggiamento realistico, dichiari la propria disponibilità ad accertare quali siano in concreto le condizioni per il rilascio del suo presidente». 14:24 - «'Moro è l'interlocutore naturale per la Dc nelle trattative con le Brigate rosse', Con questa dichiarazione fatta al termine della venticinquesima udienza del processo a Curcio e compagni, l'avv. Giannino Guiso, difensore di fiducia del presunto capo storico dell'organizzazione in altri procedimenti, ha spiegato ai giornalisti qual è il suo pensiero. (...) 'Il rifiuto di una trattativa - ha aggiunto Guiso - non tiene conto della realtà. Se si dà una risposta negativa si dà un avallo all'esecuzione di Moro'». 16:18 - «Un altro particolare sarebbe emerso dall'esame dei documenti trovati nel covo: vi sarebbero appunti nei quali verrebbero indicati i nomi di persone che avevano testimoniato sull'imboscata di via Fani: Si tratterebbe di persone che avevano chiesto alla polizia di non rendere noti i loro nomi, che di conseguenza non erano mai stati pubblicati sui giornali». 16:53 - «De Martino afferma tra l'altro che 'il valore della vita umana non può mai essere estraneo a una morale socialista. La ricerca di una mediazione non implica assolutamente di cedere alla richiesta di uno scambio: vuol dire semplicemente ricerca di una via di uscita, un tentativo umanitario e niente altro'». 19:13 - «L'avvocato Prisco, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, , ha dato un'interpretazione giuridica sulla proposta avanzata dalle Brigate rosse di uno scambio di alcuni militanti della loro organizzazione per la vita dell'on. Moro. 'Il Codice di procedura penale - ha osservato Prisco - dispone con l'art. 355 che 'in nessun caso possono essere concessi salvacondotti a testimoni e altre persone'. Tra le persone rientrano sicuramente gli imputatì». 19:20 - «L'ufficio stampa della Questura di Roma ha smentito le notizie secondo le quali nel covo di via Gradoli sarebbero stati trovati nomi di persone che avevano testimoniato sull'imboscata di via Fani». 22:03 - «La riunione dei principali esponenti della Dc con Zaccagnini e Andreotti si è conclusa alle 21,45. Al termine, il capo della segreteria politica di Zaccagnini, on. Pisanu, ha letto ai giornalisti il seguente comunicato:'La Dc riafferma la propria indefettibile fedeltà allo Stato democratico, alle sue istituzioni e alle sue leggi, in operante solidarietà con i partiti costituzionali; ritiene che la disponibilità manifestata dalla Caritas internazionale, anche in relazione all'odierno appello della famiglia dell'on. Moro, corrisponda alla necessità di individuare possibili vie per indurre i rapitori dell'on. Moro a restituirlo in libertà»'
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21/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: LA LETTERA DI PAPA PAOLO VI ALLE BR/ SCHEDA DI DOCUMENTAZIONE |
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Ecco il testo della lettera di papa Paolo VI alle Brigate rosse (22 aprile 1978): Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d'avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, nè sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo. Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, nè tormentato da superfluo dolore. Già troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d'un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell'odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione. E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa. Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova.
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19/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 20 APRILE, ARRIVA IL VERO COMUNICATO NUMERO 7/ FOTO DI MORO CON GIORNALE DEL 19 APRILE, ULTIMATUM DI 48 ORE |
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20 aprile 1978, sono già 36 i giorni passati dal rapimento di Aldo Moro. La novità è che le Brigate rosse si fanno di nuovo vive con il vero comunicato numero 7, smentendo la paternità di quello, falso, del 18 aprile. Allegata al comunicato una nuova foto di Moro, con in mano una copia di un quotidiano del 19 aprile. Le Br danno un ultimatum di 48 ore per la «liberazione dei prigionieri comunisti». Tramite don Antonello Mennini, le Br recapitano anche due lettere (una al Papa e una al segretario Dc Zaccagnini) e, forse, una alla moglie. Quella al Papa non viene resa nota. Di quella a Zaccagnini si apprende nella notte, ma senza conoscerne i contenuti. La posizione socialista si differenzia sempre di più. Ucciso a Milano un maresciallo degli agenti di custodia. Ecco la cronaca del giorno attraverso le notizie dell'ANSA: 10:44 - «Il maresciallo Francesco Di Cataldo, del corpo degli agenti di custodia, è stato colpito in mezzo alla strada al margine delle striscie pedonali, mentre attraversava via Ponte nuovo all'angolo con via Caroli, dopo essere uscito, poco dopo le 7, dal portone del numero 48». 12:42 - «Un messaggio delle Brigate rosse, che porta il numero sette, è stato fatto trovare a un redattore dell'ANSA a Torino dopo una telefonata. Nel messaggio è detto che il rilascio dell'on. Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti. Secondo il messaggio il Governo ha 48 ore di tempo per decidere. Sono in corso accertamenti sull'autenticità del comunicato». 12:50 - «Il volantino firmato 'Comunicato numero 7' e datato 20/4/78 definisce 'falso e provocatorio il comunicato del 18 aprile attribuito alla nostra organizzazione». 14:23 - «L'avv. Guiso - difensore di fiducia di Renato Curcio non nel processo torinese, ma in numerose altre occasioni - ha detto:'È chiaro che il tempo perso finora sarà pagato caro. Se trattavano prima non si sarebbe arrivati all'ultimatum. Non ritengo che sia necessario un mediatore: le Brigate rosse hanno in mano Moro; è con lui che possono trattare. Non sono necessari altri'. (...) Ancora ieri Guiso aveva chiaramente detto che il comunicato in cui era stata annunciata l'uccisione di Moro era un falso (se ne accorgerebbe anche un bambino, aveva precisato) e si era anche chiesto chi ci fosse dietro a questo comunicato e al modo in cui veniva gestito. Aveva poi ribadito di essere disposto a fare da mediatore se questo risultasse necessario per salvare la vita di Moro». 15:10 - «Le valutazioni espresse dal segretario del Psi possono essere così riassunte:'Il susseguirsi confuso di messaggi determina la più grande incertezza. Occorre che i rapitori dell'on. Moro assumano una iniziativa che consenta di chiarire in modo certo lo stato reale della situazione. Essi dovrebbero consentire all'on. Moro di riprendere il filo del ragionamento centrale che egli aveva iniziato a svolgere nelle sue precedenti lettere. (...) Sulla base di questi elementi deve potersi compiere una analisi ed una valutazione approfondita delle vie di soluzione possibili». 15:16 - «Dai documenti trovati nel covo di via Gradoli risulta che i terroristi che agirono in via Fani acquistarono tutte le armi in negozi. (...) Infine è opinione degli investigatori che l'uomo che abitava in via Gradoli sotto il falso cognome di Borghi avesse anche le funzioni di postino e questo sarebbe il motivo per il quale, a differenza delle precedenti diffusioni di messaggi delle Brigate rosse, oggi il comunicato numero 7 non è stato fatto trovare a Roma». 15:29 - «Una foto dell'on. Aldo Moro è stata fatta trovare ad un redattore del Messaggero di Roma dopo una telefonata anonima. nella foto, l'on. Moro è ritratto con in mano una copia del quotidiano 'La Repubblica' in cui è visibile la data di ieri. La foto è stata fatta trovare poco prima delle 15». 16:00 - «Alla foto era allegata una copia del comunicato numero 7 delle Br fatto trovare a Genova, Torino e Milano». 16:07 - «La notizia dell'arrivo della fotografia che mostra l'on. Moro con in mano la 'Repubblica' di ieri è stata data al gruppo che coordina le indagini e le ricerche nella zona della valle del salto da un redattore dell'Ansa». 17:29 - «È contenuta in otto righe e mezzo, con alcune scritte in caratteri maiuscoli e alcune in carattere minuscolo sottolineate, la parte più importante del comunicato numero 7 diffuso oggi nelle solite quattro città (Roma, Torino, Milano, Genova). Sono in carattere maiuscolo le parole 'liberazione dei prigionieri comunisti' contenute alla fine dlla frase che pone le condizioni per 'il rilascio del prigioniero Aldo Moro'. Poi, proseguendo, nella frase successiva, sono sottolineate le parole 'chiara e definitiva' (riferite alla risposta della Dc). Ancora nella frase successiva, dove si pone l'ultimatum alla Dc e al Governo, sono sottolineate le parole '48 ore di tempo per farlo, a partire dalle ore 15 del 20 aprile'». 18:12 - «Poco dopo le 17 sono cominciati a rientrare al campo base le centinaia di uomini che per tutta la giornata hanno battuto le pendici del massiccio della Duchessa». 19:27 - «Nel pomeriggio Curcio ed alcuni altri imputati si sono incontrati con l'avvocato Guiso. Un colloquio di una ventina di minuti durante il quale Guiso li ha informati dettagliatamente sul contenuto del volantino ormai pubblicato integralmente anche sui giornali del pomeriggio. Al termine, Guiso non ha ritenuto opportuno fare dichiarazioni sulle reazioni dei brigatisti». 19:37 - «Tra i documenti trovati nel covo di via Gradoli ce ne sono anche alcuni che dimostrerebbero che i brigatisti rossi sarebbero venuti in possesso di notizie riservate contenute in rapporti fatti dagli investigatori nel corso delle indagini sui terroristi».
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18/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO, IN UN 'DIZIONARIO' 30 ANNI DI MISTERI = MONDADORI PUBBLICA 'ALDO MORO, UN DIZIONARIO ITALIANO' DI STEFANO GRASSI |
Il caso Moro: una tragedia italiana, ma anche un ingarbugliato enigma della storia recente di questo paese. A trent'anni di distanza dal rapimento e dalla morte dello statista democristiano, «Aldo Moro. Un dizionario italiano» di Stefano Grassi (Mondadori, pagg. 808, 20 euro), offre un'inedita e appassionante lettura per voci e rimandi del caso che si aprì il 16 marzo del 1978 con la strage di via Fani. Il corposo volume di Grassi, una sorta di ipertesto cartaceo, parte dall'idea che per orientarsi in quella nebulosa, in quel 'buco nero' del nostro passato recente, possa essere utile una narrazione che segua l'ordine non del racconto, ma dell'elenco; un inventario, spiega l'autore, che nella frammentazione per singole voci scopra la testimonianza e il dettaglio come chiavi di accesso al mistero.Se, infatti, la peculiarità del caso Moro risiede nell'enorme numero di soggetti che in un modo o nell'altro vi entrano, ciascuno portando con sè una verità propria e diversa da tutte le altre, la forma 'elementarè del dizionario, «luogo eletto di una non-verità, in quanto sempre aperto all'improvvisa e altrettanto obiettiva smentita, all'evolversi del discorso», può offrire un'altra verità possibile, meno contestabile di altre. Dalla 'A di Abatangelo, Pasquale, uno dei 13 prigionieri politici di cui le Br chiedono la liberazione, alla 'Z' di Zweiter, Abd al-Wael, l'intellettuale palestinese, rappresentante di Al Fatah in Italia, assassinato dal Mossad a Roma nel 1972 e il cui omicidio, secondo il giornalista Mario Scialoja, sarebbe stato citato da Moro nelle pagine mancanti del memoriale, passando per le voci più disparate, come 'black out telefonico', 'fuga' e 'tunnel segreto', «Aldo Moro. Un dizionario italiano» è in realtà un puzzle, «un'opera collettiva», sottolinea Grassi, «fatta di indizi e testimonianze, ritagli di giornale e frammenti dispersi nella rete, atti giudiziari, resoconti parlamentari e interventi politici, voci e teorie più o meno fondate, leggende metropolitane, indiscrezioni incontrollabili».
Tra le centinaia di voci del 'dizionario', ce n'è una intitolata 'Auto rubate', in cui Grassi ricostruisce fin nel minimo dettaglio, attraverso testimonianze e documenti, la storia di tutte le vetture coinvolte nel caso Moro. Nella voce 'Album di famiglia', arricchita anche da un'appendice 'Documenti', invece Grassi racconta: «Fino ai giorni del rapimento Moro la sinistra ufficiale, non accettando l'appartenenza delle Brigate rosse alla sua stessa matrice culturale, accentua propagandisticamente l'idea di un carattere provocatorio del gruppo, che fingerebbe di essere rosso ma perseguirebbe in realtà interessi antipopolari e antioperai. Il 28 marzo 1978 sul quotidiano 'il manifesto' esce un corsivo di Rossana Rossanda, storica fondatrice del giornale dei dissidenti del Pci, intitolato 'L'album di famiglia', che ammette la provenienza delle Br dalla medesima famiglia del comunismo italiano facendo notare come il linguaggio utilizzato dal gruppo armato, oltre a essere più complesso che in passato, si connoti di termini ed elementi provenienti dalla cultura comunista. L'osservazione della Rossanda suscita violente polemiche nel mondo politico e una dura risposta sull»Unità«, quotidiano del Pci, a firma di Emanuele Macaluso». Nella voce 'Ghetto', Grassi racconta in quanti e quali diversi modi entra nella vicenda Moro l'area del centro storico di Roma storicamente abitata dagli ebrei della Capitale. Rimanda a 'Ghettò, anche un'altra voce, 'Veggentì: «Più volte la pubblicistica - scrive Grassi - ha fatto riferimento a una base o prigione nella zona romana del Ghetto: questa, secondo il veggente olandese Gerard Croiset, appositamente consultato dall'agente dell'Ucigos, Augusto Belisario, avrebbe avuto due leoni sul portone. Si è ipotizzato, allora, palazzo Orsini, sede dell'Immobiliare Savellia di piazza di Monte Savello, che presenta le caratteristiche descritte. Anche palazzo Caetani, nel cortile interno, a cui si accede mediante un passo carrabile, ha due grandi leoni su un bassorilievo, intenti ad azzannare due cavalli». Non poteva mancare la voce 'Grande Vecchiò. «Dietro le campagne del terrorismo c'è una mente che dirige le operazioni. Questa idea si fa strada fin dai primi giorni del sequestro Moro - racconta Grassi - L'espressione 'the big old man' viene coniata proprio durante il rapimento da Steve Pieczenik, l'esperto americano che con le sue teorie convincerà Cossiga. Egli sostiene che il terrorismo è autoctono, e che occorre cercare l'anello di congiunzione tra il mondo terrorista e l'esterno: il capo occulto, onnipotente e italiano delle Br. Un'ipotesi simile è anche alla base del cosiddetto 'teorema Calogero' (...). Nell'aprile 1980, il giornalista della 'Repubblica' Guido Passalacqua scrive che qualcuno, dall'alto - una, due, tre persone - decide le campagne del terrorismo. Qualcuno che conta molto di più della direzione strategica delle Br».
Secondo Passalacqua, scrive Grassi, «gambizzato meno di un mese dopo, l'unico collegamento con gli operativi sarebbe costituito da Mario Moretti. Nello stesso mese esce su 'Metropoli', periodico dell'Autonomia, diretto da Piperno e Pace, un articolo sul caso Moro e le vicende a esso collegate, carico di messaggi esoterici, intitolato L'Oroscopone. Qui, una certa Maga Ester, leggendo le carte, parla di un russo, un 'gran signorè, che appartiene alle 'carte vecchiè, e che alla fine si rivelerà il 'gran nemicò dell'organizzazione terroristica (...). L'identikit del 'grande capo' Br, disegnato dall'articolo, giocato sull'immaginaria seduta di una cartomante che cerca di capire quale sarà il destino dei capi dell'Autonomia, finiti in carcere, richiama per alcuni aspetti quello del direttore di orchestra Igor Markevitch, su cui la procura romana indaga nell'ambito dell'inchiesta Moro-sexies (...)». Nella voce 'Tunnel segreto', Grassi osserva che «tra le varie leggende metropolitane della capitale, legate al caso Moro, c'è anche quella secondo la quale esisterebbe un tunnel segreto, che collegherebbe i principali palazzi della politica romana: dal Quirinale a palazzo Chigi, dalla Camera ad alcuni ministeri, ospedali, e anche Forte Braschi e Forte Boccea. Di questa misteriosa galleria si parla anche nei giorni del sequestro Moro. In particolare, nel punto in cui la strada sotterranea s'intersecherebbe con la via Cassia, verso le 10 del mattino del 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Moro, gli uomini di una gazzella dei carabinieri vedono uscire trafelati quattro individui, intenti a sostenerne un quinto. Tutti quanti indossano divise dell'aeronautica militare». «Il rapporto dell'equipaggio della gazzella riappare, insieme al famoso piano Paters - prosegue la voce - tra le carte dell'ex Ufficio affari riservati del Viminale. Il 30 ottobre 1997 il vicepresidente della Camera, Alfredo Biondi, invia una lettera al presidente del Consiglio e ai ministri dell'Interno e della Difesa per chiedere chiarimenti sul tunnel segreto. Biondi, responsabile della sicurezza interna a Montecitorio, si rivolge al governo quando il problema del presunto tunnel viene posto in aula da Marco Zacchera di An, il quale, citando articoli comparsi sulla 'Nazione' e sul 'Giorno', afferma che la galleria illuminata, con una strada a due corsie, potrebbe essere stata utilizzata anche nella vicenda Moro». «Il tunnel, secondo i giornali, era stato scoperto accidentalmente un mese prima del sequestro da alcuni operai, che sarebbero stati, per questo, minacciati da uomini armati».
