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 INTERVISTA A RASO DEL 2012! ("IL TIRRENO")
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zhukov

982 Messaggi

Lasciato il  - 09/06/2015 :  18:43:03  Mostra profilo  Rispondi con Citazione
Posto questo articolo che ho ritrovato oggi, è l'intervista a Raso circa un anno prima di quella che ha fatto più scalpore.
C'è forse solo una versione parzialmente diversa sull'arrivo di Cossiga, ma si evince chiaramente dalla tempistica raccontata "..lavorai sull'auto per quasi due ore.." che, se l'apertura del portellone avviene all'incirca all'ora "ufficiale" attorno alle 13.30, Raso era lì dunque "circa" due ore prima, come poi ha ripetuto nel 2013.
E se era lì due ore prima, chi ce lo ha portato lo sapeva dove lo stava portando e perché (la versione ufficiale, di cui sarebbe testimone Marco Tosatti già di "Stampa" e "Stampa Sera", parla di telefonata alla questura che fa arrivare le volanti, e Cornacchia, giusto intorno alle 13.30; è interessante notare come anche per il cronista de "L'Unità", edizione straordinaria del 9 maggio che ho postato sul vecchio forum, pur recependo gli orari fatti circolare ufficialmente a caldo, dava conto del "lungo lavoro" degli artificieri, evidentemente da qualcuno riferitogli sul momento: dunque, se arrivano tutti alle 13.30, come poteva essere aperto il portellone solo dopo neppure mezz'ora di lavoro?).
Buona lettura, è qui di seguito.
Andrea

Su quell’auto cercavo la bomba e trovai Moro

Vitantonio Raso 34 anni dopo vive a Viareggio e racconta in un libro quei giorni drammatici
di Claudio Vecoli
09 maggio 2012
Su quell’auto cercavo la bomba e trovai Moro

VIAREGGIO. Via Caetani a Roma. Una Renault 4 rossa. Il corpo rannicchiato e immobile di Aldo Moro. Per chi oggi ha più di quarant'anni, le drammatiche immagini del ritrovamento del cadavere dello statista democristiano trucidato dalle Brigate Rosse sono un pezzo di storia indirettamente vissuta. Per Vitantonio Raso no. Sono molto di più. Per lui, all’epoca giovane sottufficiale dell'esercito con specializzazione di artificiere antisabotatore, quel 9 maggio del 1978 è stato il giorno più importante della sua vita. Perché toccò a lui, ignaro del compito che la storia gli aveva incidentalmente assegnato, scoprire che in quell'auto simbolicamente abbandonata a metà strada fra piazza del Gesù (sede della Dc) e via delle Botteghe Oscure (sede del Pci) giaceva l'uomo che da 55 giorni era ostaggio nelle mani dei terroristi.

Ora Vitantonio Raso è un pensionato cinquantottenne che da qualche anno si è trasferito a Viareggio. Qui si è recentemente risposato in seconde nozze e qui, in un appartamento al quartiere Migliarina, adesso vive insieme alla moglie che lo ha reso padre per la terza volta e ad una bimba di pochi mesi. Per anni quell'episodio che sconvolse l'Italia e che gli ha segnato la vita, Vito se lo è tenuto gelosamente custodito dentro il cuore. Anche per motivi di sicurezza. Adesso, dopo quarantaquattro anni di silenzio forzato, ha deciso di raccontare quella terribile esperienza in un volume che è uscito proprio in questi giorni per Seneca Edizioni: La bomba umana. E sulla cui copertina campeggia una foto a colori d'antan in cui lui - giovanissimo, in divisa e con il basco in testa - ha appena verificato che in quella Renault 4 rossa parcheggiata nel cuore di Roma non è nascosto un ordigno, ma c'è il corpo senza vita di Moro: la "bomba umana" del titolo del libro.

Partiamo subito dal 9 maggio 1978. Come iniziò quel giorno per l'artificiere antisabotatore Vitantonio Raso?

«Io quel giorno mi trovavo nell'ufficio del mio superiore diretto. Da quando era stato rapito Moro, 55 giorni prima, eravamo tutti sotto pressione. Io, poi, ero già intervenuto in via Fani negli istanti immediatamente successivi all'agguato in cui fu trucidata la scorta perché si temeva che i terroristi del commando avessero lanciato una bomba inesplosa all'interno dell'auto dove si trovava il presidente della Dc. Ricordo che quel 9 maggio ero eccezionalmente in divisa, perché insieme al mio superiore dovevamo andare nella sede del comando generale per sbrigare alcune faccende. All'improvviso arrivò una telefonata che ci scombussolò i piani. Mi dissero che dovevo tenermi pronto perché di lì a poco sarebbe venuta a prendermi una macchina della polizia per accompagnarmi in un posto non precisato nel centro di Roma. Pochi istanti e la volante 23, quella che copriva la zona di San Giovanni, mi prelevò. Mi portai dietro la mia valigetta dove tenevo gli attrezzi del mestiere e che ancora conservo come una reliquia. Conoscevo i due agenti di pattuglia. Ma non mi dissero nulla. Di quel viaggio a sirene spiegate fino a via Caetani ricordo un silenzio assoluto e innaturale carico di tensione».