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18/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 19 APRILE, CONTINUA LA RICERCA ALLA DUCHESSA/ POCHE LE NOTIZIE SUL MATERIALE TROVATO IN VIA GRADOLI |
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19 aprile 1978, trentacinquesimo giorno dalla strage di via Fani. Continuano le ricerche 'impossibili' del corpo di Moro nel lago della Duchessa ghiacciato da mesi. Passano invece del tutto in secondo piano le notizie sul covo di via Gradoli. Forse era questo l'effetto che si voleva ottenere con il falso comunicato. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 8:49 - «Alle sei di stamani sono riprese le ricerche nella zona dei monti della Duchessa dove si trova il lago omonimo citato nel volantino attribuito alle Brigate rosse». 9:55 - «Squadre di sciatori dei carabinieri e della guardia di finanza sono sulle rive del lago della Duchessa alla ricerca di eventuali tracce che avvalorino l'ipotesi del possibile ritrovamento del corpo dell'on. Moro nelle acque del lago. Sulla superficie i vigili del fuoco dell'Aquila, i quali, dopo aver compiuto alcune perforazioni nella crosta di ghiaccio, faranno immergere i sommozzatori. Sull'esito di tali e tante ricerche gli inquirenti nutrono forti dubbi. Il sostituto procuratore della Repubblica di Rieti, Canzio, ha dichiarato che le ricerche saranno continuate fino a che non ci sarà una valida ragione per sospenderle». 11:26 - «È stato reso noto dagli ambienti della Questura che la donna bionda, giovane e piacente notata ieri nei pressi di via Gradoli su una moto di grossa cilindrata è stata rintracciata: è stato accertato che si tratta di una persona abitante nella zona e che è risultata essere completamente estranea ai brigatisti». 12:00 - «Sono terminate le prime perizie fatte dalla polizia e da un gruppo di esperti sul comunicato numero 7 delle Brigate rosse. Sul loro esito viene conservato il massimo riserbo. Si è appreso, tuttavia, che allo stato attuale sarà molto difficile poter accertare senza ombra di dubbio l'autenticità del comunicato». 12:30 - «I sommozzatori si apprestano a scendere nel lago della Duchessa il cui strato di ghiaccio è stato fatto saltare con microcariche di tritolo da due squadre di artificieri». 12:54 - «Verso le 12,20 una prima squadra di tre sommozzatori dei vigili del fuoco è ritornata in elicottero al campo base. »Lassù è tutto ghiaccio tritato - hanno detto i vigili - non siamo riusciti a trovare l'acqua nei punti dove ci siamo infilati nelle buche aperte con l'esplosivo. La profondità massima del lago dovrebbe essere intorno a un metro e mezzo«. 13:36 - »È stato stabilito senza alcuna ombra di dubbio che il lago è ricoperto da uno strato di neve abbastanza fresca di circa 25-30 centimetri. Questa neve, secondo gli esperti, risale a quattro o cinque giorni fa. È stato stabilito in maniera altrettanto inequivocabile che lo strato di ghiaccio risale senz'altro a dicembre o gennaio: da qui la conclusione che il corpo di Moro se effettivamente si trova nel lago non può che essere tra il ghiaccio e la neve«. 13:49 - »Una telefonata anonima è stata fatta alle 12,35 alla cronaca del 'Messaggero' per annunciare che era stata lasciata una busta, ma sul posto indicato non è stato trovato nulla.(...) 'Siamo le Brigate rosse - ha detto lo sconosciuto - siete degli stronzi perchè ieri non avete trovato il secondo messaggio'«. 14:14 - »È stato fatto notare che le condizioni di innevamento delle ultime settimane sono state tali da far escludere che sia stato possibile salire in quota con un pesante fardello, in zone in cui in questa stagione non vanno neanche le persone del luogo, che pure conoscono l'insieme della montagna«. 15:52 - »Se non si troverà una copia ciclostilata del comunicato numero 7 delle Brigate rosse sarà difficile avere la prova definitiva della sua autenticità, messa in dubbio da alcune caretteristiche anomale: un 'dattilografo' (e un disegnatore) che non è quello di sempre; la diffusione avvenuta soltanto a Roma; l'anticipo notevole dell'orario«. 19:40 - »'Le ricerche fatte oggi sul lago - ha detto il sostituto procuratore della Repubblica di Rieti Giovanni Canzio - hanno avuto esito negativo anche se, per scrupolo professionale, d'accordo con i vigili del fuoco di Rieti e dell'Aquila si farà domani un'operazione antivalanghe con i mezzi tecnici idonei e con l'impiego di 30-40 uominì«. 20:26 - »Un ordigno esplosivo è stato lanciato poco prima delle 20 contro la caserma dei carabinieri di via Salaria, sede dell'ottavo battaglione dei carabinieri, alla altezza della zona di Forte Antenne. Militi avrebbero reagito sparando una raffica di mitra«. 21:15 - »L'attentato contro la caserma dei carabinieri è stato rivendicato con una telefonata anonima alla cronaca del quotidiano romano 'Il Messaggero'. Un uomo ha detto:'Qui Brigate rosse. Abbiamo attaccato la caserma dei carabinieri di Monte Antenne con bombe a mano e armi automatiche'«. 22:10 - »Sono completamente estranee ad ogni responsabilità le persone ritratte nelle fotografie delle sei carte di identità trovate nell'appartamento di via Gradoli: lo hanno fatto sapere i funzionari di polizia i quali, tuttavia, non hanno precisato in che modo i terroristi ne erano venuti in possesso. Da indiscrezioni, sembra che le sei carte di identità non ancora compilate nella descrizione di tutti i particolari facevano parte di uno stock di documenti rubati alcuni mesi fa alla quindicesima circoscrizione di via Portuense. Una parte delle carte di identità rubate fu trovata ad Ostia«
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17/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: TONI CHICHIARELLI, UNO STRANO FALSARIO/ L'UOMO DEI MESSAGGI MISTERIOSI, AUTORE DEL FALSO COMUNICATO |
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(di Stefano Fratini) La versione ufficiale sul caso Moro, ormai dominante, vuole che tutto sia ormai chiaro e che i presunti 'misteri' non siano altro che fantasie di 'dietrologi'. Uno dei personaggi chiave di questa 'fantasie' si chiama Antonio Chichiarelli, detto 'Toni'. IL PERSONAGGIO - Chichiarelli è stato ucciso sotto casa il 27 settembre 1984 da qualcuno che non è mai stato trovato. Nel 1990 l'inchiesta sull'omicidio è stata archiviata senza colpevoli. Toni era un falsario (molto abile, anche nei falsi d'arte) e rapinatore romano legato alla banda della Magliana. Secondo i racconti di alcuni personaggi a lui vicini, sarebbe stato lui l'autore del falso comunicato numero 7. Chichiarelli sarebbe anche l'autore di un altro stranissimo comunicato, scritto in codice, fatto trovare pochi giorni dopo l'uccisione di Moro e firmato Brigate rosse-cellula Roma sud. IL BORSELLO SMARRITO - Il 14 aprile 1979, poche settimane dopo l'uccisione di Pecorelli, è sempre Chichiarelli che fa trovare un borsello contenente oggetti legati alla vicenda Moro. Il borsello, apparentemente smarrito su un taxi, viene consegnato al colonnello Antonio Cornacchia, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma (e iscritto alla P2), grazie a due giovani americani. Al suo interno ci sono una pistola Beretta calibro 9 con matricola limata; un caricatore; undici pallottole 7,65 e una di calibro maggiore; una testina rotante Ibm di corpo 12; un mazzo di nove chiavi; due cubi flash; un pacchetto di fazzoletti di carta marca Paloma; una cartina autostradale della zona comprendente il lago della Duchessa; una bustina con tre pillole bianche; alcuni fogli dell'elenco telefonico di Roma con i numeri dei centralini dei ministeri; un falso volantino brigatista; un pezzo del biglietto del traghetto Messina-Villa San Giovanni; quattro fotocopie di schede dattiloscritte stese in un linguaggio simile a quello della polizia, una delle quali riguardante l'omicidio di Pecorelli (con annotazioni riguardo materiale recuperato e alcune cifre relative a parti mancanti). Le schede risultano scritte con la stessa testina Ibm usata per il falso comunicato numero 7. Alcune allusioni non sono di facile comprensione, ma altre sono chiare: i dodici proiettili, sparati da due armi diverse, con i quali Moro è stato ucciso; la testina rotante con cui sono stati scritti i comunicati; i nove comunicati emessi delle Br; le due fotografie di Moro scattate dai brigatisti; il comunicato del lago della Duchessa; i medicinali di Moro; i fazzoletti di carta con cui sono state tamponate le ferite dopo l'esecuzione. La scheda su Pecorelli allude alla connessione dell'uccisione del giornalista con il caso Moro e a documenti scomparsi. LA MAXI-RAPINA - Nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1984, Chichiarelli compie una rapina da 35 miliardi di lire alla Brink's Securmark, considerata dagli inquirenti come una sorta di ricompensa per il presunto ruolo di intermediazione svolto dalla banda nella vicenda Moro. Prima di andarsene, i banditi scattano alcune foto Polaroid a un vigilante con al collo un cartone su cui hanno disegnato la stella 5 punte. Sul posto lasciano una granata Energa (del tipo usato durante l'agguato mortale al colonnello Varisco), sette chiavi, sette piccole catene e sette proiettili calibro 7,62 Nato. Due giorni dopo, una telefonata al quotidiano Il Messaggero annuncia che in un cestino in Piazza Gioacchino Belli (lo stesso posto del falso comunicato numero 7) c'è una rivendicazione. Ci sono anche ricevute della Brink's, tre proiettili calibro 7,62 Nato, due pezzi di foto Polaroid a colori con uno striscione delle BR con la stella a 5 punte, gli originali delle schede (tra cui quella su Pecorelli) lasciate in fotocopia nel borsello. Nel comunicato di rivendicazione è scritto tra l'altro che «i vari arresti indiscriminati, la 'scoperta' di covi (Via Ferentano) non sono altro che sottili messinscene per creare allarmismi». strano il riferimento alla scoperta del covo, la cui notizia era stata data dalle agenzie la sera del 23 marzo. In Via Ferentano c'erano, oltre ad armi, esplosivi e tutto il resto del corredo brigatista, ben 1.479 schede su esponenti del mondo politico, imprenditoriale, militare. LE RIVELAZIONI - Nel giugno 1988 un settimanale pubblica le dichiarazioni di un amico di Chichiarelli che dichiara di aver visto nelle mani di Chichiarelli una Polaroid con la quale il falsario gli disse di aver fotografato Aldo Moro durante la sua prigionia, aggiungendo di aver conservato un paio di fotografie. «Toni mi ha detto - dice ancora il personaggio nell'intervista - che è stato militante delle Br e che in quella organizzazione ha svolto un ruolo importante».
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17/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: VIA GRADOLI, SCOPERTA DI UN COVO ANNUNCIATO/ ANSA LA BASE DELLE BR ROMANE SEGNALATA ANCHE DALLO SPIRITO DI LA PIRA |
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(di Stefano Fratini) La scoperta del covo di via Gradoli è il primo successo degli investigatori dall'inizio del caso Moro, o meglio, lo sarebbe se quella giornata del 18 aprile non celasse ancora molti, troppi, misteri irrisolti: VIA GRADOLI - È una stradina stretta sulla Cassia. Il covo era stato preso in affitto alla fine del 1975 da Mario Moretti, che si qualifica come ing. Mario Borghi. I primi inquilini Br di via Gradoli sono Lauro Azzolini e Carla Brioschi, poi Valerio Morucci e Adriana Faranda, Infine Mario Moretti e Barbara Balzerani. Lo strano è che decine di appartamenti di quel palazzo erano intestati a società vicine al Sisde. Inoltre, più o meno di fronte, abitava un sottufficiale del Sismi, coetaneo e compaesano di Moretti. LA PERDITA D'ACQUA - La scoperta dell'appartamentino dove abitavano Mario Moretti (la 'primula rossa' delle Br) e Barbara Balzerani avviene per caso, per una perdita d'acqua. L'inquilina dell'appartamento del piano di sotto chiama l'amministratore che fa intervenire l'idraulico e, visto che questi non riesce ad entrare nell'appartamento dov'era la perdita, i pompieri. I vigili del fuoco si accorgono immediatamente che si tratta di una base di terroristi e chiamano la polizia. Si accorgono anche che la perdita d'acqua non è casuale ma provocata dalla doccia lasciata aperta e direzionata, perchè appoggiata su una scopa all'interno della vasca, verso il muro. IL MANUALE DEL PERFETTO BRIGATISTA - Il 'covo' è pieno di tutte le cose che ci si aspetta di trovare in un covo di terroristi: armi, documenti falsi e materiale per falsificarli, divise varie, documenti, ricetrasmittenti e molto altro. Tutto lasciato nel più completo disordine, contro ogni regola di comportamento di qualsiasi 'manuale del bravo terrorista', che consiglia un ordine perfetto per resistere a perquisizioni superficiali. IL MANUALE DEL PERFETTO INVESTIGATORE - Anche gli investigatori violano pesantemente la regola che consiglia, una volta scoperto un covo, di appostarsi e attendere in silenzio il ritorno degli abitanti. Invece arrivano auto, moto, sirene e la scoperta viene strombazzata ai media (la Balzerani dirà di aver saputo dal Tg la notizia che il suo rifugio era stato scoperto). LA PRIMA PERQUISIZIONE - Due giorni dopo la strage di via Fani la polizia era arrivata a perquisire il palazzo ma, trovata la porta chiusa, se ne era andata, nonostante una ragazza egiziana che abitava lì, amica del commissario Elio Coppa (iscritto alla P2) avesse detto di aver sentito rumori sospetti (trasmissioni radio in alfabeto Morse) provenire dall'interno 11. LA SEDUTA SPIRITICA - Il 2 aprile, in una casa di campagna vicino Bologna, un gruppetto di professori universitari tra cui Romano Prodi, Mario Baldassarri e il padrone di casa Alberto Clò pensa bene di fare una seduta spiritica, evocando lo spirito di La Pira per chiedergli dove si trova Moro. Il bello è che La Pira risponde indicando, tra l'altro, la parola Gradoli. Prodi segnala la cosa. Ufficialmente sarà perquisito il paese di Gradoli (cosa che non risulta). Quando la moglie di Moro chiede a Cossiga se non potesse trattarsi di via Gradoli, il ministro dell'interno risponde che sullo stradario di Roma non esisteva una via Gradoli. Strano anche che la famiglia Moro non abbia chiesto a Prodi la vera fonte dell'informazione (o se lo ha fatto, non lo ha mai detto e non ha mai detto la risposta). I CALABRESI - Al processo Pecorelli, l'ex parlamentare Dc calabrese Benito Cazora dice che una settimana dopo via Fani un certo 'Rocco', calabrese anche lui, gli accennò ad un covo delle Br a via Gradoli e di averne informato il questore di Roma. LA BRUNA - Antonio La Bruna, ex ufficiale del Sid e anche lui iscritto alla P2, ha affermato che, prima della scoperta della base delle Br, l'ing. Puccinelli, presidente della International Opus Christi, sua occasionale fonte informativa, gli aveva segnalato che a via Gradoli c'era «qualcosa su cui vale la pena di indagare». VARISCO - Nel 1995, l'avvocato Rocco Mangia rivela di aver parlato dei suoi sospetti su via Gradoli ad Antonio Varisco, ufficiale dei carabinieri, riferendo le impressioni di un'amica che frequentava la palazzina. LA CARTOLINA MISTERIOSA - Il 22 aprile qualcuno spedisce da Fidenza (Parma) una cartolina indirizzata a Vincenzo Borghi, via Gradoli 96. In realtà lo pseudonimo di Mario Moretti è Mario Borghi, ma il nome sbagliato Vincenzo compare nel rapporto del colonnello dei carabinieri Antonio Cornacchia (iscritto alla P2) sulla scoperta del covo, e in una nota pubblicata da Pecorelli su «Op». La cartolina riproduce alcune immagini di Piacenza e una cartina stradale dei dintorni, nella quale qualcuno ha segnato con una crocetta la località di Cortemaggiore. Sulla cartolina, recapitata il 29 aprile, è scritto: «Saluti B.R.». IL COMUNICATO FALSO, IN CONTEMPORANEA - Lo stesso giorno (e praticamente la stessa ora) della scoperta di via Gradoli, in un cestino di piazza Belli viene trovato il falso comunicato numero 7 che annunciava che Moro era stato ucciso, anzi 'suicidato' e che il suo corpo si trovava nel lago della Duchessa, un posto sperduto tra le montagna al confine tra le province di Rieti e L'Aquila. Un comunicato visibilmente falso per molti motivi: era stato lasciato solo a Roma e non anche a Milano, Torino e Genova; era fotocopiato e non ciclostilato; era breve invece che lungo; era ironico invece che serissimo; era inattendibile anche perchè la zona del lago della Duchessa era ricoperta di neve e inaccessibile da dicembre, il lago era ghiacciato da mesi, i fuoristrada non riescono ad arrivarvi e gli elicotteri non possono atterrare. Per immergersi, i sommozzatori dovranno aprirsi un varco con le cariche esplosive. Nonostante questo (e altro) Vicinale e magistrati non esitano a dichiarare autentico il comunicato. Quale rapporto ci sia stato tra scoperta del covo e falso comunicato nessuno l'ha mai chiarito.
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17/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: IL FALSO COMUNICATO NUMERO SETTE/ ANSA (SCHEDA DI DOCUMENTAZIONE) |
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Questo è il testo del falso comunicato numero 7 delle Brigate rosse, trovato il 18 aprile 1978: IL PROCESSO AD ALDO MORO Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo «dittatoriale» della DC che per ben trent'anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l'avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante «suicidio». Consentiamo il recupero della salma, fornendo l'esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perchè‚ si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio. È soltanto l'inizio di una lunga serie di «suicidi»: il «suicidio non deve essere soltanto una »prerogativa« del gruppo Baader Meinhof. Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime. P.S. - Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà »vigilata«. 18/4/1978 Per il Comunismo Brigate Rosse
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17/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 18 APRILE, VIA GRADOLI E LAGO DELLA DUCHESSA/ IL COVO SCOPERTO PER UNA PERDITA D'ACQUA, IL LAGO GHIACCIATO |
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18 aprile 1978, trentaquattresino giorno del rapimento Moro, è la giornata dei colpi di scena. La scoperta del covo di via Gradoli avviene in contemporanea con il ritrovamento di un sedicente comunicato numero 7 delle Brigate rosse, falso in modo evidentissimo, ma stranamente accreditato cone 'autentico' da Viminale e inquirenti. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 10:52 - «Un 'covo' è stato trovato stamane in un appartamento di via Gradoli 94, una strada che si trova all'altezza del km. 10,500 della via Cassia. All'interno, secondo le prime notizie giunte, sarebbero stati trovati manoscritti, riferentisi al rapimento dell'on. Moro, e alcuni passamontagna». Questa prima notizia contiene un errore. Il numero civico è 96 e non 94. 10:59 - «L'intervento di polizia e carabinieri in via Gradoli è stato chiesto dai vigili del fuoco, chiamati a loro volta per un intervento in un appartamento all'interno sette dello stabile di via Gradoli. In questo appartamento, secondo quanto si è appreso fino a questo momento, era avvenuto un allagamento». 11:12 - «La sala operativa della Questura ha diramate le ricerche di una moto Honda rossa, sulla quale si troverebbe una donna bionda, vista allontanarsi da via Gradoli». 11:31 - «Fino alle 7,30 di questa mattina l'appartamento di via Gradoli trasformato in covo era sicuramente occupato da qualcuno: è questa la circostanza di maggior rilievo emersa dopo la testimonianza di una signora che abita nello stesso palazzo e che è stata intervistata da un redattore dell'ANSA. La signora è stata svegliata stamani dal rumore di passi 'frettolosi' che provenivano dall'appartamento sovrastante e non ha dato peso eccessivo alla cosa. Qualche minuto dopo si è accorta che sul soffitto del bagno si allargava una macchia d'acqua. Allarmata la donna ha allora telefonato ai vigili del fuoco. Questi ultimi, giunti sul posto, hanno sfondato la porta dell'appartamento n. 11 e si sono resi conto di trovarsi davanti ad un covo dei brigatisti». 12:15 - «I vigili accorsi, hanno sfondato la porta e hanno constatato che l'acqua usciva dall'impianto della doccia ed aveva invaso tutto il bagno. La doccia, evidentemente, era stata lasciata aperta da qualcuno che si era allontanato in fretta». 12:20 - «A seguito di una segnalazione telefonica a un quotidiano della Capitale è stato rinvenuto un volantino dal seguente contenuto». Il 'comunicato numero 7', falso, annunciava «l'avvenuta esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro mediante suicidio» aggiungendo che il suo corpo era immerso «nei fondali limacciosi» del lago della Duchessa. «Per compiere i conseguenti accertamenti - scriveva l'ANSA - reparti delle forze dell'ordine stanno confluendo nella indicata località insieme a sommozzatori dei vigili del fuoco. Sul luogo si sono recati immediatamente il procuratore capo della Repubblica di Roma, De Matteo, accompagnato dal vicecapo della polizia Santillo». 12:59 - «Da un primo, superficiale esame del comunicato sembra molto probabile che la macchina per scrivere usata sia la stessa dei messaggi precedenti». 13:00 - «Non risulta che finora copie del presunto comunicato numero 7 delle Brigate rosse siano state fatte recapitare a Torino, Genova e Milano, come era avvenuto per gli altri comunicati». 14:52 - «La zona del lago della Duchessa è ormai da alcune ore perlustrata minuziosamente da elicotteri della polizia e dei carabinieri. A bordo di uno degli elicotteri si trovano i magistrati accorsi sul posto. La zona è ricoperta da uno spesso manto di neve che rende praticamente impossibile ai velivoli di atterrarvi, anche perchè, dicono gli agenti di polizia e i carabinieri, sotto il manto di neve c'è fanghiglia». 14:53 - «Ciò che si può per il momento evincere dalle frasi degli investigatori è che è praticamente impossibile per chiunque trasportare senza l'ausilio di elicotteri un corpo in questa zona del lago della Duchessa». 15:15 - «Una inquilina dello stabile ha riferito che circa venti giorni fa agenti del commissariato Flaminio nuovo, competente per zona, fecero una perquisizione nella palazzina che comprende l'appartamento all'interno 11: la donna non sa se furono perquisiti tutti gli appartamenti». 16:49 - «La superficie del lago della Duchessa è completamente ghiacciata, le sponde e le pendici delle montagne intorno sono coperte da un alto strato di neve. Il ghiaccio è compatto e sulla neve non sono state trovate impronte. I vigili del fuoco si sono immersi nelle acque gelate del vicino laghetto di Cerasolo, la cui superficie non era completamente ghiacciata, hanno ispezionato i fondali e non hanno trovato alcun corpo». 17:40 - «A proposito del 'comunicato numero 7', il procuratore De Matteo ha detto di ritenere che sia autentico 'anche se - ha aggiunto - non ho potuto esaminarlo attentamente'». 19:16 - «Due perizie per accertare l'autenticità del comunicato numero 7 sono state disposte dalla polizia e dal tribunale. Il lavoro dei periti si presenta però molto difficile. Il volantino fatto trovare nel cestino dei rifiuti di piazza Gioacchino Belli non è un originale da ciclostile bensì una fotocopia». 20:29 - «Un appello per la difesa della vita di Aldo Moro è stato sottoscritto da un gruppo di intellettuali, uomini politici, esponenti della gerarchia ecclesistica». Tra i firmatari David Maria Turoldo, Raniero La Valle, Adriano Ossicini, Carlo Bo, Dario Fo, Mario Agnes, Marco Pannella. 21:07 - «Verso le 20,30 è cominciata una battuta in una zona a tre chilometri dalla valle del Salto tra l'autostrada dell'Aquila e la strada Ciccolana. Polizia e carabinieri, in seguito ad una segnalazione, si sono receti verso una cava di ghiaia che confina con un pantano».
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16/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 17 APRILE, INTERVENTO ONU, AMNESTY E CARITAS/ SI MOLTIPLICANO LE DISPONIBILITÀ A INIZIATIVE UMANITARIE |
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17 aprile 1978, 33° giorno del rapimento Moro. Amnesty international si dice disponibile a fare qualcosa. Lo stesso per Caritas internationalis che dice però di non essere stato ancora interpellato. Anche il segretario generale dell'Onu Kurt Waldheim lancia un appello per la liberazione dell' on Aldo Moro. Il Pci ribadisce la linea della fermezza. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 14:15 - Dopo la riunione del Comitato centrale del Pci, Bufalini riferisce che contro le Brigate rosse «Ci vuole fermezza assoluta. Se si subisse il ricatto - e in caso di tale livello e portata! - si aprirebbe la via al disfacimento dello Stato; o comunque ad una situazione riconosciuta di scontro militare che esigerebbe conseguenti, gravissime misure». 14:26 - «Si è appreso oggi che alcuni movimenti nei pressi dello studio dell'on. Moro in via Savoia 88 furono segnalati dalla polizia alla magistratura verso i primi di marzo. Subito dopo la strage di via Fani e il rapimento del presidente della Dc circolò la voce che la possibilità di azioni criminali verso l'on. Moro era stata ventilata alla Procura della Repubblica. Seguì una smentita». 16:11 - «'Non spargete altro sangue, non uccidete più'. Questo appello ai rapitori dell'on. Moro viene rivolto oggi dall'Osservatore Romano in un breve corsivo non firmato». 17:33 - «Il presidente del Senato Fanfani ha aperto oggi i lavori dell'Assemblea con un discorso sull'ultimo messaggio delle Brigate rosse. 'Il susseguirsi di penosi avvenimenti - ha detto ai senatori, i quali lo hanno ascoltato in piedi - spesso rende difficile resistere ad un impulso dell'animo: quello di esprimere amarezza allorchè, per insorte difficoltà, sembrano aver avuto insufficienti accoglimenti le sollecitazioni dirette a far prendere appropriate, tempestive, democratiche decisioni per prevenire temuti avvenimenti». 18:08 - «Il ministro della Sanità signora Tina Anselmi alle 17,10 è giunta in casa della famiglia Moro scortata dagli agenti di servizio: Questa è la quarta volta, dopo le tre visite fatte ieri, che la signora Anselmi si reca nell'abitazione del presidente della Dc». 18:31 - «La 'Caritas internationalis' ha reso noto che il presidente mons. Giorgio Hussler ha fatto oggi pomeriggio a Friburgo (Germ. Occ.) la seguente dichiarazione in merito alla drammatica vicenda che coinvolge l'on. Moro:'Abbiamo appreso che alcuni giornali italiani hanno ipotizzato l'intervento della 'Caritas internationalis' per salvare la vita dell'on. Moro, ma almeno sinora, tale intervento non è stato sollecitato. Qualora fossimo interpellati in questo senso - ha continuato - saremmo disponibili ad operare nell'ambito e con i metodi umanitari che ci sono propri e con cui ci adoperiamo, in oltre 100 Paesi, per favorire le persone che si trovano nel bisogno». 18:45 - «Il presidente del Consiglio on. Andreotti ha ricevuto stasera a palazzo Chigi l'ambasciatore degli Stati Uniti Gardner il quale gli ha consegnato un messaggio del presidente Carter. Il messaggio afferma:'Signor presidente, le scrivo in un momento che so particolarmente difficile per lei e per il popolo italiano. Noi tutti negli Stati Uniti siamo profondamente costernati per l'insensato rapimento dell'on. Moro, un grande statista ed un leader nazionale. Le mie preghiere e quelle del popolo americano son con lei - aggiunge Carter - e con tutti gli italiani in questi giorni di speranza per una sollecita restituzione dell'on. Moro ai suoi cari». 19:12 - «La Digos genovese sta svolgendo indagini su uno strano annuncio apparso sul 'Secolo XIX' di ieri. Il testo, pubblicato nella rubrica 'prestiti finanziamenti operazioni commercialì dice 'aaa 333 assoluto riserbo 300 trattabili - scrivere casella 3031 b'. L'annuncio è la risposta ad un volantino fatto giungere venerdì scorso al 'Secolo XIX' da una persona che ha detto di essere delle Brigate rosse. Si trattava di una paginetta scritta a mano e indirizzata al ministro dell'Interno Cossiga nel quale l'anonimo autore dello scritto diceva di voler uscire dalle Br e di essere disposto - in cambio di una somma imprecisata - a svelare il nascondiglio deve è tenuto prigioniero Moro, oltre ai nomi e agli indirizzi dei brigatisti. Poi proponeva l'avviso sul giornale nel caso la sua offerta fosse stata accettata. Il 'messaggiò è stato subito considerato opera di un mitomane ma l'apparizione dell'annuncio sul giornale ha fatto scattare le indagini. (...) Non si esclude però che l'annuncio sia opera della stessa persona che ha inviato la lettera a Cossiga». 19:18 - «L'ufficio stampa della Dc ha diffuso il seguente comunicato:'La segreteria della Dc sottolinea come un atto altamente positivo l'iniziativa di 'Amnesty international'. Essa risponde all'auspicio espresso nei giorni scorsi dal partito ed è stata assunta in concordanza, come precisa la stessa organizzazione, con i familiari del presidente Moro». 19:58 - «Le ripetute visite di ieri sera e ancora di oggi alla famiglia dell'on. Moro da parte del ministro Anselmi, che in questa fase terrebbe i contatti per conto della Democrazia Cristiana, sono state messe in relazione con le iniziative che si sono sviluppate nelle ultime ore dopo l'appello di carattere umanitario della Dc». 21:38 - Dalla Dc è stato precisato che l'on. Tina Anselmi ha avuto in questi giorni contatti con la signora Eleonora Moro in quanto amica di famiglia«. 22:23 - »Il ministro della Sanità, Tina Anselmi, questa sera alle 21,35 è tornata nella casa della famiglia Moro. Il ministro si è trattenuta nell'appartamento di via Forte Trionfale fino a pochi minuti prima delle 22«.
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15/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 16 APRILE, TRATTARE O NON TRATTARE ?/ CRAXI A CASA MORO, FALSI ANNUNCI DI RITROVAMENTO DI MORO |
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16 aprile 1978, domenica, 32ø giorno dalla strage di via Fani. Il giorno dopo il comunicato delle Br che annuncia la condanna a morte di Moro, drammatizzando una vicenda già drammatica, si intrecciano le discussioni sul modo di affrontare la situazione. La Dc praticamente afferma che non può fare nulla, ma auspica che qualcuno può fare qualcosa per salvare Moro. Arrivano anche diverse telefonate di sciacalli o mitomani che annunciano il ritrovamento del corpo di Moro. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 00:26 - «Una battuta a largo raggio è stata fatta stasera, sotto una fitta pioggia, nella vasta zona compresa tra Casilina, l'Autostrada del Sole e l'Appia a 174 chilometri da Roma. L'intervento della polizia e dei carabinieri, rimasto per il momento senza esito - è stato provocato da una telefonata anonima pervenuta alla redazione centrale dell'ANSA poco dopo le 22. Uno sconosciuto, dopo aver chiesto di parlare con un redattore di turno, ha dichiarato che al 174/mo chilometro della Roma-Napoli sarebbe stato trovata una 'bellissima sorpresa'. Eda alla richiesta di ulteriori chiarimenti ha aggiunto, prima di interrompere la comunicazione:'Moro'». 12:32 - «Il presidente della Repubblica Leone, indirizzandosi alla signora Eleonora Moro, si è così espresso:'In questo drammatico momento in cui le parole servono a ben poco, sento tuttavia il dovere di esprimere a lei e ai suoi la profonda commozione di tutti gli italiani per la tremenda minaccia che incombe su Aldo Moro. Dovranno pure i suoi sequestratori sentire il peso della severa condanna dell'intero Paese e dell' isolamento che si chiude su di loro». 14:45 - «La riunione nella sede della Dc è terminata poco prima delle 13,30. Il vicesegretario del partito on. Galloni è sceso al primo piano, dove erano in attesa numerosi giornalisti e fotografi, e ha fatto questa dichiarazione:'La linea della delegazione è quella di conferma delle ultime decisioni del partito. In quella direzione, confermando la volontà di rimanere fedeli a quelle che sono le linee fondamentali del nostro ordinamento democratico, abbiamo però aggiunto che non lasceremo nulla di intentato per salvare la vita di Moro». 16:32 - «Si è appreso che il segretario socialista Bettino Craxi si è incontrato con la signora Moro. Il segretario del Psi ha rinnovato alla signora Moro i sentimenti di solidarietà dei socialisti italiani ed ha confermato che il Psi assicura ed assicurerà il suo appoggio ad ogni iniziativa utile ai fini della liberazione di Moro, obiettivo che deve essere considerato come uno dei doveri fondamentali dello Stato». 10:12 - «Si è avuta conferma che nel 1977 e nei primi mesi del 1978 l'on. Moro adottò delle precauzioni per impedire che persone estranee entrassero nel suo studio, in via Savoia 88. Dalla polizia non è stato precisato se le misure vennero prese dopo un furto o un tentativo di furto. Si sa che un giovane fu visto una notte entrare nel giardino dello studio. In un'altra occasione alcuni ladri entrarono nello stesso giardino che confina con la strada e andarono a rubare in un appartamento del secondo piano. L'on. Moro fece mettere vetri blindati e persiane corazzate alle finestre. Nel giardino dello stabile fu messa una lampadina. Il 27 febbraio, in una riunione di condomini, uno degli abitanti di via Savoia 88 protestò perch‚ i cavi telefonici che passavano nei sotterranei dell'edificio erano stati sostituiti. L'amministratore dello stabile Guglielmo Martone disse di non essere al corrente di quei lavori. La portiera dichiarò che una squadra di operai della Sip era entrata nei sotterranei ed aveva sostituito alcuni cavi». 21:32 - «L'on. Tina Anselmi, ministro della Sanità, si è recata stasera due volte a far visita alla signora Eleonora Moro. La prima volta l'on. Anselmi si è trattenuta per dieci minuti, dalle 20 alle 20,10. Successivamente è ritornata alle 20,40 ed è andata via dopo venti minuti. Il ministro non ha voluto fare dichiarazioni». 23:29 - «Successivamente, a distanza di circa un'ora, l'on. Anselmi è tornata ancora per la terza volta dalla signora Eleonora Moro e si è intrattenuta per circa 10 minuti».