Poi l'arrivo in via Caetani…

«Qui trovai un dirigente di polizia a fianco di una Renault 4 rossa. Mi disse che c'era il sospetto che quell'auto fosse pronta a saltare in aria. Nei mesi precedenti si erano verificati dei furti di esplosivo e in quei giorni carichi di tensione ci attendevamo qualcosa di eclatante. Nessuno mi disse che dentro poteva esserci Aldo Moro, anche se poi successivamente ho saputo che nella telefonata anonima che segnalava l'auto in via Caetani era stato rivelato che c’era custodito il cadavere del presidente della Dc rapito in via Fani».

Come si comportò?

«Mi comportai come se all'interno dell'auto vi fosse davvero un ordigno. Del resto quello era il compito per il quale ero addestrato. Però qualcosa non mi tornava. Dentro l'auto, dalla parte del conducente, vidi dei bossoli esplosi. Comunque iniziai il mio lavoro. Prima di iniziare, però, via Caetani fu chiusa su entrambi i lati. E vidi che, soprattutto dalla parte di via delle Botteghe Oscure, cominciarono ad accalcarsi minuto dopo minuto giornalisti, fotografi e operatori tv. Per quasi due ore rimasi da solo con quell'auto da ispezionare palmo a palmo».

Ebbe paura?

«Diciamo che ebbi anche fortuna. Mio padre aveva avuto due Renault 4. E io lì avevo imparato a guidare. Conoscevo quel tipo di macchina come le mie tasche. E questo mi aiutò non poco e mi dette sicurezza. Forzai lo sportello anteriore destro e mi infilai nella macchina. Dapprima ispezionai la zona anteriore, dove però non notai niente di strano se non quei bossoli esplosi. Dovevo però fare grande attenzione, perché in quegli anni erano in uso degli ordigni a pressione che venivano posizionati sotto i sedili in modo che sedendosi facevano innescare l'esplosivo. Stessa procedura per la parte posteriore. Dopodiché toccò al bagagliaio…»

E lì era adagiato Aldo Moro.

«Sì, ma il suo corpo era nascosto sotto un plaid. Quando all'inizio ho allungato la mano e l'ho infilata sotto la coperta ho toccato qualche cosa di ruvido. Era la barba lunga di Moro, ma lì per lì non me ne resi conto. Pensai ad un cane, anche perché il bagagliaio della Renault 4 era piccolo e neppure immaginai che potesse contenere il corpo di un uomo».

Quando pensò per la prima volta che potesse trattarsi di Moro?

«Grazie ad un borsello di pelle nera che ho trovato poco dopo. Ricordo di averlo inciso con un taglierino e di avervi estratto un orologio, una catenina d'oro e un assegno di 27mila lire del Banco di S. Spirito intestato ad Aldo Moro. Lì capii che nel bagagliaio poteva esserci il presidente della Dc».

Cosa fece, a quel punto?

«Sollevai la coperta. Ero convinto che fosse ancora vivo perché mi sembrava impossibile che le Brigate Rosse potessero averlo davvero ucciso. Lì per lì non lo riconobbi. Aveva la barba lunga, era molto dimagrito. E poi era rannicchiato in posizione fetale. Fu un particolare a darmi la certezza che si trattava di Moro: la falda bianca dei capelli. Era uno dei suoi tratti distintivi. Capii anche, però, che era morto: gli sfilai un fazzoletto che teneva nel taschino e che era crivellato di proiettili. Per qualche minuto me ne stetti fermo, immobile, quasi senza respirare, da solo dentro la Renault 4 rossa».

Come l'annunciò agli altri?

«Uscii dall'auto e a chi stava attendendo l'esito della mia ispezione dissi semplicemente: "In quella macchina c'è il corpo di Aldo Moro". Ricordo che si avvicinò l'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga e mi chiese se poteva vedere. Prima, però, aiutato da due miei colleghi che nel frattempo erano arrivati di supporto, tagliammo la lamiera del portellone posteriore per verificare che non vi fossero esplosivi sotto il cadavere. A quel punto potemmo aprire la bauliera. E ci apparve Moro così come è stato immortalato nella foto che è poi passata alla storia".

C'è un ricordo di quegli istanti che più le è rimasto impresso?

«Sì. Ricordo che fra i primi ad arrivare sul posto vi fu padre Damiani, il sacerdote amico di Aldo Moro e della famiglia. Mi chiese se poteva benedire la salma e io gli dissi di sì a condizione che non toccasse niente. Ebbene, nel momento della benedizione mi ritrovai anch'io a pregare».

E poi?

«Consegnammo l'auto alla scientifica perché eseguisse i rilievi del caso. Mi fu anche detto di verificare che non vi fossero esplosivi sulle auto vicine. Ma ricordo che mi rifiutai perché ero distrutto e lasciai quest'ultimo compito ai miei colleghi».

Da quel giorno che scosse l'Italia sono trascorsi 34 anni. L'altro ieri, però, un dirigente dell'Ansaldo è stato gambizzato sotto casa a Genova.

«Il governo che traballa, la crisi economica che morde, gli studenti che manifestano in piazza. Ci sono elementi che tornano ciclicamente a caratterizzare la storia del


nostro Paese. Di letture non voglio farne, perché non è questo il mio compito. In base all'esperienza che ho accumulato in questi anni posso dire però che quando le istituzioni sono deboli, allora sono più vulnerabili. E qualcuno è pronto ad approfittarne».
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