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13/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: BRUTTI, DOPO FINE SEGRETO STATO CAPIREMO PERCHÈ NON FU SALVATO |
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«Le istituzioni democratiche hanno il dovere di non tenere nascosto nulla di quei giorni. Un esame a tappeto dei documenti può forse svelare qualcosa e ci aiuterà a comprendere perchè lo Stato non fu capace di salvare Moro. Italo Calvino scrive dopo l'omicidio: 'Mi sono chiesto se da una storia tanto fosca possa mai nascere qualche conseguenza positiva. Credo che dal male non venga altro che male. I mali italiani accumulati hanno portato alla mostruosità del delitto Morò. Ebbene, tra questi giocarono un ruolo devastante l'inefficienza e la slealtà dei servizi segreti, allora dominati dalla loggia massonica P2». Lo dichiara Massimo Brutti, vicepresidente del Copaco, comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti italiani in un'intervista a 'La Repubblica', commentando alla decisione del governo di abbreviare i termini del segreto di stato. «La legge - continua Brutti - parla chiaro e va applicata rigorosamente. Molti documenti sono stati distrutti specie negli anni '80. Chiederemo i verbali di distruzione per capire cosa manca all'appello e perchè. Ma l'intera materia non sarà più affidata alla discrezionalità di alcuni funzionari». «La legge dice 'chiunque vi abbia interesse': storici, giornalisti, politici, i familiari delle vittime. Leggeremo i documenti segreti della commissione Sindona sulla P2. Non cerco - conclude Brutti - rivelazioni eclatanti. La trasparenza premia gli uomini dei servizi fedeli alla Costituzione. Penso all'esempio di Nicola Calipari che in futuro dovremo portare con noi».
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13/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 14 APRILE, TUTTI IN ATTESA DI NOVITÀ |
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14 aprile 1978, 30ø giorno del rapimento Moro. Un'altra giornata in attesa di sviluppi e novità che non arrivano. Continuano le voci di nuovi messaggi di Moro, ancora smentiti. Perquisizioni a Roma, in piazza Vittorio e a Monteverde (non molto lontano dal covo di via Montalcini). Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'Ansa: 14:06 - «Il sostituto procuratore dottor Luciano Infelisi, che conduce l'inchiesta per il rapimento dell'on. Moro e la strage della sua scorta, è stato assolto dal tribunale di Grosseto dalla accusa di falso ideologico in atto pubblico perchè il fatto non costituisce reato. Infelisi era stato denunciato dopo l'archiviazione di un procedimento perchè, a giudizio del professor Aurelio De Nardi di Roma, aveva affidato lo svolgimento di un interrogatorio di testimoni al suo cancelliere, senza presenziare direttamente all'esame dei testi». 16:37 - «Numerosi deputati della Dc tra cui il vicepresidente del gruppo della Camera Bianco e il direttore del Popolo on. Belci con una interrogazione rivolta al ministro della Pubblica istruzione. Nell'interrogazione i parlamentari democristiani chiedono di sapere quali provvedimenti intendano prendere 'dinanzi ad un atto così grave, che oltre ad essere lesivo della dignità della scuola nella sua funzione educativa, della libertà dell'apprendimento, si abbandona all'apologia di reato e alla più diseducante provocazione per non definirla vera pedagogia del crimene e della violenza, attentando alle coscienze e alle intelligenze dei giovani e al comune senso dello Statò». Tanta indignazione dopo le proteste di alcune famiglie perchè un professore di un ginnasio di Fermo ha dato un tema che accenna al fatto che, per occuparsi di Moro, ci si è dimenticati delle vittime di via Fani. 19:16 - «Un'operazione di polizia, decisa nell'ambito delle indagini sul rapimento di Aldo Moro, è stata compiuta questo pomeriggio in piazza Scotti, nel quartiere Monteverdi. Reparti di agenti di pubblica sicurezza hanno perquisito decine di abitazioni e interi stabili. Alcune persone sono state identificate, ma non sono stati resi noti i risultati di questa operazione che segue di poche ore quella compiuta stamane dai carabinieri nella zona di piazza Vittorio». 22:30 - «L'assemblea dei cronisti dei quotidiani delle agenzie di stampa e della Rai-tv che seguono lo sviluppo del caso Moro, riunitasi nella sala stampa della Questura di Roma con l'intervento del presidente, del segretario e di alcuni consiglieri del sindacato cronisti romani, ha fatto un comunicato sulla 'gravissima intimidazione compiuta dal questore De Francesco nei confronti del collega Piero Orsini dell'Agenzia Italia, privato del diritto di accesso alle fonti di informazione'». Il questore aveva ritirato l'accreditamento ad Orsini, dopo che la sera del giorno prima Orsini aveva scritto una notizia sull'intercettazione da parte della polizia di un messaggio di Moro alla famiglia (poi smentito). Il giorno stesso la revoca viene ritirata.
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12/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 13 APRILE, SMENTITA AVOCAZIONE INCHIESTA/ ANSA CIVILTÀ CATTOLICA APRE SPIRAGLI A TRATTATIVA |
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3 aprile 1978, sono passati 29 giorni dalla strage di via Fani. La procura generale della Repubblica smentisce le voci circolate di un'avocazione dell'inchiesta. Continua la politica di screditare gli scritti di Moro, ma la rivista dei gesuiti 'Civiltà cattolica' apre spiragli alla trattativa scrivendo che lo Stato non può farlo, ma altri sì. Smentito anche il sequestro di un'altra lettera di Moro alla famiglia. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA. 12:00 - «Con un'intervista allo scienziato Gastone Lambertini, di Ferrara, e con una nota del prof. Federico Alessandrini, ex portavoce della Santa Sede, il settimanale vaticano 'Osservatore della domenica' sostiene che non si possono attribuire in alcun modo alla persona dell'on. Moro le affermazioni diffuse con la sua stessa scrittura e che il trattamento dello statista è molto simile a quello praticato nei più noti ed inumani processi dello stalinismo, dal 1936 agli oppositori moscoviti interni al partito fino a quello del 1949 al card. Mindszenty». 14:18 - «'Lo Stato e la Dc non possono cedere al ricatto dei terroristi, nè scendere a trattative con essi; ciò però non significa che - attraverso possibili canali diversi - non si debba far nulla per tentare di salvare la vita all'on. Moro'. Lo afferma il padre Giuseppe De Rosa in un'articolo sul terrorismo apparso sull'ultimo numero di 'Civiltà cattolica'». 14:05 - «Con un comunicato la Procura generale presso la corte di appello di Roma ha precisato:'con riferimento a fantasiose notizie apparse su due quotidiani del mattino, la Procura generale presso la corte di appello di Roma comunica che le indagini preliminari riguardanti il sequestro dell'on. Moro e l'eccidio della sua scorta proseguono regolarmente sotto la direzione del procuratore della Repubblica, il quale, a norme dell'art. 233 del codice di procedura penale, ne riferisce quotidianamente gli sviluppi al procuratore generale. Le indagini si svolgono nella più perfetta intesa tra la magistratura inquirente, il ministro dell'Interno e tutte le forze di polizia. Alcuni giornali hanno affermato stamane che il procuratore generale della Repubblica Pietro Pascalino ha chiesto in visione tutti gli atti dell'inchiesta sul rapimento dell'on. Aldo Moro e che ciò significa in pratica l'avocazione del procedimento da parte della Procura generale». 14:06 - «Perquisizioni e posti di blocco sono stati fatti dagli agenti del commissariato di Sulmona in collaborazione con il distaccamento di polizia stradale di Castel di Sangro». 20:50 - A Tribuna politica, «L'on. Almirante ha detto di aver molto apprezzato l'on. La Malfa quando, il 16 marzo, alla Camera, ha preso delle posizioni che fino a quel momento era solo il Msi a prendere: i provvedimenti più duri, la pena di morte». 21:58 - «I carabinieri della compagnia di Poggio Mirteto, in provincia di Rieti, in collaborazione con quelli di Rieti, stanno cercando di rintracciare un'autovettura di grossa cilindrata, quasi certamente di marca tedesca, notata alla mezzanotte fra il 17 e il 18 di marzo a 36 ore dal rapimento di Aldo Moro, al passaggio a livello sito al chilometro 39 della linea ferroviaria Roma-Firenze». 22:03 - «Le indagini dei carabinieri sono ora concentrate in particolare a Monterotondo e a Torrita Tiberina, dove sembra che possano esservi delle persone che in qualche maniera sarebbero collegate con l'episodio del casello». 23:44 - «È stata formalmente smentita una voce circolata questa sera secondo la quale la polizia avrebbe intercettato un'altra lettera di Moro alla famiglia fatta recapitare dalle Brigate rosse a un intermediario. Lo stesso capo della Digos, dott. Spinella, ha detto ai giornalisti che informerà la Procura della Repubblica ritenendo che voci 'destituite di ogni fondamento' come questa possono danneggiare le indagini in corso».
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11/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: GIÀ APPROVATO REGOLAMENTO SU SEGRETO DI STATO |
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Sembra avvicinarsi la possibilità di accedere ai faldoni sul caso Moro secretati che, secondo l'ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino, sarebbero di primaria importanza per capire l'intera vicenda. L'atteso regolamento sul segreto di Stato (primo dei regolamenti attuativi della legge di riforma dei servizi varato dal Governo), che aveva già avuto il parere favorevole del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) è stato definitivamente varato dal Governo. A renderlo notoè lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi, in una lettera con la quale risponde alla richiesta del giornalista free-lance Gabriele Mastellarini, che aveva ufficialmente richiesto tutta la documentazione secretata sull'uccisione di Aldo Moro. Nella lettera, resa nota dallo stesso Mastellarini, Prodi scrive che «la completa applicazione della legge n. 124/07», che prevede che il segreto di Stato può durare al massimo 30 anni, «è stato definitivamente approvato ed è in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale». «Ogni valutazione in merito alla sua istanza - ha aggiunto Prodi - è pertanto differita al momento dell'entrata in vigore del citato decreto regolamentare, prevista entro 15 giorni dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale».
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11/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 12 APRILE, GAZZETTA MEZZOGIORNO PER TRATTATIVA/INTANTO CONTINUANO GLI INUTILI RASTRELLAMENTI |
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12 aprile 1978, sono ormai quattro settimane che Moro è nelle mani dei suoi rapitori. La cosa più importante di questo giorno interlocutorio è l'appello pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno ad una trattativa per salvare la vita di Moro. In tutta Italia continuano le inutili esibizioni di parata con perquisizione a tappeto di intere zone, naturalmente senza risultati. Con una telefonata all'Ansa nel pomeriggio le Brigate Rosse rivendicano l'uccisione dell'agente di custodia Lorenzo Cotugno, avvenuta l'11 aprile e minacciano il prof. Dario Cravero, senatore Dc e primario del pronto soccorso dell'ospedale Molinette, in cui è ricoverato il terrorista Cristoforo Piancone, ferito nell'attentato a Cotugno. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 12:33 - «Carabinieri dei reparti mobili stanno compiendo, a completamento delle ispezioni delle isole dell'arcipelago toscano della provincia di Grosseto, una battuta con controlli e perquisizioni nell'Isola del Giglio. Muovendosi da Giglio-Porto e da Giglio-Castello i carabinieri hanno controllato, anche all'interno dell'isola, abitazioni, casolari e ville comprese alcune disabitate. L'altro ieri una battuta analoga era stata fatta nell'isola di Giannutri». 13:22 - «Dopo le battute e i rastrellamenti fatti ieri, carabinieri e polizia hanno sviluppato indagini e ricerche in altre zone della provincia di Perugia. In particolare controlli e sopralluoghi sono stati fatti stamane a Passignano sul Trasimeno ed in altre località attorno al lago. Ulteriori controlli sono stati poi fatti nella zona di Todi ed attorno a Massa Martana». 17:39 - «'La dignità e il prestigio dello Stato non possono essere scissi in nessun momento dalla tutela della vita umana. Pertanto, nelle attuali circostanze, una trattativa intesa a salvare la vita dell'on. Moro, lungi dall'essere espressione di debolezza, rappresenta, in questa luce, un modo civile per la realizzazione dei fini dello stato democraticò. Questa è la parte conclusiva di una dichiarazione sottoscritta da un gruppo di esponenti del mondo culturale, universitario, religioso, professionale, economico, che sarà pubblicata domani dalla 'Gazzetta del Mezzogiorno'. Il quotidiano barese informa che continuerà a pubblicare nei giorni successivi i nomi di quanti aderiranno all'iniziativa. Fra i primi firmatari ci sono il rettore dell'Università di Bari, prof. Ambrosi, il rettore dell'Università di Bologna, prof. Rizzoli, il prof. Malaguzzi Valeri, mons. Mincuzzi vescovo di Santa Maria di Leuca, mons. Luisi, vescovo missionario».
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10/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 11 APRILE, AGENTE DI CUSTODIA UCCISO A TORINO / DE MATTEO A CASA MORO PER VOCI NUOVA LETTERA |
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11 aprile 1978, Moro è nelle mani dei suoi rapitori già da 27 giorni. Le notizie principali non riguardano il caso Moro, che ha pochi sviluppi, ma le Brigate rosse tornano in azione a Torino, dove, alle 7,30, uccidono a colpi di pistola l'agente di custodia delle carceri Nuove Lorenzo Cotugno, mentre esce dall'ascensore del palazzo dove abita. Cotugno riesce però a sparare con la sua pistola e a ferire uno degli attentatori, Cristoforo Piancone, che viene lasciato dai complici davanti al pronto soccorso dell'astanteria Martini e che sarà ricoverato all'ospedale Molinette. L'attentato sarà rivendicato dalle Br il giorno dopo con una telefonata all'Ansa. A Parigi, la sezione istruttoria della Corte d'Appello concede la libertà provvisoria a Antonio Bellavita, arrestato il 30 marzo. Continuano i tentativi di screditare gli scritti di Moro attraverso il parere di insigni studiosi che sostengono che Moro viene drogato o imbottito di psicofarmaci, meglio se sovietici. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 13:23 - «'L'ho detto ieri e lo ripeto oggi: non intendo polemizzare con i volantini delle Brigate rosse. Non ho altro da aggiungere': lo ha precisato stamane il senatore Paolo Emilio Taviani. Già ieri sera, dopo che era stato diffuso il testo della lettera dell'on. Moro, Taviani - attraverso i suoi collaboratori - aveva fatto sapere che non aveva alcun commento da fare al riguardo». 20:12 - «Il procuratore della Repubblica De Matteo questo pomeriggio si è recato nuovamente nella abitazione dell'on. Moro in via del Forte Trionfale e vi si è trattenuto per 45 minuti. All'uscita il procuratore generale non ha fatto dichiarazioni. De Matteo si era recato in casa Moro domenica scorsa dopo che negli ambienti giornalistici si erano diffuse voci sull'arrivo di una lettera privata indirizzata dal prigioniero alla sua famiglia». 20:23 - «'La scrittura dell'on. Aldo Moro è tipica di chi è costretto a ingerire psicofarmaci del tipo di quelli, per esempio, che vengono somministrati agli schizofrenici per evitare loro allucinazioni e delirì. Questa è l'opinione del neurologo Alessandro Agnoli». Il prof. Agnoli - continua l'ANSA - titolare della cattedra di neurologia nell'Università dell'Aquila, sostiene che le differenze riscontrabili tra una lettera scritta da Moro prima del rapimento e quella allegata al comunicato numero 5, «sono tipiche del soggetto sano costretto ad usare farmaci neurolettici. Ne esiste uno, l'Aloperidolo - una medicina inodore e insapore usata, si dice, per i dissidenti sovietici - che rende la persona alla quale è somministrato facilmente dominabile e che modifica la scrittura, rendendola incerta».
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09/04/2008 |
ANSA |
MORO: GASPARI, GIRAVO ARMATO E AVREI SPARATO PER PRIMO SEQUESTRATO PERCHÈ RITENUTO INDISPENSABILE PER UNITÀ DC |
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Remo Gaspari, nove volte deputato e sedici ministro, all'epoca del sequestro Moro girava armato e senza scorta, pronto a reagire in caso di aggressione terrorista. «Non volevo mettere in pericolo la vita di altri. Se mi fossi trovato di fronte le Br? Sparare per primo. Era, secondo me, la mia miglior difesa», ha rivelato all'Agenzia «Amater» del Master in Giornalismo dell'Università di Teramo. Il politico, che era vicesegretario nazionale della Dc, ha anche fornito una sua «verità» sulle ragioni che indussero le BR a sequestrare il presidente del suo partito: «Fu sequestrato dalle BR perchè era descritto dalla stampa come l'unico in grado di tenere unita una Dc profondamente divisa, sempre secondo gli organi di informazione. I terroristi leggono i giornali - ha continuato Gaspari - e per questo fu organizzata un'operazione di tipo militare: pensavano che togliendo di mezzo Moro, esplodesse la Dc. Si sbagliavano». Gaspari ha confermato che nei 55 giorni del sequestro vi furono trattative: «La Dc fece il possibile per salvare Moro: ma le Br volevano in cambio delinquenti con le mani sporche di sangue. Lo Stato non poteva arrendersi alla violenza e al terrorismo. Se mi fossi trovato nelle sue condizioni - ha aggiunto - non avrei voluto trattative. Lo avevo detto alla mia famiglia: se mi prendono, consideratemi morto». Sulle lettere dalla prigionia di Aldo Moro, Gaspari ha manifestato un'opinione diversa da quella della famiglia e degli altri esponenti della Dc concordi sulla loro autenticità: «Le lettere sono da considerarsi il frutto della continua minaccia alle armi. Quelle lettere gli sono state estorte».
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09/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 10 APRILE, COMUNICATO N.5 E ATTACCO A TAVIANI/ ANSA CONTINUA IL PROCESSO, DICONO LE BR, NESSUNA TRATTATIVA SEGRETA |
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10 aprile 1978, ventiseiesimo giorno del rapimento di Aldo Moro, le Brigate rosse fanno trovare il comunicato numero 5 insieme alla fotocopia di un manoscritto di Moro. Il comunicato afferma che l'interrogatorio del 'prigionierò continua, che tutto quello che Moro dirà sarà reso noto al popolo e respinge invece indignato le voci di trattative segrete. Lo scritto di Moro è una parte del 'Memoriale' (le risposte di Moro all'interrogatorio da parte delle Br) che sarà ritrovato in via Monte Nevoso e riguarda Paolo Emilio Taviani, con il quale Moro polemizza per la sua smentita alle posizioni sullo scambio di prigionieri. Nelle affermazioni, molto polemiche, di Moro sul suo collega di partito Taviani, si possono intravedere oggi accenni a strutture allora sconosciute, come Gladio (e Cossiga ha detto che Moro e Taviani erano stati i fondatori di Gladio). Moro cita l'amicizia di Taviani con Henke (il primo direttore del Sid) e dice che «l'importanza e la delicatezza dei molteplici uffici ricoperti può spiegare il peso che egli ha avuto nel partito e nella politica italiana, fino a quando è sembrato uscire di scena» (e qui questo 'sembratò sembra alludere a eventuali ruoli 'non ufficialì). Moro aggiunge che in tutti i «delicati posti ricoperti» Taviani «ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi è forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca ?». Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 12:25 - «La Procura generale della Corte d'appello in relazione a notizie definite in un comunicato 'non del tutto esattè e comparse nella stampa quotidiana, comunica che l'autorità giudiziaria è in possesso, a norma di legge, di tutti i messaggi a firma dell'on. Moro. Si aggiunge che tali messaggi sono coperti dal segreto istruttorio e che è falsa la notizia dell'esistenza di una bobina in cui sarebbe registrata la voce dell'on. Moro». 18:01 - «Il quinto messaggio delle Brigate rosse è giunto alla redazione di Milano del quotidiano 'La Repubblica'. È composto da tre cartelle dattiloscritte e da otto cartelle manoscritte». 18:08 - «Il quinto messaggio delle Brigate rosse è stato fatto recapitare anche al Messaggero di Roma e alla Gazzetta del popolo di Torino». Più tardi, come le altre volte, il comunicato è fatto trovare anche a Genova. 18:10 - «Nel suo manoscritto il presidente della Dc Aldo Moro polemizza con la smentita fatta da Taviani sull'episodio Sossi. Le Brigate rosse confermano che il processo continua». 18:20 - «La fotocopia del manoscritto di otto cartelle è una lettera firmata Aldo Moro e indirizzata alla moglie». 18:22 - «Nel messaggio trovato da un redattore della 'Gazzetta del popolò si dice tra l'altro:'gli organi di stampa del regime continuano la loro campagna di mistificazione volendo far credere la esistenza di trattative segrete o di misteriosi patteggiamenti. Riteniamo necessario ribadire che questo è ciò che vorrebbe il regime, mentre la posizione della nostra organizzazione è sempre stata e rimane nessuna trattativa segreta, niente deve essere nascosto al popolo». 18:55 - «Il testo autografo di Aldo Moro è, come detto nel comunicato delle Brigate rosse, una parte di sue dichiarazioni rese ad un 'tribunale del popolo' e non una lettera alla moglie, signora Eleonora, com'era sembrato in un primo momento».
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08/04/2008 |
ANSA |
MORO: MARIA FIDA, MISTERIOSO FURTO IN CASA DOPO LA MORTE |
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«Quando fu restituito il corpo di mio padre ci dettero anche un astuccio con dentro gli effetti personali di Moro: le fedi, i documenti e altro. Pochi mesi dopo, a ottobre, un ladro venne a casa nostra e, a colpo sicuro, rubò questo astuccio lasciando una busta con un milione di lire», racconta l' insolito aneddoto la figlia di Aldo Moro, Maria Fida, ospite questa sera di Piero Chiambretti a Markette su LA7. «Il ladro, e questa è la cosa strana - ha spiegato - si è arrampicato per tre piani, è andato dritto nella stanza dei miei, senza entrare in nessun' altra stanza, senza toccare nulla e ha lasciato la busta». «Io mi chiedo - ha concluso - chi possa aver compiuto tutto ciò: se fossero stati i Br allora non avrebbero neanche dovuto consegnarceli dopo la morte, no? Giro queste domande a tutti i cultori dei misteri: si appassionino a questo...».
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08/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 9 APRILE, VIAGGIO DI COSSIGA IN SVIZZERA/ SI DISCUTE DEL MESSAGGIO ARRIVATO IERI, POLETTI A CASA MORO |
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9 aprile 1978, venticinquesimo giorno dalla strage di via Fani. È domenica, la terza passata da Aldo Moro nella «prigione del popolo». Un giorno in cui le novità sono poche. Il dibattito continua a ruotare sulla lettera, di cui tutti parlano, indirizzata da Moro alla famiglia e che la polizia avrebbe sequestrato il giorno precedente. Il ministro dell'Interno Cossiga va in Svizzera. Nessuno ufficialmente sa perchè, ma il motivo è quello di parlare con le autorità per scoraggiare il tentativo dell'avv. Denis Payot, che il giorno prima era venuto a Roma per proporsi come mediatore. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie ANSA: 01:04 - «In serata sul rapimento di Moro vi è stato un accavallarsi di false notizie, di telefonate anonime ai giornali, di segnalazioni alle sale operative della polizia e dei carabinieri. Verso le 22.50 una delle segnalazioni giunte alla sala operativa dei carabinieri diceva che l'on. Moro sarebbe stato liberato nei pressi di Forte Trionfale». 16:38 - «Nessuna conferma e nessuna smentita da parte degli investigatori alle notizie sul messaggio delle Brigate rosse la cui esistenza, tuttavia, non può essere più messa in dubbio. I funzionari della Digos sono stati diffidati formalmente dalle autorità centrali a riferire qualsiasi particolare sulla vicenda dell'arrivo del messaggio». L'ANSA riferisce comunque la voce più diffusa, che parla di un'operazione in piazza Mastai, a Trastevere, verso le 18 del giorno precedente. «Nel corso di questi movimenti compiuti dagli uomini della Digos sarebbe stato trovato il messaggio; inoltre sarebbe stata fermata una persona che era in possesso di una busta: non si sa se vi sia relazione tra il ritrovamento del messaggio ed il fermo della persona. È certo soltanto che il fermato ha subito chiarito la propria posizione facendo cadere ogni sospetto». 18:44 - «Il messaggio giunto ieri consiste quasi certamente in una lettera firmata Aldo Moro e indirizzata alla moglie; sarebbero dunque infondate le voci secondo cui i brigatisti avrebbero fatto pervenire all'autorità di polizia un nastro registrato o addirittura una videocassetta. Oggi nell'abitazione di Moro insieme al ministro della Difesa Ruffini si è recato anche il sottosegretario all'Interno Lettieri. Nel pomeriggio è giunto nella casa di via di Forte Trionfale, a bordo di un'automobile targata Corpo Diplomatico, un uomo che secondo alcuni sarebbe un prelato benchè vestisse abiti borghesi». 19:03 - «Il ministro dell'Interno Cossiga è rientrato questo pomeriggio da Zurigo. In Svizzera egli ha avuto un incontro con i ministri dell'Interno della Germania Federale, della Svizzera e dell'Austria. In proposito è atteso per stasera, da Berna, un comunicato del Dipartimento federale di giustizia e di polizia della Repubblica elvetica. Il ministro Cossiga era partito ieri dall'aeroporto di Ciampino subito dopo aver salutato il presidente del Consiglio Andreotti che rientrava da Copenaghen». 20:16 - «È il cardinale Poletti, vicario di Roma, il prelato che si è recato nel pomeriggio nell'abitazione della famiglia dell'on. Moro».
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08/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: ACCAME A COPASIR, VIA SEGRETO DA CARTE |
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Con una lettera inviata al presidente del Copasir, Claudio Scajola, e una al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, Falco Accame, presidente dell'Associazione nazionale delle vittime Forze Armate, chiede che sia reso operativo il venir meno del segreto sulle carte riguardanti la vicenda Moro. Accame centra le sue affermazioni soprattutto sul ruolo che giocò nella vicenda la cosiddetta «Gladio militare» attivata ancor prima del rapimento di via Fani e della strage della scorta del 16 maggio 1978. Già nel '97 l'onorevole Beppe Pisanu confermò l'esistenza di una 'Gladio militarè operativa, in particolare, nell'Africa Nord, Corno d'Africa e Balcani. «Era una rete talmente solida - ricorda Accame che disse Pisanu - che ci permetteva di rimanere in stretti rapporti con i più grandi servizi segreti mondiali. In Sardegna (dove c'era la base di Gladio, ndr) grazie ai gladiatori si addestravano a costi bassissimi uomini di Paesi amici». Una conferma sull'esistenza della «Gladio militare» è venuta dall'ammiraglio Fulvio Martini, già capo del Sismi. A fronte di questa situazione e degli elementi che dimostrano la presenza di questa struttura nella vicenda Moro, Accame afferma che diventa «insostenibile continuare a mantenere il segreto. La nuova legge sui servizi, il cui regolamento sul segreto è già stato approvato, prevede che siano resi pubblici i documenti secretati e in particolare quelli riguardanti i comportamenti dei servizi a via Fani (c'era la presenza del colonnello Camillo Guglielmi della VII divisione Gladio) e dell'attività svolta all'estero. Un componente di Gladio venne inviato a contattare l'Olp per avere contatti con le Br ancor prima che avvenisse il rapimento Moro. Un altro episodio riguarda la segnalazione della base di Via Gradoli, arrivata al capitano La Bruna grazie alla rete di Gladio. A questo punto è del tutto inaccettabile, sotto ogni profilo; giuridico, politico ed etico, che vengano mantenute coperte vicende che hanno prodotto effetti gravissimi sulla vita del nostro Paese. Soprattutto è inaccettabile che l'Italia venga considerata 'come una Repubblica fondata sul segretò». Nella lettera al Capo dello Stato Accame affronta criticamente diversi aspetti sulla legge sul segreto e segnala che «pur essendo stato approvato il regolamento, e nonostante le richieste avanzate al presidente del Consiglio, non sono stati desecretati i documenti a cominciare da quelli che riguardano il caso Moro». Accame fa notare infatti che vi è il rischio che alcuni documenti vengano distrutti perchè oltre ad avere la classifica di 'segretò vi era quella ben più imbarazzante di 'clandestinò. «Quindi di questi documenti se ne ignora addirittura l'esistenza da parte di tutti coloro che non hanno l'incarico di trattarli. E di conseguenza non è possibile alcuna verifica e, dato che si tratta di de-clandestinizzazione e non solo di de-secretazione, la nuova legge sui servizi segreti non può avere effetti».
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08/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: ARCONTE, GLADIO MI INCARICÒ DI CONTROLLARE CARLOS |
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Tra gli incarichi che il Ministero della Difesa-Marina diede alla rete di Gladio militare il 2 marzo del 1978 c'era quello di controllare e se possibile intercettare il terrorista internazionale Carlos. A ricordarlo è Antonino Arconte, codice G-71 della rete di Gladio militare che da tempo ha fatto conoscere l'ordine che ricevette quel giorno. Arconte lo ha allegato al suo libro «L'ultima missione» il messaggio, a distruzione immediata affermava: «segnalati movimento insoliti intorno alla sede del governo Arafat, a Tunisi. Lo sciacallo ha lasciato la sua tana di Tripoli. Si ordina a tutto il personale O.G. (Operazione Gladio) militare e civile di attivarsi per conoscere gli spostamenti e riferire. Si autorizza intercettazione e conclusione, se impossibile il prelievo». L'ordine, su carta del Ministero della Difesa era inviato a tutte le stazioni di Mersina, Partus, Beirut, Sidone, Alexandria, Bengasi, Sirte, Tripoli, Tunisi, Algeri, Tangeri e Malta. Afferma Arconte: «secondo la nostra rete in Nord Africa e Medioriente, lo Sciacallo era della partita Moro con alcuni specialisti della sua rete, la Separat. Tuttavia sfuggì alla caccia dopo che, secondo le nostre informazioni, aveva partecipato direttamente all'operazione Moro. La rete Separat era stata organizzata dai servizi segreti sovietici con lo scopo di appoggiare e sostenere tutti i movimenti separatisti e filo-sovietici in Medioriente (tra cui l'Olp, l'Ira, l'Eta, la Raf e le Br), Nord Africa ed Europa Occidentale. La rete aveva rifugi ben protetti in Germania Est, Cecoslovacchia, Bulgaria, Damasco, in Siria ed a Tripoli. I suoi uomini di spicco erano tutti laureati alla Lubianka e all'Università Patrice Lumumba, dove si laureavano le spie del Kgb. Gli uomini della Separat erano altamente addestrati - spiega Arconte - anche ad operazioni militari come, per esempio, la strage di Monaco, il dirottamento di aerei e operazioni come quella che, meno di un anno prima di Via Fani, fu eseguita, apparentemente dalla Raf e che vide la morte del presidente degli industriali tedeschi. Una operazione terroristica molto simile a quella portata a termine in Via Fani dalle Br, secondo i media italiani, sarebbero state solo un fenomeno italiano e senza collegamenti esteri. Una cosa assolutamente incomprensibile storicamente ed anche documentalmente.
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08/04/2008 |
ANSA |
MORO: IMPOSIMATO A PM ROMA, SERVONO NUOVE INDAGINI |
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ROMA, 3 APR - Nuove indagini sul caso Moro in una nuova inchiesta da aprire sulla scorta di un memoriale che consegnerà alla procura di Roma e che prende anche spunto da alcune tesi contenute nel libro 'Doveva morire': lo chiede l'ex giudice Ferdinando Imposimato oggi in procura a Roma dove ha incontrato il procuratore aggiunto Franco Ionta titolare delle indagini sul rapimento e l'omicidio di Aldo Moro. Secondo Imposimato, legale della famiglia Moro ed ex giudice istruttore dell'inchiesta sulla vicenda dello statista democristiano, «servono nuove indagini sull'assassinio e il rapimento di Aldo Moro». La magistratura romana nei giorni scorsi ha archiviato l'ultima inchiesta, la settima in ordine di tempo, aperta sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, avvenuti 30 anni fa nella capitale. La decisione è stata presa dal gip Maria Teresa Covatta su richiesta del procuratore aggiunto Franco Ionta. L'inchiesta era quella avviata nel marzo del 2004 in seguito a un'istanza presentata, tramite l'avvocato Nino Marazzita, da Eleonora e Maria Fida Moro, rispettivamente moglie e figlia dello statista Dc. Gli accertamenti hanno riguardato una serie di aspetti e, in particolare, quello relativo all'ipotesi che la rete 'Separat', guidata dal terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, fosse in contatto, durante la gestione del rapimento di Moro, con un personaggio molto vicino a Valerio Morucci, uno dei componenti del commando che agì in via Fani il 16 marzo 1978.
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08/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: DIETRO IL SEQUESTRO LA RETE DELL' EST 'SEPARAT'? = GIUDICE IMPOSIMATO CONSEGNERÀ MEMORIALE ALLA PROCURA DI ROMA |
Riaprire il caso Moro alla luce dei collegamenti internazionali delle Brigate Rosse con la rete 'Separat', guidata dal terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos 'lo Sciacallo'. La richiesta è dell'ex giudice istruttore, Ferdinando Imposimato, che oggi ha anticipato al procuratore aggiunto, Franco Ionta, la consegna di un memoriale che riguarderà, tra l'altro, le connessioni, negli anni settanta e fino al rapimento Moro, dei militanti delle Br con membri delle organizzazioni terroristiche che riconducevano ai paesi dell'ex patto di Varsavia. L'esistenza a Budapest della rete terroristica internazionale con a capo Carlos 'lo Sciacallò, intorno alla quale ruotavano negli anni settanta esponenti di spicco delle organizzazioni eversive, tra cui molti tedeschi e palestinesi, è stata confermata dal governo ungherese in un rapporto di sintesi trasmesso nel 2004 alla commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin. Il rapporto dell'autorità governativa di Budapest era la risposta alla rogatoria presentata dall'organismo parlamentare presieduto dal senatore di Firza Italia, Paolo Guzzanti, qualche mese prima. Nel documento ufficiale si confermano le circostanze segnalate dalla commissione sulla rete denominata 'Separat ' e alla quale facevano riferimento i documenti della Stasi inviati all'organismo parlamentare dal giudice antiterrorismo francese Jean Louis Bruguiere.
La rete di Ilich Ramirez Sanchez, alias Carlos, godeva allora della copertura totale dei servizi segreti ungheresi. Alle riunioni dell'organizzazione, il cui nome 'Separat ', si precisa nel rapporto del governo di Budapest, era stato attribuito dalla Stasi, il servizo della ex Germania est, prendevano parte anche dirigenti delle organizzazioni palestinesi. Nelle schede si fa riferimento anche a Thomas Kram, considerato uno dei più stretti collaboratori di Carlos. Questi faceva la spola fra Budapest, Berlino e l'Italia. È proprio Kram che viene segnalato l'1 agosto 1980 all'albergo Centrale di Bologna a pochi passi dalla stazione ferroviaria. Ma tra le formazioni terroristiche che usufruivano del supporto di 'Separat' , l'organizzazione terroristica capeggiata da Ilich Ramirez Sanchez, conosciuto come 'Carlos', c'erano anche le Br. E in una lista di aderenti all'organizzazione di Carlos figura anche uno dei rapitori di Aldo Moro: Valerio Morucci,il cui nome contenuto in una scheda dei documenti consegnati da Jean-Louis Bruguiere, insieme a quelli di Giorgio Bellini, Luigi Santini e Alessandro Girardi. Diciotto faldoni, più due raccoglitori, zeppi di informazioni raccolte dal magistrato in 25 anni di indagini su un attentato avvenuto in Francia e attribuito all'organizzazione di Carlos, attualmente detenuto a Parigi. Per raccogliere prove sul suo conto, il giudice ha interrogato gran parte dei responsabili dei servizi segreti dell'ex blocco sovietico. Da quelle carte, classificate 'riservatissimè, spuntano informazioni sul ruolo di alcuni personaggi chiave di Separat .
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08/04/2008 |
ANSA |
MORO: MARIA FIDA, NON È PARANORMALE FINALE FILM BELLOCCHIO |
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«Il finale del film di Bellocchio non è tanto paranormale. Nel cadavere di mio padre sono state trovate 950 lire in tasca...proprio lui che odiava il denaro e non lo portava mai con sè perchè aveva schifo, sia etico che fisico, del denaro», è un altro mistero attorno alla scomparsa del padre che Maria Fida Moro, ricollegandosi al finale del film del regista Marco Bellocchio, ha commentato questa sera a Markette ospite di Piero Chiambretti su LA7. «Non ho mai avuto una spiegazione per questo, sarebbe da segnalare, che ne so, a un giallista di turno. Ma non serve a niente - conclude Maria Fida - papà doveva morire ... se tornasse, qualcuno me lo porterebbe via. È questa la lezione terribile del caso Moro».
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08/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: ROMA, IMPOSIMATO INCONTRA PM IONTA E SOLLECITA APPROFONDIMENTI |
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Il caso Moro non deve essere abbandonato e necessita di ulteriori approfondimenti. È la tesi che sostiene l'ex giudice Ferdinando Imposimato, oggi avvocato, che del caso si occupò quando le Brigate Rosse sequestrarono e rapirono il leader democristiano decidendo poi di ucciderlo e di abbandonare il corpo in via Caetani. Questa mattina Imposimato ha avuto un incontro con il procuratore aggiunto Franco Ionta che della vicenda Moro si è occupato a lungo e che recentemente ha chiesto e ottenuto dal gip Maria Teresa Covatta che fosse mandato in archivio un fascicolo che sulla morte di Moro era stato aperto in seguito ad una denuncia che tramite l'avvocato Nino Marazzita era stata presentata da Eleonora e Maria Fidia Moro, rispettivamente moglie e figlia dello statista. Imposimato è autore insieme con il giornalista Sandro Provvisionato di un libro intitolato 'Doveva morirè proprio sul caso di Aldo Moro.
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07/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: I 'MESSAGGI' DI PECORELLI E IL CASO MORO/ IL GIORNALISTA UCCISO UN ANNO ESATTO DOPO IL RAPIMENTO MORO |
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Aldo Moro viene rapito il 16 marzo 1978. Quasi un atto esatto dopo, il 20 marzo 1979, una persona rimasta ufficialmente sconosciuta uccide il giornalista Mino Pecorelli, iscritto alla loggia P2 (dalla quale sembra però che fosse uscito). Un uomo, Mino Pecorelli, che aveva sempre dimostrato di «sapere» qualcosa di più sul rapimento e l'uccisione del presidente Dc. Nel numero del suo settimanale «Op» pubblicato pochi giorni prima della propria uccisione (e curiosamente uscito proprio con la data della morte, 20 marzo 1979) Pecorelli, in un articolo intitolato «Aldo Moro un anno dopo», sembrava lanciare messaggi leggibili da poche persone. Nel capitolo intitolato «Chi è stato interrogato nel 'palazzo'» scriveva:«Il dopo Moro è costellato di morti e di attentati che soltanto per caso o per l'imperizia degli operatori non hanno provocato altri morti (in via Fani agirono specialisti, altrove la manovalanza del terrorismo) e la catena ha rivelato in ogni suo anello l'esistenza di connivenze all'interno della struttura dello Stato, nel cuore dello Stato». Parole e allusioni che forse gli costano la vita. Forse per toglierlo di mezzo entrano di nuovo in azione gli «specialisti». Ma sono molti gli articoli in cui, con il suo linguaggio sempre sul filo dell'allusione e del messaggio cifrato, parlava di «segreti» legati al caso Moro. Eccone alcuni: «Dice: ma il ministro non ne sapeva niente, la Digos non ha scoperto nulla. I servizi poi... Si ribatte: il ministro di polizia sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero; dalle parti del ghetto... (ebraico). Dice: il corpo era ancora caldo... perchè un generale dei Carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza. Dice: perchè non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?». «Aldo Moro che pensava di essere liberato dalle Brigate Rosse, e che temeva di rimanere ferito in un conflitto a fuoco tra i 'carabinieri' e i suoi carcerieri, come ha pubblicato Panorama in un articolo non firmato, notizia che avrebbe attinto dai documenti sequestrati nel covo del brigatista (?) Alunni, notizia che viceversa nel memoriale diffuso dal Ministero degli Interni non risulta. Ma torneremo a parlare di questo argomento, del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbetto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all'operazione, del prete contattato dalle Brigate Rosse, della intempestiva lettera di Paolo, del passo carrabile al centro di Roma, delle trattative intercorse, degli sciacalli che hanno giocato al rialzo». «Perchè Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato, e forse la mattina che il presidente è stato ucciso era insieme ad altri notabili Dc a piazza del Gesù in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo fare anche noi un pò di fantapolitica. Le trattative con le Brigate Rosse ci sarebbero state. Come per i fedayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative, doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i 'carabinieri' (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andare via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile perchè si voleva comunque l'anticomunista Moro morto, e le Br avrebbero ucciso il Presidente della Democrazia Cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perchè è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama 'De' e il macellaio Maurizio». «Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma; ho letto in un libro che a quel tempo gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perchè si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c'era nel destino di Moro perchè la sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di allora e il sangue di oggi». «l'agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. La cattura di Moro, rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un Paese industriale, integrato nel sistema occidentale. L'obiettivo primario è senz'altro quello di allontanare il Partito comunista dall'area del potere nel momento in cui si accinge all'ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del Paese. un fatto che si vuole che ciò non accada. Perchè è comune interesse delle due superpotenze mondiali». «I rapitori di Aldo Moro non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tener calmi i brigatisti di Torino e per scongiurare le loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stanno tessendo sopra le loro teste». «Accanto alle schede segnaletiche di alcuni »nemici del popolò da sparare al più presto, c'erano: la ricostruzione del sequestro di Moro, secondo il punto di vista della Direzione Strategica dei brigatisti; considerazioni autocritiche sull'operazione militare di via Fani e sulla gestione degli sviluppi; il memoriale scritto da Moro durante i 54 giorni di prigionia; gli schemi di lettere che Moro non fece in tempo a scrivere; i testi di 6 lettere complete, anch'esse non inviate al destinatario; alcuni nastri magnetici con la viva voce del presidente Moro«.
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07/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 8 APRILE, VOCI DI UNA NUOVA LETTERA/ LA DURA LETTERA (IL MIO SANGUE RICADRA SU DI LORO) RESTA SEGRETA |
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8 aprile 1978, sono ormai 24 i giorni trascorsi da Aldo Moro nel cosiddetto «carcere del popolo». La Digos riesce ad intercettare una lettera di Moro alla moglie, che i terroristi avevano annunciato all'assistente di Moro Franco Tritto. La lettera contiene pesanti accuse alla Dc («il mio sangue ricadrà su di loro») e alla posizione della Santa Sede, espressa attraverso Levi, il direttore dell'Osservatore romano, continua a spingere per uno scambio di prigionieri e per la rottura di «questa unanimità fittizia», aggiungendo «E poi questo rigore proprio in un Paese scombinato come l'Italia». Il messaggio di Moro alla moglie non sarà però reso noto e lo diventerà solo a giugno, quando Mino Pecorelli la pubblicherà sul suo settimanale «OP». Pecorelli aveva però già accennato ai contenuti della lettera il 18 aprile quando scriveva:«Ma il passo più allucinante della lettera è laddove Moro trova i toni biblici della maledizione: 'Il mio sangue ricadrà sulle teste di Cossiga e Zaccagnini'». Intanto, nella Dc, cominciano le dissociazioni. Prandini chiede di spezzare la dipendenza dagli altri partiti e Mazzotta, in un'intervista, chiede elezioni anticipate per ricacciare i comunisti all'opposizione. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 14:30 - «L'ufficio politico della Questura ha in mano gli elementi per poter trarre un altro identikit dei componenti del commando dei brigatisti rossi che ha agito in via Mario Fani, il quarto dopo i tre dei giorni scorsi. Secondo indiscrezioni, si tratterebbe dell'identikit di uno dei quattro uomini travestiti da netturbini che il giorno prima della strage sono stati visti aggirarsi in via Mario Fani e nelle strade adiacenti». 14:37 - «'Dichiaro non solo di dissociarmi nel modo più totale da questa azione, ma anche da tutta la linea politica dell'organizzazione Brigate rosse. Dichiaro, di fronte a questa iniziativa, di rompere politicamente ed organizzativamente con l'organizzazione delle Brigate rosse, di cui non mi considero, sotto nessun aspetto, un militante'. È quanto scrive sei giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, in una lettera al direttore del carcere di Cuneo e agli organi di stampa, Massimo Maraschi di 26 anni, che è considerato uno dei leadere storici delle Brigate rosse». 'Dichiaro - precisa Maraschi - di ritenere questa azione estranea agli interessi della classe operaia e del proletariato. Nello stesso tempo la ritengo invece interna ad una logica piccolo borghese-radicale, estremista e militarista, in cui non mi identifico e da cui intendo dissociarmi'«. 17:43 - »L'on. Prandini, della Direzione centrale della Dc, parlando a Brescia per il gruppo 'Iniziativa di rinnovamento', ha detto:'Siamo in attesa che vengano convocati gli organi collegiali del partito, la Direzione centrale o il Consiglio nazionale, in quanto (...) bisogna uscire da questo vicolo cieco togliendo anche politicamente il presidente della Dc dalle mani delle brigate assassine e spezzando la dipendenza da altri partiti delle decisioni che sono proprie della Dc«'. 18:56 - »L'ipotesi secondo la quale il black-out avvenuto sui telefoni della zona di via Mario Fani il giorno del rapimento dell'on. Moro potesse essere stato causato dai terroristi è caduta definitivamente: le indagini condotte dalla magistratura hanno hanno accertato che il 16 marzo molte linee furono bloccate da un sovraccarico di chiamate, determinato da un frenetico intreccio di telefonate subito dopo il sanguinoso agguato teso dalle Brigate rosse«. 20:27 - »Nella tarda serata si è diffusa la voce di un nuovo messaggio delle Brigate rosse. La notizia non ha trovato conferma. Secondo la voce un messaggio delle Brigate rosse sarebbe stato fatto trovare a piazza Mastai, in Trastevere. Per una segnalazione sono giunte in piazza Mastai diverse auto della polizia che hanno controllato una cabina telefonica e alcuni furgoni in sosta. (...) Secondo le voci diffuse il messaggio sarebbe stato importante e, con ogni probabilità, riservato alla famiglia. Ciò sarebbe confermato dal fatto che i giornali non sono stati avvertiti come in passato. C'è chi già mette questo ipotetico messaggio in rapporto col messaggio della signora Eleonora Moro pubblicato dal quotidiano 'Il Giorno'«. 20:46 - »Fonte autorizzata della Direzione della Democrazia cristiana ha detto:'Al partito nulla risulta in merito a queste voci'. Le ipotesi sull'esistenza di questo nuovo messaggio si stanno moltiplicando. Continua, nel frattempo, il più assoluto silenzio da parte delle autorità politiche e degli investigatori«
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06/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 7 APRILE, MESSAGGIO DELLA MOGLIE SUL GIORNO / CIRCOLANO VOCI SU UN'ALTRA LETTERA DI MORO ALLA MOGLIE |
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7 aprile 1978, ventitreesimo giorno di prigionia per Aldo Moro nel 'carcere del popolò delle Br. Il quotidiano «Il Giorno», sul quale ogni tanto scriveva Aldo Moro, pubblica in prima pagina un messaggio di Eleonora Chiavarelli (Norina Moro) al marito. Si rafforzano anche le voci (già circolate nella serata precedente) su un'altra lettera di Moro ricevuta dalla famiglia. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 00:40 - «Il quotidiano milanese 'Il Giorno' pubblica in prima pagina, sotto un titolo a sei colonne 'Messaggio della moglie a Moro., una lettera di Eleonora Moro indirizzata al direttore dello stesso quotidiano milanese'». 16:27 - «'L'Osservatore Romano', dopo aver riportato integralmente il testo dell'appello della signora Eleonora Moro, scrive che da esso 'giunge la conferma più autentica e mesta della mancanza di notizie sulla stato del sequestrato, della infondatezza, soprattutto, delle voci circa contatti o trattative o qualsivoglia richiesta da parte dei rapitori». 18:30 - «Cinquecento uomini tra carabinieri, agenti, finanzieri e guardie forestali, hanno partecipato ad una vasta operazione che ha interessato per dieci ore la cittadina di Cecina. (...) Sembra che l'esito di quese ricerche per le quali la popolazione ha attivamente collaborato indicando in qualche caso anche l'ubicazione di abitazioni isolate, sia stato negativo». 19:41 - «La lettera della signora Moro contenente un messaggio al marito prigioniero delle Brigate rosse è dovuta, a quanto è dato sapere, ad una iniziativa esclusiva della famiglia che si è rivolta, per la pubblicazione, soltanto al quotidiano milanese 'Il Giorno', per il quale il presidente del Consiglio nazionale della Dc ha scritto anche di recente diversi articoli. Il testo del messaggio, ripreso dall'agenzia ANSA in nottata, è stato pubblicato stamani da gran parte dei quotidiani italiani, ma non da quelli che avevano 'chiuso' prima di mezzanotte e quaranta minuti (ora di trasmissione del messaggio), tra i quali 'Il Popolo'. L'organo della Dc pubblicherà però domani la lettera della signora Moro e la farà seguire da un commento. L'invio di questo messaggio è stato messo da qualcuno in relazione con il presunto arrivo di un'altra lettera alla famiglia Moro - sarebbe la seconda, ma non è possibile avere di ciò alcuna conferma - della cui esistenza erano circolate ieri sera voci, raccolte stamani da qualche giornale».
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06/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: SPINI, RUOLO DEI SOCIALISTI E DI CRAXI CI FU |
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«Che lo si condividesse o no, il ruolo dei socialisti e più particolarmente di Craxi nel tentativo di salvare la vita dello statista ci fu»: lo ricorda il deputato e candidato del Partito socialista alla Camera Valdo Spini, a proposito della vicenda Moro. «Non mi sembra che in queste commemorazioni - osserva Spini - lo si sia sufficientemente ricordato e analizzato». Secondo Spini, «il quadro di quella drammatica vicenda politica è forse più complesso di quello che talvolta viene rappresentato magari in un quadro più legato all'attualità che all'analisi storica».
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05/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: NUCCIO FAVA, LO STATISTA NON POTEVA SALVARSI = L'EX DIRETTORE DEL TG1 NEL SUO LIBRO RICORDA QUANTO GLI DISSERO MANCINI E BONINO |
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«Aldo Moro non poteva salvarsi. Me lo disse il senatore Bonino nell'estate del 1978, a pochi mesi dall'uccisione dello statista». Lo scrive Nuccio Fava, giornalista ed ex direttore del Tg1, nel libro «Aldo Moro una tragedia aperta», che verrà presentato il prossimo 8 maggio a Torino presso il salone del Libro. Nel volume il giornalista ripercorre il caso Moro attraverso alcune testimonianze. Tra le altre, quelle di Umberto Bonino, fondatore della «Gazzetta del Sud», e Giacomo Mancini, ex segretario e ministro socialista. «Non escludeva Bonino, che dietro quei visionari e folli brigatisti - ci fosse lo zampino di qualche servizio segreto del blocco sovietico -prosegue Fava- Comunque, sia Mancini che Bonino consideravano ignobilmente la strategia umanitaria di Craxi, in particolare per Bonino il punto essenziale della questione era che il destino dello statista era già stato segnato il 16 marzo 1978, al momento del rapimento in via Fani»
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05/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 5 APRILE, POLEMICHE SU LETTERA A ZACCAGNINI |
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5 aprile 1978, si conclude la terza settimana del rapimento Moro. La giornata trascorre soprattutto tra le polemiche sulla lettera di Moro a Zaccagnini e sul comunicato numero quattro delle Br, che accenna a «misteriosi intermediari». Anche l'Osservatore Romano interviene per dire che non si tratta. 12:10 - «Per un esame degli ultimi sviluppi della situazione relativa al rapimento dell'on. Moro si sono riuniti stamane nella sede edella Dc, in piazza del Gesù, il segretario del partito Zaccagnini, il presidente del Consiglio Andreotti, il ministro dell'Interno Cossiga, il sen. Fanfani, i capigruppo parlamentari Piccoli e Bartolomei, i vicesegretari Galloni e Gaspari». 14:01 - «La notizia che la lettera autografa di Moro era pervenuta a Zaccagnini è stata data ai giornalisti dal capo della segreteria di Zaccagnini, on. Pisanu. Si può fare l'ipotesi che la lettera sia giunta mentre la riunione era in corso, poichè in precedenza il portavoce del segretario della Dc, Cavina, aveva detto, intrattenendosi brevemente con i giornalisti, che la lettera non era ancora pervenuta». L'on. Zaccagnini, in giornata, consegna alla magistratura la lettera autografa di Moro a lui indirizzata. 14:36 - «Sembra che Luigi Gui, ministro dell'Interno di un governo Moro, avrebbe riferito alcuni particolari che possono confermare l'autenticità della lettera di Moro. L'ex ministro avrebbe ricordato, infatti, che Aldo Moro, all'epoca presidente del Consiglio, si disse perplesso, a proposito di un disegno di legge sui rapimenti, ad attuare una linea troppo dura, perchè preoccupato dei riflessi che avrebbe potuto avere sull'opinione pubblica. Il punto di maggior discussione tra Moro e gli altri ministri interessati fu se sanzionare con una legge il blocco dei beni dei familiari in caso di un rapimento». 14:43 - «Per quanto riguarda il sen. Paolo Emilio Taviani, a Genova si ricorda che, allorchè era ministro dell'Interno, egli assunse, in occasione di incontri con il prefetto e gli investigatori, una posizione drastica sul caso Sossi». 17:23 - «Anche se l'attuale lettera fosse realmente di Aldo Moro - scrive l'Osservatore romano - nasce però da una mente sottoposta ad una violenza psicologica, ad una metodica distruzione della coscienza alla quale neanche l'uomo più forte e sicuro di sè‚ può resistere a lungo. Da qui l'unanime giudizio: nessun cedimento al ricatto».
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05/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 6 APRILE, ARRESTI SUL LITORALE DOMIZIANO/ LIBERATI INVECE GLI AUTONOMI ARRESTATI IL 3 APRILE |
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6 aprile 1978, Moro è nella «prigione del popolo» da 22 giorni. Vengono scarcerati gli autonomi e i militanti dell'ex Potere operaio arrestati tre giorni prima (tra cui Lanfranco Pace). Viene invece arrestata Fiora Pirri Ardizzone, moglie separata di Franco Piperno. Taviani smentisce quello che Moro ha scritto nella lettera a Zaccagnini. Inoltre, tutte le ricostruzioni riportano il 6 aprile come il giorno della grande retata nel paese di Gradoli, dopo le informazioni provenienti dalla pseudo seduta spiritica. All'ANSA però risultano molte operazioni, ma nessuna in quella zona. Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 01:11 - «Una massiccia operazione per scoprire fiancheggiatori delle Brigate rosse è stata compiuta nel Napoletano.(...) Sono stati anche fatti alcuni arresti, sembra giovani appartenenti ad una frangia estrema dell'Autonomia operaia. Tra gli arrestati una donna». 09:32 - «Il sen. Taviani ha fatto la seguente dichiarazione: Leggo sui giornali odierni notizie contraddittorie circa il riferimento che mi riguarda nella lettera attribuita all'on. Moro dai criminali delle Br. Ritengo perciò doveroso rendere pubblico quanto martedì sera ho già dichiarato al ministro dell'Interno e al segretario politico del mio partito:'L'on. Moro non ha mai espresso con me alcun giudizio, nè alcuna opinione a proposito del sequestro Sossi». 10:29 - «Quattro giovani, tre uomini e una donna, che si presume fiancheggiatori o addirittura appartenenti alle Brigate rosse, sono stati arrestati dai carabinieri (...) Sono Maria Fiore Pirri Ardizzone, di 29 anni, di Roma, residente a Rende in provincia di Cosenza, borsista all'università calabrese», Lanfranco Caminiti, Davide Sacco e Ugo Melchionda. 10:31 - «Sospetti consistenti gravano su Maria Fiore Pirri Ardizzone, una giovane donna dai lineamenti un pò esotici, assomigliante in modo marcato alla brigatista che in via Fani ha fatto parte del nucleo armato (...) I quattro presunti brigatisti sono stati catturati la scorsa notte, dopo un lungo appostamento, nella zona di Licola, lungo il litorale Domiziano. In realtà la Pirri Ardizzone non somiglia affatto alla donna di via Fani (Barbara Balzerani). Se ne accorgono subito gli stessi inquirenti che il giorno stesso sottolineano che la Pirri è più bassa di circa 10 cm della donna vista in azione in via Fani. A gennaio 1981, la Pirri Ardizzone sarà prosciolta da tutti i reati nell' ambito del caso Moro (insieme a lei Corrado Alunni, Patrizio Peci, Susanna Ronconi, Giustino De Vuono e Toni Negri). A novembre dello stesso anno sarà invece condannata a 9 anni e 8 mesi nel processo contro l' organizzazione terroristica »Primi fuochi di guerriglia« e, nel 1995, graziata da Pertini. 14:14 - »Nell'ambito dell'inchiesta su Moro ne è stata aperta oggi un'altra che riguarda presunti complici, tutti ancora da identificare, delle Brigate rosse che opererebbero all'interno della Sip. Il magistrato, con la collaborazione della Digos, avrebbe infatti raccolto elementi dai quali risulterebbe che in occasione del ritrovamento del quarto messaggio di Moro diverse linee erano rimaste fuori uso per qualche tempo«. 15:06 - »Per quanto riguarda il 'carcere del popolo' dove si trova Aldo Moro, le battute più vaste sono state fatte lungo la fascia tirrenica che va da Fiumicino alla provincia di Grosseto e nella zona di Genova«. 15:09 - »Tuttavia, è stato fatto notare dagli investigatori, le notizie rese di pubblico dominio attraverso gli organi di informazione rappresentano solo una parte di tutta la documentazione e di tutti gli elementi in possesso delle forze dell'ordine. Infatti, come non mai, la riservatezza ha inaridito le fonti di informazione alle quali i cronisti solitamente attingono«. 15:42 - »Trenta persone, tra quelle che sono state arrestate per associazione sovversiva nei giorni scorsi nell'ambito delle operazioni svolte da polizia e carabinieri in relazione alle indagini sul rapimento di Moro, saranno scarcerate in giornata. Il magistrato non ha convalidato il loro arresto e ne ha quindi disposto la liberazione. Restano imputati a piede libero«. 19:03 - »'Le Br vogliono un miliardo di dollari' è il grosso titolo di prima pagina del prossimo numero del settimanale 'Candido', il cui direttore politico, il sen. Giorgio Pisanò, racconta di aver ricevuto, in proposito, una telefonata da un anonimo informatore. Nel corso della conversazione, lo sconosciuto - secondo quanto riferisce il sen. Pisanò - ha informato che 'le Brigate rosse hanno iniziato trattative sotto banco per barattare la vita e la libertà di Moro a un prezzo altissimo'«. 19:14 - »Oreste Scalzone, giunto da Milano per rappresentare i 'Comitati Comunisti Rivoluzionari', rispondendo ai giornalisti ha affermato che 'il problema dei fiancheggiatori delle Brigate rosse non si risolve di certo con l'assurda richiesta che viene dal Pci di controllare ognuno il proprio vicino e denunciarlo'«
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04/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: SQUITIERI,TRE STRONZI A UN PASSO DA GRUPPO FUOCO BR FILM MAI FATTO E UNA AVVENTURA 'MONITORATÀ DA SERVIZI SEGRETI |
Un film mai fatto- per tante e diverse ragioni- sul «caso Moro» e una avventura che portò «tre stronzi come noi» ad un passo dal gruppo di fuoco delle Br. In una intervista all'Ansa Pasquale Squitieri rivela i retroscena di quel tentativo di realizzare «in presa diretta» un film sui 55 giorni, mai fatto, nonostante l'interessamento del produttore Cecchi Gori e la collaborazione di Lino Jannuzzi e Nanni Balestrini ed anche, alla fine, di un Leonardo Sciascia intento a trasporre in immagini il suo «L'Affaire Moro».
«Io stavo preparando la sceneggiatura de 'Il Prefetto di Ferro' e lavoravo con Jannuzzi e Balestrini con cui avevo dei progetti insieme», spiega il regista. 'Appena rapito Moro lo stesso giorno a Via Fani «riprendo lo sgomento, gli elicotteri che volteggiavano, i carabinieri ecc. Nel pomeriggio mi chiama Cecchi Gori che mi propone di preparare in tempo reale una sceneggiatura. Ci pagò anche. Nanni, essendo di Potere operaio e partecipando a quel vasto parterre di grande contiguità di quegli anni, aveva canali suoi. »Cominciammo l'inchiesta sul rapimento raccogliendo tutto il materiale utile. Appena pubblicano che noi tre stavamo impegnati a seguire la vicenda venimmo inviatati da diverse ambasciate dell'Est e venimmo a sapere un sacco di cose. Ci presentarono a gente dei servizi i quali poco dopo la morte di Moro verranno scacciati dall'Italia«. Il bello arrivò nella seconda settimana dell'inchiesta: »Troviamo una serie di raccordi - non erano terroristi ma clandestini, tra cui alcuni palestinesi- e dopo 20 giorni arriviamo una notte ad Alessandria dove incontriamo qualcuno che ci dice ' Secondo noi Moro è in questa zona quì, se volete vi mettiamo in contatto con il gruppo di fuoco'. A quel punto dissi di no perchè avremmo dovuto chiamare la polizia. La nostra meraviglia durante il viaggio era questa: 'se ci riusciamo noi, tre stronzi, come mai non ci riescono i servizi segreti, non ci riesce la Cia ecc'.Dopo quella notte decidemmo di fermarci«. Squitieri ricorda altri fatti legati a quegli incontri ad Alessandria. »Una sera, tre mesi dopo, a casa mia si sono presentati due dei servizi, ricordo che avevano nomi di città, mi hanno raccontato tutto il viaggio che avevo fatto. E mi hanno fatto capire di lasciar stare, di farmi gli affari miei«. Cecchi Gori - racconta ancora il regista- ci chiamò tempo dopo per fare il film sul caso Moro. Per non sottostare a rischi proposi di utilizzare 'L'Affaire Morò di Leonardo Sciascia che era uscito da poco in Francia. Arriva lo scrittore, lavoriamo, c'è un contratto. Prepariamo una sceneggiatura,decidiamo che l' interprete sarebbe stato Dirk Bogart. La signora Moro sarebbe stata Irene Papas». Ma le disavventure non erano finite. Si stava per cominciare a girare e Squitieri una mattina venne chiamato a casa da Cechi Gori, «fatto del tutto inusuale.' Senti- mi disse- ti pago ma quel film tu non lo puoi fare'. Io all'epoca ero craxiano e un film ispirato ai dubbi sulla vicenda e che aveva come sceneggiatore Sciascia non si poteva fare. I comunisti sostennero quello di Giuseppe Ferrara con Volontè. Alla fine facemmo 'Il pentito' su Tommaso Buscetta, ma quel film mai fatto su Moro mi è rimasto nel cuore».
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04/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: SQUITIERI; D'AREZZO, MINISTRO DC, BRINDÒ A MORTE |
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Fu Bernardo D'Arezzo il ministro Dc che brindò alla morte di Moro in casa del regista Pasquale Squitieri. Intervistato dall'Ansa Squitieri indica il nome dell'esponente politico che in precedenti interviste aveva taciuto. «Ci fu un brindisi a casa mia. La battuta che si faceva era: meno male che è morto altrimenti questo ci portava le Br in Parlamento. Se lo avessero lasciato libero portava le Br in Parlamento e magari al governo. Chi era? Bernardo D'Arezzo.» D'Arezzo è lo stesso ministro a cui il capo dello Stato Sandro Pertini non volle stringere la mano al Quirinale suscitando un grande clamore all'epoca. Lo stesso che si battè durante i lavori della commissione P2 affinchè non venisse ascoltata Nora Lazzarini, la segretaria di Licio Gelli che voleva parlare dell'interessamento al sequestro del capo massonico. D'Arezzo sostenne che la Lazzarini, avendo una storia sentimentale con Gelli, non era un teste moralmente affidabile.
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04/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: LEONE FIRMÒ LA GRAZIA, MA QUALCUNO LA STRAPPÒ LA TESTIMONIANZA DEL REGISTA SQUITIERI |
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L'allora capo dello Stato Giovanni Leone firmò la grazia per la terrorista Paola Besuschio al fine di arrivare alla liberazione da parte delle Br di Aldo Moro: qualcuno si recò, presumibilmente durante la notte tra l'8 e il 9 di maggio al Quirinale e la strappò dopo averla tirata via dalle mani di Leone. È questo il racconto che fa all'Ansa il regista Pasquale Squitieri, amico della famiglia. «Leone dopo qualche settimana dalla morte di Moro si dimette. Un presidente della Repubblica se ne va dal Quirinale in taxi e non si riunisce il Parlamento. La sera vado a casa sua e lo trovo sulla veranda, distrutto. 'Presidente, Sciascia ha pubblicato in Francia 'L'Affaire Moro', perchè lei non pubblica in Italia 'La notte della grazia', perchè lo sappiamo che lei era pronto a firmare la grazia per una terrorista, la Besuschio. Leone era per salvare Moro. E lui mi rispose:' Pasquà io l'avevo firmata la grazia, era pronta. Vennero due e me la tolsero dalle mani». «Uno - disse Quitieri- era Zaccagnini, l'altro chi era?' Lui mi rispose: ' Tu non conosci i politici Pasquà, ti uccidono i figli...». «Chi era l'altro? Posso fare solo delle ipotesi. Il ministro di grazia e Giustizia Paolo Bonifacio? Oppure Berlinguer, chi lo sa? Lo rividi molto tempo dopo Leone e gli dissi . 'Vi ricordate quella notte al Quirinale?'. Mi rispose:» Quale notte Pasquà?«.
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04/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 5 APRILE, POLEMICHE SU LETTERE A ZACCAGNINI |
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5 aprile 1978, si conclude la terza settimana del rapimento Moro. La giornata trascorre soprattutto tra le polemiche sulla lettera di Moro a Zaccagnini e sul comunicato numero quattro delle Br, che accenna a «misteriosi intermediari». Anche l'Osservatore Romano interviene per dire che non si deve trattare. 12:10 - «Per un esame degli ultimi sviluppi della situazione relativa al rapimento dell'on. Moro si sono riuniti stamane nella sede della Dc, in piazza del Gesù, il segretario del partito Zaccagnini, il presidente del Consiglio Andreotti, il ministro dell'Interno Cossiga, il sen. Fanfani, i capigruppo parlamentari Piccoli e Bartolomei, i vicesegretari Galloni e Gaspari». 14:01 - «La notizia che la lettera autografa di Moro era pervenuta a Zaccagnini è stata data ai giornalisti dal capo della segreteria di Zaccagnini, on. Pisanu. Si può fare l'ipotesi che la lettera sia giunta mentre la riunione era in corso, poich‚ in precedenza il portavoce del segretario della Dc, Cavina, aveva detto, intrattenendosi brevemente con i giornalisti, che la lettera non era ancora pervenuta». L'on. Zaccagnini, in giornata, consegna alla magistratura la lettera autografa di Moro a lui indirizzata. 14:36 - «Sembra che Luigi Gui, ministro dell'Interno di un governo Moro, avrebbe riferito alcuni particolari che possono confermare l'autenticità della lettera di Moro. L'ex ministro avrebbe ricordato, infatti, che Aldo Moro, all'epoca presidente del Consiglio, si disse perplesso, a proposito di un disegno di legge sui rapimenti, ad attuare una linea troppo dura, perchè preoccupato dei riflessi che avrebbe potuto avere sull'opinione pubblica. Il punto di maggior discussione tra Moro e gli altri ministri interessati fu se sanzionare con una legge il blocco dei beni dei familiari in caso di un rapimento». 14:43 - «Per quanto riguarda il sen. Paolo Emilio Taviani, a Genova si ricorda che, allorchè era ministro dell'Interno, egli assunse, in occasione di incontri con il prefetto e gli investigatori, una posizione drastica sul caso Sossi». 17:23 - «Anche se l'attuale lettera fosse realmente di Aldo Moro - scrive l'Osservatore romano - nasce però da una mente sottoposta ad una violenza psicologica, ad una metodica distruzione della coscienza alla quale neanche l'uomo più forte e sicuro di sè può resistere a lungo. Da qui l'unanime giudizio: nessun cedimento al ricatto».
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04/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: SQUITIERI,GRAZIA DA LEONE,QUALCUNO LA STRAPPÒ/ IN TRE A UN PASSO DA GRUPPO BR - D'AREZZO BRINDÒ A MORTE MORO di |
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Paolo Cucchiarelli - Il regista Pasquale Squitieri racconta, per la prima volta, il suo particolare «dietro le quinte» del rapimento Moro quando insieme a Lino Jannuzzi e Nanni Balestrini cercò di realizzare un film in «presa diretta» che lo portò ad un passo dall'incontrare un gruppo di fuoco delle Br. Il regista, autore de «Il prefetto di ferro», conferma anche due episodi di cui in passato ha già parlato rivelando anche l'identità del protagonista di uno di questi: Giovanni Leone aveva firmato, al Quirinale, la grazia per la terrorista Paola Besuschio ma qualcuno strappò dalle mani del presidente della Repubblica il documento già firmato. Era quella la terrorista che doveva essere liberata e scambiata con Aldo Moro. «Vennero due e me la tolsero dalle mani», raccontò Leone a Squitieri la sera stessa in cui il capo dello Stato, aveva lasciato, dopo le dimissioni, il Quirinale per andare nella sua casa romana de Le Rughe«. »Uno era Zaccagnini, segretario della Dc, l'altro chi era«, chiese Squitieri quella sera proponendo all'uomo politico di scrivere un libro, come aveva già fatto Sciascia, intitolato »La notte della grazia«. Leone gli risposte: »Tu non conosci i politici Pasquà, quelli ti uccidono i figli«. E Squitieri ipotizza l'identità dell'altro personaggio che strappò il documento dalle mani dell'allora capo dello Stato: »Chi era? Il ministro di Grazia e Giustizia Paolo Bonifacio, oppure Berlinguer, chi lo sa? Rividi il Leone tempo dopo e gli dissi: 'Presidente vi ricordate quella notte al Quirinale?' 'Quale notte Pasquà!«, rispose Leone. Squitieri rivela anche l'identità di quel ministro Dc che brindò per la morte di Aldo Moro. Fu Bernardo D'Arezzo. »La battuta che fece era:'Se lo avessero lasciato libero portava le Br in Parlamento e magari anche al Governò. Lo disse nella mia villa mentre si brindava«. Il regista ricorda anche quel film mai fatto sul caso Moro per tanti motivi. Durante le ricerche e la raccolta di contatti e materiale, grazie anche a Nanni Balestrini, esponente di Potere Operaio, i tre arrivarono ad Alessandria grazie a contatti con dei clandestini, tra cui alcuni palestinesi. Erano passati venti giorni dal rapimento. Incontrarono qualcuno che gli disse: »'Secondo noi Moro è in questa zona qui. Se volete vi mettiamo in contatto con il gruppo di fuocò. Dissi di no - spiega oggi Squitieri - perchè giunti a quel punto avevamo l'obbligo di chiamare la polizia. La nostra meraviglia fu questa: se ci riusciamo noi, tre stronzi, ad entrare in contatto con le Br, come mai non ci riescono i servizi segreti, come mai non ci riesce la Cia? Dopo quella notte decidemmo di fermarci«. L'ipotesi di Alessandria non è del tutto peregrina perchè, come sottolinea il recente libro di Peppino De Lutiis, »Il golpe di via Fani«, Alessandria aveva un senso. La copia della Repubblica, che Moro aveva in mano nella foto diffusa dalle Br per smentire il falso comunicato della Duchessa del 18 aprile del '78, proveniva da uno stock venduto in abbonamento nella provincia di Pavia. De Lutiis, cautamente, ipotizza che qualcosa legato alla vicenda Moro potesse trovarsi ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria, ma non distante da Pavia. Qualche mese dopo - ha raccontato il regista - si presentarono a casa sua due uomini dei servizi che gli raccontarono punto per punto tutto il viaggio dei »tre stronzi«: »La targa della macchina, dove ero stato, chi avevo visto etc. Tutto. Mi hanno fatto capire di lasciar stare, di farmi gli affari miei«. Alla fine per non sottostare a pressioni e ricatti Squitieri decise di adottare come testo base del suo film su Moro il libro »L'affaire Moro« di Leonardo Sciascia. Venne coinvolto anche lo scrittore, venne stesa una sceneggiatura. Interpreti del film dovevano essere Dirk Bogart mentre la signora Moro sarebbe stata interpretata da Irene Papas. »Stavamo per girare quando il produttore, Cecchi Gori, mi chiamò una mattina a casa. Senti ti pago tutto ma tu il film non lo puoi fare«. Squitieri, all'epoca vicino a Craxi, pagava così una posizione che rifletteva tutti i dubbi sulla vicenda Moro riassunti da Sciascia e sviluppati politicamente dal Psi. »In cambio realizzeremmo 'Il pentitò su Tommaso Buscetta ma quel film su Moro, mai fatto, mi è rimasto nel cuore«, ha concluso il regista.
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03/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: MARAZZITA, PERSA OCCASIONE PER APPROFONDIRE DELITTO |
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«È stata persa l'ennesima occasione per approfondire il delitto Moro». È questo il commento dell'avv. Nino Marazzita, che rappresenta la signora Moro e la figlia Maria Fida, alla decisione della procura di Roma di archiviare la settimana inchiesta che era nata da una istanza presentata nel 2004 dall'avvocato. «Evidentemente la chiave di lettura non è la stessa della magistratura romana. La mia era una ricostruzione diversa da quella giudiziaria che c'è stata finora e cercava di far capire perchè ci sono ancora oggi tanti buchi neri, tanti punti oscuri e risposte inappaganti. Penso che questa vicenda non possa, per essere compresa, che collocata all'interno del più vasto esame della cosiddetta strategia della tensione. C'era questa occasione ed è stata ulteriormente sprecata».
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03/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: 4 APRILE, ARRIVA IL COMUNICATO NUMERO QUATTRO/ANSA DIFFUSA ANCHE LA COPIA DI UNA LETTERA DI MORO A ZACCAGNINI |
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4 aprile 1978, ventesimo giorno del rapimento Moro. Il fatto del giorno è che le Brigate rosse fanno trovare il quarto comunicato sul rapimento di Aldo Moro, la fotocopia di una lettera autografa dello stesso Moro al segretario della Dc Benigno Zaccagnini e un opuscolo, intitolato «Risoluzione della direzione strategica» e datato febbraio 1978. Nella lettera Moro afferma che l'unica soluzione positiva possibile alla sua vicenda è prospettare «la liberazione dei prigionieri di ambo le parti». Ecco la cronaca della giornata attraverso le notizie dell'ANSA: 11:39 - «Non è il risultato di un fotomontaggio l'immagine di Aldo Moro inviata al quotidiano »Il Messaggero« insieme con il secondo messaggio delle Brigate rosse. Lo conferma la perizia tecnica che stamane è stata consegnata al pubblico ministero Luciano Infelisi dall'ing. Calzini e dal tecnico Colucci che l'hanno eseguita». 18:08 - «Il 'comunicato numero quattrò delle Brigate rosse è stato trovato oggi pomeriggio in una macchinetta di distribuzione dei biglietti nella stazione di via Palestro della matropolitana milanese, dopo una telefonata al quotidiano Avvenire. Il documento (tre fitte pagine) è intitolato 'Il processo ad Aldo Moro'. Il comunicato riporta anche il testo dattiloscritto con carattere corsivo di una lettera firmata Aldo Moro indirizzata all'on. Zaccagnini». Meno di mezz'ora dopo il comunicato, annunciato con una telefonata al Secolo XIX, è trovato anche a Genova. L'ANSA scrive che insieme c'è un «volumetto di circa 60 pagine nel quale si illustra la strategia delle Brigate rosse». 20:29 - «Probabilmente la lettera di Moro a Zaccagnini è stata scritta il 30 o il 31 marzo. Lo si rileva dal contesto della stessa lettera, laddove lo scrivente afferma testualmente 'tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità; tanta lucidità almeno quanto può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale». 20:35 - «Le sessanta pagine della 'Risoluzione della Direzione strategica - febbraio 1978' rappresentano una specie di documento politico generale suddiviso in sette capitoli. L'opuscolo è articolato in due parti principali. la prima contiene analisi sulla situazione italiana ed internazionale. La seconda le 'proposte' tra cui, la principale, la creazione del 'Partito comunista combattente'. L'opuscolo, rilegato, ha una copertina con fondo bianco e la scritta 'Brigate rosse' insieme alla stella a cinqua punte in rosso». Si chiarisce poi, nel corso della giornata, che le copie del comunicato trovate a Milano sono tre. Le altre due sono state annunciate con telefonate alla redazione milanese di Repubblica e al Settimanale. La prima telefonata è stata quella a Repubblica. Come le volte precedenti, il comunicato viene trovato anche a Roma e Torino. Nel comunicato, le Br precisano che la richiesta di Moro (nella lettera a Zaccagnini) di uno scambio di prigionieri, è «il suo punto di vista e non il nostro». «Abbiamo più volte affermato - scrivono i terroristi - che uno dei punti fondamentali del programma della nostra Organizzazione è la liberazione di tutti i prigionieri comunisti e la distruzione dei campi di concentramento e dei lager di regime» ma «denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti». Le Brigate rosse però, anche in seguito, non hanno mai chiarito a cosa e a chi alludessero quando parlano di «trattative segrete» e «misteriosi intermediari». Nella seconda parte del comunicato le Brigate rosse sottolineano ancora una volta la loro strategia di proporsi come avanguardia leninista del 'movimentò e scrivono:«Per trasformare il processo di guerra civile strisciante, ancora disperso e disorganizzato, in una offensiva generale, diretta da un disegno unitario è necessario sviluppare e unificare il MOVIMENTO Dl RESISTENZA PROLETARIO OFFENSIVO costruendo il PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE. Movimento e Partito non vanno però confusi. Tra essi opera una relazione dialettica, ma non un rapporto di identità. Ciò vuol dire che è dalla classe che provengono le spinte, gli impulsi, le indicazioni, gli stimoli, i bisogni che l'avanguardia comunista deve raccogliere, centralizzare, sintetizzare, rendere TEORIA e ORGANIZZAZIONE STABILE e infine, riportare nella classe sotto forma di linea strategica di combattimento, programma, strutture di massa del potere proletario». Nella lettera a Zaccagnini, Moro chiama la Dc ad assumersi «le responsabilit… che sono ad un tempo individuali e collettive», si rivolge direttamente al segretario Dc, al quale ricorda l«'estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il più grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io», parla del Pci «che non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del governo che m'ero tanto adoperato a costruire» e parla dei problemi della sua famiglia, che «ha il più grande bisogno di me». A proposito dello scambio di 'prigionierì Moro ricorda che «in questo modo civile si comportano moltissimi Stati» e ricorda che espresse già queste idee «a Taviani per il caso Sossi e a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti». Quest'ultimo accenno sarà ripreso da Moro nella lettera successiva, consegnata dalle Br il 10 aprile, in cui scrive «filtra sin qui la notizia che l'on.Gui ha correttamente confermato e l'on.Taviani ha smentito, senza evidentemente provar disagio verso un collega lontano e in condizioni difficili»
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03/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: LA LETTERA A ZACCAGNINI |
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Ecco il testo della lettera di Aldo Moro al segretario della Dc Benigno Zaccagnini: Caro Zaccagnini, scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga, ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della Dc alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non Š difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la Dc, la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire. peraltro doveroso che, nel delineare la disgraziata situazione, io ricordi la mia estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il più grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io. Ed infine Š doveroso aggiungere, in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al disotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui. Questo è tutto il passato. Il presente è che io sono sottoposto ad un difficile processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze. Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n'è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi. Si discute qui, non in astratto diritto (benchè vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano dell'opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l'unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione nel contesto proprio di un fenomeno politico. Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco. Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità e senza avere subito alcuna coercizione della persona; tanta lucidità almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti. Ed in verità mi sento anche un pò abbandonato da voi. Del resto queste idee già espressi a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti. Fatto il mio dovere d'informare e richiamare, mi raccolgo con Iddio, i miei cari e me stesso. Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un pò diverso. Ma così ci vuole davvero coraggio per pagare per tutta la Dc avendo dato sempre con generosità. Che Iddio v'illumini e lo faccia presto, com'è necessario. Affettuosi saluti Aldo Moro
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03/04/2008 |
ADNKronos |
CASO MORO: ROMA, ARCHIVIATA SETTIMA INCHIESTA SU MORTE STATISTA |
È finita in archivio, per decisione del giudice dell'indagine preliminare Mariateresa Covatta, la settima inchiesta sul caso Moro sollecitata 4 anni fa da una denuncia presentata dall'avvocato Nino Marazzita per conto dei familiari dello statista, cioè la moglie Eleonora e la figlia Fida. L'indagine, svolta dal pubblico ministero Franco Ionta, si era occupata dei risvolti inquietanti ipotizzati dai familiari nella denuncia.
Nella denuncia presentata nel 2004 l'avvocato Marazzita aveva formulato una serie di ipotesi a proposito di fatti che avrebbero potuto ispirare il sequestro dello statista. In particolare si chiedeva di accertare se dietro il rapimento dello statista ci fosse una rete terroristica Separat del terrorista Carlos e se questa rete avesse potuto condizionare l'attività delle Brigate rosse. Altro capitolo da esaminare secondo la denuncia, la posizione di un borsista russo, Sergej Socolov che aveva ottenuto una borsa di studio e all'Università di Roma aveva conosciuto Aldo Moro. Inoltre si chiedeva di accertare se dietro il sequestro ci potesse essere un accordo tra P2, Kgb e Cia per impedire l'apertura di Moro verso il Pci. E ancora un'altra ipotesi da approfondire se il covo in cui fu tenuto prigioniero Moro anzichè in via Montalcini fosse nei pressi di via Caetani, dove fu abbandonato il corpo di Moro dentro la Renault 4 rossa. L'indagine svolta dal pm Franco Ionta non ha portato a nulla di concreto. Lo stesso Ionta si recò durante l'indagine a Parigi per interrogare Carlos che qui è detenuto, ma il terrorista si rifiutò di rispondere. Visti inconcludenti gli esiti delle indagini il magistrato ha chiesto l'archiviazione del caso trovando d'accordo il giudice Covatta.
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03/04/2008 |
ANSA |
MORO/30: FIGLIA AGNESE, SPERIAMO IN APERTURA ARCHIVI |
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La figlia di Aldo Moro, Agnese, spera che ci sia «qualcosa di più completo» negli archivi che dovrebbero essere aperti con la decadenza del segreto di Stato, 30 anni dopo il rapimento e l'uccisione del presidente della Dc da parte delle Br. «Stiamo a vedere - ha detto ai giornalisti all'uscita del Santuario della Madonna dei Lumi a Montemarciano, dove i genitori si sposarono il 5 aprile 1945 e dove stamani è stata celebrata una messa in memoria di Moro e della sua scorta -. Più che altro ritengo che non abbiamo una ricostruzione sostenibile secondo la logica». E quanto alle frasi della madre Eleonora, raccolte in un libro dall'ex magistrato e parlamentare Ferdinando Imposimato, secondo le quali la morte di Moro sarebbe stata voluta «dallo Stato», Agnese ha sottolineato che si trattava di «dichiarazioni confidenziali. Lei però è stata sempre convinta che non sia stato fatto tutto per salvarlo, un'opinione condivisa da molti». Ritiene che i colpevoli abbiano pagato? «Quante domande mi fate in una bella giornata di sole come questa...». I giornalisti le hanno chiesto se la risposta significasse un 'no': «lei cosa ne dice?», ha replicato la figlia di Moro.
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03/04/2008 |
ANSA |
MORO:A 30 ANNI DA SEQUESTRO ARCHIVIATA ULTIMA INCHIESTA/ANSA ERA NATA DA ISTANZA PRESENTATA DA MOGLIE E FIGLIA STATISTA |
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Si chiude anche l'ultima inchiesta, la settima, sull'agguato di via Fani e sull'uccisione di Aldo Moro. A 30 anni dalla strage e dall' omicidio dello statista la magistratura romana ha infatti archiviato l'inchiesta avviata nel marzo del 2004 in seguito ad un'istanza presentata, tramite l'avvocato Nino Marazzita, da Eleonora e Maria Fida Moro, rispettivamente moglie e figlia del presidente della Dc. La decisione è stata presa dal gip Maria Teresa Covatta su richiesta del procuratore aggiunto Franco Ionta. «È stata persa l'ennesima occasione per approfondire il delitto Moro», ha commentato l'avvocato Marazzita. «Evidentemente - ha aggiunto - la chiave di lettura non è la stessa della magistratura romana. La mia era una ricostruzione diversa da quella giudiziaria che c'è stata finora e cercava di far capire perch‚ ci sono ancora oggi tanti buchi neri, tanti punti oscuri e risposte inappaganti». Gli accertamenti hanno riguardato una serie di aspetti sollevati dall'avvocato Marazzita e, in particolare, quello relativo all'ipotesi che la rete 'Separat', guidata dal terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, fosse in contatto, durante la gestione del rapimento di Moro, con un personaggio molto vicino a Valerio Morucci, uno dei componenti del commando che agì in via Fani il 16 marzo 1978. Il sospetto, come emergeva da una documentazione dei servizi segreti ungheresi, era che qualche apparato spionistico di un paese dell' est europeo potesse avere, tramite l' organizzazione 'Separat', condizionato le scelte delle Brigate Rosse in sede di discussione sulla sorte di Moro. Nella richiesta di archiviazione Ionta aveva sostenuto che, a conclusione delle indagini, non erano emersi rapporti diretti dell'organizzazione di Carlos con le
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